fiscale

[fi-scà-le]
pl. -li
In sintesi
rigoroso, rigido, intransigente
← dal lat. fiscāle(m), deriv. di scus ‘fisco’.

A
agg.

1
Del fisco, che concerne il fisco: leggi fiscali; provvedimenti fiscali; evasione f. || Dazio fiscale, destinato alle casse dello Stato || Avvocato fiscale, nome dato un tempo al pubblico ministero || Medico fiscale, medico di fiducia di un'amministrazione statale o privata, che accerta le condizioni di salute dei dipendenti che si dichiarano malati || Visita fiscale, visita del medico fiscale
2
fig. Di persona o atteggiamento, rigido, severo, pignolo: non essere così f. || Vessatorio: intransigenza f.; angherie fiscali || Inquisitorio, ostile: una sequela di domande fiscali || Preciso, meticoloso, pedante: un impiegato f.

B
s.m.
(anche f. nel sign. 1)

1
fig. Persona pignola o intransigente
2
In filatelia, marca da bollo

Citazioni
certezza. E non paia strano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo d’una o di due donnicciole; giacché, quando s’è per la strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino. Non paia strano il veder uomini i quali non dovevan essere, anzi non eran certamente di quelli che vogliono il male per il male, vederli, dico, violare così apertamente e crudelmente ogni diritto; giacché il credere ingiustamente, è strada a ingiustamente operare, fin dove l’ingiusta persuasione possa condurre; e se la coscienza esita, s’inquieta, avverte, le grida d’un pubblico hanno la funesta forza (in chi dimentica d’avere un altro giudice) di soffogare i rimorsi; anche d’impedirli. Il motivo di quelle odiose, se non crudeli prescrizioni, di tosare, rivestire, purgare, lo diremo con le parole del Verri. “In quei tempi credevasi che o ne’ capelli e peli, ovvero nel vestito, o persino negli intestini trangugiandolo, potesse avere un amuleto o patto col demonio, onde rasandolo, spogliandolo e purgandolo ne venisse disarmato”. E questo era veramente de’ tempi; la violenza era un fatto (con diverse forme) di tutti i tempi, ma una dottrina di nessun tempo. Quel secondo esame non fu che una ugualmente assurda e più atroce ripetizione del primo, e con lo stesso effetto. L’infelice Piazza, interrogato prima, e contradetto con cavilli, che si direbbero puerili, se a nulla d’un tal fatto potesse convenire un tal vocabolo, e sempre su circostanze indifferenti al supposto delitto, e senza mai accennarlo nemmeno, fu messo a quella più crudele tortura che il senato aveva prescritta. N’ebbero parole di dolor disperato, parole di dolor supplichevole, nessuna di quelle che desideravano, e per ottener le quali avevano il coraggio di sentire, di far dire quell’altre. Ah Dio mio! ah che assassinamento è questo! ah Signor fiscale!... Fatemi almeno appiccar presto... Fatemi tagliar via la mano... Ammazzatemi; lasciatemi almeno riposar un poco. Ah! signor Presidente! ... Per amor di Dio, fatemi dar da bere; ma insieme: non so niente, la verità l’ho detta. Dopo molte e molte risposte tali, a quella freddamente e freneticamente ripetuta istanza di dir la verità, gli mancò la voce, ammutolì; per quattro volte non rispose; finalmente poté dire ancora una volta, con voce fioca; non so niente; la verità l’ho già detta. Si dovette finire, e ricondurlo di nuovo, non confesso, in carcere. E non c’eran più nemmen pretesti, né motivo di ricominciare: quella che avevan presa per una scorciatoia, gli aveva condotti fuor di strada. Se la tortura avesse prodotto il suo effetto, estorta la confession della bugia, tenevan l’uomo; e, cosa orribile! quanto più il soggetto della bugia era per sé indiffe-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
rente, e di nessuna importanza, tanto più essa sarebbe stata, nelle loro mani, un argomento potente della reità del Piazza, mostrando che questo aveva bisogno di stare alla larga dal fatto, di farsene ignaro in tutto, in somma di mentire. Ma dopo una tortura illegale, dopo un’altra più illegale e più atroce, o grave, come dicevano, rimettere alla tortura un uomo, perché negava d’aver sentito parlare d’un fatto, e di sapere il nome de’ deputati d’una parrocchia, sarebbe stato eccedere i limiti dello straordinario. Eran dunque da capo, come se non avessero fatto ancor nulla; bisognava venire, senza nessun vantaggio, all’investigazion del supposto delitto, manifestare il reato al Piazza, interrogarlo. E se l’uomo negava? se, come aveva dato prova di saper fare, persisteva a negare anche ne’ tormenti? I quali avrebbero dovuto essere assolutamente gli ultimi, se i giudici non volevano appropriarsi una terribil sentenza d’un loro collega, morto quasi da un secolo, ma la cui autorità era viva più che mai, il Bossi citato sopra. “Più di tre volte,” dice, “non ho mai visto ordinar la tortura, se non da de’ giudici boia: nisi a carnificibus.” E parla della tortura, ordinata legalmente! Ma la passione è pur troppo abile e coraggiosa a trovar nuove strade, per iscansar quella del diritto, quand’è lunga e incerta. Avevan cominciato con la tortura dello spasimo, ricominciarono con una tortura d’un altro genere. D’ordine del senato (come si ricava da una lettera autentica del capitano di giustizia al governatore Spinola, che allora si trovava all’assedio di Casale), l’auditor fiscale della Sanità, in presenza d’un notaio, promise al Piazza l’impunità, con la condizione (e questo si vede poi nel processo) che dicesse interamente la verità. Così eran riusciti a parlargli dell’imputazione, senza doverla discutere; a parlargliene, non per cavar dalle sue risposte i lumi necessari all’investigazion della verità, non per sentir quello che ne dicesse lui; ma per dargli uno stimolo potente a dir quello che volevan loro. La lettera che abbiamo accennata, fu scritta il 28 di giugno, cioè quando il processo aveva, con quell’espediente, fatto un gran passo. “Ho giudicato conuenire,” comincia, “che V.E. sapesse quello che si è scoperto nel particolare d’alcuni scelerati che, a’ giorni passati, andavano ungendo i muri et le porte di questa città.” E non sarà forse senza curiosità, né senza istruzione, il veder come cose tali sian raccontate da quelli che le fecero. “Hebbi”, dice dunque, “commissione dal Senato di formar processo, nel quale, per il detto d’alcune donne, e d’un huomo degno di fede, restò aggravato un Guglielmo Piazza, huomo plebeio, ma ora Commissario della Sanità, ch’esso, il venerdì
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
farsi udire comare Speranza, che era rauca dal gridare, strappando i vestiti di dosso alla gente per farsi largo, colle unghie sfoderate come una gatta e la schiuma alla bocca: – Dalla scala ch’è laggiù, in fondo al corridoio! – Tutti corsero da quella parte, lasciando don Diego che seguitava a chiamare dietro l’uscio della sorella: – Bianca! Bianca!... – Udivasi un tramestìo dietro quell’uscio; un correre all’impazzata, quasi di gente che ha persa la testa. Poi il rumore di una seggiola rovesciata. Nanni l’Orbo tornò a gridare in fondo al corridoio: – Eccolo! eccolo! – E si udì lo scoppio del pistolone di Pelagatti, come una cannonata. La Giustizia! Ecco qua gli sbirri! – vociò dal cortile Santo Motta. Allora si aprì l’uscio all’improvviso, e apparve donna Bianca, discinta, pallida come una morta, annaspando colle mani convulse, senza profferire parola, fissando sul fratello gli occhi pazzi di terrore e d’angoscia. Ad un tratto si piegò sulle ginocchia, aggrappandosi allo stipite, balbettando: – Ammazzatemi, don Diego!... Ammazzatemi pure!... ma non lasciate entrare nessuno qui!... Quello che accadde poi, dietro quell’uscio che don Diego aveva chiuso di nuovo spingendo nella cameretta la sorella, nessuno lo seppe mai. Si udì soltanto la voce di lui, una voce d’angoscia disperata, che balbettava: – Voi?... Voi qui?... Accorrevano il signor Capitano, l’Avvocato fiscale, tutta la Giustizia. Don Liccio Papa, il caposbirro, gridando da lontano, brandendo la sciaboletta sguainata: – Aspetta! aspetta! Ferma! ferma! – E il signor Capitano dietro di lui, trafelato come don Liccio, cacciando avanti il bastone: – Largo! largo! Date passo alla Giustizia! – L’Avvocato fiscale ordinò di buttare a terra l’uscio. – Don Diego! Donna Bianca! Aprite! Cosa vi è successo? S’affacciò don Diego, invecchiato di dieci anni in un minuto, allibito, stralunato, con una visione spaventosa in fondo alle pupille grige, con un sudore freddo sulla fronte, la voce strozzata da un dolore immenso: – Nulla!... Mia sorella!... Lo spavento!... Non entrate nessuno!... Pelagatti inferocito contro Nanni l’Orbo: – Bel lavoro mi faceva fare!... Un altro po’ ammazzavo compare Santo!... – Il Capitano gli fece lui pure una bella lavata di capo: – Con le armi da fuoco!... Che scherzate?... Siete una bestia! – Signor Capitano, credevo che fosse il ladro, laggiù al buio... L’ho visto con questi occhi! – Zitto! zitto, ubbriacone! – gli diede sulla voce l’Avvocato fiscale. – Piuttosto andiamo a vedere il fuoco.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Sono pazzi! Pazzi da legare tutti e due! Don Ferdinando già è stato sempre uno stupido... e don Diego... vi rammentate? Quando la cugina Sganci gli aveva procurato quell’impiego nei mulini?... Nossignore!... un Trao non poteva vivere di salario!... Di limosina sì, possono vivere!... – Oh! oh! – interruppe il canonico, colla malizia che gli rideva negli occhietti di topo, ma stringendo le labbra sottili. – Sissignore!... Come volete chiamarla?  utti i parenti si danno la voce T per quello che devono mandare a Pasqua e a Natale... Vino, olio, formaggio... anche del grano... La ragazza già è tutta vestita dei regali della zia Rubiera. – Eh! eh!... – Il canonico, con un sorrisetto incredulo, andava stuzzicando ora donna Sarina ed ora il barone, il quale chinava il capo, seguitava a grattarsi il mento discretamente, fingeva di guardare anch’esso di qua e di là, come a dire: – Eh! eh! pare anche a me!... Giunse in quel mentre il dottor Tavuso in fretta, col cappello in capo, senza salutar nessuno, ed entrò nella camera dell’inferma. Poco dopo tornò ad uscire, stringendosi nelle spalle, gonfiando le gote, accompagnato da don Ferdinando allampanato che pareva un cucco. La zia Macrì e il canonico Lupi corsero dietro al medico. La zia Cirmena che voleva sapere ogni cosa e vi piantava in faccia quei suoi occhialoni rotondi peggio dell’Avvocato fiscale. Eh? Cos’è stato?... Lo sapete voi? Adesso si chiamano nervi... malattia di moda... Vi mandano a chiamare per un nulla... quasi potessero pagare le visite del medico! – rispose Tavuso burbero. Quindi, piantando anche lui gli occhiali in faccia a donna Sarina: – Volete che ve la dica? Le ragazze a certa età bisogna maritarle! E voltò le spalle soffiando gravemente, tossendo, spurgandosi. I parenti si guardarono in faccia. Il canonico, per discrezione, prese a tenere a bada il barone Mèndola, dandogli chiacchiera e tabacco, sputacchiando di qua e di là, onde cercare di sbirciar quello che succedeva dietro l’uscio socchiuso di donna Bianca, stringendo le labbra riarse come inghiottisse ogni momento: – Si capisce!... La paura avuta!... Le avevano fatto credere d’avere i ladri in casa!... povera donna Bianca!... È così giovine!... così delicata!... – Sentite, cugina! – disse donna Sarina tirando in disparte la Macrì. Don Ferdinando, sciocco, voleva accostarsi per udire lui pure: – Un momento! Che maniera! – lo sgridò la zia Cirmena. – Ho da dire una parola a vostra zia!... Piuttosto andate a pigliare un bicchiere d’acqua per Bianca, che le farà bene... Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Era un terrore pel paese: porte e finestre ancora chiuse, Compagni d’Arme per le vie, rumore di sciabole e di speroni. Le signorine Margarone, in fronzoli e colla testa irta di ciambelle come un fuoco d’artificio, correvano ogni momento al balcone. Don Filippo, tronfio e pettoruto, se ne stava adesso seduto nel Caffè dei Nobili, insieme al Capitano Giustiziere e l’Avvocato Fiscale, facendo tremare chi passava colla sola guardatura. Nella stalla di don Gesualdo dei trabanti governavano i cavalli, e il Comandante fumava al balcone, in pantofole, come in casa sua. Nanni l’Orbo tornò ridendo a crepapelle. Prima di entrare però bussò al modo che aveva detto, tossì, si soffiò il naso, pure si trattenne un po’ a discorrere ad alta voce con una vicina che si pettinava sul ballatoio. Don Gesualdo stava mangiando una insalata di cipolle, onde prevenire qualche malattia causata dallo spavento. – Prosit! prosit, don Gesualdo! A casa vostra ci ho trovato dei forestieri, tale e quale come voi qui da me. Il barone Zacco corre ancora!... L’hanno visto prima dell’alba più in là di Passaneto, figuratevi! a casa del diavolo!... dietro una siepe, più morto che vivo!... Sua moglie fa come una pazza... Sono stato anche a cercare del notaro Neri, se s’ha a scrivere due parole della chiusa del Carmine che date a mia moglie pei servizi prestati... Non che non mi fidi... sapete bene... per la vita e per la morte. Nessuno l’ha più visto, il notaro! Dicono ch’è nascosto nel monastero di San Sebastiano... vestito da donna... sissignore!... Gli sbirri cercano da per tutto! Ma qui non avete da temere, vossignoria!... Udite? udite? Sembrava che si divertisse a fare agghiacciare il sangue nelle vene al prossimo suo, quel briccone! Udivasi infatti un vocìo di comari, un correre di scarponi grossi, strilli di ragazzi. Diodata s’arrampicò sino all’abbaino del granaio per vedere. Poi Nanni venne a dire: – È il viatico, Dio liberi!... Va in su verso sant’Agata. Ho visto il canonico Lupi che portava il Signore... cogli occhi a terra!... una faccia da santo, com’è vero Iddio! – Stasera, appena è scuro, mi farai trovare una cavalcatura laggiù alla Masera, e mi darai qualche cosa da travestirmi; – disse don Gesualdo, che sembrava più smorto alla luce dell’abbaino. – Perché? Non vi piace più lo stare in casa mia? Diodata vi avrebbe fatto qualche mancanza? – No, no... Mi pare mill’anni d’esser lontano... – Qui però non avete da temere... Gli sbirri non vengono a cercarvi qui! A casa vostra piuttosto! Guardatevi!... Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Per un po’ di giorni, verso i primi d’agosto, era venuto soltanto don Ferdinando ad annaffiare i fiori, strascinandosi a stento, coi capelli grigi svolazzanti, sbrodolandosi tutto a ogni passo. Allorché ricomparve anche don Diego, parve di vedere Lazzaro risuscitato: tutto naso, colle occhiaie nere, seppellito vivo in una vecchia palandrana, tossendo l’anima a ogni passo: una tosse fioca che non si udiva quasi più, e scuoteva dalla testa ai piedi lui e il fratello che gli dava il braccio, come andasse facendo la riverenza a ogni vaso di fiori. E fu l’ultima volta. D’allora in poi s’erano viste raramente insieme le teste canute dei due fratelli, dietro i vetri rattoppati colla carta, cercando il sole, don Diego sputando e guardando in terra ogni momento. Il giorno in cui avvenne quel parapiglia nel Palazzo di Città, che le voci si udivano sin nella piazzetta di Sant’Agata, apparve per un istante alla finestra la cima di un berretto bianco tremolante. Ma allorquando la processione di San Giuseppe si fermò dinanzi al portone dei Trao, per l’omaggio tradizionale alla famiglia, le finestre rimasero chiuse, malgrado il vocìo della folla. Don Ferdinando scese per comprare l’immagine del santo, gonfio d’asma, cogli occhi arsi di sonno, piegato in due, le mani nerastre tremanti così che non trovavano quasi nel taschino i due baiocchi per l’immagine. Il procuratore di San Giuseppe, che dirigeva la processione, gli disse: – Vedrete quant’è miracolosa quell’immagine! Tanta salute e provvidenza a tutti, in casa vostra! E gli affidò anche il bastone d’argento del santo, da metterlo al capezzale del malato: un tocca e sana. Eppure non giovò neanche quello. Compare Cosimo e Pelagatti, partendo per la campagna due ore prima dell’alba, o tornando a notte fatta, vedevano sempre il lume alla finestra di don Diego. E il cane nero dei Motta uggiolava per la piazza, come un lamento. Poi, verso nona, bussava al portone il ragazzo di don Luca, portando un bicchiere di latte. Di tanto in tanto veniva don Giuseppe Barabba, con un piatto coperto dal tovagliuolo, o il servitore del Fiscale che recava un fiasco di vino. A poco a poco diradarono anche quelle visite. L’ultima volta il dottor Tavuso se n’era andato scrollando le spalle. I ragazzi del vicinato giuocavano tutto il giorno dietro quel portone che non si apriva più. Una sera, tardi, i vicini, che stavano cenando, udirono la voce chioccia di don Ferdinando chiamare il sagrestano, lì dirimpetto: una voce da far cascare il pan di bocca. E subito dopo un gran colpo al portone sconquassato, e dei passi che si allontanarono frettolosi.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga