foia

[fò-ia]
In sintesi
eccitazione; brama, frenesia sessuale
← lat. furĭa(m) ‘furia’.
1
Libidine, eccitazione sessuale, riferito spec. a un animale: essere in f.
2
estens., fig. Bramosia sfrenata e irragionevole: la f. del potere

Citazioni
con uno di questi due disordini: o ei mettono le loro stiere a spalle l’una dell’altra, e fanno la loro battaglia, larga per traverso, e sottile per diritto; il che la fa più debole, per avere poco dal petto alle stiene. E quando pure, per farla più forte, ei riducano le stiere per il verso de’ Romani, se la prima fronte è rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla seconda, s’ingarbugliano insieme tutte, e rompano sé medesime: perché, se quella dinanzi è spinta, ella urta la seconda; se la seconda si vuole fare innanzi, ella è impedita dalla prima: donde che, urtando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce tanta confusione, che spesso un minimo accidente rovina uno esercito. Gli eserciti spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove morì monsignor de Fois capitano delle genti di Francia (la quale fu, secondo i nostri tempi, assai bene combattuta giornata), s’ordinarono con l’uno de’ soprascritti modi; cioè che l’uno e l’altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in modo che non venivano avere né l’uno né l’altro se non una fronte, ed erano assai più per il traverso che per il diritto. E questo avviene loro sempre, dove egli hanno la campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perché, conoscendo il disordine che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo fuggono, quando ei possono, col fare la fronte larga, come è detto; ma quando il paese gli ristrigne, si stanno nel disordine soprascritto, sanza pensare al rimedio. Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese inimico, o se ei predano, o se fanno altro maneggio di guerra.  Ed  a  Santo  Regolo  in  quel  di  Pisa,  ed  altrove,  dove  i  Fiorentini furono rotti da’ Pisani ne’ tempi della guerra che fu tra i Fiorentini e quella città, per la sua ribellione dopo la passata di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tale rovina d’altronde che dalla cavalleria amica; la quale, sendo davanti e ributtata da’ nimici, percosse nella fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante delle genti dierono volta: e messer Ciriaco dal Borgo, capo antico delle fanterie fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volte, non essere mai stato rotto se non dalla cavalleria degli amici. I Svizzeri, che sono i maestri delle moderne guerre, quando ei militano con i Franciosi, sopra tutte le cose hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse ributtata, non gli urti. E benché queste cose paiano facili ad intendere, e facilissime a farsi, nondimeno non si è trovato ancora alcuno de’ nostri contemporanei capitani, che gli antichi ordini imiti, e i moderni corregga. E benché gli abbino ancora loro tripartito lo esercito, chiamando l’una parte antiguardo, l’altra battaglia, e l’altra retroguardo; non se ne ser-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
grande: nel primo caso, chi si difende è al tutto perduto, perché l’impeto delle artiglierie è tale che non truova muro, ancoraché grossissimo, che in pochi giorni ei non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni spazi da ritirarsi e con fossi e con ripari, si perde; né può sostenere l’impeto del nimico che volessi dipoi entrare per la rottura del muro, né a questo gli giova artiglieria che avessi: perché questa è una massima, che dove gli uomini in frotta e con impeto  possono  andare,  le  artiglierie  non  gli  sostengono.  Però  i  furori oltramontani nella difesa delle terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gli assalti italiani, i quali, non in frotta ma spicciolati, si conducano alle battaglie, le quali loro, per nome molto proprio, chiamano scaramucce. E questi  che  vanno  con  questo  disordine  e  questa  freddezza  a  una  rottura d’un muro dove siano artiglierie, vanno a una manifesta morte, e contro a loro le artiglierie vagliano: ma quegli che in frotta condensati, e che l’uno spinge l’altro, vengono a una rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari, entrono in ogni luogo, e le artiglierie non gli tengono; e, se ne muore qualcuno, non possono essere tanti che gl’impedischino la vittoria. Questo, essere vero, si è conosciuto in molte espugnazioni fatte dagli oltramontani in Italia, e massime in quella di Brescia: perché, sendosi quella  terra  ribellata  da’  Franciosi,  e  tenendosi  ancora  per  il  re  di  Francia  la fortezza, avevano i Viniziani, per sostenere l’impeto che da quella potesse venire nella terra, munita tutta la strada d’artiglierie, che dalla fortezza alla città scendeva, e postene a fronte e ne’ fianchi, ed in ogni altro luogo opportuno. Delle quali monsignor di Fois non fece alcuno conto; anzi, quello con  il  suo  squadrone,  disceso  a  piede,  passando  per  il  mezzo  di  quelle, occupò la città, né per quelle si sentì ch’egli avesse ricevuto alcuno memorabile danno. Talché, chi si difende in una terra piccola, come è detto, e truovisi le mura in terra, e non abbia spazio da ritirarsi con i ripari e con fossi ed abbiasi a fidare in su le artiglierie, si perde subito. Se tu difendi una terra grande, e che tu abbia commodità di ritirarti, sono nondimanco sanza comparazione più  utili le artiglierie a chi è di fuori, che a chi è dentro. Prima, perché, a volere che una artiglieria nuoca a quegli che sono di fuora, tu se’ necessitato levarti con essa dal piano della terra; perché, stando in sul piano, ogni poco d’argine e di riparo che il nimico faccia, rimane sicuro, e tu non gli puoi nuocere. Tanto che, avendoti a alzare, e tirarti in sul corridoio delle mura, o in qualunque modo levarti da terra, tu ti tiri dietro due difficultà: la prima, che tu non puoi condurvi artiglierie della grossezza e
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
peggiare le terre tue amiche, impedirti le vettovaglie, tanto che tu sarai forzato da qualche necessità a disalloggiare, e venire a giornata; dove le artiglierie,  come  di  sotto  si  dirà,  non  operano  molto.  Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i Romani, e veggendo come ei feciono quasi tutte le loro guerre per offendere altrui e non per difendere loro, si vedrà, quando siano vere le cose dette di sopra, come quelli arebbono avuto più vantaggio, e più presto arebbono fatto i loro acquisti, se le fossono state in quelli tempi. Quanto alla seconda cosa, che gli uomini non possono mostrare la virtù loro, come ei potevano anticamente, mediante l’artiglieria; dico ch’egli è vero, che, dove gli uomini spicciolati si hanno a mostrare, che ei portano più pericoli che allora, quando avessono a scalare una terra, o fare simili assalti, dove gli uomini non ristretti insieme ma di per sé l’uno dall’altro avessono a comparire. E’ vero ancora, che gli capitani e capi degli eserciti stanno sottoposti più a il pericolo della morte che allora, potendo essere aggiunti con le artiglierie in ogni luogo; né giova loro lo essere nelle ultime squadre,  e  muniti  di  uomini  fortissimi.  Nondimeno  si  vede  che  l’uno  e l’altro di questi dua pericoli fanno rade volte danni istraordinari: perché le terre munite bene non si scalano, né si va con assalti deboli ad assaltarle; ma, a volerle espugnare, si riduce la cosa a una ossidione, come anticamente si faceva. Ed in quelle che pure per assalto si espugnano, non sono molto maggiori i pericoli che allora: perché non mancavano anche in quel tempo, a chi difendeva le terre, cose da trarre; le quali, se non erano così furiose, facevano, quanto allo ammazzare gli uomini, il simile effetto. Quanto alla morte de’ capitani e condottieri, ce ne sono, in ventiquattro anni che sono state le guerre ne’ prossimi tempi in Italia, meno esempli che non era in dieci anni di tempo appresso agli antichi. Perché, dal conte Lodovico della Mirandola,  che  morì  a  Ferrara  quando  i  Viniziani,  pochi  anni  sono, assaltarono quello stato, ed il Duca di Nemors, che morì alla Cirignuola, in fuori, non è occorso che d’artiglierie ne sia morto alcuno; perché monsignore di Fois a Ravenna morì di ferro, e non di fuoco.  Tanto che, se gli uomini non dimostrano particularmente la loro virtù, nasce, non dalle artiglierie, ma dai cattivi ordini e dalla debolezza degli eserciti; i quali, mancando di virtù nel tutto, non la possono mostrare nella parte. Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa venire alle mani, e che la guerra si condurrà tutta in su l’artiglierie, dico questa opinio-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
dubbio non arebbero fatto più cattiva prova che le fortezze. Conchiudo adunque, che, per tenere la patria propria, la fortezza è dannosa; per tenere le terre che si acquistono, le fortezze sono inutili: e voglio mi basti l’autorità de’ Romani, i quali, nelle terre che volevano tenere con violenza, smuravano, e non muravano. E chi contro a questa opinione mi allegasse negli antichi tempi Taranto, e ne’ moderni Brescia, i quali luoghi mediante le fortezze furono recuperati dalla ribellione de’ sudditi, rispondo che alla ricuperazione di Taranto, in capo di uno anno, fu mandato Fabio Massimo con tutto lo esercito, il quale sarebbe stato atto a ricuperarlo eziandio se non vi fusse stata la fortezza, e se Fabio usò quella via, quando la non vi fusse stata, ne arebbe usata un’altra che arebbe fatto il medesimo effetto. Ed io non so di che utilità sia una fortezza che, a renderti la terra, abbia bisogno, per la ricuperazione d’essa, d’uno esercito consolare e d’uno Fabio Massimo per capitano.  E  che  i  Romani  l’avessono  ripresa  in  ogni  modo,  si  vede  per l’esemplo di Capova; dove non era fortezza,  e per virtù dello esercito la riacquistarono. Ma vegnamo a Brescia. Dico, come rade volte occorre quello che occorse in quella rebellione, che la fortezza che rimane nelle forze tua, sendo ribellata la terra, abbi uno esercito grosso e propinquo, come era quel de’ Franciosi: perché, sendo monsignor di Fois, capitano del re, con lo esercito a Bologna, intesa la perdita di Brescia, sanza differire ne andò a quella  volta,  ed  in  tre  giorni  arrivato  a  Brescia,  per  la  fortezza  riebbe  la terra. Ebbe, pertanto, ancora la fortezza di Brescia, a volere che la giovasse, bisogno d’un monsignor di Fois, e d’uno esercito francioso che in tre dì la soccorresse. Sì che lo esemplo di questo, allo incontro delli esempli contrari, non basta; perché assai fortezze sono state, nelle guerre de’ nostri tempi, prese e riprese con la medesima fortuna che si è ripresa e presa la campagna, non solamente in Lombardia, ma in Romagna, nel regno di Napoli, e per tutte le parti d’Italia. Ma, quanto allo edificare fortezze per difendersi da’ nimici di fuori, dico che le non sono necessarie a quelli popoli ed a quelli regni che hanno buoni eserciti; ed a quegli che non hanno buoni eserciti, sono inutili: perché i buoni eserciti sanza le fortezze sono sofficienti a difendersi; le fortezze sanza i buoni eserciti non ti possono difendere. E questo si vede per isperienza di quegli che sono stati e ne’ governi e nell’altre cose tenuti eccellenti; come si vede de’ Romani e degli Spartani: che, se i Romani non edificavano fortezze, gli Spartani, non solamente si astenevano da quelle, ma non permettevano di avere mura alle loro città; perché
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
XLIV È si ottiene con l’impeto e con l’audacia molte volte quello che con modi ordinarii non si otterrebbe mai. Essendo i Sanniti assaltati dallo esercito di Roma, e non potendo con lo esercito loro stare alla campagna a petto ai Romani, diliberarono lasciare guardate le terre in Sannio e di passare con tutto lo esercito loro in Toscana, la quale era in triegua con i Romani; e vedere, per tale passata, se ei potessono con la presenzia dello esercito loro indurre i Toscani a ripigliare l’armi; il che avevano negato ai loro ambasciadori. E nel parlare che feciono i Sanniti ai Toscani, nel mostrare, massime, qual cagione gli aveva indotti a pigliare l’armi, usarono uno termine notabile, dove dissono:  “rebellasse, quod pax servientibus gravior, quam liberis bellum esset”. E così, parte con le persuasioni, parte con la presenza dello esercito loro, gl’indussono a ripigliare l’armi. Dove è da notare che quando uno principe desidera ottenere una cosa da uno altro, debbe, se la occasione lo patisce, non gli dare spazio a diliberarsi, e fare in modo che vegga la necessità della presta diliberazione; la quale è quando colui che è domandato vede che dal negare o dal differire ne nasca una subita e pericolosa indegnazione. Questo termine si è veduto bene usare ne’ nostri tempi da papa Iulio con  i  Franciosi,  e  da  monsignore  di  Fois  capitano  del  re  di  Francia  col marchese di Mantova: perché papa Iulio, volendo cacciare i Bentivogli di Bologna, e giudicando, per questo, avere bisogno delle forze franciose, e che i Viniziani stessono neutrali; ed avendone ricerco l’uno e l’altro, e traendo da loro risposta dubbia e varia; diliberò col non dare loro tempo fare venire  l’uno  e  l’altro  nella  sentenza  sua:  e  partitosi  da  Roma  con  quelle tante genti ch’ei poté raccozzare, ne andò verso Bologna; ed ai  Viniziani mandò a dire che stessono neutrali, ed al re di Francia, che gli mandasse le forze. Talché, rimanendo tutti distretti dal poco spazio di tempo, e veggendo come  nel  papa  doveva  nascere  una  manifesta  indegnazione  differendo  o negando, cederono alle voglie sue, ed il re gli mandò aiuto, ed i Viniziani si stettono  neutrali.  Monsignor  di  Fois,  ancora,  essendo  con  lo  esercito  in Bologna,  ed  avendo  intesa  la  ribellione  di  Brescia,  e  volendo  ire  alla ricuperazione di quella, aveva due vie; l’una per il dominio del re, lunga e tediosa; l’altra, breve, per il dominio di Mantova: e non solamente era necessitato passare per il dominio di quel marchese, ma gli conveniva entrare
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Capitolo XXVII Nel mezzo del timore di questi moti, Federigo III imperadore passò in Italia per coronarsi, e a dì 30 di gennaio, nel 1451, entrò in Firenze con mille cinquecento cavagli, e fu da quella Signoria onoratissimamente ricevuto; e stette in quella città infino a dì 6 di febbraio, che quello partì per ire a Roma alla sua coronazione. Dove solennemente coronato, e celebrate le nozze con la imperadrice, la quale per mare era venuta a Roma, se ne ritornò nella Magna; e di maggio passò di nuovo per Firenze, dove gli furono fatti i medesimi onori che alla venuta sua. E nel ritornarsene, sendo stato dal marchese di Ferrara benificato, per ristorare quello, gli concesse Modena e Reggio. Non mancorono i Fiorentini, in questo medesimo tempo, di prepararsi alla imminente guerra, e per dare reputazione a loro e terrore al nimico, feciono, eglino e il Duca, lega con il re di Francia per difesa de’ comuni  stati;  la  quale  con  grande  magnificenza  e  letizia  per  tutta  Italia publicorono.  Era  venuto  il  mese  di  maggio  dell’anno  1452,  quando  ai Viniziani non parve da differire più di rompere la guerra al Duca, e con sedici mila cavagli e sei mila fanti, dalla parte di Lodi lo assalirono; e nel medesimo tempo il marchese di Monferrato, o per sua propria ambizione, o spinto da’ Viniziani, ancora lo assalì dalla parte di Alessandria. Il Duca dall’altra parte aveva messo insieme diciotto mila cavalli e tre mila fanti, e avendo proveduto Alessandria e Lodi di gente, e similmente muniti tutti i luoghi dove i nimici lo potessino offendere, assalì con le sue genti il Bresciano, dove fece a’ Viniziani danni grandissimi; e da ciascuna parte si predava il paese, e le deboli ville si saccheggiavano. Ma sendo rotto il marchese di Monferrato ad Alessandria dalle genti del Duca, potette quello, di poi, con maggiori forze opporsi a’ Viniziani e il paese loro assalire. Capitolo XXVIII Travagliandosi per tanto la guerra di Lombardia con varii ma deboli accidenti e poco degni di memoria, in Toscana nacque medesimamente la guerra del re Alfonso e de’ Fiorentini, la quale non si maneggiò con maggiore virtù né con maggiore pericolo che si maneggiasse quella di Lombardia.  Venne in Toscana Ferrando, figliuolo non legittimo di Alfonso, con dodici mila soldati, capitaneati da Federigo signore di Urbino. La prima loro impresa fu ch’eglino assalirono Foiano in Val di Chiana; perché, avendo amici i Sanesi, entrorono da quella parte nello imperio fiorentino. Era il
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Come il posso io fare, standomi sopra? Ci mancano vie da farlo saltare! Mostratemene una. Eccola.  Mentre  egli  ti  gualca,  piagni,  diventa  ritrosa,  non  ti  movere, ammutisci; e se ti domanda ciò che tu hai, rugnisci pure; e ciò facendo, è forza che si fermi e dicati: “Cor mio, fovvi io male? avete voi dispiacer del piacer che io mi piglio?”; e tu a lui: “Vecchietto caro, io vorrei...” (e qui finisci); ed egli dirà: “Che?”; e tu pur mugola; a la fine, tra parole e cenni, chiariscilo che vuoi correre una lancia a la giannetta. Or fate conto che io sia dove voi dite. Se tu sei con la fantasia a far quel che io vorrei che tu facessi, acconciati bene adagio; e acconcia che sei, fasciagli il collo con le braccia e bascialo dieci volte in un tratto; e preso che gli arai il pistello con mano, stringegnelo tanto che si finisca di imbizzarrire: e infocato ch’egli è, ficcatelo nel mozzo e spigneti inver lui tutta tutta; e qui ti ferma e bascialo; stata un nonnulla, sospira a la infoiata e dì: “Se io faccio, farete?”; lo stallone risponderà con voce incazzita: “Sì, speranza”; e tu, non altrimenti che il suo spuntone fosse il fuso e la tua sermollina la ruota dove ella si rivolge, comincia a girarti; e s’egli accenna di fare, ritienti dicendo: “Non anco, vita mia”: e datogli una stoccatina in bocca con la lingua, non ischiodando punto de la chiave che è ne la serratura, rispigni, rimena e rificca; e piano e forte, e dando di punta e di taglio, tocca i tasti da paladina. E per istroncarla, io vorrei che facendo quella faccenda tu facessi di quelli azzichetti che fanno coloro che giuocano al calcio mentre hanno il pallone in mano: i quali schermiscano con artificio e, mostrando di voler correre or qua or là, furano tanto di tempo che, senza esser impacciati da chi gli è contra, danno il colpo come gli piace. Voi mi ammonite ne la onestade, e poi mi ammaestrate ne le disonestà a la sbracata. Io non esco dei gangari punto, e vo’ che tu sia tanto puttana in letto quanto donna da bene altrove: e fà che non si possa imaginar carezza che non facci a chi dorme teco; e stà sempre in su le vedette, grattandolo dove gli dole. Ah! ah! ah! Di che ridete voi? Rido de la scusa che hanno trovata coloro ai quali non si rizza la coda. Che scusa è questa?
Dialogo di Pietro Aretino
Baionacci. In gran pelago si arrischia di notare chi diventa puttana per cavarsi la foiaccia e  non  la  fame:  chi  vuole  uscir  di  cenci,  dico,  chi  vuol  distrigarsi  dagli stracci,sia saviolina, e non vada zanzeoni coi fatti né con le parole. Eccoti una comparazioncina calda calda: perché io favello a la improvisa, e non istiracchio con gli argani le cose che io dico in un soffio, e non in cento anni  come  fanno  alcune  stracca-maestri  che  gli  insegnano  a  fare  i  libri, togliendo a vittura il “dirollovi’, il “farollovi’ e il “cacarollovi’, facendo le comedie con detti più stitichi che la stitichezza; e perciò ognuno corre a vedere il mio cicalare, mettendolo ne le stampe come il Verbum caro. A la comperazioncina. Un soldato che è valente in isgallinare i pollai dei villani e in dilungare i canonici dei prigioni solamente, passa per poltrone e a malo stento ha la paga: così mi dice un de la guardia; dice anco che chi combatte e fa de le prove, è cercato da tutte le guerre e da tutti i soldi del mondo. E così una puttana  che  sa  farsi  lavorare  e  non  altro,  non  esce  mai  d’un  ventaglio spennacchiato e d’una vesticciuola di ser ermisino. Sì che, figliuola, o arte o sorte bisogna: e quando io avessi a chiedere a bocca, non ti nego che io non volessi più tosto sorte che arte. Perché? Perché ne la sorte non è fatica niuna; ma ne l’arte si suda, ed è forza strolagare e viver d’ingegno, come mi pare aver detto. E che sia il vero che ne la sorte non ci sia scropoli, guarda quella furfanta gaglioffa lendinosa de la tu-m’intendi, e chiarisciti. O non è ella ricca a macca? E perciò ti dico: ella non ha grazia, non ha vertù, non ha fattezza niuna che le stia bene a dosso; non ha persona, è goffa, passa la trentina: e con tutto questo par che ella ci abbia il mèle, sì le corre ognun drieto. Sorte, ah? sorte,
Dialogo di Pietro Aretino