flemma

[flèm-ma]
In sintesi
calma lenta e pacata; tranquillità eccessiva
← dal gr. phlégma, deriv. di phlégein ‘bruciare’; propr. ‘infiammazione’, poi ‘umore viscoso’.
1
Calma, tranquillità, lentezza: fare le cose con f. || Flemma!, esortazione alla calma SIN. impassibilità, imperturbabilità
2
CHIM Residuo di una distillazione alcolica
3
ST Secondo l'antica medicina ippocratica, uno dei quattro umori fondamentali dell'organismo

Citazioni
Avete voluto fare il matrimonio segreto, ed io non ho parlato. (Queste sette medaglie, le troverò) (da sé). Non avete invitato nessuno de’ miei parenti; pazienza. (Vi sono ancora duemila scudi, le troverò) (da sé). Ma ch’io debba stare confinata in casa, perchÄ non ho vestiti da comparire, è una indiscretezza. (Oh sono pure annoiato!) (da sé). Andate da vostra suocera; ditele il vostro bisogno; a lei ho dato l’incombenza; ella farà quello, che sarà giusto. Con la signora suocera, non voglio parlare di queste cose. Ella non mi vede di buon occhio. Vi prego datemi voi il denaro per un abito, che io penserè a provederlo. Denaro io non ne ho. Non  ne  avete?  I  ventimila  scudi  dove  sono  andati?  (parla  sempre flemmaticamente). A voi non devo rendere questi conti. Li renderete a mio marito. La dote è sua; voi non gliel’avete a mangiare. E lo dite con questa flemma? Per dir la sua ragione, non vi è bisogno di scaldarsi il sangue. Orsú; fatemi il piacere; andate via di qua; che se il sangue non si scalda a voi; or ora si scalda a me. Mi maraviglio di mio marito. È un uomo ammogliato, e si lascia strapazzare cosí. Per carità, andate via.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Ma perché? Perché ella è troppo superba. E voi convincetela coll’umiltà. Sentite, Doralice mia, due donne, che gridano sono come due porte aperte, dalle quali entra furiosamente il vento; basta chiuderne una, perché il vento si moderi. La mia collera è un vento, che in casa non fa rumore. Sí, è vero; è un vento leggiero; ma non tanto fino, ed acuto, che penetra nelle midolle dell’ossa. Vuole atterrar tutti colla sua furia. E voi non vi fate stare colla vostra flemma. Sempre mette in campo la sua nobilità. E voi la vostra dote. La mia dote è vera. E la sua nobilità non è cosa ideale. Dunque date ragione a vostra madre, e date torto a me? Vi do ragione quando l’avete. Ho forse torto a pretendere d’essere vestita decentemente? No, ma per mia madre desidero, che abbiate un poco piú di rispetto. Orsú sapete, che farò? Per rispettarla, per non inquietarla, anderò a star con mio padre. Vedete?  Ecco  il  vento  leggiero  leggiero,  ma  fino  ed  acuto.  Con  tutta placidezza, vorreste fare la peggior cosa del mondo. Farei sí gran male a tornar con mio padre? Fareste malissimo a lasciare il marito. Potete venire ancor voi. Ed io farei peggio ad escire di casa mia. Dunque stiamo qui, e tiriamo avanti cosí. È poco che siete in casa. Dal buon mattino si conosce qual esser debba la buona sera. Mia madre, vi prenderà amore.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Io non so quello che si facesse né dicesse Aristotile, che era padrone delle scienze, ma so bene in parte quello che fanno e dicono, e che conviene che facciano e dicano, i suoi seguaci, per non rimaner senza guida senza scorta e  senza  capo  nella  filosofia.  Quanto  alle  comete,  non  son  eglino  restati convinti quei moderni astronomi, che le volevano far celesti, dall’Antiticone, e convinti con le loro medesime armi, dico per via di paralassi e di calcoli rigirati in cento modi, concludendo finalmente a favor d’Aristotile che tutte sono elementari? e spiantato questo, che era quanto fondamento avevano i seguaci delle novità, che altro più resta loro per sostenersi in piedi? Con flemma, signor Simplicio. Cotesto moderno autore che cosa dice egli delle stelle nuove del 72 e del 604 e delle macchie solari? perché quanto alle comete, io, quant’a me, poca difficultà farei nel porle generate sotto o sopra la Luna, né ho mai fatto gran fondamento sopra la loquacità di Ticone, né sento repugnanza alcuna nel poter credere che la materia loro sia elementare,  e  che  le  possano  sublimarsi  quanto  piace  loro,  senza  trovare  ostacoli nell’impenetrabilità del cielo peripatetico, il quale io stimo più tenue più cedente e più sottile assai della nostra aria; e quanto a i calcoli delle paralassi, prima il dubbio se le comete sian soggette a tale accidente, e poi l’incostanza  delle  osservazioni  sopra  le  quali  son  fatti  i  computi,  mi  rendono egualmente sospette queste opinioni e quelle, e massime che mi pare che l’Antiticone talvolta accomodi a suo modo, o metta per fallaci, quelle osservazioni che repugnano al suo disegno. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Non altro, se non che non veggio sin qui provata la mobilità della Terra. Né io tampoco ho preteso di provarla, ma solo di mostrare come dall’esperienza portata da gli avversarii per argomento della fermezza non si può cavar nulla; sì come credo mostrar dell’altre. Di grazia, signor Salviati, prima che passare ad altro, concedetemi che io metta in campo certa difficultà che mi si è raggirata per la fantasia mentre voi stavi con tanta flemma sminuzolando al signor Simplicio questa esperienza della nave. Noi siam qui per discorrere, ed è bene che ogn’uno muova le difficultà che gli sovvengono, ché questa è la strada per venir in cognizion del vero. Però dite. Quando sia  vero  che  l’impeto  col  quale  si  muove  la  nave  resti  impresso indelebilmente nella pietra, dopo che s’è separata dall’albero, e sia in oltre vero che questo moto non arrechi impedimento o ritardamento al moto retto all’ingiù, naturale alla pietra, è forza che ne segua un effetto meraviglioso in natura. Stia la nave ferma, e sia il tempo della caduta d’un sasso dalla cima dell’albero due battute di polso: muovasi poi la nave, e lascisi andardal medesimo luogo l’istesso sasso, il quale, per le cose dette, metterà pur il tempo di due battute ad arrivare a basso, nel qual tempo la nave avrà, verbigrazia, scorso venti braccia, talché il vero moto della pietra sarà stato una linea trasversale, assai più lunga della prima retta e perpendicolare, che è la sola lunghezza dell’albero: tuttavia la palla l’avrà passata nel medesimo tempo. Intendasi di nuovo il moto della nave accelerato assai più, sì che la pietra nel cadere dovrà passare una trasversale ancor più lunga dell’altra; ed insomma, crescendosi la velocità della nave quanto si voglia, il sasso cadente descriverà le sue trasversali sempre più e più lunghe, e pur tutte le passerà nelle medesime due battute di polso: ed a questa similitudine, quando in cima di una torre fusse una colubrina livellata e con essa si tirassero tiri di punto bianco, cioè paralleli all’orizonte, per poca o molta carica che si desse al pezzo, sì che la palla andasse a cadere ora lontana mille braccia, or quattro mila, or sei mila, or dieci mila etc., tutti questi tiri si spedirebbero in
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei