flutto

[flùt-to]
In sintesi
onda del mare; movimento delle onde
← dal lat. flŭctu(m), deriv. di fluĕre ‘fluire’.
s.m.

Onda del mare: lo scroscio dei flutti contro la scogliera; essere travolto dai flutti || estens., poet. Mare: remoto f. (Parini)

Citazioni
Alle volte, una cagione momentanea può fare un’impressione che par che deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, e l’animo si muta, allora...” “No, no,” rispose precipitosamente Gertrude: “la cagione è quella che le ho detto.” Il vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che per la persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande; ma Gertrude era determinata d’ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le cagionava il pensiero di render consapevole della sua debolezza quel grave e dabben prete, che pareva così lontano dal sospettar tal cosa di lei; la poveretta pensava poi anche ch’egli poteva bene impedire che si facesse monaca; ma lì finiva la sua autorità sopra di lei, e la sua protezione. Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col principe. E qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa il buon prete non n’avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con tutta la sua buona intenzione, non avrebbe potuto far altro che aver compassione di lei, quella compassione tranquilla e misurata, che, in generale, s’accorda, come per cortesia, a chi abbia dato cagione o pretesto al male che gli fanno. L’esaminatore fu prima stanco d’interrogare, che la sventurata di mentire: e, sentendo quelle risposte sempre conformi, e non avendo alcun motivo di dubitare della loro schiettezza, mutò finalmente linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo, scusa d’aver tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva più atto a confermarla nel buon proposito; e si licenziò. Attraversando le sale per uscire, s’abbatté nel principe, il quale pareva che passasse di là a caso; e con lui pure si congratulò delle buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola. Il principe era stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella notizia, respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano. Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per ordine, i sentimenti dell’animo suo in tutto quel tempo: sarebbe una storia di dolori e di fluttuazioni, troppo monotona, e troppo somigliante alle cose già dette. L’amenità de’ luoghi, la varietà degli oggetti, quello svago che pur trovava nello scorrere in qua e in là all’aria aperta, le rendevan più odiosa l’idea del luogo dove alla fine si smonterebbe per l’ultima volta, per sempre. Più pungenti ancora eran l’impressioni che riceveva nelle conversazioni e nelle feste.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Morte”, gridava irrevocando editto. La coronata e la mitrata stizza 605 L’avean col sangue d’innocenti scritto. Intanto a mille eroi l’anima schizza Dal gorgozzule oppresso, e brancolando Il tronco informe su l’arena guizza. Anelando fremendo mugolando 610 Gli spirti uscien da’ straziati tronchi, Non il lor danno ma il comun plorando. Ivi sorgean duo smisurati tronchi, Cui l’adunato sangue era lavacro, E d’intorno eran membri e capi cionchi. 615 Quinci era il tronco infame a morte sacro, Irto e spumoso di sanguigna gruma, Quindi stava di Cristo il simulacro; E il percotea la fluttuante schiuma, Che fea del sangue e de la tabe il lago, 620 Che ferve e bolle e orrendamente fuma. Fiero portento allor si vide, un vago Spettro spinto da voglia empia ed infame, Lieto aggirarsi intorno al tristo brago. Avidamente pria fiutò ‘l carname, 625 E rallegrossi, e poi con un sogghigno Guatò de’ semivivi il bulicame.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Interpretazione delle leggi Quarta conseguenza. Nemmeno l’autorità d’interpetrare le leggi penali può risedere presso i giudici criminali per la stessa ragione che non sono legislatori. I giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d’ubbidire, ma le ricevono dalla vivente società, o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo depositario dell’attuale risultato della volontà di tutti; le ricevono non come obbligazioni d’un antico giuramento, nullo, perchè legava volontà non esistenti, iniquo, perchè riduceva gli uomini dallo stato di società allo stato di mandra, ma come effetti di un tacito o espresso giuramento, che le volontà riunite dei viventi sudditi hanno fatto al sovrano, come vincoli necessari per frenare e reggere l’intestino fermento degl’interessi particolari. Quest’è la fisica e reale autorità delle leggi. Chi sarà dunque il legittimo interpetre della legge? Il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti, o il giudice, il di cui ufficio è solo l’esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un’azione contraria alle leggi? In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore  dev’essere  la  legge  generale,  la  minore  l’azione  conforme  o  no  alla legge, la conseguenza la libertà o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all’incertezza. Non  v’è  cosa  più  pericolosa  di  quell’assioma  comune  che  bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che sembra un paradosso alle menti volgari, più percosse da un piccol disordine presente che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno una reciproca connessione; quanto più sono complicate, tanto più numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll’offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de’ miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell’attuale fermento degli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
pene e dei delitti, avremmo una probabile e comune misura dei gradi di tirannia e di libertà, del fondo di umanità o di malizia delle diverse nazioni. Qualunque azione non compresa tra i due sovraccennati limiti non può essere chiamata  delitto, o punita come tale, se non da coloro che vi trovano il loro interesse nel così chiamarla. La incertezza di questi limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che contradice alla legislazione; più attuali  legislazioni  che  si  escludono  scambievolmente;  una  moltitudine  di leggi che espongono il più saggio alle pene più rigorose, e però resi vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virtù, e però nata l’incertezza della propria esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici. Chiunque leggerà con occhio filosofico i codici delle nazioni e i loro annali, troverà quasi sempre i nomi di vizio e di virtù, di buon cittadino o di reo cangiarsi colle rivoluzioni dei secoli, non in ragione delle mutazioni che accadono nelle circostanze dei paesi, e per conseguenza sempre conformi all’interesse comune, ma in ragione delle passioni e degli errori che successivamente agitarono i differenti legislatori.  Vedrà bene spesso che le passioni di un secolo sono la base della morale dei secoli futuri, che le passioni forti, figlie del fanatismo e dell’entusiasmo, indebolite e rose, dirò così, dal tempo, che riduce  tutti  i  fenomeni  fisici  e  morali  all’equilibrio,  diventano  a  poco  a poco la prudenza del secolo e lo strumento utile in mano del forte e dell’accorto. In questo modo nacquero le oscurissime nozioni di onore e di virtù, e tali sono perchè si cambiano colle rivoluzioni del tempo che fa sopravvivere i nomi alle cose, si cambiano coi fiumi e colle montagne che sono bene spesso i confini, non solo della fisica, ma della morale geografia. Se il piacere e il dolore sono i motori degli esseri sensibili, se tra i motivi che spingono gli uomini anche alle più sublimi operazioni, furono destinati dall’invisibile legislatore il premio e la pena, dalla inesatta distribuzione di queste ne nascerà quella tanto meno osservata contradizione, quanto più comune, che le pene puniscano i delitti che hanno fatto nascere. Se una pena uguale è destinata a due delitti che disugualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un più forte ostacolo per commettere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Dell’onore V’è una contradizione rimarcabile fralle leggi civili, gelose custodi più d’ogni altra cosa del corpo e dei beni di ciascun cittadino, e le leggi di ciò che chiamasi onore, che vi preferisce l’opinione. Questa parola onore è una di quelle che ha servito di base a lunghi e brillanti ragionamenti, senza attaccarvi veruna idea fissa e stabile. Misera condizione delle menti umane che le lontanissime e meno importanti idee delle rivoluzioni dei corpi celesti sieno con più distinta cognizione presenti che le vicine ed importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse secondo che i venti delle passioni le sospingono e l’ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirà l’apparente paradosso se si consideri che come gli oggetti troppo vicini agli occhi si confondono, così la troppa vicinanza delle idee morali fa che facilmente si rimescolino le moltissime idee semplici che le compongono, e ne confondano le linee di separazione necessarie allo spirito geometrico  che  vuol  misurare  i  fenomeni  della  umana  sensibilità.  E  scemerà  del tutto la maraviglia nell’indifferente indagatore delle cose umane, che sospetterà non esservi per avventura bisogno di tanto apparato di morale, nè di tanti legami per render gli uomini felici e sicuri. Quest’onore dunque è una di quelle idee complesse che sono un aggregato non solo d’idee semplici, ma d’idee parimente complicate, che nel vario affacciarsi alla mente ora ammettono ed ora escludono alcuni de’ diversi elementi che le compongono; nè conservano che alcune poche idee comuni, come più quantità complesse algebraiche ammettono un comune divisore. Per trovar questo comune divisore nelle varie idee che gli uomini si formano dell’onore è necessario gettar rapidamente un colpo d’occhio sulla formazione delle società. Le prime leggi e i primi magistrati nacquero dalla necessità di riparare ai disordini del fisico dispotismo di ciascun uomo; questo fu il fine institutore della società, e questo fine primario si è sempre conservato, realmente o in apparenza, alla testa di tutti i codici, anche distruttori; ma l’avvicinamento degli uomini e il progresso delle loro cognizioni hanno fatto nascere una infinita serie di azioni e di bisogni vicendevoli gli uni verso gli altri, sempre superiori alla providenza delle leggi ed inferiori all’attuale potere di ciascuno. Da quest’epoca cominciò il dispotismo della opinione, che era l’unico mezzo di ottenere dagli altri quei beni, e di allontanarne quei mali, ai quali le leggi non erano sufficienti a provvedere. E l’opinione è quella che tormenta il saggio ed il volgare, che ha messo in credito l’apparenza della virtù al di sopra della virtù stessa, che fa diventar Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Ma, Dio buono, come, se ella si muove trasversalmente, la veggo io muoversi rettamente e perpendicolarmente? questo è pure un negare il senso manifesto; e se non si deve credere al senso, per qual altra porta si deve entrare a filosofare? Rispetto alla Terra, alla torre e a noi, che tutti di conserva ci moviamo, col moto diurno, insieme con la pietra, il moto diurno è come se non fusse, resta insensibile, resta impercettibile, è senza azione alcuna, e solo ci resta osservabile  quel  moto  del  quale  noi  manchiamo,  che  è  il  venire  a  basso lambendo  la  torre.  Voi  non  sete  il  primo  che  senta  gran  repugnanza  in apprender questo nulla operar il moto tra le cose delle quali egli è comune. Ora mi sovviene di certo mio fantasticamento, che mi passò un giorno per l’immaginativa mentre navigava nel viaggio di Aleppo, dove andava consolo della nostra nazione; e forse potrebb’esser di qualche aiuto, per esplicar questo nulla operare del moto comune ed esser come se non fusse per tutti i participanti di quello: e voglio, se così piace al signor Simplicio, discorrer seco quello che allora fantasticava da me solo. La novità delle cose che sento mi fa curioso, non che tollerante, di ascoltare: però dite pure. Se la punta di una penna da scrivere, che fusse stata in nave per tutta la mia navigazione da Venezia sino in Alessandretta, avesse avuto facultà di lasciar visibil segno di tutto il suo viaggio, che vestigio, che nota, che linea avrebb’ella lasciata? Avrebbe lasciato una linea distesa da Venezia sin là, non perfettamente diritta o, per dir meglio, distesa in perfetto arco di cerchio, ma dove più e dove meno flessuosa, secondo che il vassello fusse andato or più or meno fluttuando; ma questo inflettersi in alcuni luoghi un braccio o due, a destra o a sinistra, in alto o a basso, in una lunghezza di molte centinaia di miglia piccola alterazione arebbe arrecato all’intero tratto della linea, sì che a pena sarebbe stato sensibile, e senza error di momento si sarebbe potuta chiamare una parte d’arco perfetto. Sì che il vero, vero, verissimo moto di quella punta di penna sarebbe anco stato  un  arco  di  cerchio  perfetto,  quando  il  moto  del  vassello,  tolta  la fluttuazion dell’onde, fusse stato placido e tranquillo. E se io avessi tenuta continuamente quella medesima penna in mano, e solamente l’avessi talvolta mossa un dito o due in qua o in là, qual alterazione arei io arrecata a quel suo principale e lunghissimo tratto? Minore di quella che arrecherebbe a una linea retta lunga mille braccia il declinar in varii luoghi dall’assoluta rettitudine quanto è un occhio di pulce. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
di velocità, un sol grado, onde glie ne rimanevano nove, mentre volava; e quando si fusse posato in terra, gli ritornavano i dieci comuni, a i quali co ‘l volar verso levante poteva aggiugnerne uno, e con li undici ritornar su la torre: ed in somma, se noi ben considereremo e più intimamente contempleremo  gli  effetti  del  volar  de  gli  uccelli,  non  differiscono  in  altro  da  i proietti verso tutte le parti del mondo, salvo che nell’esser questi mossi da un proiciente esterno, e quelli da un principio interno. E qui, per ultimo sigillo della nullità di tutte le esperienze addotte, mi par tempo e luogo di mostrar il modo di sperimentarle tutte facilissimamente. Riserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco un gran vaso d’acqua, e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto a basso: e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza; i pesci si vedranno andar notando indifferentemente per tutti i versi; le stille cadenti entreranno tutte nel vaso sottoposto; e voi, gettando all’amico alcuna cosa, non più gagliardamente la dovrete gettare verso quella parte che verso questa, quando le lontananze sieno eguali; e saltando voi, come si dice, a piè giunti, eguali spazii passerete verso tutte le parti. Osservate che avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia che mentre il vassello sta fermo non debbano succeder così, fate muover la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima  mutazione  in  tutti  li  nominati  effetti,  né  da  alcuno  di quelli potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma: voi saltando passerete nel tavolato i medesimi spazii che prima, né, perché la nave si muova velocissimamente, farete maggior salti verso la poppa che verso la prua, benché, nel tempo che voi state in aria, il tavolato sottopostovi scorra verso la parte contraria al vostro salto; e gettando alcuna cosa al compagno, non con più forza bisognerà tirarla, per arrivarlo, se egli sarà verso la prua e voi verso poppa, che se voi fuste situati per l’opposito; le gocciole cadranno come prima nel vaso inferiore, senza caderne pur una verso poppa, benché, mentre la gocciola è per aria, la nave scorra molti palmi; i pesci nella lor acqua  non  con  più  fatica  noteranno  verso  la  precedente  che  verso  la sussequente parte del vaso, ma con pari agevolezza verranno al cibo posto su qualsivoglia luogo dell’orlo del vaso; e finalmente le farfalle e le mosche continueranno  i  lor  voli  indifferentemente  verso  tutte  le  parti,  né  mai accaderà che si riduchino verso la parete che riguarda la poppa, quasi che fussero stracche in tener dietro al veloce corso della nave, dalla quale per lungo tempo, trattenendosi per aria, saranno state separate; e se abbruciando Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Questi  discorsi  m’hanno  racconciato  alquanto  lo  stomaco,  il  quale  quei pesci e quelle lumache in parte mi avevano conturbato; ed il primo m’ha fatto  sovvenire  la  correzione  d’un  errore,  il  quale  ha  tanto  apparenza  di vero, che non so se di mille uno non l’ammettesse perindubitato. E questo fu, che navigando in Soria, e trovandomi un telescopio assai buono, statomi donato dal nostro comune amico, che non molti giorni avanti l’aveva investigato,  proposi  a  quei  marinari  che  sarebbe  stato  di  gran  benefizio nella navigazione l’adoperarlo su la gaggia della nave per iscoprir vasselli da lontano e riconoscergli: fu approvato il benefizio, ma opposta la difficultà del poterlo usare mediante il continuo fluttuar della nave, e massime in su la cima dell’albero, dove l’agitazione è tanto maggiore, e che meglio sarebbe stato chi l’avesse potuto adoperare al piede, dove tal movimento è minore che in qualsivoglia altro luogo del vassello. Io (non voglio ascondere l’error
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io sarei stato compagno de i marinari ed anche vostro, su ‘l principio. Ed io parimente sarei stato, e sono ancora; né crederei co ‘l pensarvi cent’anni intenderla altrimenti. Potrò  dunque  io  questa  volta  farvi  a  tutti  due  (come  si  dice)  il  maestro addosso: e perché il proceder per interrogazioni mi par che dilucidi assai le cose, oltre al gusto che si ha dello scalzare il compagno, cavandogli di bocca quel che non sapeva di sapere, mi servirò di tale artifizio. E prima io suppongo che le navi, fuste o altri legni, che si cerca di scoprire e riconoscere, sieno lontani assai, cioè 4, 6, 10 o 20 miglia, perché per riconoscer i vicini non c’è bisogno d’occhiali; ed in conseguenza il telescopio può, in tanta distanza di 4 o 6 miglia, comodamente scoprire tutto ‘l vassello, ed anco machina assai maggiore. Ora io domando, quali in ispezie e quanti in numero  siano  i  movimenti  che  si  fanno  nella  gaggia,  dependenti  dalla fluttuazion della nave. Figuriamoci che la nave vadia verso levante: prima, nel mar tranquillissimo, non ci sarebbe altro moto che questo progressivo; ma aggiunta l’agitazion dell’onde, ce ne sarà uno che, alzando ed abbassando vicendevolmente la poppa e la prua, fa che la gaggia inclina innanzi e indietro altre onde, facendo andare il vassello alla banda, piegano l’albero a destra e a sinistra; altre posson girare alquanto la nave e farla defletter, diremo con l’artimone, dal dritto punto orientale or verso greco or verso sirocco; altre, sollevando per di sotto la carina, potrebber far che la nave, senza deflettere, solamente si alzasse ed abbassasse: ed in somma parmi che in spezie questi movimenti sien due, uno, cioè, che muta per angolo la direzion del telescopio, e l’altro che la muta, diremo, per linea, senza mutar angolo, cioè mantenendo sempre la canna dello strumento parallela a se stessa. Ditemi appresso: se noi, avendo prima drizzato il telescopio là a quella torre di Burano, lontana di qua sei miglia, lo piegassimo per angolo a destra o a sinistra,  o  vero  in  su  o  in  giù,  solamente  quanto  è  un  nero d’ugna,  che effetto ci farebbe circa l’incontrar essa torre? Ce la farebbe immediate sparir dalla vista, perché una tal declinazione, benché piccolissima qui, puòimportar là le centinaia e le migliaia delle braccia.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Nessun pugna per te? non ti difende Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo Combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco Agl’italici petti il sangue mio. Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi E di carri e di voci e di timballi: In estranie contrade Pugnano i tuoi figliuoli. Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi, Un fluttuar di fanti e di cavalli, E fumo e polve, e luccicar di spade Come tra nebbia lampi. Né ti conforti? e i tremebondi lumi Piegar non soffri al dubitoso evento? A che pugna in quei campi L’itala gioventude? O numi, o numi: Pugnan per altra terra itali acciari. Oh misero colui che in guerra è spento, Non per li patrii lidi e per la pia Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui Per altra gente, e non può dir morendo: Alma terra natia, La vita che mi desti ecco ti rendo. Oh venturose e care e benedette L’antiche età, che a morte Per la patria correan le genti a squadre; E voi sempre onorate e gloriose, O tessaliche strette, Dove la Persia e il fato assai men forte Fu di poch’alme franche e generose! Io credo che le piante e i sassi e l’onda E le montagne vostre al passeggere Con indistinta voce
Canti di Giacomo Leopardi
Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce L’italo canto. E pur men grava e morde Il mal che n’addolora Del tedio che n’affoga. Oh te beato, A cui fu vita il pianto! A noi le fasce Cinse il fastidio; a noi presso la culla Immoto siede, e su la tomba, il nulla. Ma tua vita era allor con gli astri e il mare, Ligure ardita prole, Quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti Cui strider l’onde all’attuffar del sole Parve udir su la sera, agl’infiniti Flutti commesso, ritrovasti il raggio Del Sol caduto, e il giorno Che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo; E rotto di natura ogni contrasto, Ignota immensa terra al tuo viaggio Fu gloria, e del ritorno Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto L’etra sonante e l’alma terra e il mare Al fanciullin, che non al saggio, appare.
Canti di Giacomo Leopardi
Natura stessa: e là dove l’insano Costume ai forti errori esca non porse, Negli ozi oscuri e nudi Mutò la gente i gloriosi studi. 40 Tempo forse verrà ch’alle ruine Delle italiche moli Insultino gli armenti, e che l’aratro Sentano i sette colli; e pochi Soli Forse fien volti, e le città latine Abiterà la cauta volpe, e l’atro Bosco mormorerà fra le alte mura; Se la funesta delle patrie cose Obblivion dalle perverse menti Non isgombrano i fati, e la matura Clade non torce dalle abbiette genti Il ciel fatto cortese Dal rimembrar delle passate imprese. Alla patria infelice, o buon garzone, Sopravviver ti doglia. Chiaro per lei stato saresti allora Che del serto fulgea, di ch’ella è spoglia, Nostra colpa e fatal. Passò stagione; Che nullo di tal madre oggi s’onora: Ma per te stesso al polo ergi la mente. Nostra vita a che val? solo a spregiarla: Beata allor che ne’ perigli avvolta, Se stessa obblia, né delle putri e lente Ore il danno misura e il flutto ascolta; Beata allor che il piede Spinto al varco leteo, più grata riede.
Canti di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi    Canti Scendea ne’ caldi flutti, e dall’immonda Polve tergea della sanguigna caccia Il niveo lato e le verginee braccia. 40 Vissero i fiori e l’erbe, Vissero i boschi un dì. Conscie le molli Aure, le nubi e la titania lampa Fur dell’umana gente, allor che ignuda Te per le piagge e i colli, Ciprigna luce, alla deserta notte Con gli occhi intenti il viator seguendo, Te compagna alla via, te de’ mortali Pensosa immaginò. Che se gl’impuri Cittadini consorzi e le fatali Ire fuggendo e l’onte, Gl’ispidi tronchi al petto altri nell’ime Selve remoto accolse, Viva fiamma agitar l’esangui vene, Spirar le foglie, e palpitar segreta Nel doloroso amplesso Dafne o la mesta Filli, o di Climene Pianger credè la sconsolata prole Quel che sommerse in Eridano il sole. Né dell’umano affanno, Rigide balze, i luttuosi accenti Voi negletti ferìr mentre le vostre Paurose latebre Eco solinga, Non vano error de’ venti, Ma di ninfa abitò misero spirto, Cui grave amor, cui duro fato escluse Delle tenere membra. Ella per grotte, Per nudi scogli e desolati alberghi, Le non ignote ambasce e l’alte e rotte Nostre querele al curvo Etra insegnava. E te d’umani eventi Disse la fama esperto,
Canti di Giacomo Leopardi
Di colpe ignara e di lugubri eventi, Erma terrena sede! Oh quanto affanno Al gener tuo, padre infelice, e quale D’amarissimi casi ordine immenso Preparano i destini! Ecco di sangue Gli avari colti e di fraterno scempio Furor novello incesta, e le nefande Ali di morte il divo etere impara. Trepido, errante il fratricida, e l’ombre Solitarie fuggendo e la secreta Nelle profonde selve ira de’ venti, Primo i civili tetti, albergo e regno Alle macere cure, innalza; e primo Il disperato pentimento i ciechi Mortali egro, anelante, aduna e stringe Ne’ consorti ricetti: onde negata L’improba mano al curvo aratro, e vili Fur gli agresti sudori; ozio le soglie Scellerate occupò; ne’ corpi inerti Domo il vigor natio, languide, ignave Giacquer le menti; e servitù le imbelli Umane vite, ultimo danno, accolse. E tu dall’etra infesto e dal mugghiante Su i nubiferi gioghi equoreo flutto Scampi l’iniquo germe, o tu cui prima Dall’aer cieco e da’ natanti poggi Segno arrecò d’instaurata spene La candida colomba, e delle antiche Nubi l’occiduo Sol naufrago uscendo, L’atro polo di vaga iri dipinse. Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi Studi rinnova e le seguaci ambasce La riparata gente. Agl’inaccessi Regni del mar vendicatore illude Profana destra, e la sciagura e il pianto A novi liti e nove stelle insegna.
Canti di Giacomo Leopardi
Placida notte, e verecondo raggio Della cadente luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in su la rupe, Nunzio del giorno; oh dilettose e care Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato, Sembianze agli occhi miei; già non arride Spettacol molle ai disperati affetti. Noi l’insueto allor gaudio ravviva Quando per l’etra liquido si volve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de’ Noti, e quando il carro, Grave carro di Giove a noi sul capo, Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell’onda. Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta Infinita beltà parte nessuna Alla misera Saffo i numi e l’empia Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta, E dispregiata amante, alle vezzose Tue forme il core e le pupille invano Supplichevole intendo. A me non ride L’aprico margo, e dall’eterea porta Il mattutino albor; me non il canto De’ colorati augelli, e non de’ faggi Il murmure saluta: e dove all’ombra Degl’inchinati salici dispiega Candido rivo il puro seno, al mio Lubrico piè le flessuose linfe Disdegnando sottragge, E preme in fuga l’odorate spiagge.
Canti di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi    Canti 70 Colei che i nostri danni Ebber solo conforto, Velar di neri panni, Cinger d’ombra sì trista, E spaventoso in vista Più d’ogni flutto dimostrarci il porto? Già se sventura è questo Morir che tu destini A tutti noi che senza colpa, ignari, Né volontari al vivere abbandoni, Certo ha chi more invidiabil sorte 80 A colui che la morte Sente de’ cari suoi. Che se nel vero, Com’io per fermo estimo, Il vivere è sventura, Grazia il morir, chi però mai potrebbe, 85 Quel che pur si dovrebbe, Desiar de’ suoi cari il giorno estremo, Per dover egli scemo Rimaner di se stesso, Veder d’in su la soglia levar via 90 La diletta persona Con chi passato avrà molt’anni insieme, E dire a quella addio senz’altra speme Di riscontrarla ancora Per la mondana via; 95 Poi solitario abbandonato in terra, Guardando attorno, all’ore ai lochi usati Rimemorar la scorsa compagnia? Come, ahi, come, o natura, il cor ti soffre Di strappar dalle braccia 100 All’amico l’amico, Al fratello il fratello, La prole al genitore, All’amante l’amore: e l’uno estinto, L’altro in vita serbar? Come potesti
Canti di Giacomo Leopardi
Errai, candido Gino; assai gran tempo, E di gran lunga errai. Misera e vana Stimai la vita, e sovra l’altre insulsa La stagion ch’or si volge. Intolleranda Parve, e fu, la mia lingua alla beata Prole mortal, se dir si dee mortale L’uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno, Dall’Eden odorato in cui soggiorna, Rise l’alta progenie, e me negletto Disse, o mal venturoso, e di piaceri O incapace o inesperto, il proprio fato Creder comune, e del mio mal consorte L’umana specie. Alfin per entro il fumo De’ sigari onorato, al romorio De’ crepitanti pasticcini, al grido Militar, di gelati e di bevande Ordinator, fra le percosse tazze E i branditi cucchiai, viva rifulse Agli occhi miei la giornaliera luce Delle gazzette. Riconobbi e vidi La pubblica letizia, e le dolcezze Del destino mortal. Vidi l’eccelso Stato e il valor delle terrene cose, E tutto fiori il corso umano, e vidi Come nulla quaggiù dispiace e dura. Né men conobbi ancor gli studi e l’opre Stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto Saver del secol mio. Né vidi meno Da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo, E da Boston a Goa, correr dell’alma Felicità su l’orme a gara ansando Regni, imperi e ducati; e già tenerla O per le chiome fluttuanti, o certo Per l’estremo del boa. Così vedendo, E meditando sovra i larghi fogli Profondamente, del mio grave, antico Errore, e di me stesso, ebbi vergogna.
Canti di Giacomo Leopardi
145 Così fatti pensieri Quando fien, come fur, palesi al volgo, E quell’orror che primo Contra l’empia natura Strinse i mortali in social catena, 150 Fia ricondotto in parte Da verace saper, l’onesto e il retto Conversar cittadino, E giustizia e pietade, altra radice Avranno allor che non superbe fole, 155 Ove fondata probità del volgo Così star suole in piede Quale star può quel ch’ha in error la sede. Sovente in queste rive, Che, desolate, a bruno Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, Seggo la notte; e su la mesta landa In purissimo azzurro Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, Cui di lontan fa specchio Il mare, e tutto di scintille in giro Per lo vòto seren brillare il mondo. E poi che gli occhi a quelle luci appunto, Ch’a lor sembrano un punto, E sono immense, in guisa Che un punto a petto a lor son terra e mare Veracemente; a cui L’uomo non pur, ma questo Globo ove l’uomo è nulla, Sconosciuto è del tutto; e quando miro Quegli ancor più senz’alcun fin remoti Nodi quasi di stelle, Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo E non la terra sol, ma tutte in uno, Del numero infinite e della mole, Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
Canti di Giacomo Leopardi
Dal temuto bollor, che si riversa Dall’inesausto grembo Su l’arenoso dorso, a cui riluce Di Capri la marina E di Napoli il porto e Mergellina. E se appressar lo vede, o se nel cupo Del domestico pozzo ode mai l’acqua Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli, Desta la moglie in fretta, e via, con quanto Di lor cose rapir posson, fuggendo, Vede lontan l’usato Suo nido, e il picciol campo, Che gli fu dalla fame unico schermo, Preda al flutto rovente, Che crepitando giunge, e inesorato Durabilmente sovra quei si spiega. Torna al celeste raggio Dopo l’antica obblivion l’estinta Pompei, come sepolto Scheletro, cui di terra Avarizia o pietà rende all’aperto; E dal deserto foro Diritto infra le file Dei mozzi colonnati il peregrino Lunge contempla il bipartito giogo E la cresta fumante, Che alla sparsa ruina ancor minaccia. E nell’orror della secreta notte Per li vacui teatri, Per li templi deformi e per le rotte Case, ove i parti il pipistrello asconde, Come sinistra face Che per vòti palagi atra s’aggiri, Corre il baglior della funerea lava, Che di lontan per l’ombre Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Canti di Giacomo Leopardi
Scelto fu Rubatocchi a cui l’impero Si desse allor di mille topi e mille: Rubatocchi, che fu, come d’Omero Sona la tromba, di quel campo Achille. 165 Lungamente per lui sul lago intero Versàr vedove rane amare stille; E fama è che insin oggi appo i ranocchi Terribile a nomar sia Rubatocchi. Né Rubatocchi chiameria la madre 170 Il ranocchin per certo al nascimento, Come Annibale, Arminio odi leggiadre Voci qui gir chiamando ogni momento: Così di nazion quello che padre È d’ogni laude, altero sentimento 175 Colpa o destin, che molta gloria vinse, Già trecent’anni, in questa terra estinse. Mancan Giulii e Pompei, mancan Cammilli E Germanici e Pii, sotto il cui nome Faccia ai nati colei che partorilli 180 A tanta nobiltà, lavar le chiome? A veder se alcun dì valore instilli In lor la rimembranza, e se mai dome Sien basse voglie e voluttà dal riso Che un gran nome suol far di fango intriso? Intanto a studio là nel Trasimeno Estranio peregrin lava le membra, Perché la strage nostra onde fu pieno Quel flutto, con piacer seco rimembra: La qual, se al ver si guarda, nondimeno 190 Zama e Cartago consolar non sembra: E notar nel Metauro anco potria Quegli e Spoleto salutar per via. 185
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
 Lui che la terra scuote, azzurro il crine, A cantare incomincio. Alati preghi A te, Nettuno Re, forza è che indrizzi Il nocchier fatichevole che corre Su veloce naviglio il vasto mare, Se campar brama dai sonanti flutti E la morte schivar: che a te l’impero Del pelago toccò, da che nascesti Figlio a Saturno, e al fulminante Giove Fratello e al nero Pluto. E Rea la Diva Del vago crin ti partorì, ma in cielo Non già: ché di Saturno astuto Nume Gli sguardi paventava. Ella discese A la selvosa terra, il petto carca D’acerba doglia, e scolorite avea Le rosee guance. Mentre il sole eccelso Ardea su le montagne i verdi boschi, E sul caldo terren s’abbandonava L’agricoltor cui spossatezza invaso Avea le membra (poi che di Semele Dal sen ricolmo nato ancor non era Il figlio alti7sonante, ed a gl’industri Mortali sconosciuto era per anche Il vin giocondo che vigore apporta), Ella s’assise a l’ombra, e come uscito Fosti dal suo grand’alvo, ti ripose Su le ginocchia assai piangendo, e preghi Porse a la Terra e a lo stellato Cielo: O Terra veneranda, o Cielo padre, Deh riguardate a me, se pure è vero Che di voi nacqui, e questo figlio mio Da l’ira di Saturno astuto Nume Or mi salvate, sì ch’egli nol veda, E questi ben ricresca e venga adulto. Così pregava Rea di belle chiome, Poi che per te di fresco nato, in core
Poesie varie di Giacomo Leopardi
145 Ondeggiano perfino, allor che scuoti Tu col tridente flebile la terra, E gran fracasso s’ode e molto pianto Per ogni strada. Né mortale ardisce Immoto starsi, ma per tema a tutti 150 Si sciolgon le ginocchia, a l’are tue Corre ciascun, t’indrizza preghi, e molte Allor s’offrono a te vittime grate. Salve, o gran figlio di Saturno. Il tuo Lucente cocchio è in Ega, nel profondo 155 Del romoroso pelago: Vulcano Tel fabbricò: divina opra ammiranda. Ha le ruote di bronzo, ed il timone D’argento, e d’oro tutto è ricoperto L’incorruttibil seggio. Allor che poni 160 Tu sotto il giogo i tuoi cavalli, e volano Essi pel mare indomito, fendendo I biancheggianti flutti, su i lor colli Disperge il vento gli aurei crini; intorno A te che siedi e il gran tridente rechi 165 Ne le divine mani, uscite fuori De le case d’argento, a galla tutte Le guanci7belle figlie di Nereo Vengono tosto, e innanzi a te s’abbassa L’onda e t’apre la via; né s’alza il vento 170 Ché tu del mar l’impero in sorte avesti. Ma qual potrò chiamarti, o del tridente Agitatore? altri Eliconio, ed altri T’appella Suniarato. A Sparta detto Sei Natalizio, ed Ippodromio a Tebe, 175 In Atene Eretteo. Chiamanti Elate Molti altri, e molti di Trezenio o d’Istmio Ti danno il nome. I Tessali Petreo Diconti, ed altri Onchestio, ed altri pure Egeo ti noma e Cinade e Fitalmio. 180 Io dirotti Asfaleo, poiché salute
Poesie varie di Giacomo Leopardi
Tu rechi a’ naviganti. A te fa voti Il nocchier quando s’alzano del mare L’onde canute, e quando in nera notte Percote i fianchi al ben composto legno Il flutto alti7sonante che s’incurva Spumando, e stanno tempestose nubi Su le cime degli alberi, e del vento Mormora il bosco al soffio (orrore ingombra Le menti de’ mortali), e quando cade Precipitando giù dal ciel gran nembo Sopra l’immenso mare. O Dio possente Che Tenaro e la sacra Onchestia selva E Micale e Trezene ed il pinoso Istmo ed Ega e Geresto in guardia tieni, Soccorri a’ naviganti, e fra le rotte Nubi fa che si vegga il cielo azzurro Ne la tempesta, e su la nave splenda Del sole o de la luna un qualche raggio O de le stelle, ed il soffiar de’ venti Cessi; e tu l’onde romorose appiana, Sì che campin dal rischio i marinai. O Nume, salve, e con benigna mente Proteggi i vati che de gl’inni han cura.
Poesie varie di Giacomo Leopardi
Iva ‘l membruto mostro e facea trista Tutta sua via, che dietro si lasciava Foco ch’ardea tra l’erbe in fera vista. 420 Ve’, l’Angel disse, il crudel che lava Col sangue i campi, e col brando rovente Fa tante piaghe e tante fosse scava. Altro costume de l’umana gente: Cacciar lo ferro gelido e la mano 425 Del prossimo nel corpo e del parente: Correre e disertar lo monte e ‘l piano, E ‘n un giorno e ‘n un punto l’opra e ‘l frutto Di sudor molto e molta età far vano: Strugger mura, arder tempi e farsi brutto 430 Di cenere e vestirsi di terrore, E ‘ngoiar le cittadi come flutto: Guastar campagne e al pavido cultore Messa la man tra le sudate chiome, Di sua casuccia strascinarlo fore: 435 Brillar tra morti e ‘nsanguinati come Lion che ‘n belva marcida si sfama; Rider tra genti lagrimose e dome.
Poesie varie di Giacomo Leopardi
Avanti! Avanti! [XV] I Avanti avanti, o sauro destrier de la canzone! L’aspra tua chioma porgimi, ch’io salti anche in arcione, Indomito destrier. A noi la polve a l’ansia del corso, e i rotti vènti, E il lampo de le selici percosse, e de i torrenti L’urlo solingo e tier. I bei ginnetti italici han pettinati crini, Le constellate e morbide aiuole de’ giardini 10 Sono il lor dolce agon: Ivi essi caracollano in faccia a i loro amori, La giuba a tempo fluttua vaga tra i nastri e i fiori De le fanfare al suon; E, se lungi la polvere scorgon del nostro corso, Il picciol collo inarcano e masticando il morso Par che rignino — Ohibò! — Ma l’alfana che strascica su l’orlo de la via Sotto gualdrappe e cingoli la lunga anatomia D’un corpo che invecchiò, Ripensando gli scalpiti de’ corteggi e le stalle De’ tepid’ozi e l’adipe de la pasciuta valle, Guarda con muto orror. E noi corriamo a’ torridi soli, a’ cieli stellati, Per note plaghe e incognite, quai cavalier fatati, Dietro un velato amor. Avanti, avanti, o sauro destrier, mio forte amico! Non vedi tu le parie forme del tempo antico Accennarne colà? Non vedi tu d’Angelica ridente, o amico, il velo
Giambi ed epodi di Giosue Carducci
Feste ed oblii [XIX] Urlate, saltate, menate gazzarra, Rompete la sbarra — del muto dover; Da ville e da borghi, da valli e pendici, Plaudite a i felici — di oggi e di ier. 5 Su, vergini e spose, bramose, baccanti, Spogliate l’Italia di lauri e di fior, Coprite di serti, di sguardi fiammanti Le glorie in parata de i nostri signor. Deh come cavalca su gli omeri fieri De’ baldi lancieri — la vostra virtù! O sole di luglio, tra i marmi latini A gli aurei spallini — lusinghi anche tu. E mobili flutti di fanti e cavalli Risuonan pe ‘l clivo su ‘l fòro latin, E il canto superbo di trombe e timballi Insulta i silenzi del sacro Aventin. Ahi sola de’ voti d’un dì la severa Mia musa, o Caprera, — riparla con te, E, sola e sdegnosa, de l’orgia romana, Deserta Mentana, — ti chiede mercé. Là il vino, la luce, la nota che freme, Ne i nervi, nel sangue risveglian l’ardor: Qui trema a la luna con l’aura che geme Lo stelo riarso d’un pover fior. 25 E altrove la luna del raggio suo puro Illumina il giuro — rianima il sì, Che mormora a un altro languente vezzosa La vedova sposa — del morto ch’è qui, O empie insolente la camera mesta Svegliando a le cure del dubbio diman La madre che in questo bel giorno di festa In vano pe’ trivi chiedeva del pan.
Giambi ed epodi di Giosue Carducci
G. Mazzini [XXIII] Qual da gli aridi scogli erma su ‘l mare Genova sta, marmoreo gigante, Tal, surto in bassi dì, su ‘l fluttuante Secolo, ei grande, austero, immoto appare. 5 Da quelli scogli, onde Colombo infante Nuovi pe ‘l mar vedea mondi spuntare, Egli vide nel ciel crepuscolare Co ‘l cuor di Gracco ed il pensier di Dante La terza Italia; e con le luci fise A lei trasse per mezzo un cimitero, E un popol morto dietro a lui si mise. Esule antico, al ciel mite e severo Leva ora il volto che giammai non rise, — Tu sol — pensando — o ideal, sei vero. 11 febbraio
Giambi ed epodi di Giosue Carducci
II – Dinanzi alle terme di Caracalla [IV] Corron tra ‘l Celio fosche e l’Aventino le nubi: il vento dal pian tristo move umido: in fondo stanno i monti albani bianchi di neve. 5 A le cineree trecce alzato il velo verde, nel libro una britanna cerca queste minacce di romane mura al cielo e al tempo. Continui, densi, neri, crocidanti versansi i corvi come fluttuando contro i due muri ch’a più ardua sfida levansi enormi. “Vecchi giganti, — par che insista irato l’augure stormo — a che tentate il cielo?” Grave per l’aure vien da Laterano suon di campane. Ed un ciociaro, nel mantello avvolto, grave fischiando tra la folta barba, passa e non guarda. Febbre, io qui t’invoco, nume presente. Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti e de le madri le protese braccia te deprecanti, o dea, dal reclinato capo de i figli: 25 se ti fu cara su ‘l Palazio eccelso l’ara vetusta (ancor lambiva il Tebro l’evandrio colle, e veleggiando a sera tra ‘l Campidoglio e l’Aventino il reduce quirite guardava in alto la città quadrata dal sole arrisa, e mormorava un lento saturnio carme);
Odi barbare di Giosue Carducci
e corri, corri, corri! con la scure corri e co’ dardi, con la clava e l’asta: corri! minaccia gl’itali penati Annibal diro. — Deh come rise d’alma luce il sole per questa chiostra di bei monti, quando urlanti vide e ruinanti in fuga l’alta Spoleto i Mauri immani e i nùmidi cavalli con mischia oscena, e, sovra loro, nembi di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti de la vittoria! Tutto ora tace. Nel sereno gorgo la tenue miro saliente vena: trema, e d’un lieve pullular lo specchio segna de l’acque. Ride sepolta a l’imo una foresta breve, e rameggia immobile: il diaspro par che si mischi in flessuosi amori con l’ametista,
Odi barbare di Giosue Carducci
mentr’ella stancava pe’ neri angiporti le reni a i nepoti di Romolo. A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava: — Vieni, o Quinto Valerio. Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco e mite come Cintia. Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano d’api susurro paiono, e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure in lento oblio si sciolgono. Qui ‘l fresco, qui ‘l sonno, qui musiche leni ed i cori de le cerule vergini, 40 45 mentr’Espero allunga la rosea face su l’acque e i flutti al lido gemono. — Ahi triste Amore! egli odia le Muse, e lascivo i poeti frange o li spegne tragico. Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre, chi ne assicura, o Lalage? Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto, e al Sole eterno li agita. Non da Peschiera vedi natanti le schiere de’ cigni giù per il Mincio argenteo? da’ verdi paschi dove Bianore dorme non odi la voce di Virgilio? Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo s’affaccia a la torre scaligera. — Suso in Italia bella — sorridendo ei mormora, e guarda l’acqua la terra e l’aere.
Odi barbare di Giosue Carducci
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giosue Carducci     Odi barbare � X Per la morte di Napoleone Eugenio [XVII] Questo la inconscia zagaglia barbara prostrò, spegnendo li occhi di fulgida vita sorrisi da i fantasmi fluttuanti ne l’azzurro immenso. 5 L’altro, di baci sazio in austriache piume e sognante su l’albe gelide le diane e il rullo pugnace, piegò come pallido giacinto. Ambo a le madri lungi; e le morbide chiome fiorenti di puerizia pareano aspettare anche il solco de la materna carezza. In vece balzâr nel buio, giovinette anime, senza conforti; né de la patria l’eloquio seguivali al passo co’ i suon de l’amore e de la gloria. Non questo, o fosco figlio d’Ortensia, non questo avevi promesso al parvolo: gli pregasti in faccia a Parigi lontani i fati del re di Roma. Vittoria e pace da Sebastopoli sopìan co ‘l rombo de l’ali candide il piccolo: Europa ammirava: la Colonna splendea come un faro. 25 Ma di decembre, ma di brumaio cruento è il fango, la nebbia è perfida: non crescono arbusti a quell’aure, o dan frutti di cenere e tòsco. Oh solitaria casa d’Aiaccio, cui verdi e grandi le querce ombreggiano e i poggi coronan sereni e davanti le risuona il mare!
Odi barbare di Giosue Carducci
Tace ciò detto ed egli, vago allora di costeggiar quel dilettoso loco, entra nel legno e del’angusta prora i duo remi a trattar prende per gioco. Ed ecco al sospirar d’agevol ora s’allontana l’arena a poco a poco, siché mentr’ei dal mar si volge ad essa par che navighi ancor la terra istessa. Scorrendo va piacevolmente il lido mentr’è placido e piano il molle argento e da principio, del suo patrio nido rade la riva a passo tardo e lento, indi al’instabil fè del flutto infido sestesso crede e si commette al vento lunge di là dov’a morir va l’onda e con roco latrar morde la sponda. Trasparean sì le belle spiagge ondose, che si potean del’umide spelonche nele profonde viscere arenose ad una ad una annoverar le conche. Zefiri destri al volo, Aure vezzose l’ali scotean: ma tosto lor fur tronche, il mar cangiossi, il ciel ruppe la fede: oh malcauto colui ch’ai venti crede. O stolto quanto industre, o troppo audace fabro primier del temerario legno, ch’osasti la tranquilla antica pace romper del crudo e procelloso regno; più ch’aspro scoglio e più che mar vorace rigido avesti il cor, fiero l’ingegno, quando sprezzando l’impeto marino gisti a sfidar la morte in fragil pino.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Mentr’è caldo il metallo, i tre fratelli ch’un sol occhio hanno in fronte e son giganti, con vicende di tuoni i gran martelli movono a grandinar botte pesanti e ‘l dotto mastro al martellar di quelli, che fan tremar le volte arse e fumanti, per dar effetto a quel ch’ha nel disegno, pon gli stromenti in opera e l’ingegno. Tosto che ‘l ferro è raffreddato, in prima sbozza il suo lavorìo rozzo ed informe, poi, sotto più sottil minuta lima, con industria maggior gli dà le forme; l’arrota intorno e lo forbisce in cima, applicando al pensier studio conforme; col foco alfin l’indora e col mordente e fa l’acciaio e l’or terso e lucente. Poiché l’egregio artefice alo strale pertutto il liscio e ‘l lustro ha dato apieno, n’arma il fanciullo un’asticciuola frale, ma che trafige ogni più duro seno; gl’impenna il calce di due picciol ale e ‘l tinge di dolcissimo veleno e, tutto pien d’una superbia stolta, pon la caverna e i lavoranti in volta. Va dela dea che generaro i flutti il baldanzoso e temerario figlio spiando intorno e i ferramenti tutti dela scola fabril mette in scompiglio; or de’ ciclopi mostruosi e brutti la difforme pupilla e ‘l vasto ciglio, or il corto tallon del piè paterno prende con risi e con disprezzi a scherno.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Giacque in te la Sirena e per te poi sorger virtute e fiorir gloria io veggio, trono di Giove e di pregiati eroi felice albergo e fortunato seggio; dolce mio porto, agli abitanti tuoi, ne’ cui petti ho il mio nido, eterno io deggio. Padre di cigni e lor ricovro eletto, e de’ fratelli miei fido ricetto. Con questi encomi affettuosi Amore del patrio fiume mio le lodi spande, che ‘l riconosce al limpido splendore che fra mill’altri è segnalato e grande e de’ cedri fioriti al grato odore di cui s’intesse al crin verdi ghirlande. Intanto nela gelida caverna, dove siede Nettuno, i passi interna. Seggio di terso oriental cristallo preme de’ flutti il regnator canuto, che da colonne d’oro e di corallo con basi di diamante è sostenuto. E chi d’una testudine a cavallo chi d’un delfin, chi d’un vitel cornuto, cento altri dei minor, numi vulgari, cedono a lui la monarchia de’ mari. - Non pensar che per ira (Amor gli disse) gran padre dele cose a te ne vegna, ché non può dio di pace amar le risse e nel petto d’Amore odio non regna; ma perché novamente il ciel prefisse impresa al’arco mio nobile e degna, per render l’opra agevole e spedita di cortese favor ti cheggio aita.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Borea d’aspra tenzon tromba guerriera sfida il turbo a battaglia e la procella; curva l’arco dipinto Iride arciera, e scocca lampi in vece di quadrella; vibra la spada sanguinosa e fiera il superbo Orion, torbida stella e ‘l ciel minaccia ed ale nubi piene d’acqua insieme e di foco apre le vene. Fuor del confin prescritto in alto poggia tumido il mar di gran superbia e cresce; ruinosa nel mar scende la pioggia, il mar col cielo, il ciel col mar si mesce; in novo stile, in disusata foggia, l’augello il nuoto impara, il volo il pesce; oppongonsi elementi ad elementi, nubi a nubi, acque ad acque e venti a venti. Potè, tant’alto quasi il flutto sorse, la sua sete ammorzar la cagna estiva e di nova tempesta a rischio corse, non ben secura in ciel, la nave argiva. E voi fuor d’ogni legge, o gelid’orse, malgrado ancor dela gelosa diva, nel mar vietato i luminosi velli lavaste pur dele stellate pelli. Deh che farai dal patrio suol lontano, misero Adone, a navigar mal atto? vaghezza pueril tanto pian piano il mal guidato palischelmo ha tratto, che la terra natia sospiri invano, dal gran rischio confuso e sovrafatto. Tardi ti penti e sbigottito e smorto omai cominci a desperar del porto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Questa è la terra ch’ala dea, che nacque dal’onde con miracolo novello, tanto fu cara un tempo e tanto piacque, che, disprezzato il suo divino ostello, qui sovente godea fra l’ombre e l’acque con invidia del’altro un ciel più bello e v’ebbe eretto, al’immortale essempio dela sua diva imago, altare e tempio. Scende quivi il garzon salvo al’asciutto, ma pur dubbioso e di suo stato incerto, ch’ancor gli par del’orgoglioso flutto veder l’abisso orribilmente aperto. Volgesi intorno e scorge esser pertutto, circondato dal mar, bosco e deserto, ma quella solitudine che vede, gioconda è sì, ch’altro piacer non chiede. Quivi si spiega in un sereno eterno l’aria in ogni stagion tepida e pura, cui nel più fosco e più cruccioso verno pioggia non turba mai, né turbo oscura, ma, prendendo dipar l’ingiurie a scherno del gelo estremo e del’estrema arsura, lieto vi ride né mai varia stile un sempreverde e giovinetto aprile. I discordi animali in pace accoppia Amor, né l’un dal’altro offeso geme; va con l’aquila il cigno in una coppia, va col falcon la tortorella insieme, né dela volpe insidiosa e doppia il semplicetto pollo inganno teme; fede al’amica agnella il lupo osserva, e secura col veltro erra la cerva.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
V’ha poi templi ed altari, havvi Amor seco, simulacri, olocausti e sacerdoti, dove, in segno d’onor, del popol greco pendono affissi in lunga serie i voti. Offrono al nume faretrato e cieco vittime elette i supplici devoti e gli spargono ognor, tra roghi e lumi, di ghirlande e d’incensi odori e fumi. Qui per elezzion, non per ventura, già di Liguria ad abitar venn’io; pasco per l’odorifera verdura i bianchi armenti, e Clizio è il nome mio; del suo bel parco la custodia in cura diemmi la madre del’alato dio dov’entrar, fuorch’a Venere, non lice, ed ala dea selvaggia e cacciatrice. Trovato ho in queste selve ai flutti amari d’ogni umano travaglio il vero porto; qui dale guerre de’ civili affari quasi in securo asilo, il ciel m’ha scorto; serici drappi non mi fur sì cari come l’arnese ruvido ch’io porto ed arno meglio le spelonche e i prati, che le logge marmoree e i palchi aurati. Oh quanto qui più volentieri ascolto i sussurri del’acque e dele fronde, che quei del foro strepitoso e stolto che il fremito vulgar rauco confonde! Un’erba, un pomo e di fortuna un volto quanto più di quiete in sé nasconde di quel ch’avaro principe dispensa sudato pane in malcondita mensa.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Talor ne tocca la paterna verga, ma ‘l suo giusto rigor non è crudele, anzi perché la polvere disperga ne scote i panni e porta in cima il mele. Non desperi mai sì che si sommerga chi per quest’ocean spiega le vele, ma de’ flutti e de’ venti al fiero orgoglio faccia un’alta costanza ancora e scoglio. Sembra il flagel, che correggendo avisa anima neghittosa, amaro in vista, ma di salubre pur calice in guisa la purga e giova altrui, mentre ch’attrista. Vite dal podador tronca e recisa fecondità dale sue piaghe acquista. Statua dalo scarpel punta e ferita ne diventa più bella e più polita. Selce, ch’auree scintille in seno asconde, il lor chiuso splendor mostrar non pote, se dal’interne sue vene profonde non le tragge il focil che la percote. Corda sonora a dotta man risponde con arguta armonia di dolci note e ‘l vantaggio che trae di tal offesa, quanto battuta è più, vie più palesa. Rotta la conca da mordace dente, la porpora real si manifesta. Né del gran, né del vin si gusta o sente l’eccellenza e ‘l valor, se non si pesta. Stuzzicato carbon vien più cocente, soffiata fiamma più s’accende e desta, palla a terra sospinta al ciel s’inalza e sferzato palco più forte sbalza.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Dal desir mossi e dala fama tratti or quinci or quindi artefici e pittori, per fabricarne poi statue e ritratti, veniano e con scarpelli e con colori e, sospesi in mirarla e stupefatti, immobili non men de’ lor lavori dal’attonita mano e questi e quelli si lasciavan cader ferri e pennelli. Quel divin raggio di celeste lume, ch’avrebbe il ghiaccio istesso arso e distrutto, risplendea sì, che qual terrestre nume adorata era omai dal popol tutto; loqual dela gran dea, che dale spume prodotta fu del rugiadoso flutto, tutti gli onor, tutte le glorie antiche publicamente attribuiva a Psiche. Sì di Psiche la Fama intorno spase, tal era il nome suo, celebre il grido, che questa opinion si persuase di gente in gente in ogni estremo lido. Pafo d’abitator vota rimase, restò Citera abbandonata e Gnido; nessun più vi recava ostia, né voto orator fido o passaggier devoto. Manca il concorso ai frequentati altari, mancano i doni ala gran diva offerti; non più di fiamme d’or lucenti e chiari, ma son di fredde ceneri coverti. Da simulacri venerati e cari omai non pendon più corone o serti. Lasciando d’onorar più Citerea, sacrifica ciascuno a questa dea.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Le man torcendo e ‘n vermiglietti giri dolcemente incurvando i mesti lumi con che lagrime, o Dio! con che sospiri si scioglie in acque e si distempra in fumi; ma, raccogliendo il mar tra’ suoi zaffiri dele stille cadenti i vivi fiumi, ambizioso e cupido d’averle, le serba in conche e le trasforma in perle. Con le man su ‘l ginocchio, in terra assisa, filando argento da’ begli occhi fore, china al petto la fronte e ‘n cotal guisa tra sestessa consuma il suo dolore. Poi, mentre ai salsi flutti il guardo affisa, sfoga parlando l’angoscioso core e perde, apostrofando al mar crudele, tra gli strepiti suoi queste querele: “Deh placa, o mare, i tuoi furori alquanto, pietoso ascoltator de’ miei cordogli, e di quest’occhi il tributario pianto, che ‘n larga vena a te sen corre, accogli. Teco parlo, or tu m’odi, e fa che ‘ntanto abbian quest’onde tregua e questi scogli; né sen portino intutto invidi i venti, come fer le speranze, anco i lamenti. Nacqui agli scettri e ‘nsu i reali scanni più di me fortunata altra non visse. Bella fui detta, e ‘l fui, se senza inganni lo mio specchio fedele il ver mi disse. Or a quel fin su ‘l verdeggiar degli anni corro, che ‘l fato al viver mio prescrisse, abbandonando insu l’età fiorita la bella luce e la serena vita.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto quinto CXLII Tale è la guerra e la procella e ‘l gelo, ch’agguagliato è quelch’è da quelche pare; ma in breve poi rasserenarsi il cielo vedi e in un punto implacidirsi il mare, ed Iri il suo dipinto umido velo stender per l’aure rugiadose e chiare; spariscon le galee, svanisce il flutto, struggesi l’arco e si dilegua il tutto. Ciò fatto, il bel teatro ancor si chiude, poi si vede sgorgar vaga fontana, dove tra molte sue seguaci ignude stassi Atteone a vagheggiar Diana. Ed ella con le man leggiadre e crude gli toglie dopo il cor la forma umana; con pelo irsuto e con ramose corna il miser cacciator cervo ritorna. Nel fin di questo in un azzurro puro al’improviso il ciel si discolora, e fregiando d’argento il campo oscuro, con le stelle la luna ecco vien fora. Poi, dando volta il neghittoso arturo, col giorno a mano a man sorge l’aurora; vero il sol crederesti e vera l’alba, che le nebbie rischiara e l’ombre inalba. S’alza il palco di sotto a un tempo istesso e mezzo anfiteatro in giro spande. Prospettiva superba appare in esso con ricca mensa e sontuosa e grande, e v’ha de’ sommi dei tutto il consesso con tal pompa d’arnesi e di vivande, tanto tesor, tanto splendor disserra, che sembra apunto il ciel calato in terra.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Saturno v’è, ch’al proprio padre tronca l’oscene membra e dalle in preda a Dori; Dori l’accoglie in cristallina conca, fatta nutrice de’ nascenti ardori. Zefiro v’è, che fuor di sua spelonca batte l’ali dipinte a più colori, e del parto gentil ministro fido sospinge il flutto leggiermente al lido. Vedresti per lo liquido elemento nuotar la spuma gravida e feconda, poscia in oro cangiarsi il molle argento e farsi chioma innanellata e bionda. La bionda chioma incatenando il vento serpeggia e si rincrespa, emula al’onda. Ecco spunta la fronte a poco a poco, già l’acque a’ duo begli occhi ardon di foco. O meraviglia, e trasformar si scorge in bianche membra alfin la bianca spuma. Novo sol dal’Egeo si leva e sorge, che ‘l mar tranquilla e l’aria intorno alluma; sol di beltà, ch’altrui conforto porge e dolcemente l’anime consuma. Così Venere bella al mondo nasce, un bel nicchio ha per cuna, alghe per fasce. Mentre col piè rosato e rugiadoso il vertice del mar calca sublime e con l’eburnea man del flutto ondoso dal’auree trecce il salso umor s’esprime, gli abitator del pelago spumoso lascian le case lor palustri ed ime e fan, seguendo il lor ceruleo duce, festivi ossequi al’amorosa luce.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Sovra molli origlieri e verdi seggi la bella dea per partorir si posa. Par che rida la riva e che rosseggi presso il museo fiorito indica rosa. Par che l’onda di Cipro apena ondeggi; danzano i pesci insu la sponda erbosa. Con pacifiche arene ed acque chiare par senza flutto e senza moto il mare. Per non farsi importuni i Zefiretti a quelle dolcemente amare doglie stansi a dormir, quasi in purpurei letti, de’ vicini roseti infra le foglie. Colgon l’Aure lascive odori eletti per irrigar le rugiadose spoglie, spoglie bagnate di celeste sangue, dove tanta beltà sospira e langue. Pria che gli occhi apra al sol, le labbra al latte, per le viscere anguste Amor saltante precorre l’ora impetuoso e batte il sen materno con feroci piante e del ventre divin le porte intatte s’apre e prorompe, intempestivo infante. Senza mano ostetrice ecco vien fuori, ed ha fasce le fronde e cuna i fiori. Fuor del candido grembo apena esposto, le guizza in braccio, indi la stringe e tocca. Pigolando vagisce e corre tosto su l’urna manca a conficcar la bocca. Stillan le Grazie il latte, ed è composto di mel, qual più soave Ibla mai fiocca. Parte, alternando ancor balia e mammelle, dale tigri è lattato e dal’agnelle.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto ottavo XCV Questo fu il porto che tranquillo accolse la nobil coppia dal dubbioso flutto. Qui del seme d’amor la messe colse, qui vendemmiò de’ suoi sospiri il frutto; qui, tramontando il sol, Vener si tolse d’Adon più volte il bel possesso intutto; e qui per uso al tramontar di quello spuntava agli occhi suoi l’altro più bello. Daché la queta, oscura, umida madre del silenzio e del sonno i colli adombra, finché le bende tenebrose ed adre il raggio mattutin lacera e sgombra, di quelle membra candide e leggiadre gode la dea gli abbracciamenti al’ombra, senza luce curar, senon la cara luce che le sue tenebre rischiara, e dal’orto ancor poi fin al’occaso se ‘l cova in grembo e con le braccia il fascia. Notte e dì sempr’è seco; e se per caso di necessario affar talvolta il lascia, che sia brev’ora senza lei rimaso sentesi sospirar con tanta ambascia, ch’aver sembra nel cor la fiamma tutta che Troia accese e Mongibello erutta. Quando il rapido sol per dritta verga poggiando a mezzo ‘l ciel fende le piaggie, là ‘ve de’ monti le frondose terga tesson verde prigion d’ombre selvagge, per soggiornar dove il suo bene alberga solitaria sovente il piè ritragge, e gode o lungo un fiume o sotto un speco partir l’ore, i pensieri e i detti seco,
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tua sarà se l’accetti e se ti piace deporre alquanto il dispietato orgoglio; del tuo vivaio entro l’umor vivace io di mia mano imprigionar la voglio. O di quest’animal vie più fugace, più dura al mio pregar di questo scoglio, vienne a temprar deh! vienne un doppio ardore e se ‘l pesce non vuoi prenditi il core. Chiede a Venere Adon chi sia colui che sì ben col cantar l’aure lusinga. - E1 de’ nostri (risponde) Amor di lui non avrà mai chi più fort’arda o stringa. Fileno ha nome, e dal’insidie altrui è qui giunto a menar vita solinga. Naque colà nela felice terra che la morta sirena in grembo serra. Ma se ti cal più oltre intender forse di sue fortune, andianne ov’egli stassi. Così sen giro ed ei, quando s’accorse ver lui drizzar la bella coppia i passi, di cotanta beltà stupido sorse per reverirla da que’ rozzi sassi; ma con man gli accennò l’amica dea che di là non partisse ove sedea. - Per romper (dice) o per turbar non vegno i tuoi dolci riposi o i bei lavori. Sai ben che quando del mio patrio regno prendesti in prima a celebrar gli onori, io diedi forza al tuo affannato ingegno, svegliandolo a cantar teneri amori, onde il nome immortale ancor pertutto serban di Lilla tua l’arena e ‘l flutto, LII LIII LIV 419 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Né tu con voce men gradita e cara favoleggiando il canto tuo sciogliesti, dico a te, che di gloria oggi sì chiara il tuo fido pastore adorni e vesti. Seguir voleano, e dela nobil gara dubbia ancor la vittoria era tra questi, quand’ecco fuor d’un cavernoso tufo sbucar difforme e rabbuffato un gufo. - O quanto o quanto meglio, infame augello, ritorneresti al infelici grotte, nunzio d’infausti auguri, al sol rubello, e del’ombre compagno e dela notte. Non disturbar l’angelico drappello, vanne tra cave piante e mura rotte a celar quella tua fronte cornuta, quegli occhi biechi e quella barba irsuta. Da qual profonda e tenebrosa buca, nottula temeraria, al giorno uscisti? Torna là dove sol mai non riluca tra foschi orrori e lagrimosi e tristi. Tu trionfi cantar d’invitto duca? tu di mondi novelli eccelsi acquisti? tu, del’Invidia rea figlio maligno, di pipistrel vuoi trasformarti in cigno? Così parla al’augel malvagio e brutto la dea, sdegnando un stil sì rauco udire, e i chiari onor del domator del flutto, dov’ella ebbe il natal, tanto avilire. Spiace de’ cigni al concistoro tutto la villana sciocchezza e ‘l folle ardire, che l’alte lodi ad abbassar si metta del colombo a lei sacro una civetta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo Q CCXIV Ma quando alfin la gran tempesta scorge che l’aria offusca e ‘l mar conturba e mesce e che l’onda terribile più sorge e che ‘l vento implacabile più cresce, al ben saldo timon la destra porge, drizzasi al polo e di camin non esce, or con forza reggendo or con ingegno tra tanti flutti il travagliato legno. Fisa dritto colà meco lo sguardo dove l’ampia riviera il passo serra; quivi campeggia il gran campion Guisardo contro cui non si tien torre né terra, e par che dica intrepido e gagliardo: “Chi la pace ricusa, abbia la guerra”, e, con prodezza ala baldanza eguale del’aversario i miglior forti assale. L’essercito real cauto provede di genti e d’arme e non s’allenta o stanca in esseguir quanto giovevol crede o necessario ala corona franca. O senza essempio incomparabil fede! quando ai casi oportuni ogni altro manca, sol questi alpar dele più forti mura mostra petto costante, alma secura. Fa gran levate di cavalli e fanti; che può contro costor l’oste nemica? gente miglior non vide il sol tra quanti cinser spada giamai, vestir lorica; non sanno, in guerra indomiti e costanti, o temer rischio o ricusar fatica, usi in ogni stagion con l’armi grevi bere i sudori e calpestar le nevi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo Q CCLXXIV Tremendi casi la spietata zuffa mesce di ferro inun, d’acqua e di foco, chi nel fondo del pelago s’attuffa, chi nel sale spumante è fatto gioco, chi galeggia risorto e ‘l flutto sbuffa, chi tenta risalir, ma gli val poco, chi ricade ferito ed a versare vien di tepido sangue un mar nel mare. Strepito di minacce e di querele, di percosse e di scoppi i lidi assorda; altri con man dele squarciate vele s’attien sospeso in aria a qualche corda, ma, giunto dal’arsura empia e crudele, vassi a precipitar nel’onda ingorda, onde con strana e miserabil sorte prova quattro elementi in una morte. Or quando più crudel bolle la guerra e va baccando la Discordia stolta, quando di qua, di là l’onda e la terra tutta è nel sangue e nel’orrore involta, ecco del fier bifronte il tempio serra colui ch’anco il serrò la prima volta; placa gli animi alteri e fa che cada l’ira da’ cori e dala man la spada. E per fermar con sempre stabil chiodo la Pace, ch’è gran tempo ita in essiglio, Cristina bella in sacrosanto nodo stringe del re de’ monti al maggior figlio. Vedrassi il groppo onde si gloria Rodo insieme incatenar la palma e ‘l giglio; e tu di gigli allor, non più di rose tesserai, dea d’Amor, trecce amorose.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
In arrivando Adon, dal capo al piede la discorre con gli occhi a parte a parte e l’aria signoril che ‘n essa vede loda e de’ ricchi arnesi ammira l’arte. Poi la saluta e la cagion le chiede che l’ha condotta in sì remota parte. Ed ella seco a riposar l’invita là dove ingiunca il suol l’erba fiorita. - Son di Menfi nativa (indi risponde) barbara donna e per costume errante. Filomanta m’appello e dale sponde partii del Nil con quest’amato infante perch’ir mi convenia, varcando l’onde, alcun’erbe a raccor di sacre piante e credea per lo torbido Ellesponto passar a Colco e poi da Colco a Ponto. Ma de’ suoi flutti il tempestoso orgoglio tragittommi pur dianzi a questo lido e poiché ‘l ciel m’ha qui guidata, io voglio solver un voto ala gran dea di Gnido. Piacemi intanto nel suo sacro scoglio, poiché trovato v’ho scampo sì fido, tra queste verdi ombrette affrenar lasso peregrinante e vagabonda il passo. - O (disse Adon) quant’ebbi sempre o quanto voglie di ragionar bramose e vaghe con alcuna di voi, ch’avete tanto celebre nome di famose maghe. Odo che porta Egitto il primo vanto dele più dotte femine presaghe, che d’ogni caso altrui chiaro ed intero san su la mano indovinare il vero.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Agli egri afflitti, ai poveri infelici ch’accattan del gran tempio insu le porte, donan le belle ninfe abitatrici sguardi, risi, piacer di varia sorte. Vestir ignudi, ristorar mendici, affamati cibar vicini a morte, albergar peregrini a tutte l’ore, queste son le limosine d’amore. A sì fatta magione il piè drizzaro, giunto il dì stabilito, i giudicanti. Memorabil giudicio e non men chiaro di quel ch’Ida mirò molt’anni avanti; senon ch’un pastorel non va di paro con senatori e satrapi cotanti; e fanno in parte differir l’essempio tra duo sessi diversi il bosco e ‘l tempio. Del gran palagio a lenti passi usciro e con ordin distinto in fila doppia la città circondando in largo giro fer di sé lunga linea a coppia a coppia. Crotali intanto e pifferi s’udiro, già squilla il corno e già la tromba scoppia; strider fan l’aure mattutine e fresche barbare pive e buccine moresche. Precedon nel’andar due volte sei su ben bardati ed ottimi cavalli leggiadri araldi ed altrettanti a piei, con nacchere, busson, tibie e taballi. Fregiati i pennoncelli han di trofei gli strepitosi lor cavi metalli; e, perché Citerea nacque da’ flutti, è ceruleo il color che veston tutti.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
In questo mezzo inver l’altar s’invia e giunto il bel garzon viene ala prova; ma ‘l pregio a riportar ch’egli desia qualunque sforzo suo poco gli giova, perché, come con chiodi affissa sia, la guardata corona immobil trova; onde colmo di duol, tinto di scorno, fa come in alto ascese, ingiù ritorno. Entra terzo in arringo il bel Clorillo, Clorillo il bel, che ‘nsu ‘l mattin degli anni d’entrambo i genitor orbo pupillo soffri per morte intempestivi affanni. Onde, poich’al dominio il ciel sortillo che tenner di Cirene i gran tiranni, stende lo scettro suo per quanto dura il tratto dela libica pianura. I cadaveri in mummie ivi risolve la mobil sempre e tempestosa arena. Flutti di sabbia e turbini di polve con oscura procella africo mena; e chi s’arrischia a tragittarla involve tra’ globi ognor dela volubil piena: stranio naufragio, onde sommerso uom pare nocchiero in terra e peregrino in mare. Ma che non pote avidità d’impero? Ecco pur tenta in Cipro altre fortune. Non è bianco il bel viso e non è nero, nere le ciglia e le pupille ha brune. Due stellette smorzate e due nel vero volge la fronte innecclissate lune, di cui però, con vostra pace o stelle, non ha l’ottavo ciel luci più belle.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Fuor del gorgo prorompe e in alto ascende il semipesce allor torvo e difforme. In stranio innesto si commette e rende la pistrice con l’uom misto biforme. Vela d’ondoso crin le braccia e stende con doppio corso biforcate l’orme. Tre volte il petto move e lieve e ratto, giunge in Cipro nuotando al quarto tratto. Mentre il mostro squamoso approda al lido col vago stuol de’ pargoletti alati, ecco si volge pur la dea di Gnido sospirosetta ai dolci lumi amati e prende alfin dal caro amante fido gli ultimi baci e gli ultimi commiati. - Core a dio, vita a dio (l’un l’altro dice) tu vanne in pace; e tu riman felice. Giace senz’onda il mar tranquillo in calma, brilla l’aria pacifica e serena, onde Triton sestesso al corso spalma dala fiorita e fortunata arena; ed a sì dolce e dilettosa salma sottopon volentier l’ispida schiena, perché de’ suoi sospiri in tal maniera coglier, solcando il flutto, il frutto spera. Quasi ombrella la coda in alto inarca la marittima belva ambiziosa. Squallido il tergo ove si preme e carca ha di murice viva e fresca rosa. Così Ciprigna il mar naviga e varca quasi in morbido letto o in grotta ombrosa, scorre i piani volubili a seconda e col candido piè deliba l’onda.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Già s’ingorga per l’alto e già la diva quanto perde del suol, del’onda acquista. Ma, qual cerva ferita e fuggitiva, indietro ador ador gira la vista, né dal’amata e sospirata riva torce il guardo giamai pensosa e trista. Vorria, né sa qual gelo il cor le tocchi, come vi lascia il cor, lasciarvi gli occhi. De’ promessi imenei lieto e gioioso e del’incarco suo Tritone altero, non fende già del pelago spumoso per dritto solco il liquido sentiero, ma va con giri obliqui il campo ondoso attraversando rapido e leggiero, rapido sì, che suol con minor fretta sdrucciolar saettia, volar saetta. Arridon tutti al trapassar di lei de’ regni ondosi i cittadini algenti. Alcun non è de’ freddi umidi dei che non senta d’amor faville ardenti. Rinovella Alcion gli antichi omei, ardon l’alghe, ardon l’aure, ardono i venti. Umili i flutti e mansuete l’acque riconoscon la dea che da lor nacque. Sorge dal fondo cupo e cristallino cantando a salutarla ogni sirena. Ciascuna ninfa e ciascun dio marino alcun mostro del mar preme ed affrena; cavalca altri di lor curvo delfino, altri lubrica conca in giro mena; e tutti fan da quella parte e questa a sì gran passaggiera applauso e festa.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciassettesimo CXIV Nettuno fuor del cavernoso claustro con Venilia e Salacia e Dori e Teti, gaiamente rotando il nero plaustro sovra quattro delfin lascivi e lieti, dà bando a borea, impon silenzio ad austro, fa che placido i moti il flutto acqueti. Di verde muschio e d’argentate brine molle ha la barba e rugiadoso il crine. Non men come reina e come dea la sua bella consorte ha soglio e scettro. Da duo pescidestrier conca eritrea tirata inalza un bel sedil d’elettro; quivi anch’ella al passar di Citerea canta le fiamme sue con aureo plettro; tingon le pure guance ostri lucenti, son coralli le labra e perle i denti. L’abito suo, che come il mare ondeggia, di scintille d’argento un lume alluma; bianco, ma ‘l bianco imbruna, il brun biancheggia, talch’imita al color l’onda e la spuma. Sovra l’algosa chioma le lampeggia di brilli adamantini estrania piuma e treccia a treccia in bei volumi attorta, quasi groppo di bisce, in testa porta. Incorona di gemme alto diadema la fronte trasparente e cristallina, a cui nel mezzo balenando trema più che stella di ciel, stella marina. Pende in duo globi dala parte estrema d’ambe l’orecchie gemina turchina, ed al collo, ale braccia in doppi giri fan monili e maniglie ambre e zaffiri.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
I verdi dumi poi scorge di Cea, ricca d’armenti e fertile isoletta; né tarda l’altra a discoprir ch’Eubea dala prole d’Asopo ancora è detta. Caristo a man a man che l’onda egea vagheggia intorno a trapassar s’affretta, ai cui bei marmi il frigio e l’africano e Paro istessa si pareggia invano. Scorre a Giaro, ov’han gli essuli il bando e ‘n cui de’ topi la vorace fame rode l’acciar, de’ Cafarei lasciando lontano alquanto il promontorio infame. Volgesi ad Andro e vien forte vibrando l’umide penne del’azzurre squame e fa l’estremo del suo sforzo tutto per superare il capriccioso flutto. Fa senza indugio a Doliche tragitto, dico di Prannio ala vinosa valle, e dovunque la via taglia per dritto vedi di spuma innargentarsi il calle; eccol già dove cadde Icaro afflitto, ecco che Samo ha già dopo le spalle, Efeso già si mostra e già comparso il bel tempio s’ammira, ancor non arso. Sorge incontro ad Arvisia e vede Chio di generosi pampini feconda, e Lesbo, che gli accenti estremi udio dela fredda d’Orfeo lingua, circonda, e di Tenedo, sacra al biondo Dio, prende e poi lascia la malfida sponda che l’oste greca ascose entro il suo porto per far a Troia sua l’ultimo torto.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Sinistro augurio allor Venere prende che sia la speme al suo pensier precisa. Ma di trovarlo un tal desir l’accende che risolve d’andarvi in ogni guisa. Tritone intanto che ‘l disegno intende di lei che tien su l’ampia groppa assisa, volgesi indietro e si raggira e guizza e ratto inver Sicilia il camin drizza. La coda ch’egli in vece usa di briglia move il destrier del mare e ‘l mar ne sona e ‘n poche ore a fornir vien molte miglia sì l’amoroso stimulo lo sprona. L’alto sentier del Bosforo ripiglia e del’immenso Eusin l’acque abbandona e rivede Bizanzio e non lontano il Calcedone lascia a manca mano. Corre verso Posidio e già sornuota la Bitinia e la Misia e già travalca la Propontide tutta e scherza e rota con stupor dela dea che lo cavalca. Di Cizico e di Lampsaco, devota al suo sozzo figliuol, la spiaggia calca e di novo ripassa il varco infido d’Elle che pianger fè Sesto ed Abido. L’Egeo succede, entro il cui flutto insano Taso, ch’ha di fin or vene feconde, e Lenno vede ove mantien Vulcano officina di foco in mezzo al’onde e Sciro ancor, ch’al greco astuto invano tra sue false latebre Achille asconde e là dove colui che chiara tromba e del’uno e del’altro ha poi la tomba.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciassettesimo CLXX Questo, e sarà pur ver, ceruleo flutto che diè nel mio natal culla al gran parto sepolcro diverrà sanguigno e brutto del vinto egizzio e del fugace parto. D’alghe invece e di pesci avrà pertutto di cadaveri immondi il grembo sparto e tutta coprirà l’onda crudele di rotte antenne e di squarciate vele. Piango i tuoi casi, Antonio, e duolmi forte che t’appresti Fortuna oltraggio e danno poiché quei che t’induce a sì rea sorte è pur l’autor del mio mortale affanno. Ma chi potrà senon tormento e morte sperar giamai dal perfido tiranno, se ‘n più misero stato ed infelice condanna anco a languir la genitrice? Tu dal’armi di Cesare sconfitto fuggi del Nilo ale dilette arene, ma dala strage del naval conflitto la bella fiamma tua teco ne viene. Io, da quelle d’Amore il cor trafitto porto e partendo, oimé, lascio il mio bene, né so se per destino unqua mi tocchi che l’abbian più da riveder quest’occhi. L’altro esterminio onde di por s’aspetta al turchesco furor morso e ritegno, fia d’ingiuria immortal poca vendetta contro il distruggitor del mio bel regno. No no, fuggir non puoi malvagia setta il castigo del ciel ben giusto e degno d’aver guasti ad Amor gli orti suoi cari e cangiate in meschite i nostri altari.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Il trono mio dentro i tuoi lumi belli stassi e ‘l foco e lo stral che mi donasti. Non soggiogo con altro i cor rubelli, qui fondato è il mio regno e tanto basti. Non pianger più che non son occhi quelli degni d’esser dal pianto offesi e guasti. Si stilla in quell’umor l’anima mia, ch’altri pianga per te più dritto fia. Che fia di me, ch’i miei per sempre ho chiusi, se da te tanta grazia or non impetro? Romperò l’armi mie, se ciò ricusi, a piè di questo tragico feretro; seben son già tutti i miei strali ottusi e l’arco, ch’era d’or, fatto è di vetro, dela face l’ardor gela e s’ammorza ed io col pianger tuo perdo ogni forza. Lasso, si strugge il ciel, langue natura e vien quasi a mancar la stirpe nostra. Non vedi Febo che di nube oscura vela la fronte e pallido si mostra? Sviene ogni fiore e secca ogni verdura per questa già si lieta erbosa chiostra, poiché Favonio, che scherzar vi suole, per altri fiati respirar non vole. I dolenti augelletti o muti tutti taccion tra’ rami o fanno amari versi. Mira le tue colombe a tanti lutti com’hanno i baci lor rotti e dispersi; mira nela tua cuna i salsi flutti che par fremendo ancor voglian dolersi; e le belle unioni a te sì care divengon per dolor lagrime amare.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Aci il gentile, un pastorel sicano, fu già di Galatea l’unico foco, Galatea bella che seguita invano era da Polifemo in ciascun loco. Appo lui, quasi stilla al’oceano era ogni altra bellezza o nulla o poco. Onde ciascuna ninfa empiea d’amore e ciascun uom d’invidia e di stupore. Cedano i duo che qui lodato han tanto di Semele il figliuolo e di Latona o qual maggior beltà celebra il canto dele dotte sorelle in Elicona. Il suo puro candor toglieva il vanto ale bianche colombe di Dodona; il suo dolce rossor faceva oltraggio ai color del’aurora, ai fior di maggio. Una collina che risponde al mare Vertunno con Nettuno accoppia e mesce. Per entro l’onde sue tranquille e chiare, publico albergo al mal difeso pesce, un pavimento lucido traspare, loqual vaghezza al vago sito accresce, di nicchi fini e di lapilli tersi, tutti smaltati di color diversi. Là ‘ve dal’erba tremula indistinto agitato dal flutto il giunco pende, di vario musco il margine dipinto molle di fresca arena un letto stende, sì d’alti sassi incoronato e cinto che soffio d’aquilon mai non l’offende. Sol placid’aura intorno al curvo grembo gl’increspa l’orlo e gl’innargenta il lembo.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo CCXXXV Tacerò, memorabili fra tutti, Calamo e Carpo, gl’infortuni vostri? Che non pur non lasciar con occhi asciutti alcuno abitator de’ regni nostri, ma dier materia entro i miei salsi flutti d’amaro pianto ai più spietati mostri; e fer per gran pietà de’ lor cordogli singhiozzar l’onde e lagrimar gli scogli. Su per l’oblique e tortuose rive del bel Meandro e tra’ suoi guadi aprici passavan lieti le cald’ore estive di pari età duo fanciulletti amici. Simil beltà non si racconta o scrive, ch’altrui desser giamai stelle felici. Lasciato avrian per lor l’Alba Orione e la diva di Delo Endimione. Daché la bella coppia al mondo nacque, mentre crescendo entrambo ivano al paro tanto il genio del’uno al’altro piacque, che ‘n perpetua amistà l’alme legaro. Scherzavan dunque infra l’arene e l’acque del fiume che scorrea tranquillo e chiaro, attraversando con suoi giri ondosi, quasi serpe d’argento, i prati erbosi. Piantato avean nel verde margo un legno e quivi appesa una ghirlanda in cima, proposta in premio a qual de’ duo quel segno giunto fusse, nuotando, a toccar prima. Sforzavasi ciascun con ogni ingegno d’acquistar vincitor la spoglia opima e ‘n così fatti lor giochi e trastulli travagliavano aprova i duo fanciulli.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo CCXXXIX Sfavillan l’acque, assai più belle e chiare fatte dalo splendor che le percote in quella guisa che fiammeggia il mare al folgorar dele lucenti rote, quando l’aurora che ‘n levante appare dal vel purpureo le rugiade scote e ‘l sol che giovinetto esce di Gange col gran carro di foco il flutto frange. Carpo nel nuoto essercitato e dotto molto non è, ma Calamo gli è scorta ed or col tergo, or con la man di sotto agevolmente lo sostiene e porta. Talor poscia ch’alquanto ei l’ha condotto per mezzo l’acqua flessuosa e torta, dilungandosi ad arte innanzi passa, indi l’aspetta ed arrivar si lassa. Con tardo moto, a bello studio, e lento, bramoso d’esser pur vinto e precorso, pian pian rompendo lo spumoso argento per la liquida via trattiene il corso. Ma per poter trovarsi in un momento, qualora uopo ne fia, presto al soccorso del caro emulo suo che gli è davante con la provida man segue le piante. Il giovinetto, che ‘l compagno vede indietro rimaner quasi perdente, tolto il vantaggio allor che gli concede, scorre l’umido arringo arditamente e va, mentre rapir la palma crede, dove l’impeto il trae dela corrente. Già già stende la man superba e lieta, tanto è vicina la prefissa meta.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Deh! placa il tuo rigor, deh! prego, omai più moderato e mansueto spira. Sostien ch’io vada e poi perché più mai non possa indi partir, sfoga pur l’ira. O se del mio dolor pietà non hai, portami a quella onde ‘l mio cor sospira; poscia di là partendo ov’ella alberga, fa pur che nel ritorno io mi sommerga”. Queste voci il meschin, pregando invano, sparge inutili al’aria e senza effetti, perch’Austro sordo ed Aquilone insano ne portan via, rimormorando, i detti. Volumi d’onde per l’instabil piano s’urtan l’un l’altro in minacciosi aspetti, onde l’ali di Dedalo desia per trattar l’aure ed accorciar la via. Già l’Ellesponto e l’emisperio tutto copre la notte, orrenda oltre l’usanza. Cresce l’ira di Borea e pur del flutto l’implacabile orgoglio ognor s’avanza. Egli allor più non vuol su ‘l lido asciutto la speme trattener con la tardanza; e, punto dalo stral che lo percote, più sofferir quel differir non pote. Lo stral, che ‘l cieco arcier nel cor gli aventa, gli è sprone al fianco, ond’a partir s’accinge. Tre volte del gran gorgo i guadi tenta e tre le spoglie si dispoglia e scinge; tre volte poi nel’onda entrar paventa e tre del’onda l’impeto respinge. Così d’esporsi in dubbio al gran periglio, non sa ne’ casi suoi prender consiglio.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo CCLXXV Tali accenti dogliosi ha sparsi apena, dispersi inun con le speranze a voto, che tutto ignudo insu la molle arena depon le vesti e s’apparecchia al nuoto; e, dando spirto al cor, sforzo ala lena, la fuga al corso ed ale membra il moto, là dove fanno i flutti aspra battaglia con audacia infelice alfin si scaglia. Sdegnasi forte il mio marito altero ch’ei lo disprezzi e tanto ardir gli spiace, onde col re ch’ha sovra i venti impero fa lega per punir l’insania audace: loqual, disciolto il suo drappel guerriero, per far guerra maggior fa seco pace, e l’un e l’altro indomito tiranno con congiura crudel s’arma a suo danno. Noto ne vien dal’austro e ‘l sen di brine carco, l’ali d’umor, d’orror la fronte e stillante di piogge il mento e ‘l crine, spezza le nubi e fa del cielo un fonte. Vien dal nevoso e gelido confine Borea di Scizia e fa del mare un monte, indi il ragguaglia e i mobili cristalli spiana in campagne, poi gli abbassa in valli. Sorge da’ Nabatei contro costoro il torbid’Euro e l’oriente scote né men superbo e rigido di loro con orribil fragor l’onde percote. Ma con più torvo aspetto il crudo Coro leva dal’ocean gonfie le gote. Piove tonando e folgorando fiocca l’irsuta barba e la tremenda bocca.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Da tai nemici combattuto il mare, con tumido bollor rauco stridendo, mar più non già, ma diventato pare di caligini e d’urli inferno orrendo. E1 nero il ciel, ma fiammeggianti e chiare le saette ch’ognor scendon cadendo, fanno per l’aria più che pece bruna dele stelle l’ufficio e dela luna. Nubi di foco gravide e di gelo, portate a forza da feroci venti, scoppiando partoriscono dal cielo lampi sanguigni e fulmini serpenti e mandan giù dal tenebroso velo un diluvio di laghi e di torrenti. Aver sembra ogni nube ed ogni nembo i fiumi no, ma tutti i mari in grembo. Per lo stretto canal che ‘n sì gran zuffa incapace di sé, si frange e freme, va brancolando e si contorce e sbuffa il nuotator ch’al cominciar non teme. In sestesso si libra, indi s’attuffa e le braccia e le gambe agita insieme; l’acque batte e ribatte e dala faccia, col soffio e con la man, lunge le scaccia. Serpe alo striscio, al volo augel somiglia, battello ai remi e corridore al morso. Or l’ascelle agilmente a meraviglia dilata e stende, or le ripiega al corso, or sospeso l’andar, riposo piglia e volge verso il mar supino il dorso, or sorge e zappa il flutto ed anelante rompe la via co’ calci e con le piante.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Sidonio in campo è il primo a comparire, Sidonio dico, il genero d’Argene, l’accorto amante il cui felice ardire meritò d’ottener l’amato bene. Ma mentre tutto intento a ben ferire già con la lancia in punto oltre ne viene, dala sua donna, ch’è sul palco assisa, con altr’armi è ferito e d’altra guisa. Quarteggiate d’argento armi azzurrine son le divise sue pompose e belle, di zaffir tempestate e di turchine, fatte a sembianza d’onde e di procelle, tra cui consparse son d’acque marine e di brilli cilestri alquante stelle, che fanno al sol, sicom’ai lampi il flutto, balenar, tremolar l’arnese tutto. La lorica è d’argento, adorna e ricca dele più belle pietre di levante. Con fibbie d’or si serra e si conficca con chiodetti pur d’oro e di diamante. Bandato vien d’una cerulea stricca, con bei fiocchi di seta ingiù cascante; e del color medesmo al destro braccio tien di biondi capei trecciato un laccio. Perché Dorisbe azzurra usa la veste, veste anch’egli l’azzurro e l’usa e l’ama e l’auree fila in quel cordon conteste son dele chiome pur dela sua dama. Con piume d’or quel fanciullin celeste, quel nudo arcier ch’Amore il mondo chiama, sovra la rota di Fortuna assiso porta nel’elmo e nelo scudo inciso.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Vede girando poi Vener le ciglia a coppia a coppia entrar nela barriera di diciotto guerrier nobil quadriglia, ai sembianti ed agli abiti straniera. L’armatura ciascun porta vermiglia, salvo colui che capo è dela schiera; e con tal grazia e maestà cavalca che ‘l passo volentier gli apre la calca, onde ala saggia dea dela civetta stupida in atto si rivolge e parla: - Che squadra è quella che fra l’altre eletta trae tutti gli occhi intenti a vagheggiarla e vien con sì bell’ordine ristretta, ch’io per me non saprei, senon lodarla? Così dice la dea nata dal’onde e la vergin del ciel così risponde: - A la tua Teti è ben ragion che porti questo di fortunato obligo eterno, perché mentre pur dianzi i guerrier forti prendendo in picciol legno i flutti a scherno trascorreano i sentier torbidi e torti del’elemento a lei dato in governo, per onorar la tua famosa festa l’acque turbò con subita tempesta; onde il drappello aventurier, ch’errante altre imprese cercando in Asia giva, stanco dal mareggiar, fermò le piante in quest’amena e dilettosa riva. Or qui finché s’acqueti il mar sonante vien per provarsi ala tenzon festiva, peregrin di costume e d’idioma e v’è dentro raccolto il fior di Roma.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Il mio leal custode, il balio fido, sovra una lieve e ben spalmata fusta tragittando a Calesso il salso lido, passò di Gallia al’alta reggia augusta, dove inteso l’annunzio, udito il grido del’onta indegna e dell’ingiuria ingiusta, il mio gran zio che governava il regno pianse di duolo ed avampò di sdegno. Per vendicar dela sorella i torti, mosse poi l’armi e grand’incendio accese. Questo il principio fu di tante morti, quinci nacquer le risse e le contese che con odio mortal tra i petti forti durano ancor del franco e del’inglese, che tra lor confinando, han d’ambo i lati cagion di star su le frontiere armati. Fece il re quivi intanto ammaestrarmi come regio garzon nutrir si debbe. Ma di fuggir poi gli ozi e seguir l’armi anco in me con l’età la voglia crebbe. Vezzo, prego o consiglio a distornarmi da sì nobil pensier forza non ebbe. Così dal ciel guidato e dala sorte sconosciuto e notturno uscii di corte. Già di paesi e popoli diversi costumi assai, peregrinando, ho visti. Molto errai, molto oprai, molto soffersi per far d’eterno onor pregiati acquisti. Poi per l’Egeo tra i flutti e i venti aversi ne venni anch’io sicome tu venisti; quel borea istesso che ‘l tuo legno spinse anco a prender qui porto il mio costrinse.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
con acuto ingegno si mise. Né fu dalla intenzione l’effetto lontano, perciò che,  non  curando  né  caldi  né  freddi,  [né]  vigilie  né  digiuni,  né  alcuno altro corporale disagio, con assiduo studio pervenne a conoscere della divina essenzia e dell’altre separate intelligenzie quello che per umano ingegno qui se ne può comprendere. E così come in varie etadi varie scienze furono da lui conosciute studiando, così in vari studi sotto vari dottori le comprese. Egli li primi inizi, sì come di sopra è dichiarato, prese nella propia patria, e di quella, sì come a luogo più fertile di tal cibo, n’andò a Bologna; e già vicino alla sua vecchiezza n’andò a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l’altezza del suo ingegno, che ancora, narrandosi, se ne maravigliano gli uditori. E di tanti e sì fatti studi non ingiustamente meritò  altissimi titoli:  perciò  che  alcuni  il  chiamarono  sempre “poeta”,  altri  “filosofo”  e  molti  “teologo”,  mentre  visse.  Ma,  perciò  che tanto è la vittoria più gloriosa al vincitore, quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico essere convenevole dimostrare, di come fluttuoso e tempestoso  mare  costui,  gittato  ora  in  qua  ora  in  là,  vincendo  l’onde parimente e’ venti contrari, pervenisse al salutevole porto de’ chiarissimi titoli già narrati. Gli studi generalmente sogliono solitudine e rimozione di sollecitudine e tranquillità d’animo disiderare, e massimamente gli speculativi, a’ quali il nostro Dante, sì come mostrato è, si diede tutto. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua vita infino all’ultimo della morte, Dante ebbe fierissima e importabile passione d’amore, moglie, cura familiare e publica, esilio e povertà; l’altre lasciando più particulari [noie], le quali di necessità queste si traggon dietro: le quali, acciò che più appaia della loro gravezza, partitamente convenevole giudico di spiegarle. Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de’ suoi ornamenti la  terra,  e  tutta  per  la  varietà  de’  fiori  mescolati  fra  le  verdi  frondi  la  fa ridente, era usanza della nostra città, e degli uomini e delle donne, nelle loro contrade ciascuno in distinte compagnie festeggiare; per la qual cosa, infra gli altri per avventura, Folco Portinari, uomo assai orrevole in que’ tempi tra’ cittadini, il primo dì di maggio aveva i circustanti vicini raccolti nella propia casa a festeggiare, infra li quali era il già nominato Alighieri. Al  quale,  sì  come  i  fanciulli  piccoli,  e  spezialmente  a’  luoghi  festevoli sogliono li padri seguire, Dante, il cui nono anno non era ancora finito, seguìto  avea;  e  quivi  mescolato  tra  gli  altri  della  sua  età,  de’  quali  così Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio
L A  PANIA — O monte, che regni tra il fumo del nembo, e tra il lume degli astri, tu nutri nei poggi il profumo di timi, di mente e mentastri. Tu pascoli le api, o gigante: tu meni nei borri profondi la piccola greggia ronzante. 35 Sei grande, sei forte: e dai cavi tuoi massi tu gemi, tu grondi del limpido flutto dei favi. Sei buono tu, grande tra i grandi: né spregi la nera capanna. Al pio boscaiolo tu mandi sovente la ricca tua manna. Gli mandi un tuo sciame, che scende giù giù per la valle remota, qual tremulo nuvolo, e splende. 45 Lo segue un tumulto canoro; ché timpani, cembali, crotali chiamano il nuvolo d’oro. — Dico: egli ride roseo, ma scorso il suo minuto, ridoventa azzurro e grave. Io scendo lungo il Rio dell’Orso, ne seguo un poco il fievole sussurro. E me segue un tac tac di capinere, e me segue un tin tin di pettirossi, un zisteretetet di cincie, un rererere
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
II E si levò tra quelle genti un suono dolce di voce. Usciva allor da un velo rado la luna pendula, dal cono d’un abete. Una nebbia, un ragnatelo di luce scialba tremolò su crani lustri, su cenci e bioccoli di pelo; e rifulsero allora occhi lontani, zuppi di sogno, e bocche aperte a un alto ululo. Il pugno si stringean le mani. Videro tutti là, di soprassalto, quella fanciulla, con le braccia in croce, bianca sul liscio lago di cobalto. 35 Ella parlava timida e veloce. Quello che ammansa, quello che consola, pioveva dalla giovinetta voce. “Io l’ho veduta. Corre sempre, vola, passa. Ma mentre va, che non mai posa, a noi non volge che una parte sola. Vediamo, noi, nel cielo azzurro o rosa, sempre quelle montagne, sempre quelle paludi. Sempre. Ma di là? Che cosa è mai di là, verso le grandi stelle?” III 45 E la luna fu mezza. Erano tutti di là. Ciascuno avea varcato un nero cerchio di monti, un bianco orlo di flutti.
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
L’aurora boreale Ai miei primi anni... infermo ero e lontano da tombe amate... udivo dei compagni il suon del sonno, uguale e piano, sommosso da improvvisi lagni; 5 e, solo, e come chi non sa se giunga mai, traversava con il mio martirio io tutta l’oscurità, lunga, con, sopra, il fisso occhio di Sirio. E nella notte giovinetto insonne vidi la luce postuma, lo spettro dell’alba: tremole colonne d’opale, ondanti archi d’elettro. E sotto i flessili archi e tra le frante colonne vidi rampollare il flutto d’un’ampia chiarità, cangiante al palpitare del gran Tutto. Ti vidi, o giorno che dalla grande Orsa inopinato esci nel cielo, e trovi le costellazioni in corsa dirette a firmamenti nuovi! Ti vidi, o giorno che su l’infinita via delle nebulose ultime e sole appari. M’apparisti, o vita che splendi quando è morto il sole. 25 Un alito era, solo, per il miro gurge, di luce; un alito disperso da un solo tacito respiro e che velava l’universo:
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Odi e inni – Odi 30 lido a cui scaglia i flutti la bufera che già s’appressa: già nel ciel di brage dai quattro punti l’avvenir s’annera. Vento di guerra, vortice di strage corre la terra, e le speranze sante nel cielo oscuro svolano randage.
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Son donne e vecchi soli, e mi chiamano ne’ solchi nuovi, perché v’abbeveri quel lor sessantino che muore prim’anche di mettere il fiore. Ora, un po’ d’acqua chiesi alla Pania, alle mie buone polle di Gangheri, per que’ poveretti, che, uguanno non mesco, non desineranno...” Chi mai può dirti, fiume che palpiti come il buon cuore per la buon’opera: — Perché tu non operi il bene, mi prendo per me le tue vene — ? O Serchio nostro, fiume del popolo, io t’udii, forte come un gran popolo che sopra il conteso avvenire va, l’ora che volle, ruggire. Torbido, rapido, irresistibile, correvi all’ombra di nere nuvole, portandoti in cima del flutto le livide folgori e tutto: 70 75 80 40 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Odi e inni di Giovanni Pascoli
La tua sentenza... la bruciai co’ tuoi giudici. Il tuo delitto... io lo soppressi. Non lo sappiamo ch’io e tu: tra noi. Non temer più. Perché più non temessi de’ tuoi nemici, negro, uccisi tutti: se avevi amici, negro, uccisi anch’essi. 60 Coi sassi intorno li inseguii: con flutti di fango, fiati di veleno, fiumi di fuoco: altri sepolti, altri distrutti. Non c’è più sangue, se non arso, in grumi. Di tanti cuori, batte ancor sol uno. Non c’è, di bocche, che la tua che fumi. E la mia. Negro, non c’è più nessuno. — IV Parlò con nella gran voce i tripudi del fuoco interno. E tacque. Io gli occhi affissi, su, nella taciturna solitudine:
Odi e inni di Giovanni Pascoli
A Umberto Cagni I La nostra bandiera sta sopra indicibili lande. Chi l’ha nell’eterno confitta? chi? Stuolo non molto, sì grande. 5 E ferro non era nelle inaccessibili mani: aurighi d’alivola slitta, tra un rauco anelare di cani, parevano un arido volo di foglie, che piccolo e solo va con la bufera. II Per solidi mari, gli aurighi, e tra mobili rupi, l’icòre di numi dal gelo salvando con pelli di lupi; le pietre miliari, da lega in un turbine a lega, contando nel pallido cielo, passando da un Alfa a un Omèga, 20 là giunsero; e il duce lor biondo scagliò contro l’erma del mondo la lancia d’Autàri. III E su l’acrocòro dell’orbe, dov’egli avea vinto, eresse una stela; ed il flutto del mare fu il sasso del plinto.
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Odi e inni – Inni 85 90 Su innumerevoli roghi, sotto infinite rovine, arso, oppresso, al flutto, al vento... Oh! chi morì senza fine, non ha fine, non è spento, non è qui. VI Quanto morì!... La zagaglia ebbe un giorno alla gorgiera. Egli, egli stesso, il Ferruccio, in quella cerula sera, disse, senza odio né cruccio: Dài a un morto...
Odi e inni di Giovanni Pascoli
IL PESCATORE Ma lui vedendo, ecco di subito una rondine deviò con uno strillo. Ch’ella tornava. Ora Odisseo con gli occhi cercava tutto il grigio lido curvo, s’egli vedesse la sua nave in secco. Ma non la vide; e vide un uomo, un vecchio di triti panni, chino su la sabbia raspare dove boccheggiava il mare alternamente. A lui fu sopra, e disse: “Abbiamo nulla, o pescator di rena? Ben vidi, errando su la nave nera, uomo seduto in uno scoglio aguzzo reggere un filo pendulo sul flutto; ma il lungo filo tratto giù dal piombo porta ai pesci un adunco amo di bronzo che sì li uncina; e ne schermisce il morso un liscio cerchio di bovino corno. Ché l’uomo, quando è roso dalla fame, mangia anche il sacro pesce che la carne cruda divora. Io vidi, anzi, mortali gittar le reti dalle curve navi, sempre aliando sui pescosi gorghi, come le folaghe e gli smerghi ombrosi. E vidi i pesci nella grigia sabbia avvoltolarsi, per desìo dell’acqua, versati fuori della rete a molte maglie; e morire luccicando al sole. Ma non vidi senz’amo e senza rete niuno mai fare tali umide prede, o vecchio, e niuno farsi mai vivanda di tali scabre chiocciole dell’acqua, che indosso hanno la nave, oppur dei granchi, che indosso hanno l’incudine dei fabbri”. E il malvestito al vecchio Eroe rispose: “Tristo il mendico che al convito sdegna
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
LA PARTENZA Ed ecco a tutti colorirsi il cuore dell’azzurro color di lontananza; e vi scorsero l’ombra del Ciclope e v’udirono il canto della Maga: l’uno parava sufolando al monte pecore tante, quante sono l’onde; l’altra tessea cantando l’immortale sua tela così grande come il mare. E tutti al mare trassero la nave Su travi tonde, come su le ruote; e avvinsero gli ormeggi ad un lentisco che verzicava sopra un erto scoglio; e già salito, il vecchio Eroe nell’occhio fece passar la barra del timone; e stette in piedi sopra la pedagna. Era seduto presso lui l’Aedo. E con un cenno fece ai remiganti salir la nave ed impugnare il remo Egli tagliò la fune con la scure. E cantava un cuculo tra le fronde, cantava nella vigna un potatore, passava un gregge lungo su la rena con incessante gemere d’agnelli, ricciute donne in lavatoi perenni batteano a gara i panni alto cianciando, e dalle case d’Itaca rupestre balzava in alto il fumo mattutino. E i marinai seduti alle scalmiere facean coi remi biancheggiar il flutto. E Femio vide sopra un alto groppo di cavi attorti la vocal sua cetra, la cetra ch’egli aveva gittata, e un vecchio dagli occhi rossi lieto avea raccolta e portata alla nave, ai suoi compagni; ed era a tutti, l’aurea cetra, a cuore,
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Poemi conviviali – L’ultimo viaggio XV LA PROCELLA E sopra il flutto nove dì la nave corse sospinta dal remeggio alato, e notte e giorno, ché Odisseo due schiere dinumerò degl’incliti compagni; e l’una al sonno e l’altra era alla voga. Nel decimo l’aurora mattiniera a un lieve vento dispergea le rose. Ei dalla scassa l’albero d’abete levò, lo congegnò dentro la mastra, e con drizze di cuoio alzò la vela, ben torto, e saldi avvinse alle caviglie di prua gli stragli, ma di poppa i bracci. E il vento urtò la vela in mezzo, e il flutto rumoreggiava intorno alla carena. E legarono allora anche le scotte lungo la nave che correa veloce: e pose in mezzo un’anfora di vino Iro il pitocco, ed arrancando intorno lo ministrava ai marinai seduti; e sorse un riso. E nove dì sul flutto li resse in corsa il vento e il timoniere. Nel decimo tra nubi era l’aurora, e venne notte, ed una aspra procella tre quattro strappi fece nella vela; e il Laertiade ammainò la vela, e disse a tutti di gettarsi ai remi; ed essi curvi sopra sé di forza remigavano. E nove dì sbalzati eran dai flutti e da funesti venti. Infine i venti rappaciati e i flutti, sul far di sera, videro una spiaggia. A quella spinse il vecchio Eroe la nave, in un seno tranquillo come un letto. E domati da sonno e da stanchezza, dormian sul lido, ove batteva l’onda.
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
L’ISOLA DELLE CAPRE Indi più lungi navigò, più triste. E corse i flutti nove dì la nave or col remeggio or con la bianca vela. E giunse alfine all’isola selvaggia ch’è senza genti e capre sole alleva. E qui vinti da sonno e da stanchezza dormian sul lido a cui batteva l’onda. Ma con la luce rosea dell’aurora vide Odisseo la terra dei Ciclopi, non presso o lungi, e gli sovvenne il vanto ch’ei riportò con la sua forza e il senno, del mangiatore d’uomini gigante. Ed oblioso egli cercò l’Aedo per dire a lui: “Terpiade Femio, il sogno dolce e dimenticato io lo risogno: era la gloria...” Ma il vocale Aedo dormia sotto le stridule aspre foglie, e la sua cetra là cantava al vento il dolce amore addormentato in cuore, che appena desto solo allor ti muore. E l’Eroe disse ai vecchi remiganti: “Compagni, udite. Qui non son che capre; e qui potremmo d’infinita carne empirci, fino a che sparisca il sole. Ma no: le voglio prendere al pastore, pecore e capre; ch’è, così, ben meglio. È là, pari a un cocuzzolo silvestro, quel mio pastore. Io l’accecai. Ma il grande cuor non m’è pago. Egli implorò dal padre, ch’io perdessi al ritorno i miei compagni, e mal tornassi, e in nave d’altri, e tardi. Or sappia che ho compagni e che ritorno sopra nave ben mia dal mio ritorno. Andiamo: a mare troveremo un antro tutto coperto, io ben lo so, di lauro.
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
Avessi ancora il mio divino Aedo! Vorrei che il canto d’Odisseo là dentro cantasse, e quegli nel tornare all’antro sostasse cieco ad ascoltar quel canto, coi greggi attorno, il mento sopra il pino. E io sedessi all’ombra sua, nel lido!” Disse, e ai compagni longiremi ingiunse di salir essi e sciogliere gli ormeggi. Salirono essi, e in fila alle scalmiere facean coi remi biancheggiare il flutto. E giunti presso, videro sul mare, in una punta, l’antro, alto, coperto di molto lauro, e v’era intorno il chiuso di rozzi blocchi, e lunghi pini e quercie altochiomanti. E il vecchio Eroe parlava: “Là prendiam terra, ch’egli dal remeggio non ci avvisti; ch’a gli orbi occhio è l’orecchio; e non ci avventi un masso, come quello che troncò in cima di quel picco nero, e ci scagliò. Rimbombò l’onda al colpo”. Ed accennava un alto monte, tronco del capo, che sorgeva solitario.
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
sommosso ancor dall’ultima onda: e il bianco capo accennava di saper quell’antro, tremando un poco; e sopra l’uomo un tralcio pendea con lunghi grappoli dell’uve. Era Odisseo: lo riportava il mare alla sua dea: lo riportava morto alla Nasconditrice solitaria, all’isola deserta che frondeggia nell’ombelico dell’eterno mare. Nudo tornava chi rigò di pianto le vesti eterne che la dea gli dava; bianco e tremante nella morte ancora, chi l’immortale gioventù non volle. Ed ella avvolse l’uomo nella nube dei suoi capelli; ed ululò sul flutto sterile, dove non l’udia nessuno: — Non esser mai! non esser mai! più nulla, ma meno morte, che non esser più! — 80 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
LA MADRE O quale Glauco, ebbro d’oblìo, percosse la santa madre. E non poté la madre che pur voleva, sostener nel cuore quella percossa al volto umile e mesto; ché da tanti dolori liso il cuore, ecco, si ruppe; e ne dové morire. E subito il buon demone sovvenne, e più veloce d’un pensier di madre ultimo, la soave anima prese, la sollevò, la portò via lontano, e due tre volte la tuffò nel Lete. E le dicea: “Dimentica per sempre, anima buona; ché sofferto hai troppo!” E pose lei nel sommo della terra, dove è più luce, più beltà, più Dio: nel calmo Elisio, donde mai non torna l’anima al basso, a dolorar la vita. Ma nel profondo della terra il figlio precipitò, nel baratro sotterra, tanto sotterra alla sua tomba, quanto erano su la tomba alte le stelle. E là fu, nella oscurità, travolto dalla massa d’eterna acqua, che sciacqua pendula in mezzo all’infinito abisso; che, mentre oscilla il globo della terra, là dentro fiotta, e urta le pareti solide, e con cupo impeto rimbomba. E l’anima di Glauco era travolta nell’acqua eterna, e or lanciata contro le roccie liscie, or tratta dal risucchio giù. Né un raggio di luce, ma una romba senza pensiero, e senza tempo il tempo. Quando, un flutto sboccò con un singulto in un crepaccio, e Glauco sgorgò dentro 5 10 15 20 25 30 99 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
l’antro sonante, e si trovò su l’onda d’un nero fiume che correa sotterra rapacemente. Ed era tutto un pianto, un pianto occulto, il pianto dopo morte, oh! così vano, le cui solitarie lacrime lecca il labile lombrico. E il fiume cieco del dolor sepolto portò Glauco vicino alla palude Acherusìade, ove tra terra e acqua errano l’ombre a cui la morte insegna, e che verranno ad altra vita ancora, quando il destino li rivoglia in terra. E vide le aspettanti anime Glauco sul denso limo, a cui l’urtava il flutto, e gridò Glauco, alto, e chiamò la madre: “Madre che offesi... madre che percossi... madre che feci piangere... Ma vengo sul fiume eterno, o mamma, a te, del pianto! O mamma che... feci morire! E morto ti sono anch’io, nato da te! più morto! Sì: t’ho percossa. Ma non sai con quanta forza alle scabre roccie mi percuota l’acqua laggiù, nel baratro; e che buio laggiù! che grida! Oh! mai non fossi nato! Mamma... pietà! perdonami! Se lasci ch’io salga, e basta che tu voglia, io salgo; oh! sarò buono! buono, ora per sempre! non ti batterò più!... Mamma, già l’onda Mi porta via... perdona dunque! Io torno laggiù... fa presto. Un tempo eri più buona, o mamma!... O madre, ti mutò la morte!” Così pregava, il figlio. Ecco, e l’ondata dal molle limo lo staccò, lo volle con sé, lo stese, lo portò nel fiume
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
A Taganrok       IL CREDENTE A Taganrok, nella taverna a mare, sedean nocchieri. Uno parlava a tutti. I “O della sera giunti qui sui flutti, la patria vive in un silenzio all’erta. 5 Pare la patria un’isola deserta, con soltanto il gridìo dei cormorani. Si parlano nel cavo delle mani scrivendo il nome con le caute dita. 10 Presso un antico tempio è la lor vita: ne son gli eredi ed i maestri e l’opre. Ma il muschio al tempio non si sa se copre i primi muri o l’ultima rovina. Stanno in capanne d’erica e savina: un lume brilla nella notte oscura. 15 Marre, squadre, il grembiule alla cintura: vegliano muti fin che il gallo canti. Noi tra il cielo e l’abisso, o naviganti, possiam gettare al vento al mare un nome; 20 ed il vento urla e il mare sbalza, come per afferrarlo, questo nome: Italia!” Gridaron tutti: Italia! Italia! Italia! Parve, in un canto, che un leon ruggisse... Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poemi del Risorgimento di Giovanni Pascoli
“Oh! voi, che aprite con un rostro adunco la terra, omai la prora che toglieste alla mia nave, a lei rendete, o figli; ed ora in me, con quella ch’è il mio coltro, segnate un lungo solco sino al mare, sino al gran mare, azzurro e piano; e oltre! Bene avverrà!” Così diceva il Tebro con l’incessante murmure; ma il vento di primavera dal lontano lido, sempre più forte, le narici aperte a lor bagnando de’ suoi salsi spruzzi, — Oh! voi che fate una città pastori, — diceva — eccovi l’atrio, ecco le porte color di cielo, e il limitar che tuona sparso di schiuma dalle larghe ondate. O cittadini, ecco la via già fatta, labile, piana, e ne son pietre i flutti. Dall’urbe uscite: avanti voi c’è l’orbe! — Allor li prese un vago amor dell’onde che sempre vanno a modo de’ pastori; di sempre andare e pascolare il mondo. LA  RISSA Pales, o grande e buona Iddia, di latte, munto d’allora, ti facean l’offerta. Nella città non nata la giovenca chiamava steli e fiori; a lunghi sorsi beveva il toro; ed il tuo colle a un tratto suona di grida. Rissano i pastori proprio nel solco, un passo dall’aratro, che riposava. Gli uni avean lo spiedo da caccia, gli altri aveano l’ascia in mano. Questi già pietre, qua e là, da terra traean tagliando e scalpellando; e quelli piangean la terra duramente offesa.
Poemi del Risorgimento di Giovanni Pascoli
lungo la terra della stella, al mare; a riveder la prima Italia al lume del pino acceso dal suo gran vulcano. 145 Questi, quel Donno, il Regolo fatale. Gl’Itali udrà gridare di dolore. Gl’Itali lo vedranno cavalcare con l’asta lunga. O Roma, egli, vittore, dell’elmo ferreo t’armerà, che ha l’ale. — 150 Così le madri predicean nel santo orror dei boschi, ed ora al sacro fonte sotterra dell’Eridano. E, pur bassa fosse la voce, trascorrea dal monte Vesulo sino al mare Adriaco il canto. 155 Via via le ripe faceano eco; e in doppi lunghi filari le sorelle fise a rimirar l’acqua ch’eterna passa, tutte, in udir, crollavano improvvise le loro chiome tremule di pioppi. 160 Abbrividiano come per un blando soffio di venti. Un dolce suono usciva dalle lor foglie ov’era un usignolo. Così lunghesso la lunata riva pareano andare in compagnia, cantando. 165 Faceano un solo inno d’amore i puri virginei canti. E tu, come una nave bianca dall’acqua fluttuando a volo, cantavi ancor più forte e più soave le morti, o cigno, degli eroi futuri. 170 Gli eroi nel bosco del perenne alloro erano insieme assisi al sacro fonte
Poemi del Risorgimento di Giovanni Pascoli
420 Oltra Ticino, sommovesti all’armi tutte le genti e le guidasti a guerra ch’è santa e pia, se libera e redime. Poi col tuo nome mille eroi due navi salgono, e vanno all’isola che porta 425 chiare di dei, di semidei, le traccie. Rossa la veste dei remigatori divini; capo era il divino Ulisse. E tu combatti ancora e sempre. Alfine re dell’Italia tutta imponi al capo 430 il ferro e l’oro della sua corona. La croce alfine segno di vittoria, splendé dal cielo sulla terra verde ch’ha neve al sommo e che nel fondo ha fuoco. Ed a nessuno e in nulla mai secondo, 435 piccolo alpino re selvaggio, a Roma stai grande, e resti eternamente a Roma. V Accampamento fatto a piè del monte già dal grifagno Cesare ai futuri figli d’Italia, o tempio dei vessilli, 440 o ara donde il Console gli augùri prendeva, augusti, col nemico a fronte! Per guerre, qui di secoli lontani, erano poste le aquile dell’oro; qui ripetea la bùccina i suoi squilli 445 brevi, che un coro ricevea canoro di trombe e il busso dei timpani vani. Qui sempre il suolo trito di stridenti plaustri, qui di concordi ferree péste. Erano le coorti e le legioni. 450 Qui si guardava la purpurea veste da dar, sull’alba della pugna, ai venti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 78 Q Giovanni Pascoli    Inno a Torino Qui sempre avvenne di mirar le squadre dei fluttuanti veliti e il tumulto delle torme dai quadruplici tuoni; 455 qui sempre alcun triario, come sculto, star tra’ novelli: “Narra dunque, o padre!” Perché accampato in questo accampamento era un ultimo esercito romano. La sua milizia era infinita e dura. 460 Esso tra il monte s’attendava e il piano, fedele ad un antico giuramento. Scórsero gli anni e i secoli. Ed armato esso aspettava di ritornar, quando fosse chiamato, sotto quelle mura. 465 Aspettò qui per secoli, il comando; ma Roma ve l’avea dimenticato. Bianchi frattanto, sotto il muschio e i pruni, marmi e colonne e lapidi, grandi orme della gran madre, archi e sepolcri infranti, 470 vedeano intorno, e dure austere forme, stele di primipili e di tribuni. Vedean già rotti ancor salire al monte archi che l’acque conduceano al basso. Parean lontane file di giganti, 475 d’ardui giganti, i quali passo passo salìan con l’urne, un dopo l’altro, al fonte. E custodìano, nel domar la rude terra, l’antica arte e l’antico onore dei forti aratri e delle industri falci. 480 Ondeggia il campo di frumento in fiore, di verdi steli ondeggia la palude!
Poemi del Risorgimento di Giovanni Pascoli
Io per te colgo il suono d’ogni cosa. Su tutte io picchio le mie tenui dita, stelle del cielo o petali di rosa. Di tutte io sento il dolce flutto occulto, il cadenzato palpito di vita, la gioia e il pianto, il riso ed il singulto.
Poemi italici di Giovanni Pascoli
VI E vide il vecchio, e gli mormorò: “Pace”. E il vecchio scosse il capo: “Andai, lontano, per aver lei, da tutto ciò che piace!” “Io fui cacciato”: mormorò il silvano. 195 E poi soggiunse: “e mi sbalzò sul flutto d’ogni procella il folle vento vano. Così mostrai le piaghe mie per tutto. Altro non fui che pianta di mal orto, pianta silvestra senza fior né frutto. 200 A me fu questo che tu vedi, il porto. Per questa selva m’aggirai cattivo e lasso e tristo e cieco e nudo e morto. Morto non pur, ma come non mai vivo. Era il mio nome per fuggir disperso, 205 qual foglia secca su corrente rivo. DANTE, il mio nome. Ero nel nulla immerso, quando, guardato in viso la ventura, sorsi e descrissi tutto l’universo. Descrissi l’uomo, e il sonno nell’oscura 210 selva e il risveglio, e l’apparir di fiere, l’una che attrae, la coppia che spaura. Mi seppellii sotterra per vedere. Vidi né vivi i più né morti, vidi gli uomini bestie e l’anime più nere. 215 Ebbro di lai, d’urli, di guai, di gridi, mi lasciai sotto capovolto il male, e giunsi a santi solitari lidi.
Poemi italici di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Poemi italici – Rossini La chioma bionda fluttuava all’aria. Specchiava il sole la pupilla chiara. E venner altri da vicini tetti 305 recando cibo, che vestìano anch’essi tuniche rosse. Avevano nei cesti fave fumanti e pan raffermo e pesci seccati al vento. All’ombra di due lecci sederon tutti, come dei, sereni. 310 Erano a loro sassi erbosi i seggi, sassi le mense. E sparsi per i greppi parlavan olio e grano, uve ed armenti. E già pasciuti, bevvero sul pane acqua di pozzo. Non aveva altre acque 315 l’isola dura, né, pur mo’ piantate, davan le viti ciò che fa buon sangue. Né altro dava l’isola, che piante di pino e tasso buoni per le fiamme d’un grande rogo. Un’isola di capre 320 era, silvestri. Qualche angusta valle sola pativa il ferro delle vanghe. E il pellegrino s’indugiava, e stette molto ammirando l’eremita agreste, che aveva in odio lotte, risse e guerre, 325 che sazio e lieto, tolte ormai le mense, sorgea dicendo: “Nella pace è il bene!” X Ma improvvisa ecco nitrì Marsala, passò nitrendo la giumenta baia libera e nuda. Un vento di battaglia 330 precipitò sull’isola selvaggia.
Poemi italici di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Poesie varie - La notte di Natale 35 40 45 50 55 60 65 l’alma fedele, ognora esploravan da tacito poggetto giù per l’aspra discesa ogni sentiero: e spesso un lieto canto in sull’aurora fingea pietoso inganno al sollecito affanno: nel putre flutto egli ingorgava intanto senza rito benigno e senza pianto. Indarno all’acque irresolute aperto faticoso meandro fu già d’idonee strade per cenno imperial. — Ben facil merto a chi le altrui sudate opere abbraccia del proprio nome e il non suo dritto invade. — Ma contro i freni insorta si stendea l’onda morta silenziosa pel conteso piano, nuovi danni apportando al gregge umano. Alessandro or le pigre acque disgombra dal difficile lago, ed inerme e privato dopo tant’anni il gran concetto adombra. Mentre gli uomini insieme urtansi in guerra siccome li balestra oscuro fato, e di seggi e corone per fredda ambizione si succia ognora al povero le vene sotto l’onesto vel di comun bene. Anima è rara, che del giovin core i fremiti inquieti sappia a gentil fiammella scaldar di gloria e di fraterno amore. Se virtù nuda di fastosi fregi apprenda al cor l’insolita favella, mille svela diletti di sospirosi affetti;
Poesie varie di Giovanni Pascoli
di fiera gioia il cuore, se una favola industre esce di bocca al buon novellatore. O dedalei poemi onde il sonoro ritmo che il cor ritenne somigliava un trottar di Brigliadoro per le fatate Ardenne! come sentivo di passar per alti silenzi di verzura, su cui d’un tratto campeggiavan spalti grigi e muscose mura! O bianca nube, stormi d’alcioni fluttuanti lontano; o bianchi veli, o rosee visioni che ho perseguite invano! Alessandro Manzoni - Adelchi [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Adelchi.txt Alessandro Manzoni - Il Conte di Carmagnola [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Il Conte di Carmagnola.txt Alessandro Manzoni - Inni Sacri [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Inni Sacri.txt Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte I [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte II [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte II.txt Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte I.txt Alessandro Manzoni - Odi [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Odi.txt Alessandro Manzoni - Poesie giovanili [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Poesie giovanili.txt Alessandro Manzoni - Storia della colonna infame [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Storia della colonna infame.txt Amico di Dante - Canzoni - poesia 1200 [ebook ITA].pdf Amico di Dante - Canzoni - poesia 1200.txt Angelo Poliziano - Fabula di Orfeo [ebook ITA].pdf Angelo Poliziano - Fabula di Orfeo.txt Angelo Poliziano - Rime [ebook ITA].pdf Angelo Poliziano - Rime.txt Angelo Poliziano - Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici [ebook ITA].pdf Angelo Poliziano - Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici.txt Anonimo - Il Novellino [ebook ITA].pdf Anonimo - Il Novellino.txt Anonimo - Laude cortonesi [ebook ITA].pdf Anonimo - Laude cortonesi.txt Anonimo romano - Cronica [ebook ITA].pdf Anonimo romano - Cronica.txt Baldassare Castiglione - Il Libro del Cortegiano [ebook ITA].pdf Baldassare Castiglione - Il Libro del Cortegiano.txt Bonagiunta Orbicciani - Rime [ebook ITA].pdf Bonagiunta Orbicciani - Rime.txt Bono Giamboni - Libro de vizi e delle virtudi [ebook ITA].pdf Bono Giamboni - Libro de vizi e delle virtudi.txt Brunetto Latini - Il Favolello [ebook ITA].pdf Brunetto Latini - Il Favolello.txt Brunetto Latini - Il Tesoretto [ebook ITA].pdf Brunetto Latini - Il Tesoretto.txt Carlo Goldoni - Gl innamorati [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Gl innamorati.txt Carlo Goldoni - Il Campiello [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il Campiello.txt Carlo Goldoni - Il servitore di due padroni [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il servitore di due padroni.txt Carlo Goldoni - Il Teatro comico [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il Teatro comico.txt Carlo Goldoni - Il Ventaglio [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il Ventaglio.txt Carlo Goldoni - I Rusteghi [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - I Rusteghi.txt Carlo Goldoni - La Bottega del caffe [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Bottega del caffe.txt Carlo Goldoni - La Famiglia dell’antiquario [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Famiglia dell’antiquario.txt Carlo Goldoni - La Locandiera [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Locandiera.txt Carlo Goldoni - La Sposa persiana [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Sposa persiana.txt Carlo Goldoni - Le Baruffe chiozzotte [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Le Baruffe chiozzotte.txt Carlo Goldoni - Le Femmine puntigliose [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Le Femmine puntigliose.txt Carlo Goldoni - Le smanie per la villeggiatura [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Le smanie per la villeggiatura.txt Carlo Goldoni - Una delle ultime sere di Carnovale [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Una delle ultime sere di Carnovale.txt Cecco Angiolieri - Rime [ebook ITA].pdf Cecco Angiolieri - Rime.txt Cenne da la Chitarra - Risposta alla Corona dei mesi [ebook ITA].pdf Cenne da la Chitarra - Risposta alla Corona dei mesi.txt Cesare Beccaria - Dei delitti e delle pene [ebook ITA].pdf Cesare Beccaria - Dei delitti e delle pene.txt Chiaro Davanzati - Canzoni e sonetti [ebook ITA].pdf Chiaro Davanzati - Canzoni e sonetti.txt Cielo d Alcamo - Contrasto [ebook ITA].pdf Cielo d Alcamo - Contrasto.txt Cino da Pistoia - Canzoni sonetti e ballate [ebook ITA].pdf Cino da Pistoia - Canzoni sonetti e ballate.txt Dante Alighieri (attribuito a) - Il Fiore [ebook ITA].pdf Dante Alighieri (attribuito a) - Il Fiore.txt Dante Alighieri - Convivio [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Convivio.txt Dante Alighieri - Detto d amore [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Detto d amore.txt Dante Alighieri - De vulgari eloquentia [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - De vulgari eloquentia.txt Dante Alighieri - Divina Commedia [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Divina Commedia.txt Dante Alighieri - Epistole [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Epistole.txt Dante Alighieri - Rime [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Rime.txt Dante Alighieri - Vita nuova [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Vita nuova.txt Dante da Maiano - Sonetti [ebook ITA].pdf Dante da Maiano - Sonetti.txt Dino Compagni - Cronica [ebook ITA].pdf Dino Compagni - Cronica.txt Dino Frescobaldi - Canzoni e sonetti [ebook ITA].pdf Dino Frescobaldi - Canzoni e sonetti.txt Enzo Re - S eo trovasse Pietanza [ebook ITA].pdf Enzo Re - S eo trovasse Pietanza.txt Federigo Della Valle - La reina di Scozia [ebook ITA].pdf Federigo Della Valle - La reina di Scozia.txt Folgore da San Gimignano - Corona dei mesi [ebook ITA].pdf Folgore da San Gimignano - Corona dei mesi.txt Francesco d Assisi - Laudes creaturarum - Cantico di frate Sole [ebook ITA].pdf Francesco d Assisi - Laudes creaturarum - Cantico di frate Sole.txt Francesco De Sanctis - Storia della letteratura italiana - Tomo I [ebook ITA].pdf Francesco De Sanctis - Storia della letteratura italiana - Tomo II [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Ricordi [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Ricordi.txt Francesco Guicciardini - Storia d Italia - Volume primo (libri I-VI) [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Storia d Italia - Volume secondo (libri VII-XIII) [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Storia d Italia - Volume terzo (libri XIV-XX) [ebook ITA].pdf Francesco Petrarca - Canzoniere [ebook ITA].pdf Francesco Petrarca - Canzoniere.txt Francesco Petrarca - Trionfi (Triumphi) [ebook ITA].pdf Francesco Petrarca - Trionfi (Triumphi).txt Franco Sacchetti - Il Trecentonovelle [ebook ITA].pdf Franco Sacchetti - Il Trecentonovelle.txt Galileo Galilei - Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo [ebook ITA].pdf Galileo Galilei - Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.txt Giacomino Pugliese - Morte perche m hai fatta si gran guerra [ebook ITA].pdf Giacomino Pugliese - Morte perche m hai fatta si gran guerra.txt Giacomo da Lentini - Rime [ebook ITA].pdf Giacomo da Lentini - Rime.txt Giacomo Leopardi - Canti [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Canti.txt Giacomo Leopardi - Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica.txt Giacomo Leopardi - Operette morali [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Operette morali.txt Giacomo Leopardi - Paralipomeni della Batracomiomachia [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Paralipomeni della Batracomiomachia.txt Giacomo Leopardi - Pensieri [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Pensieri.txt Giacomo Leopardi - Poesie varie [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Poesie varie.txt Gianni Alfani - Ballate [ebook ITA].pdf Gianni Alfani - Ballate.txt Gianni Lapo - Canzoni e ballate [ebook ITA].pdf Gianni Lapo - Canzoni e ballate.txt Giordano Bruno - Il Candelaio [ebook ITA].pdf Giordano Bruno - Il Candelaio.txt Giordano Bruno - La Cena de le Ceneri [ebook ITA].pdf Giordano Bruno - La Cena de le Ceneri.txt Giorgio Vasari - Le Vite - Volume primo [ebook ITA].pdf Giorgio Vasari - Le Vite - Volume primo.txt Giorgio Vasari - Le Vite - Volume secondo [ebook ITA].pdf Giorgio Vasari - Le Vite - Volume secondo.txt Giosue Carducci - Giambi ed epodi [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Giambi ed epodi.txt Giosue Carducci - Juvenilia [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Juvenilia.txt Giosue Carducci - Levia Gravia [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Levia Gravia.txt Giosue Carducci - Odi barbare [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Odi barbare.txt Giosue Carducci - Rime e ritmi [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Rime e ritmi.txt Giosue Carducci - Rime nuove [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Rime nuove.txt Giovan Battista Guarini - Il Pastor fido [ebook ITA].pdf Giovan Battista Guarini - Il Pastor fido.txt Giovan Battista Marino - L Adone - Volume primo (canti 1-13) [ebook ITA].pdf Giovan Battista Marino - L Adone - Volume primo (canti 1-13).txt Giovan Battista Marino - L Adone - Volume secondo (canti 14-20) [ebook ITA].pdf Giovan Battista Marino - L Adone - Volume secondo (canti 14-20).txt Giovanni Boccaccio - Amorosa visione - testo A [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Amorosa visione (testo A) [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Amorosa visione - testo A.txt Giovanni Boccaccio - Amorosa visione (testo A).txt Giovanni Boccaccio - Caccia di Diana [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Caccia di Diana.txt Giovanni Boccaccio - Comedia delle ninfe fiorentine [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Comedia delle ninfe fiorentine.txt Giovanni Boccaccio - Corbaccio [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Corbaccio.txt Giovanni Boccaccio - Decameron [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Decameron.txt Giovanni Boccaccio - Elegia di Madonna Fiammetta [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Elegia di Madonna Fiammetta.txt Giovanni Boccaccio - Filostrato [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Filostrato.txt Giovanni Boccaccio - Il Filocolo [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Il Filocolo.txt Giovanni Boccaccio - Ninfale fiesolano [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Ninfale fiesolano.txt Giovanni Boccaccio - Rime [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Rime.txt Giovanni Boccaccio - Teseida [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Teseida.txt Giovanni Boccaccio - Trattatello in laude di Dante [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Trattatello in laude di Dante.txt Giovanni Della Casa - Galateo [ebook ITA].pdf Giovanni Della Casa - Galateo.txt Giovanni Della Casa - Rime [ebook ITA].pdf Giovanni Della Casa - Rime.txt Giovanni Pascoli - Canti di Castelvecchio [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Canti di Castelvecchio.txt Giovanni Pascoli - Le canzoni di re Enzio [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Le canzoni di re Enzio.txt Giovanni Pascoli - Myricae [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Myricae.txt Giovanni Pascoli - Nuovi poemetti [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Nuovi poemetti.txt Giovanni Pascoli - Odi e inni [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Odi e inni.txt Giovanni Pascoli - Poemi conviviali [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Poemi conviviali.txt Giovanni Pascoli - Poemi del Risorgimento [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Poemi del Risorgimento.txt Giovanni Pascoli - Poemi italici [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Poemi italici.txt Giovanni Pascoli - Poesie varie [ebook ITA].pdf
Poesie varie di Giovanni Pascoli
L’olio cantò con murmure sommesso; un acre odore vaporò per tutto. Fumavano le calde erbe da presso, nel tondo ch’ella inebbriò del flutto stridulo, aulente; e poi nel canovaccio nitido e grosso avviluppava il tutto.
Primi poemetti di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giuseppe Parini   Le Odi Q 40 45 50 55 60 65 70 E quale il flutto avverso Beve già rotto: e qual del multiforme Monte dell’acque enorme Sopra di lui riverso Cede al gran peso; e alfin piomba sommerso. Alcon, non ti rammenti Quel che superbo per ornata prora Veleggiava finora, Di purpurei lucenti Segni ingombrando gli alberi potenti? A quello d’ambo i lati Ignivome s’aprìan di bronzo bocche; Onde pari a le rocche Forza sprezzava e agguati D’abete o pin contro al suo corso armati. E l’onde allettatrici Stendeansi piane a lui davanti: e ai grembi Fregiati d’aurei lembi De’ canapi felici Spiravan ostinati i venti amici: Mentre Glauco e i Tritoni Pur con le braccia lo spingean più forte; E da le conche torte Lusingavano i buoni Augurj intorno a lui con alti suoni. E lungo i pinti banchi Le Dee del mar sparse le chiome bionde Carolavan per l’onde, Che lucide su i bianchi Dorsi fuggian strisciando e sopra i fianchi. Fra tanto, senza alcuno Il beato nocchier timor che il roda, Dall’alto de la proda Al mattin primo e al bruno Vespro così cantava inni a Nettuno: A te sia lode o nume,
Le odi di Giuseppe Parini
Di cui son l’opre ognor potenti e grandi, O se nel suol ti spandi Con le fuggenti spume 75 O di Cinzia t’innalzi al chiaro lume. Tu col tridente altero Al tuo piacer la terra ampia dividi; Tu fra gli opposti lidi Del duplice emispero 80 Scorrevole a i mortali apri sentiero. Rota per te le nuove Con subitaneo piè veci Fortuna: E quello, che con una Occhiata il tutto move, 85 Non è di te maggior superno Giove. Tale adulava. Or mira Or mira, Alcon, come del porto in faccia, Lungi dal porto il caccia Nettuno stesso; e a dira 90 Sorte con gli altri lo trasporta e aggira! E la ricchezza imposta Indi con la tornante onda ritoglie; E le lacere spoglie Ne gitta, e la scomposta 95 Mole a traverso dell’arida costa. Ahi qual furore il mena Pur contra noi d’ogni avarizia schivi, Che sotto a i sacri ulivi Radendo quest’arena 100 Peschiam canuti con duo remi a pena! Alcon, che più s’aspetta? Ecco il turbine rio, che omai n’è sopra. Lascia che il flutto copra La sdrucita barchetta; 105 E noi nudi salvianci al sasso in vetta. O giovanetti, piante Ponete in terra; quì pomi inserite;
Le odi di Giuseppe Parini
Del saper discoperse, e fèo la chiusa Valle sonar di così nobil Musa. È ver che, quali entro al lor fondo avito I Fabrizi e i Cammilli Tornar godean tranquilli Pronti sempre del Tebro al sacro invito: Tal di sè solo ei pago Lungi dall’aura popolar s’invola; E mentre il ciel più gloriosa stola Forse d’ordirgli è vago, Tra le ville natali e l’aere puro Da i flutti or sta d’ambizion securo. Ma i cari studj a lui compagni annosi, E a i popoli ed all’arti I beneficj sparti Son del suo corso splendidi riposi. Vedi ampliarsi alterno Di moli aspetto ed orti ed agri ameni, Onde quei che al suo merto accesser beni E il tesoro paterno Versa; e dovunque divertir gli piaccia, L’ozio da i campi e l’atra inopia caccia. Vedi i portici e gli atrj ov’ei conduce Il fervido pensiere, E le di libri altere Pareti, che del vero apron la luce: O ch’ei di sè maestro Nell’alto de le cose ami recesso Gir meditando, o il plettro a lui concesso Tentar con facil estro; E in carmi, onde la bella alma si spande, Soavi all’amistà tesser ghirlande. Ed ecco il tempio ove, negati altronde, Qual da novo Elicona Premj all’ingegno ei dona; E fiamme acri d’onore altrui diffonde.
Le odi di Giuseppe Parini
295 Ecco ne’ segni sculti Quei che del nome lor la patria ornaro, Onde sol generoso erge all’avaro Oblìo nobili insulti; E quelle glorie a la città rivela, 300 Ch’ella a sè stessa ingiuriosa cela. Dove o Cetra? Non più. Rari i discreti Sono: e la turba è densa Che già derider pensa I facili del labbro a uscir segreti. 305 Di lui questa all’orecchio Parte de’ sensi miei salgane occulta, Sì che del cor, che al beneficio esulta, Troppo limpido specchio Non sia che fiato invidioso appanni, 310 Che me di vanti e lui d’error condanni. Lungi o profani! Io d’importuna lode Vile mai non apersi Cambio; nè in blandi versi Al giudizio volgar so tesser frode. 315 Oro nè gemme vani Sono al mio canto: e dove splenda il merto Là di fiore immortal ponendo serto Vo con libere mani: Nè me stesso nè altrui allor lusingo 320 Che poetica luce al vero io cingo. Per l’inclita Nice Quando novelle a chiedere Manda l’Inclita Nice Del piè, che me costrignere Suole al letto infelice, Sento repente l’intimo Petto agitarsi del bel nome al suon. Rapido il sangue fluttua Ne le mie vene: invade 5 71 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le odi di Giuseppe Parini
XLVII Poichè, dal braccio del Signor guidate, fuor dell’Egitto uscîr l’ebraiche genti, fuggì timido il mare, e le frementi onde volse il Giordan là ‘v’eran nate. E qual, veggendo le caprette amate, fanno i capri lascivi ed insolenti, saltâro i monti e i colli soggiacenti, come i saturi agnei per l’erbe usate. Perchè fuggisti, o mare, e tu Giordano, perchè indietro tornasti? O colli, o monti, qual vi mosse a saltare impeto strano? E monti e colli e flutti, umili e pronti chinârsi a lui, che col poter sovrano fa, di selci e di rupi, e stagni e fonti.
Poesie di Ripano Eupilino di Giuseppe Parini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo     Le Confessioni di un italiano    Capitolo ottavo che colano fluttuando in un abisso misterioso. I discorsi del padre Pendola facevano allora nella mia memoria l’effetto d’un sogno che si ricorda di aver veduto chiaramente e di cui non ci sovviene più che con una vaga e scolorita confusione. Mi volsi per cercarlo; e vidi Giulio e la Pisana che bisbigliavano fra loro. Sentii come Icaro sciogliermisi la cera delle ali e precipitava nelle passioni di prima; ma l’orgoglio mi sorresse. Mi era pur sentito poco prima tanto maggiore di essi, perché non potea continuare ad esser tale? Guardai coraggiosamente la Pisana, e sorrisi quasi di pietà; ma il cuore mi tremava; oltreché non credo che quel sorriso mi durasse a lungo sulle labbra. Allora  il  padre  Pendola,  che  avea  confabulato  col  Senatore,  mi  si raccostò; e quasi indovinando le titubanze dell’anima mia prese a compatirmi con sì squisita carità, che io mi vergognai d’aver tentennato. Le sue parole erano dolci come il mele, entranti come la musica, pietose come le lagrime: mi commossero, mi persuasero, mi innamorarono. Fermai fra me di tentare la prova; d’immolarmi a quei sublimi doveri di cui mi avea parlato, di esser alla fine padrone di me una volta e di saper dire: “Voglio così” — “Soffrirò”, pensava frattanto “ma vincerò; e le vittorie accrescono le forze, laonde se non altro avrò guadagnato di poter poi soffrire con minor viltà. Per nulla Martino non è risuscitato, per nulla il padre Pendola non ha letto nel mio cuore; ambidue prescrivono l’egual rimedio; io sarò coraggioso e ne userò da forte!”. Il  reverendo  padre  mi  parlava  ancora  col  suono  carezzevole  d’una cascatella fra i muscosi dirocciamenti d’un giardino; non saprei dire quali cose ei mi dicesse; ma nel togliermi di là ebbi il coraggio di offrir il braccio al Conte ed alla Pisana perché salissero in carrozza e di accomodarmi poi a cassetta col pretesto del caldo, che pur non era molesto in una notte d’ottobre. Dopoché braccheggiava in cancelleria avea libero ingresso nella carrozza dei padroni, e quella sera mi convenne anzi sostenere una battagliola col Conte per non approfittare di questo prezioso diritto. Mi ricordò allora d’alcuni anni prima quando scoperto l’invaghimento della Pisana per Lucilio avea fatto quella strada stessa appeso alle coregge posteriori della carrozza, e perduto in un turbine di pensieri e d’angosce che mi dissennava. Quella sera avrei dato la vita per poter sedere accanto a lei, e martoriarmi nella sua indifferenza e assaporare avidamente il male che mi si faceva. Quanto insuperbii di vedermi mutato a quel segno! Era io allora, invece, che volontariamente rifiutava di avvicinare la mia persona alla sua; dopo tanti spasimi, tante gelo-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
prendeva un contegno così fanciullesco, che il giorno dopo se ne rideva come d’una burla. I vecchi servitori, il prete grave e sereno, i parenti arcigni e misteriosi, le fantesche volubili e ciarliere, i rissosi compagni, le fanciullette vivaci, petulanti, e lusinghiere ci passavano dinanzi come le apparizioni d’una lanterna magica. Si avea paura dei gatti che ruzzavano sotto la credenza, si accarezzava vicino al fuoco il vecchio cane da caccia, e si ammirava il cocchiere quando stregghiava i cavalli senza timore di calci. Per me gli è vero ci fu anche lo spiedo da girare; ma perdono anche allo spiedo, e torrei volentieri di girarlo ancora per riavere l’innocente felicità d’una di quelle sere beate, fra le ginocchia di Martino, o accanto alla culla della Pisana. Ombre dilette e melanconiche delle persone che amai, voi vivete ancora in me: fedeli alla vecchiaia voi non fuggite né il suo seno gelato né il suo rigido aspetto; vi veggo sempre vagolare a me dintorno come in una nube di pensiero e d’affetto; e scomparir poi lontano lontano nell’iride variopinta della mia giovinezza. Il tempo non è tempo che per chi ha denari a frutto: esso per me non fu mai altro che memoria desiderio amore speranza. La gioventù rimase viva alla mente dell’uomo; e il vecchio raccolse senza maledizione l’esperienza della virilità. Oh come mai avrà a finire in nulla un tesoro di affetti e di pensieri che sempre s’accumula e cresce?... L’intelligenza è un mare di cui noi siamo i rivoli e i fiumi. Oceano senza fondo e senza confine della divinità, io affido senza paura ai tuoi memori flutti questa mia vita omai stanca di correre. Il tempo non è tempo ma eternità, per chi si sente immortale. E così ho scritto un degno epitaffio su quegli anni deliziosi da me vissuti nel mondo vecchio; nel mondo della cipria, dei buli e delle giurisdizioni feudali. Ne uscii segretario d’un governo democratico che non aveva nulla da governare; coi capelli cimati alla Bruto, il cappello rotondo colle ali rialzate ai lati, gli spallacci del giubbone rigonfi come due mortadelle di Bologna, i calzoni lunghi, e stivali e tacchi così prepotenti che mi si udiva venire dall’un capo all’altro delle Procuratie. — Figuratevi che salto dagli scarpini morbidetti e scivolanti dei vecchi nobiluomini! Fu la più gran rivoluzione che accadesse per allora a Venezia. Del resto l’acqua andava per la china secondo il solito, salvoché i signori francesi si scervellavano ogni giorno per trovar una nuova arte da piluccarci meglio. Erano begli ingegni e ce la trovavano a meraviglia. I quadri, le medaglie, i codici, le statue, i quattro cavalli di san Marco viaggiavano verso Parigi: consoliamoci che la scienza non avesse ancor inventato il modo di smuovere gli edifici e trasportar le torri e le cupole:
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
della Madonna e alcuni pochi fiori appassiti. Fu come un largo orizzonte che mi si scoperse lontano lontano pieno di poesia, d’amore e di gioventù; tra quell’orizzonte e me vaneggiava allora l’abisso della morte, ma la mente lo varcava senza ribrezzo. I fantasmi non sono paurosi a chi ama per sempre. Ricordai le belle e semplici parole di Leopardo; rividi la fontana di Venchieredo, e la leggiadra ninfa che vi bagnava l’un piede increspando coll’altro il sommo dell’acque; udii l’usignuolo intonar un preludio, e un concento d’amore sorgere da due anime, come da due strumenti di cui l’uno ripete in sé i suoni dell’altro. Vidi uno splendore di felicità e di speranza diffondersi sotto quel fitto fogliame d’ontani e di salici... Indi gli sguardi tornarono da quei remoti prospetti fantastici alle cose reali che mi stavano dintorno: rimirai con un tremito quel cadavere che mi dormiva appresso. Ecco un’altra felicità, ahi quanto diversa!... Dopo la luce le tenebre, dopo la speranza l’obblio, dopo il tutto il nulla; ma fra nulla e tutto, fra obblio e speranza, fra tenebre e luce quanta vicenda di cose, quanto fragore di tempeste, e sguiscio di fulmini! Si armi di costanza e di rassegnazione il piloto per trovare un porto in quel pelago vorticoso e sconvolto; alzi sempre gli occhi al cielo, ed anche traverso nuvole e al velo luttuoso della procella traveda sempre colla mente lo splendor delle stelle. Passano le navi, ora calme e leggiere come cigni sull’onda d’un lago, or risospinte ed agitate come stormo di pellicani tra il contrario azzuffarsi dei venti; sorgono i flutti minacciosi al cielo, si sprofondano quasi a squarciare le viscere della terra, e si stendono poi graziosi e tremolanti all’occhio del sole, come serico manto sulle spalle d’una regina. L’aria si annebbia greve e cinerea; s’empie di nubi, di burrasche, di tuoni, nera come l’immagine del nulla nella notte profonda, grigia come la chioma scapigliata delle streghe nel trasparente biancheggiar del mattino. Indi la brezza profumata spazza via come larve sognate quelle apparizioni spaventose; il cielo s’incurva azzurro calmo e sereno, e non ricorda e non teme più l’assalto dei mostri aereiformi. Ma cento milioni di miglia sopra quelle effimere battaglie, le stelle siedono eterne sui loro troni di luce; l’occhio le perde di vista talvolta e il cuore ne indovina sempre i raggi benigni, e ne sente e ne raccoglie l’arcano calore. O vita, o mistero, o mare senza sponde, o deserto popolato da oasi fuggitive, e da carovane che viaggiano sempre, che non giungono mai! Per consolarmi di te bisogna che io slanci il pensiero fuori di te; veggo le stelle ingrandirsi agli occhi delle generazioni venture; veggo il piccolo e modesto seme delle mie
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
si l’unica origine di questo guaio, come quella che aveva riscaldato il capo ad Emilio e distoltolo dalle sue occupazioni marinaresche per mescolarlo nei baccanali di quell’effimera libertà. Io me le opposi dimostrandole che un uomo è sempre responsabile delle proprie azioni, e suo danno se si lascia menar pel naso dalle donne. Ma l’Aglaura non volle rimettersi a quest’opinione, e persisteva nel ritenersi obbligata a raggiungere il suo fidanzato per compensarlo in qualche maniera di ciò che gli faceva soffrire. Circa alla sua malattia, e al trovarsi egli in Milano non poteva dubitarne, perché nell’ultima lettera le avea fatto sapere ch’egli non si sarebbe mosso di colà, e che se non riceveva suoi scritti in seguito, la ritenesse pure ch’egli era o morto o gravemente infermo. Forse il povero esule scrivendo quelle parole sentiva già i primi sintomi di quella malattia che lo teneva allora inchiodato sul letto pestilente d’uno spedale. L’immaginazione dell’Aglaura era così vivace che le pareva quasi di vederlo abbandonato all’incuria piucché alle cure d’un infermiere mercenario, e disperato di dover morire senza un suo bacio almeno sulle labbra. In questi discorsi giunsimo a un piccolo villaggio e là ci accomodammo d’un birroccio che ci trascinò fino a Cittadella. Narrarvi come l’Aglaura pigliasse filosoficamente gli incommodi e le fatiche di quel viaggiare alla soldatesca, sarebbe cosa da ridere. La notte si dormiva in qualche bettolaccia di campagna, dove c’era le più volte una camera sola con un letto solo. Gli è vero che questo era pel solito tanto vasto da albergare un reggimento, ma la pudicizia, capite bene, non permetteva certi rischi. Appena entrati nella stanza si smorzava il lume; ella si spogliava e si metteva a giacere sul letto; io mi rannicchiava alla meglio sopra una tavola o in qualche seggiola di paglia. Guai se fossi stato avvezzo per tutta la mia vita alle mollezze dei materassi e dei piumini veneziani! In un paio di notti mi avrei logorato le ossa. Ma queste si ricordavano ancora per fortuna del covacciolo di Fratta e dei bernoccoli implacabili di quei pagliericci; perciò reggevano valorosamente al cimento e potevano sfidare al giorno seguente i trabalzi balzani d’una nuova carrettaccia. Così stentando, balzellando e convien dirlo anche ridendo, traversammo il Vicentino, il Veronese e giunsimo sul quarto giorno a Bardolino in riva alle acque dell’azzurro Benaco. In onta alle mie sventure, ai miei timori e alle distrazioni impostemi dalla compagna, mi ricordai di Virgilio, e salutai il gran lago che con fremito marino gonfia talvolta i suoi flutti e li innalza verso il cielo. Da lontano si protendeva nelle acque la vaga Sirmione,
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
più  vicina  più  certa.  È  ancora  lo  stesso  volto  ombrato  da  una  nube  di melanconia e di speranza; una larva arcana ma pietosa, una madre coraggiosa e inesorabile che mormora al nostro orecchio le fatali parole dell’ultima consolazione. Sarà aspettazione, sarà espiazione, o riposo; ma non saranno più le confuse e vane battaglie della vita. Onnipotente o cieco poserai nel grembo dell’eterna verità; se reo temi, se innocente spera e t’addormenta. Qual mai fu il sonno che non fu consolato da visioni?... La vita si ripete e si ricopia sempre. Il sonno d’una notte è la quiete e il ristoro d’un uomo; la morte di un uomo è un istante di sonno nell’umanità. M’avvicinava passo passo alla morte coi mesti conforti dell’Aglaura da un lato; col tardo ravvedimento di Spiro dall’altro, che non potea serbare la sua ostile diffidenza dinanzi all’imperturbabile serenità d’un moribondo. Dinanzi alle grandi ombre del sepolcro non vi sono né illusi né imbecilli; ognuno racquista tanta lucidità che basti a riverberargli in un terribile baleno le colpe e le virtù di tutta la vita. Chi posa gli occhi calmi e sicuri in quella notte senza fondo, sente e vede in se stesso la immagine purificata di Dio; egli non teme né le ricompense né le pene eterne, non paventa né i fluttuanti vortici del caos né gli abissi ineffabili del nulla. Convien dire che avessi scritta sulla mia fronte un’assai eloquente difesa, perché Spiro al solo guardarmi si commoveva  fino  alle  lagrime;  pure  non  aveva  i  nervi  rammolliti  dalla piagnoleria, e le greche fattezze del suo volto si componevano meglio alla rigidezza del giudice che alla vergogna e al pentimento del colpevole. Fu quello il primo premio che m’ebbi della mia costanza. Veder vinta dalla sola calma del mio aspetto, dalla tranquillità della voce, dalla limpidezza dello sguardo quell’anima di fuoco e d’acciaio, fu un vero trionfo. Egli né mi chiese perdono né io glielo diedi, ma ci intendemmo senza parola; le nostre mani si strinsero; e tornammo amici per malleveria della morte. I medici non parlavano dinanzi a me, ma io m’accorgeva appunto dal silenzio e dalla confusione dei pareri, che disperavano del mio male. Io m’ingegnava di usare alla meglio questi ultimi giorni col versare nell’anima di Spiro e di mia sorella l’esperienza della mia vita, col mostrar loro in qual modo s’eran venuti formando i miei sentimenti, e come l’amore, l’amicizia, l’amore della virtù e della patria eran venuti irrompendo confusamente, indi purificandosi a poco a poco, e sollevando l’anima mia. Vedeva allora le cose tanto chiare che precedetti, si può dire, una generazione; e lo dico senza superbia, le idee di Azeglio e di Balbo covavano in germe ne’ miei discorsi
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
25 Così mandò per tutta la sua terra suoi tesorieri a far cavalli e gente; navi apparecchia e munizion da guerra, vettovaglia e danar maturamente. Venne intanto Rinaldo in Inghilterra, e ’l re nel suo partir cortesemente insino a Beroicche accompagnollo; e visto pianger fu quando lasciollo. 26 Spirando il vento prospero alla poppa, monta Rinaldo, et a Dio dice a tutti: la fune indi al viaggio il nocchier sgroppa; tanto che giunge ove nei salsi flutti il bel Tamigi amareggiando intoppa. Col gran flusso del mar quindi condutti i naviganti per camin sicuro a vela e remi insino a Londra furo. 27 Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone, che con Carlo in Parigi era assediato, al principe di Vallia commissione per contrasegni e lettere portato, che ciò che potea far la regione di fanti e di cavalli in ogni lato, tutto debba a Calesio traghittarlo, sì che aiutar si possa Francia e Carlo. 28 Il principe ch’io dico, ch’era, in vece d’Oton, rimaso nel seggio reale, a Rinaldo d’Amon tanto onor fece, che non l’avrebbe al suo re fatto uguale: indi alle sue domande satisfece; perché a tutta la gente marziale e di Bretagna e de l’isole intorno di ritrovarsi al mar prefisse il giorno.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
37 Corcate su tapeti allessandrini godeansi il fresco rezzo in gran diletto, fra molti vasi di diversi vini e d’ogni buona sorte di confetto. Presso alla spiaggia, coi flutti marini scherzando, le aspettava un lor legnetto fin che la vela empiesse agevol òra; ch’un fiato pur non ne spirava allora. 38 Queste, ch’andar per la non ferma sabbia vider Ruggiero al suo viaggio dritto, che sculta avea la sete in su le labbia, tutto pien di sudore il viso afflitto, gli cominciaro a dir che sì non abbia il cor voluntaroso al camin fitto, ch’alla fresca e dolce ombra non si pieghi, e ristorar lo stanco corpo nieghi. 39 E di lor una s’accostò al cavallo per la staffa tener, che ne scendesse; l’altra con una coppa di cristallo di vin spumante, più sete gli messe: ma Ruggiero a quel suon non entrò in ballo; perché d’ogni tardar che fatto avesse, tempo di giunger dato avria ad Alcina, che venìa dietro et era omai vicina. 40 Non così fin salnitro e zolfo puro, tocco dal fuoco, subito s’avampa; né così freme il mar quando l’oscuro turbo discende e in mezzo se gli accampa: come, vedendo che Ruggier sicuro al suo dritto camin l’arena stampa, e che le sprezza (e pur si tenean belle), d’ira arse e di furor la terza d’elle.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto trentesimo � 13 Non vede Orlando più poppe né sponde che tratto in mar l’avean dal lito asciutto; che son troppo lontane, e le nasconde agli occhi bassi l’alto e mobil flutto: e tuttavia il destrier caccia tra l’onde, ch’andar di là dal mar dispone in tutto. Il destrier, d’acqua pieno e d’alma vòto, finalmente finì la vita e il nuoto. 14 Andò nel fondo, e vi traea la salma, se non si tenea Orlando in su le braccia. Mena le gambe e l’una e l’altra palma, e soffia, e l’onda spinge da la faccia. Era l’aria soave e il mare in calma: e ben vi bisognò più che bonaccia; ch’ogni poco che ’l mar fosse più sorto, restava il paladin ne l’acqua morto. 15 Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura, del mar lo trasse nel lito di Setta, in una spiaggia, lungi da le mura quanto sarian duo tratti di saetta. Lungo il mar molti giorni alla ventura verso levante andò correndo in fretta; fin che trovò, dove tendea sul lito, di nera gente esercito infinito. 16 Lasciamo il paladin ch’errando vada: ben di parlar di lui tornerà tempo. Quanto, Signore, ad Angelica accada dopo ch’uscì di man del pazzo a tempo; e come a ritornare in sua contrada trovasse e buon navilio e miglior tempo, e de l’India a Medor desse lo scettro, forse altri canterà con miglior plettro.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
5 Io non parlo di questo né di tanti altri lor discortesi e crudeli atti; ma sol di quel che trar dai sassi i pianti debbe poter, qual volta se ne tratti: quel dì, Signor, che la famiglia inanti vostra mandaste là dove ritratti dai legni lor con importuni auspici s’erano in luogo forte gl’inimici. 6 Qual Ettorre et Enea sin dentro ai flutti, per abbruciar le navi greche, andaro, un Ercol vidi e un Alessandro, indutti da troppo ardir, partirsi a paro a paro, e spronando i destrier, passarci tutti, e i nemici turbar fin nel riparo, e gir sì inanzi, ch’al secondo molto aspro fu il ritornare, e al primo tolto. 7 Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo. Che cor, duca di Sora, che consiglio fu allora il tuo, che trar vedesti l’elmo fra mille spade al generoso figlio, e menar preso a nave, e sopra un schelmo troncargli il capo? Ben mi maraviglio che darti morte lo spettacol solo non poté, quanto il ferro a tuo figliuolo. 8 Schiavon crudele, onde hai tu il modo appreso, de la milizia? In qual Scizia s’intende ch’uccider si debba un, poi che gli è preso, che rende l’arme, e più non si difende? Dunque uccidesti lui, perché ha difeso la patria? Il sole a torto oggi risplende, crudel seculo, poi che pieno sei di Tiesti, di Tantali e di Atrei.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quarantesimo � 29 Come nel mar che per tempesta freme, assaglion l’acque il temerario legno, ch’or da la prora, or da le parti estreme cercano entrar con rabbia e con isdegno; il pallido nocchier sospira e geme, ch’aiutar deve, e non ha cor né ingegno; una onda viene al fin, ch’occupa il tutto, e dove quella entrò, segue ogni flutto: 30 così dipoi ch’ebbono presi i muri questi tre primi, fu sì largo il passo, che gli altri ormai seguir ponno sicuri, che mille scale hanno fermate al basso. Aveano intanto gli arieti duri rotto in più lochi, e con sì gran fraccasso, che si poteva in più che in una parte soccorrer l’animoso Brandimarte. 31 Con quel furor che ’l re de’ fiumi altiero, quando rompe talvolta argini e sponde, e che nei campi Ocnei s’apre il sentiero, e i grassi solchi e le biade feconde, e con le sue capanne il gregge intero, e coi cani i pastor porta ne l’onde; guizzano i pesci agli olmi in su la cima, ove solean volar gli augelli in prima: 32 con quel furor l’impetuosa gente, là dove avea in più parti il muro rotto, entrò col ferro e con la face ardente a distrugere il popul mal condotto. Omicidio, rapina e man violente nel sangue e ne l’aver, trasse di botto la ricca e trionfal città a ruina, che fu di tutta l’Africa regina.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
21 Altri là giù, senza apparir più, resta; altri risorge e sopra l’onde sbalza; chi vien nuotando e mostra fuor la testa, chi mostra un braccio, e chi una gamba scalza. Ruggier che ’l minacciar de la tempesta temer non vuol, dal fondo al sommo s’alza, e vede il nudo scoglio non lontano, ch’egli e i compagni avean fuggito invano. 22 Spera, per forza di piedi e di braccia nuotando, di salir sul lito asciutto. Soffiando viene, e lungi da la faccia l’onda respinge e l’importuno flutto. Il vento intanto e la tempesta caccia il legno vòto, e abbandonato in tutto da quelli che per lor pessima sorte il disio di campar trasse alla morte. 23 Oh fallace degli uomini credenza! Campò la nave che dovea perire, quando il padrone e i galleotti senza governo alcun l’avean lasciata gire. Parve che si mutasse di sentenza il vento, poi che ogni uom vide fuggire: fece che ’l legno a miglior via si torse, né toccò terra, e in sicura onda corse. 24 E dove col nocchier tenne via incerta, poi che non l’ebbe, andò in Africa al dritto, e venne a capitar presso a Biserta tre miglia o due, dal lato verso Egitto; e ne l’arena sterile e deserta restò, mancando il vento e l’acqua, fitto. Or quivi sopravenne, a spasso andando, come di sopra io vi narrava, Orlando.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
73 Orlando, che Gradasso in atto vede, che par ch’a lui tornar poco gli caglia; né tornar Brandimarte gli concede, tanto lo stringe e tanto lo travaglia; si volge intorno, e similmente a piede vede Sobrin che sta senza battaglia. Vêr lui s’aventa; e al muover de le piante fa il ciel tremar del suo fiero sembiante. 74 Sobrin che di tanto uom vede l’assalto, stretto ne l’arme s’apparecchia tutto: come nocchiero a cui vegna a gran salto muggendo incontra il minaccioso flutto, drizza la prora; e quando il mar tant’alto vede salire, esser vorria all’asciutto. Sobrin lo scudo oppone alla ruina che da la spada vien di Falerina. 75 Di tal finezza è quella Balisarda, che l’arme le puon far poco riparo; in man poi di persona sì gagliarda, in man d’Orlando, unico al mondo o raro, taglia lo scudo; e nulla la ritarda, perché cerchiato sia tutto d’acciaro: taglia lo scudo e sino al fondo fende, e sotto a quello in su la spalla scende. 76 Scende alla spalla; e perché la ritrovi di doppia lama e di maglia coperta, non vuol però che molto ella le giovi, che di gran piaga non la lasci aperta. Mena Sobrin; ma indarno è che si provi ferire Orlando, a cui per grazia certa diede il Motor del cielo e de le stelle, che mai forar non se gli può la pelle.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
rossor, pallore, e parlar tronco e breve solo inteso da noi, con mille assalti vinsero al fin la combattuta fede. Ahi ben è ver che risospinto Amore più fiero e per repulsa e per incontro ad assalir sen torna, e legge antica è che nessuno amato amar perdoni. Ma sedea la ragion al suo governo, ancor frenando ogni desio rubbello, quando il sereno cielo a noi refulse e folgorâr da quattro parti i lampi; e la crudel fortuna e ‘l cielo averso, con Amor congiurati, e l’empie stelle mosser gran vento e procelloso a cerchio, perturbator del cielo e de la terra, e del mar violento empio tiranno, che quanto a caso incontra, intorno avolge, gira, contorce, svelle, inalza e porta, e poi sommerge; e ci turbâro il corso tutti gli altri fremendo, e Borea ad Austro s’oppose irato, e muggiâr quinci e quindi, e Zefiro con Euro urtossi in giostra; e diventò di nembi e di procelle il mar turbato un periglioso campo; cinta l’aria di nubi, intorno intorno una improvisa nacque orribil notte, che quasi parve un spaventoso inferno, sol da’ baleni avendo il lume incerto; e s’inalzâr al ciel bianchi e spumanti mille gran monti di volubile onda, ed altrettante in mezzo al mar profondo voragini s’aprîr, valli e caverne, e tra l’acque apparîr foreste e selve orribilmente, e tenebrosi abissi; ed apparver notando i fieri mostri con varie forme, e ‘l numeroso armento terrore accrebbe; e ‘n tempestosa pioggia Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 20 Q Torquato Tasso    Il Re Torrismondo   Atto primo 295 300 305 310 315 320 325 330 pur si disciolse al fin l’oscuro nembo; e per l’ampio ocean portò disperse le combattute navi il fiero turbo: e parte ne percosse a’ duri scogli, parte a le travi smisurate, sovra il mar sorgenti in più terribil forma, talché schiere parean con arme ed aste, e ‘n minacciose rupi o ‘n ciechi sassi, che son de’ vivi ancor fiero sepolcro; parte a le basi di montagne alpestri sempre canute, ove risona e mugge, mentre combatte l’un con l’altro flutto, e ‘l frange e ‘nbianca, e come il tuon rimbomba, e di spavento i naviganti ingombra; parte inghiotinne ancor l’empia Caribdi, che l’onde e i legni intieri absorbe e mesce; son rari i notatori in vasto gorgo. Ma co ‘l flutto maggior nubilo spirto il nostro batte, e ‘l risospinge a forza, sì ch’a gran pena il buon nocchiero accorto lui salvò, sé ritrasse e noi raccolse d’uno altissimo monte a’ curvi fianchi, dove mastra natura in guisa d’elmo forma scolpito a meraviglia un porto, che tutti scaccia i venti e le tempeste, ma pur di sangue è crudelmente asperso, fiero principio e fin d’acerba guerra. Qui ricovrammo sbigotiti e mesti, ponendo il piè nel solitario lido. Mentre l’umide vesti altri rasciuga, ed altri accende le fumanti selve, con Alvida io restai de l’ampia tenda ne la più interna parte. E già sorgea la notte amica de’ furtivi amori, ed ella a me si ristringea tremante ancor per la paura e per l’affanno. Questo quel punto fu che sol mi vinse. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il re Torrismondo di Torquato Tasso
81 — Messaggier, dolcemente a noi sponesti ora cortese, or minaccioso invito. Se ’l tuo re m’ama e loda i nostri gesti, è sua mercede, e m’è l’amor gradito. A quella parte poi dove protesti la guerra a noi del paganesmo unito, risponderò, come da me si suole, liberi sensi in semplici parole. 82 Sappi che tanto abbiam sin or sofferto in mare, in terra, a l’aria chiara e scura, solo acciò che ne fosse il calle aperto a quelle sacre e venerabil mura, per acquistarne appo Dio grazia e merto togliendo lor di servitù sì dura, né mai grave ne fia per fin sì degno esporre onor mondano e vita e regno; 83 ché non ambiziosi avari affetti ne spronaro a l’impresa, e ne fur guida (sgombri il Padre del Ciel da i nostri petti peste sì rea, s’in alcun pur s’annida; né soffra che l’asperga, e che l’infetti di venen dolce che piacendo ancida), ma la sua man ch’i duri cor penètra soavemente, e gli ammollisce e spetra. 84 Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti, tratti d’ogni periglio e d’ogni impaccio; questa fa piani i monti e i fiumi asciutti, l’ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio; placa del mare i tempestosi flutti, stringe e rallenta questa a i venti il laccio; quindi son l’alte mura aperte ed arse, quindi l’armate schiere uccise e sparse; 48 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
97 Poscia gira da questa a quella parte, e rigirasi a questa indi da quella; e sempre, e dove riede e donde parte, fère il pagan d’aspra percossa e fella. Quanto avea di vigor, quanto avea d’arte, quanto può sdegno antico, ira novella, a danno del circasso or tutto aduna, e seco il Ciel congiura e la fortuna. 98 Quei di fine arme e di se stesso armato, a i gran colpi resiste e nulla pave; e par senza governo in mar turbato, rotte vele ed antenne, eccelsa nave, che pur contesto avendo ogni suo lato tenacemente di robusta trave, sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto non mostra ancor, né si dispera in tutto. 99 Argante, il tuo periglio allor tal era, quando aiutarti Belzebù dispose. Questi di cava nube ombra leggiera (mirabil mostro) in forma d’uom compose; e la sembianza di Clorinda altera gli finse, e l’arme ricche e luminose: diegli il parlare e senza mente il noto suon de la voce, e ’l portamento e ’l moto. 100 Il simulacro ad Oradin, esperto sagittario famoso, andonne e disse: — O famoso Oradin, ch’a segno certo, come a te piace, le quadrella affisse, ah! gran danno saria s’uom di tal merto, difensor di Giudea, così morisse, e di sue spoglie il suo nemico adorno securo ne facesse a i suoi ritorno.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
29 Così feroce leonessa i figli, cui dal collo la coma anco non pende né con gli anni lor sono i feri artigli cresciuti e l’arme de la bocca orrende, mena seco a la preda ed a i perigli, e con l’essempio a incrudelir gli accende nel cacciator che le natie lor selve turba e fuggir fa le men forti belve. 30 Segue il buon genitor l’incauto stuolo de’ cinque, e Solimano assale e cinge; e in un sol punto un sol consiglio, e un solo spirito quasi, sei lunghe aste spinge. Ma troppo audace il suo maggior figliuolo l’asta abbandona e con quel fer si stringe, e tenta in van con la pungente spada che sotto il corridor morto gli cada. 31 Ma come a le procelle esposto monte, che percosso da i flutti al mar sovraste, sostien fermo in se stesso i tuoni e l’onte del ciel irato e i venti e l’onde vaste, così il fero Soldan l’audace fronte tien salda incontra a i ferri e incontra a l’aste, ed a colui che il suo destrier percote tra i cigli parte il capo e tra le gote. 32 Aramante al fratel che giù ruina porge pietoso il braccio, e lo sostiene. Vana e folle pietà! ch’a la ruina altrui la sua medesma a giunger viene, ché ’l pagan su quel braccio il ferro inchina ed atterra con lui chi lui s’attiene. Caggiono entrambi, e l’un su l’altro langue mescolando i sospiri ultimi e ’l sangue.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
49 Sovra i confusi monti a salto a salto de la profonda strage oltre camina. L’intrepido Soldan che ’l fero assalto sente venir, no ’l fugge e no ’l declina; ma se gli spinge incontra, e ’l ferro in alto levando per ferir gli s’avicina. Oh quai duo cavalier or la fortuna da gli estremi del mondo in prova aduna! 50 Furor contra virtute or qui combatte d’Asia in un picciol cerchio il grande impero. Chi può dir come gravi e come ratte le spade son? quanto il duello è fero? Passo qui cose orribili che fatte furon, ma le coprì quell’aer nero, d’un chiarissimo sol degne e che tutti siano i mortali a riguardar ridutti. 51 Il popol di Giesù, dietro a tal guida audace or divenuto, oltre si spinge, e de’ suoi meglio armati a l’omicida Soldano intorno un denso stuol si stringe. Né la gente fedel più che l’infida, né più questa che quella il campo tinge, ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti, egualmente dan morte e sono estinti. 52 Come pari d’ardir, con forza pare quinci Austro in guerra vien, quindi Aquilone, non ei fra lor, non cede il cielo o ’l mare, ma nube a nube e flutto a flutto oppone; così né ceder qua, né là piegare si vede l’ostinata aspra tenzone: s’affronta insieme orribilmente urtando scudo a scudo, elmo ad elmo e brando a brando.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
21 Trascorser poi le piaggie ove i Numidi menàr già vita pastorale erranti. Trovàr Bugia ed Algieri, infami nidi di corsari, ed Oràn trovàr più inanti; e costeggiàr di Tingitana i lidi, nutrice di leoni e d’elefanti, ch’or di Marocco è il regno, e quel di Fessa; e varcàr la Granata incontro ad essa. 22 Son già là dove il mar fra terra inonda per via ch’esser d’Alcide opra si finse; e forse è ver ch’una continua sponda fosse, ch’alta ruina in due distinse. Passovvi a forza l’oceano, e l’onda Abila quinci e quindi Calpe spinse; Spagna e Libia partio con foce angusta: tanto mutar può lunga età vetusta! 23 Quattro volte era apparso il sol ne l’orto da che la nave si spiccò dal lito, né mai (ch’uopo non fu) s’accolse in porto, e tanto del camino ha già fornito. Or entra ne lo stretto e passa il corto varco, e s’ingolfa in pelago infinito. Se ’l mar qui è tanto ove il terreno il serra, che fia colà dov’egli ha in sen la terra? 24 Più non si mostra omai tra gli alti flutti la fertil Gade e l’altre due vicine. Fuggite son le terre e i lidi tutti: de l’onda il ciel, del ciel l’onda è confine. Diceva Ubaldo allor: — Tu che condutti n’hai, donna, in questo mar che non ha fine, di’ s’altri mai qui giunse, o se più inante nel mondo ove corriamo have abitante. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
666 O due figlie d’Alcide, onde s’oscura de le figlie di Leda ogni memoria, che dier soggetto a vergognosa istoria ed ebber pregio di bellezza impura; 5 voi, di beltà, di spirto e di natura angeliche e divine, alta vittoria avete contra i sensi, e vostra gloria più che ‘l sol chiara e più che ‘l cielo è pura. Io, fra cotanti turbini e procelle, fra scogli e flutti a voi mi volgo e grido ed attendo da voi soccorso e luce. Voi la barchetta mia scorgete al lido, e discoprite a me, cortesi stelle, Castore vostro e ‘l vostro alto Polluce. 667 O figlie di Renata, io non parlo a la pira de’ fratei che né pur la morte unio, che di regnar malnata voglia e disdegno ed ira l’ombre, il cener, le fiamme anco partio; ma parlo a voi che pio produsse e real seme in uno istesso seno, quasi in fertil terreno nate e nodrite pargolette insieme, quasi due belle piante di cui serva è la terra e il cielo amante. A voi parlo, che suore del grand’Alfonso invitto, avete onde sprezzar Giuno e Diana,
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
Or prendi per iscorte Onestà, Cortesia, bella Pietade, e nel bel sen penetra; 95 e la mia dura sorte in voce umile e pia narra, e del petto il bel diamante spetra; e grazia omai m’impetra ch’a’ miei duri tormenti 100 non rivolga sì tardi i dolci onesti sguardi, e ch’inchini l’orecchie a’ miei lamenti, e che ‘l caro saluto non discompagni da cortese aiuto. 105 E, perché a pien consoli il mio angoscioso stato ch’è di nova miseria estranio esempio, rivolga i duo bei soli nel gran fratello amato, 110 e preghi fine al mio gravoso scempio, promettendo ch’al tempio de la sua eccelsa gloria consacrerò devoto la mia fede per voto 115 con segni eterni d’immortal memoria, e fiano i falli miei di sua real clemenza alti trofei. Chi ti guida, canzone, o chi t’impiuma? Sol certo Amore e Fede: vola adunque, e “Mercé,” grida “mercede!” 674 A madama Lucrezia d’Este, duchessa d’Urbino, Giaceva esposto il peregrino Ulisse mesto ed ignudo sovra i lidi asciutti, ch’agitato poc’anzi era da’ flutti in cui lungo digiun sostenne e visse, 22 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    Rime d'occasione o d'encomio   Libro terzo - Parte prima 60 65 Oh dolci vezzi e scorti, oh bell’arme celesti, ove maggiori effetti che ne gli umani petti oprate, od in qual più che negli onesti? O quale è miglior esca ov’onorato ardor s’apprenda e cresca? Di mezza notte, il verno, a’ nembi a le procelle crede la vita il giovinetto audace e prende i flutti a scherno, ch’a lui per molte stelle vagliono i rai d’un’amorosa face; e di questa a sé face Orse insieme e Polluce, e dal turbato vento a difendere è intento con l’ale Amor la tremolante luce; e nel suo cielo ei pensa che sia poi stella a gli amatori accensa. Altri, ov’a pugna invita il metallo canoro, fa di sé ne’ teatri altera mostra; né ghirlanda fiorita di fior d’argento e d’oro il move o ricco pregio altro di giostra, ma quella ch’or si mostra vergine bella, ed ora con un bel vel s’asconde qual augellin tra fronde o ‘n mar delfino o ‘n vaga nube aurora, e ch’al pensier propone altri premi, altro arringo ed altro agone. Ne gli amori del mondo sento ch’in me s’indonna
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
Tosto l’ignavo stuol, ch’a nulla è buono, e i marinar col suo timor offende: ove non veda il mar, non n’oda il suono, poi che gli è commandato, al basso scende. Altri i lini maggior, che sciolti sono, cala, e solo il trinchetto il vento prende; altri col fischio altrui commanda e legge gli impon, sì ch’a sua voglia ognun si regge. Ma che più giova omai l’industria e l’arte? Sì sempre cresce il verno impetuoso, e l’onda il pin da l’una a l’altra parte scorre qual capitan vittorioso, e fuor seco trarrebbe a parte a parte gli uomini tutti nel suo fondo algoso, se per non esser preda a l’acque sorde non s’afferrasser quelli a legni, a corde. Il tempestoso mar sovente in alto cotanto spinge i flutti suoi voraci, che par ch’al re del ciel movano assalto Nettun superbo e gli altri dei seguaci. La barca allor con periglioso salto portata è in su presso l’eteree faci; scorge, da l’onde poi spinta al profondo, tra duo gran monti d’acqua il terren fondo. Né men de’ venti è formidabil l’ira, né men l’afflitta nave urta e conquassa, la qual di qua di là sovente gira come sovente ancor s’alza ed abbassa. Borrea a la fin con tal fierezza spira che l’arbore maggior rompe e fracassa, e qual gelido egli è, tal manda al core de’ naviganti un gelido timore.
Rinaldo di Torquato Tasso
Tu solo, altera coppia, isgomentarti vista non fusti ne l’estrema sorte ché tal ti piacque in volto allor mostrarti qual anco eri nel core invitta e forte. Ma già spinto ad un scoglio e in mille parti spezzato il legno, espon gli uomini a morte: s’ode in quel punto in suon flebile e tristo invocar Macon altri, ed altri Cristo. Rari, e que’ rari in vari modi allora veggonsi i notator per l’ampio mare: quegli alza un braccio sol de l’onda fuora, questi col sommo de la fronte appare; altri mostra le gambe e in breve ancora scorgonsi quelle poi sott’acqua intrare; s’afferra altri a lo scoglio, altri ad un legno, altri fa del compagno a sé ritegno. Ma de’ guerrier l’invitta copia avea asse ben lungo e largo allor pigliato, e con la destra a quella s’attenea, con l’altra ributava il flutto irato; ed a la forte man sempre aggiungea, sospinto a tempo fuor, gagliardo fiato; stender anco in quel punto in largo i piedi, poi giunti in uno a sé raccôr gli vedi. Gran pezzo andaro i duo guerrieri uniti, rompendo a forza l’impeto marino: da vasto monte d’acqua al fin colpiti si separar Florindo e ‘l paladino; ma perde quegli il legno, ond’ambo arditi erano in tal furor di reo destino, né con mani o con piedi oprar può tanto che di nuovo afferrar lo possa alquanto.
Rinaldo di Torquato Tasso
Da l’altra parte il buon figliuol d’Amone per aitarlo e forza ed arte adopra, e sovente se stesso in rischio pone, ma riesce al desir contraria l’opra: ché ‘l mare al suo disegno ognor s’oppone, e par che quello ormai nasconda e copra, onde in Rinaldo il duol cotanto cresce che quasi la sua vita omai gli incresce. Quasi si diede in preda a l’acque salse, l’ira e lo sdegno in se stesso rivolto; ma l’amica ragione in lui prevalse, e ‘l sottrasse al desir crudele e stolto. Come il consiglio oppresso in lui risalse, tutto il suo gran vigor in un raccolto, franse col forte petto i flutti insani, oprò le gambe e ‘l fiato, oprò le mani. Già da lunge apparisce umil la terra, che par che sotto l’onde ascosa giaccia; allora ad ogni tema il petto serra, e con più forza i piè move e le braccia. Ecco ch’il molle estremo lito afferra, e, chinati i ginocchi, alta la faccia leva con guardo riverente al cielo, e Dio ringrazia con devoto zelo. Ma quando gli sovvien che restò morto in mezzo l’onde il suo compagno caro, e c’han voraci invidi flutti absorto sì sovrana beltà, valor sì raro, men de la vita sua prende conforto che prenda duol de l’altrui fine amaro; e partiria col morto i giorni suoi, qual già fêr, Leda, i duo gemelli tuoi.
Rinaldo di Torquato Tasso
Una diva correa lungo il creato Ad agitarlo, e di Natura avea L’austero nome; fra’ celesti or gode Di cento troni; e con più nomi ed are Le dan rito i mortali, e più le giova L’inno che bella Citerea la invoca. Perchè clemente a noi che mirò afflitti Travagliarci e adirati, un dì la santa Diva all’uscir de’ flutti ove s’immerse A fecondar le gregge di Nereo Apparì con le Grazie, e le raccolse L’onda Ionia primiera, onda che amica Del lito ameno e dell’ospite musco Da Citera ogni dì vien desiosa A’ materni miei colli: ivi fanciullo La deità di Venere adorai. Salve Zacinto! Alle Antenoree prode De’ santi Lari Idei ultimo albergo E de’ miei padri, darò i carmi e l’ossa E a te il pensier: chè piamente a queste Dee non favella chi la patria obblia. Tacea splendido il mar poi che sostenne Su la conchiglia assise, e vezzeggiate Dalla diva le Grazie; e a sommo il flutto, Quante alla prima prima aura di Zefiro Le frotte delle vaghe api prorompono E più e più succedenti invide ronzano A far lunghi di sè aerei grappoli; Van aliando sui nettarei calici: Tante a fior dell’immensa onda beata Ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude Le amabili Nereidi oceanine E a drappelli agilissime seguendo La Gioja, alata degli Dei foriera, Gittavan perle, delle rosee Grazie Il bacio le Nereidi sospirando.
Le Grazie di Ugo Foscolo
Sdegno il verso che suona e che non crea; Perchè Febo mi disse: io Fidia primo Ed Apelle guidai con la mia lira. Eran l’Olimpo e il Fulminante e il Fato E del tridente Enosigéo tremava La genitrice Terra; Amor dagli astri Pluto feria: nè ancor v’eran le Grazie. Una Diva scorrea lungo il creato A fecondarlo e di Natura avea L’austero nome; fra’ celesti or gode Di cento troni, e con più nomi ed are Le dan rito i mortali, e più le giova L’inno che bella Citerea la invoca. Perchè clemente a noi, che mirò afflitti Travagliarci, e adirati, un dì la santa Diva all’uscir de’ flutti ove s’immerse A ravvivar le gregge di Neréo Apparì con le Grazie; e le raccolse L’onda Ionia primiera, onda che amica Del lito ameno e dell’ospite musco Da Citera ogni dì vien desiosa A’ materni miei colli: ivi fanciullo La Deità di Venere adorai. Salve, Zacinto! all’antenoree prode De’ santi lari Idei ultimo albergo E de’ miei padri, darò i carmi e l’ossa E a te il pensier. chè piamente a queste Dee non favella chi la patria oblia. Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi Era ne’ colli suoi l’ombra de’ boschi Sacri al tripudio di Diana e al coro, Pria che Nettuno al reo Laomedonte Munisse Ilio di torri inclite in guerra. Bella è Zacinto. A lei versan tesori L’angliche navi; a lei dall’alto manda I più vitali rai l’eterno sole.
Le Grazie di Ugo Foscolo
Candide nubi a lei Giove concede E selve ampie d’ulivi, e liberali I colti di Lieo; rosea salute Prometton l’aure da’ spontanei fiori Alimentate e da’ perpetui cedri. Splendea tutto quel mar quando sostenne Su la conchiglia assise, e vezzeggiate Dalla Diva le Grazie; e a sommo il flutto Quante alla prima prima aura di Zefiro Le frotte delle vaghe api prorompono E più e più succedenti invide ronzano A far lunghi di sè aerei grappoli Van aliando su’ nettarei calici E del mele futuro in cor s’allegrano, Tante a fior dell’immensa onda raggiante Ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude Le amorose Nereidi Oceanine, E a drappelli agilissime seguendo La Gioja alata, degli dei foriera, Gittavan perle; dell’ingenue Grazie Il bacio le Nereidi sospirando. Poi come l’orme della Diva e il riso Delle vergini sue fer di Citera Sacro il lito, un’ignota violetta Spuntò a’ piè de’ cipressi, e d’improvviso Molte purpuree rose amabilmente Si conversero in candide. Fu quindi Religione di libar col latte Cinto di bianche rose, e cantar gl’inni Sotto a’ cipressi, e d’offerire all’ara Le perle e il fiore messagger d’Aprile. L’una tosto alla Dea col radiante Pettine asterge mollemente e intreccia Le chiome dell’azzurra onda spumanti: L’altra sorella a’ zefiri consegna A rifiorirle i prati a primavera
Le Grazie di Ugo Foscolo
“L’uomo sarà infelice ”. Nè oso appellarmi di questa sentenza, perchè non saprei forse a che tribunale, tanto più che mi giova crederla utile alle tante altre razze viventi ne’ mondi innumerabili. Ringrazio nondimeno quella MENTE che mescendosi all’universo degli enti, li fa sempre rivivere distruggendoli; perchè con le miserie, ci ha dato almeno il dono del pianto, ed ha punito coloro che con una insolente  filosofia  si  vogliono  ribellare  dalla  umana  sorte,  negando  loro gl’inesausti piaceri della compassione. – Se vedi alcuno addolorato e piangente non piangere. Stoico! or non sai tu che le lagrime di un uomo compassionevole sono per l’infelice più dolci della rugiada su l’erbe appassite? O Lauretta! io piansi con te sulla bara del tuo povero amante, e mi ricordo che la mia compassione disacerbava l’amarezza del tuo dolore. T ’abbandonavi sovra il mio seno, e i tuoi biondi capelli mi coprivano il volto, e il tuo pianto bagnava le mie guance; poi col tuo fazzoletto mi rasciugavi, e rasciugavi le tue lagrime che tornavano a sgorgarti dagli occhi e scorrerti su le labbra. – Abbandonata da tutti! – ma io no; non ti ho abbandonata mai. Quando tu erravi fuor di te stessa per le romite spiagge del mare, io seguiva furtivamente i tuoi passi per poterti salvare dalla disperazione del tuo dolore. Poi ti chiamava a nome, e tu mi stendevi la mano, e sedevi al mio fianco. Saliva in cielo la Luna, e tu guardandola cantavi pietosamente – taluno avrebbe osato deriderti: ma il Consolatore de’ disgraziati che guarda con un occhio stesso e la pazzia e la saviezza degli uomini, e che compiange e i loro delitti e le loro virtù – udiva forse le tue meste voci, e ti spirava qualche conforto: le preci del mio cuore t’accompagnavano: e a Dio sono accetti i voti e i sacrificj delle anime addolorate. – I flutti gemeano con flebile fiotto, e i venti che gl’increspavano gli spingeano a lambir quasi la riva dove noi stavamo seduti. E tu alzandoti appoggiata al mio braccio t’indirizzavi a quel sasso ove parevati di vedere ancora il tuo Eugenio, e sentir la sua voce, e la sua mano, e i suoi baci. – Or che mi resta? esclamavi; la guerra mi allontana i fratelli, e la morte mi ha rapito il padre e l’amante; abbandonata da tutti! O Bellezza, genio benefico della natura! Ove mostri l’amabile tuo sorriso scherza la gioia, e si diffonde la voluttà per eternare la vita dell’universo: chi non ti conosce e non ti sente incresca al mondo e a se stesso. Ma quando la virtù ti rende più cara, e le sventure, togliendoti la baldanza e la invidia della felicità, ti mostrano ai mortali co’ crini sparsi e privi delle allegre ghir-
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
Milano, 6 Febbraro 1799. Diriggi le tue lettere a Nizza di Provenza perch’io domani parto verso Francia; e chi sa? forse assai più lontano: certo che in Francia non mi starò lungamente. Non rammaricarti, o Lorenzo, di ciò; e consola quanto tu puoi la povera madre mia. Tu dirai forse ch’io dovrei fuggire prima me stesso, e che  se  non  v’ha  luogo  dov’io  trovi  stanza,  sarebbe  omai  tempo  ch’io m’acquetassi. È vero, non trovo stanza; ma qui peggio che altrove. La stagione, la nebbia perpetua, quest’aria morta, certe fisonomie – e poi – forse m’inganno – ma parmi di trovar poco cuore; nè posso incolparli; tutto si acquista; ma la compassione e la generosità, e molto più certa delicatezza di animo nascono sempre con noi, e non le cerca se non chi le sente. – Insomma domani. E mi si è fitta in fantasia tale necessità di partire, che queste ore d’indugio mi pajono anni di carcere. Malaugurato! perchè mai tutti i tuoi sensi si risentono soltanto al dolore, simili a quelle membra scorticate che all’alito più blando dell’aria si ritirano? goditi il mondo com’è, e tu vivrai più riposato e men pazzo. – Ma se a chi mi declama sì fatti sermoni, io dicessi: Quando ti salta addosso la febbre, fa che il polso ti batta più lento, e sarai sano – non avrebbe egli ragione da credermi farneticante di peggior febbre? come dunque potrò io dar leggi al mio sangue che fluttua rapidissimo? e quando urta nel cuore io sento che vi si ammassa bollendo, e poi sgorga impetuosamente; e spesso all’improvviso e talora fra il sonno par che voglia spaccarmisi il petto. – O Ulissi! eccomi ad obbedire alla vostra saviezza, a patti ch’io, quando vi veggo dissimulatori, agghiacciati, incapaci di soccorrere alla povertà senza insultarla, e di difendere il debole dalla ingiustizia; quando vi veggo, per isfamare le vostre plebee passioncelle, prostrati appiè del potente che odiate e che vi disprezza, allora io possa trasfondere in voi una stilla di questa mia fervida bile che pure armò spesso la mia voce e il mio braccio contro la prepotenza; che non mi lascia mai gli occhi asciutti nè chiusa la mano alla vista della miseria; e che mi salverà sempre dalla bassezza. Voi vi credete savi, e il mondo vi predica onesti: ma toglietevi la paura! – Non vi affannate dunque; le parti sono pari: Dio vi preservi dalle mie pazzie; ed io lo prego con tutta l’espansione dell’anima mia perchè mi preservi dalla vostra saviezza. E s’io scorgo costoro, anche quando passano senza vedermi, io corro subitamente a cercare rifugio nel tuo petto, o Lorenzo. Tu rispetti amorosamente le mie passioni, quantunque tu abbia sovente veduto il leone ammansarsi alla sola tua voce. Ma ora! Tu il vedi: ogni consiglio e ogni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
Se non che il re dell’onde Dolente ancor d’Ippolito Surse per le profonde Vie dal Tirreno talamo, E respinse il furente Col cenno onnipotente. Quei dal flutto arretrosse Ricalcitrando e, orribile! Sovra l’anche rizzosse; Scuote l’arcion, te misera Su la petrosa riva Strascinando mal viva. Pera chi osò primiero Discortese commettere A infedele corsiero L’agil fianco femineo, E aprì con rio consiglio Nuovo a beltà periglio! Chè or non vedrei le rose Del tuo volto sì languide, Non le luci amorose Spïar ne’ guardi medici Speranza lusinghiera Della beltà primiera. Di Cintia il cocchio aurato Le cerve un dì traeano, Ma al ferino ululato Per terrore insanirono, E dalla rupe etnea Precipitar la Dea. Gioïan d’invido riso Le abitatrici olimpie, Perchè l’eterno viso Silenzïoso, e pallido Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Odi e sonetti di Ugo Foscolo