fattura

[fat-tù-ra]
In sintesi
confezione, fabbricazione; stile, maniera; nota di pagamento, conto; maleficio stregonesco
← lat. factūra(m), deriv. di ctus, part. pass. di facĕre ‘fare’.
1
Azione e risultato del fare; esecuzione, lavorazione, confezione: la f. di un abito, di un tavolino || Modo in cui è eseguito un lavoro: un quadro di ottima f.
2
pop. Incantesimo, malia, stregoneria: gli hanno fatto una f.
3
COMM Documento in cui si registrano la distinta e l'importo di una merce venduta o di un servizio prestato, recante i dati fiscali delle parti interessate dall'operazione commerciale e la registrazione del pagamento degli oneri fiscali a essa connessi: chiedere la f.; si paga al ricevimento della f.
4
ant. Prodotto, opera || Creatura ‖ dim. fatturìna

Citazioni
A Dio, a sé, al prossimo si pòne far forza, dico in loro e in lor cose, come udirai con aperta ragione. 35 Morte per forza e ferute dogliose nel prossimo si danno, e nel suo avere ruine, incendi e tollette dannose; onde omicide e ciascun che mal fiere, guastatori e predon, tutti tormenta lo giron primo per diverse schiere. 40 Puote omo avere in sé man vïolenta e ne’ suoi beni; e però nel secondo giron convien che sanza pro si penta qualunque priva sé del vostro mondo, biscazza e fonde la sua facultade, e piange là dov’esser de’ giocondo. Puossi far forza nella deïtade, col cor negando e bestemmiando quella, e spregiando natura e sua bontade; 50 e però lo minor giron suggella del segno suo e Soddoma e Caorsa e chi, spregiando Dio col cor, favella. La frode, ond’ogne coscïenza è morsa, può l’omo usare in colui che ’n lui fida e in quel che fidanza non imborsa. 55 Questo modo di retro par ch’incida pur lo vinco d’amor che fa natura; onde nel cerchio secondo s’annida ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura. Per l’altro modo quell’amor s’oblia che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, di che la fede spezïal si cria;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Purgatorio Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, e ne’ secondi sé stesso misura, esser non può cagion di mal diletto; 100 ma quando al mal si torce, o con più cura o con men che non dee corre nel bene, contra ’l fattore adovra sua fattura.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Con costui corse infino al lito rubro; con costui puose il mondo in tanta pace, che fu serrato a Giano il suo delubro. Ma ciò che ’l segno che parlar mi face fatto avea prima e poi era fatturo per lo regno mortal ch’a lui soggiace, 85 diventa in apparenza poco e scuro, se in mano al terzo Cesare si mira con occhio chiaro e con affetto puro; ché la viva giustizia che mi spira, li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, gloria di far vendetta a la sua ira. Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto IX Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni che ricever dovea la sua semenza; 5 ma disse: “Taci e lascia muover li anni”; sì ch’io non posso dir se non che pianto giusto verrà di retro ai vostri danni. E già la vita di quel lume santo rivolta s’era al Sol che la rïempie come quel ben ch’a ogne cosa è tanto. 10 Ahi anime ingannate e fatture empie, che da sì fatto ben torcete i cuori, drizzando in vanità le vostre tempie! Ed ecco un altro di quelli splendori ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi significava nel chiarir di fori. Li occhi di Bèatrice, ch’eran fermi sovra me, come pria, di caro assenso al mio disio certificato fermi. 20 “Deh, metti al mio voler tosto compenso, beato spirto”, dissi, “e fammi prova ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!”. Onde la luce che m’era ancor nova, del suo profondo, ond’ella pria cantava, seguette come a cui di ben far giova: 25 “In quella parte de la terra prava italica che siede tra Rïalto e le fontane di Brenta e di Piava, si leva un colle, e non surge molt’alto, là onde scese già una facella che fece a la contrada un grande assalto.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Disse l’altro: — E però si vuol pensare, però che noi averemo a dire quello che noi esponemmo, e quello che ci fu risposto. Però che s’e’ nostri di Casentino sapessono come dimenticammo la loro commessione, e tornassimo dinanzi da loro come smemorati, non che ci mandassono mai per ambasciadori, ma mai offizio non ci darebbono. Disse l’altro, che era più malizioso: — Lascia questo pensiero a me. Io dirò che sposto che avemo l’ambasciata dinanzi al vescovo, che egli graziosamente in tutto e per tutto s’offerse essere sempre presto a ogni loro bene, e per maggiore amore disse che per meno spesa ogni volta che avessono bisogno di lui, per loro pace e riposo scrivessero una semplice lettera, e lasciassono stare le ’mbasciate. Disse l’altro: —  Tu  hai  ben  pensato;  cavalchiamo  pur  forte,  che  giunghiamo  a buon’ora al vino che tu sai. E così spronando, giunsono all’albergo, e giunto un fante loro alla staffa, non domandorono dell’oste, né come avea da desinare, ma alla prima parola domandorono quello che era di quel vino. Disse il fante: — Migliore che mai. E quivi s’armorono la seconda volta non meno della prima, e innanzi che si partissono, però che molti muscioni erano del paese tratti, il vino venne al basso, e levossi la botte. Gli ambasciadori dolenti di ciò la levorono anco ellino, e giunsono a chi gli avea mandati, tenendo meglio a mente la bugia che aveano composta che non feciono la verità di prima, dicendo che dinanzi al vescovo aveano fatto così bella aringhiera, e dando ad intendere che l’uno fosse stato T ulio e l’altro  Quintiliano, e’ furono molto commendati, e da indi innanzi ebbono molti officii, che le più volte erano o sindachi, o massai. Oh quanto interviene spesso, e non pur de’ pari di questi omicciatti, ma de’ molto maggiori di loro, che sono tutto dì mandati per ambasciadori, che delle cose che avvengono hanno a fare quello che ’l Soldano in Francia; e  scrivono  e  dicono  che  per  dì  e  per  notte  mai  non  hanno  posato,  ma sempre con grande sollecitudine hanno adoperato, e tutta è stata loro fattura; che attagliono e intervengono, ed eglino seranno molte volte con quel sentimento che un ceppo; e fiano commendati da chi gli ha mandati, e premiati con grandissimi officii e con altri guiderdoni perché li più si partono dal vero e spezialmente quando per essere loro creduto se ne veggiono seguire vantaggio. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Disse il signore: — E io vel darò io: debito vostro è la morte; dov’è il morto? adugélo qua; mettetel  nella  fossa: pigliate  ’l  prete;  cacciatel giù:  dov’è  il  cherico? mettetel su; mo tira giù la terra. E così fece sotterrare il prete e ’l cherico sul morto pellegrino, e andò a suo viaggio. E stato alcun dì a questo suo luogo, ritornò a Melano; e tornando per una via, dov’era un’altra delle sue prigioni ed era su l’ora di terza, gli prigioni, che aveano sentito il beneficio ch’egli avea dato agli altri, sentendo il signore passare, cominciorono a gridare: — Misericordia, misericordia. Quelli ristette, dicendo: — Che è quello? Il guardiano si fece innanzi. — Signore, sono li prigionieri, che vi domandono misericordia. Disse il signore: — Sì, hanno apparato dagli altri. Chiamò uno de’ suoi famigli da cavallo, e disse: —  Va’,  metti  in  prigione  questo  guardiano  cogli  altri,  e  guarda  la prigione tu, e fa’ che tu non déi né mangiare né bere ad alcuno di loro, se io non torno da Chiaravalle, là dove io andrò com’io avrò desinato; e guarda che tu faccia ciò che io dico, ch’altrimenti io t’impiccherò per la gola. Come detto, così fatto. Il signore andò a desinare, e come ebbe desinato, montò a cavallo e andò a Chiaravalle, dove è una gran badìa, e uno bellissimo abituro per lo signore: e stato là tutto quel dì e l’altro, alla reina venne grandissimo male; di che subito gli fu mandato a dire. Come lo sentì, che così avea d’usanza, benché fosse di notte, subito fu mosso per vicitar la reina; e questo credo fosse fattura di Dio, perché quelli prigioni non morissono, ch’erano già stati quarantadue ore sanza mangiare e sanza bere, avendovi di quelli già che cominciavono a balenare. Tornato che fu, ebbono tutti mangiare e bere, come poteano, ringraziando tutti il loro Creatore. Or queste tre cose avvennono, si può dire, in un piccol viaggio: la prima fu di gran carità, e volle che fosse sì valida ch’ella valesse eziandio a chi v’era per debito: la seconda fu mossa da justizia, e fu seguita con gran crudeltà: la terza fu sdegno, e tòr materia che ogni dì non avessi avvenire. Non notando quelli comuni queste cose che sempre stanno in cacciare l’uno l’altro, e non vogliono vicino, non conoscendo il bene che Dio ha dato loro. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E tornano ad aprirla; e apertala, sul tagliere non era alcuna cosa. Dice Tommaso: — Oimè! che ’l Toso arà detto il vero, ch’ella s’ha manicato il cappone. Dice Marco e ’l compagno: — Onde v’entrò la gatta? ha la cassa gattaiuola? E ’l Baroncio trae fuora le masserizie, e guatando dice: — Io non ci veggo né gattaiuola, né buca. Dice Tommaso Federighi: — E’ m’avvenne una volta, ch’io fui de’ signori, com’ora, simil caso; e brievemente, quando io mandai il famiglio col tagliere, che ’l mettesse nella cassa, una gatta v’era entro a dormire: e’ non se n’avvedde, e mangiossi quello ch’era sul tagliere, e poi se n’uscì in questa forma che questa. — Mala ventura, che così nuova fortuna non m’avvenne mai più, e credo che da ieri in qua sia dì ozìaco per me. Or ecco, io non credo mai compiere questo officio che io ritorni alla Lapa mia, che con lei non ho mai paura; e qui ci starò oggimai con gran temenza, però che io credo che tra queste camere sia qualche mala cosa. Vo’ dite pur: gatta, gatta: arrovesciommi la gatta le scarpette, e anco altro, che fu peggio? Dice Marco: — E’ può ben essere: a cotesto vagliono molte orazioni e paternostri; abbine consiglio con questi maestri in teologia. E mandò tre dì per certi teologhi, li quali li dierono consiglio ch’egli orasse e dicesse paternostri otto dì dalle quattro ore insino a mattutino; e questo consiglio fu fattura de’ due compagni. Il detto Tommaso, come invilito dalla paura, così fece che otto notti quasi non dormì, armandosi con molti paternostri, acciò che ’l nimico non entrasse più nella cassa, e scemato quaranta libbre, finì l’officio, e tornossi alla Lapa, nelle cui braccia prese gran sicurtà, dicendole che non volea mai più esser de’ Priori, però che ’l demonio era in quelle camere, e a lui avea fatto le cose scritte di sopra, raccontandogliele a una a una: e con questa credenza stette finché visse, che fu poco. Per le simplicità di molti si muovono spesso de’ savi a fare cose da trastulli,  per  passar  tempo;  ché  benché  gli  uomini  siano  signori,  perché spesso hanno malinconie, pare che non si disdica fare simili cose per sollazzare la mente.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Serenissimo Gran Duca, la differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione. Qual proporzione ha da uno a mille? e pure è proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo. Tal differenza depende dalle abilità diverse degl’intelletti, il che io riduco all’essere o non esser filosofo: poiché la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi può nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in più e men degno grado, come che sia vario  tal  nutrimento.  Chi  mira  più  alto,  si  differenzia  più  altamente;  e  ‘l volgersi al gran libro della natura, che è ‘l proprio oggetto della filosofia, è il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, benché tutto quel che si legge, come fattura d’Artefice onnipotente, sia per ciò proporzionatissimo, quello nientedimeno è più spedito e più degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l’opera e l’artifizio. La costituzione dell’universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, può mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt’altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobiltà. Però, se a niuno toccò mai in eccesso differenziarsi nell’intelletto sopra gli altri uomini,  Tolomeo e ‘l Copernico furon quelli che sì altamente lessero s’affisarono e filosofarono nella mondana costituzione. Intorno all’opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei Dialoghi, non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perché posandosi la lor dottrina su questi due, ch’io stimo i maggiori ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere, per non far discapito di maggioranza, conveniva appoggiarli al favore di Quello appo di me il maggiore, onde possan ricevere e gloria e patrocinio. E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che questa mia opera può dirsi loro in gran parte, ben potrà anche dirsi di Vostr’Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s’è dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s’è in ultimo data in luce. Accettila dunque l’Altezza Vostra con la sua solita benignità; e se ci troverrà cosa alcuna onde gli amatori del vero possan trar frutto di maggior cognizione e di giovamento, riconoscala come propria di sé medesima, avvezza tanto a giovare, che però nel suo felice dominio non ha niuno che dell’universali angustie, che son nel mondo, ne senta alcuna che lo disturbi. Con che pregandole prosperità, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza. Dell’Altezza Vostra Serenissima Umilissimo e devotissimo servo e vassallo GALILEO GALILEI Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
sommi poeti sono per lo più tratte dalle cose campestri; ma i romantici con altrettanto studio s’ingegnano di cavarle dalle cose cittadinesche, e dai costumi e dagli accidenti e dalle diverse condizioni della vita civile, e dalle arti e dai mestieri e dalle scienze e fino dalla metafisica, e fino (quando pare che la similitudine debba fare in certo modo più chiara la cosa assomigliata) arrivano a paragonare oggetti visibili a questo o a quell’arcano del cuore o della mente nostra; perché in sostanza è più chiaro del sole che i nostri cercano a tutto potere il primitivo, anche trattando cose moderne, e i romantici a tutto potere il moderno, anche trattando cose primitive o antiche. Laonde le similitudini di questi tali, e parimente di quasi tutti i poeti inglesi e tedeschi, nella gente che noi chiamiamo di buon gusto, cioè naturale, fanno per la più parte un senso come grossolano così spiacevolissimo, che mentre ella leggendo s’aspetta e desidera di scordarsi dell’incivilimento, a ogni tratto se lo vede ficcare avanti agli occhi; giacché presso quei poeti che ho detto, in cambio di montagne e foreste e campi e spighe e fiori ed erbe e fiumi e animali e venti e nuvole, troverete del continuo castelli e torri e cupole e logge e chiese e monasteri e appartamenti e drappi e cannocchiali e strumenti manifatture officine d’ogni sorta, e cose simili. Che ve ne pare o Lettori? non è un bel cambio questo? non vedete che sono stufi dei vezzi celesti della natura, e cercano vezzi terreni? non vedete che quei diletti che non trovano più o dicono di non trovare nelle opere di Dio e nelle bellezze universali e perpetue, e che chiamano da bisavoli, gli accattano dalle particolari e caduche, e dalla moda  e  dalle  fatture  degli  uomini?  e  in  somma  non  vedete manifestissimamente che noi schiavi noi pedanti noi matti amici dell’arte, siamo i veri e propri amici e partigiani della natura, e questi liberi questi savi questi amici della sola natura, sono assolutamente gli amici e i fautori e gl’imitatori dell’arte? E benché questo sarebbe il luogo di commuoversi e di gridare, - Ecco il genere di poesia che vi manca, o Italiani: di queste cose siete detti poveri e ignoranti: queste ricchezze vi promette chi dice di volervi rigenerare e risuscitare: a questi studi siete esortati e incitati e stimolati; tuttavia mi conterrò, né sopporterò che il dolore, e la miseria dell’argomento mi distacchi dalla modestia che si conviene a questo discorso non altrimenti che a me. Diranno che quelle tali similitudini, e in genere la poesia romantica diletta soprammodo un  infinito  numero  di  persone.  E  dove  bisognerebbe  urlare,  risponderò posatamente. Tre cose fra le altre cagionano questo diletto. Prima la corru-
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
ni, parimente occupata nel culto di quel fantasma e di questo genio, sarà divisa in due parti; e l’uno e l’altro di quelli avranno nelle cose e negli animi dei mortali comune imperio. Tutti gli altri studi, eccetto che alcuni pochi e di picciolo conto, verranno meno nella maggior parte degli uomini. Alle età gravi il difetto delle consolazioni di Amore sarà compensato dal beneficio della loro naturale proprietà di essere quasi contenti della stessa vita, come accade negli altri generi di animali, e di curarla diligentemente per sua cagione propria, non per diletto né per comodo che ne ritraggano. Così rimossi dalla terra i beati fantasmi, salvo solamente Amore, il manco nobile di tutti, Giove mandò tra gli uomini la Verità, e diedele appo loro perpetua stanza e signoria. Di che seguitarono tutti quei luttuosi effetti che egli avea preveduto. E intervenne cosa di gran meraviglia; che ove quel genio prima della sua discesa, quando egli non avea potere né ragione alcuna negli uomini, era stato da essi onorato con un grandissimo numero di templi e di sacrifici; ora venuto in sulla terra con autorità di principe, e cominciato a conoscere di presenza, al contrario di tutti gli altri immortali, che più chiaramente manifestandosi, appaiono più venerandi, contristò di modo le menti degli uomini e percossele di così fatto orrore, che eglino, se bene sforzati di ubbidirlo, ricusarono di adorarlo. E in vece che quelle larve in qualunque animo avessero maggiormente usata la loro forza, solevano essere da quello più riverite ed amate; esso genio riportò più fiere maledizioni e più grave odio da coloro in che egli ottenne maggiore imperio. Ma non potendo perciò né sottrarsi, né ripugnare alla sua tirannide, vivevano i mortali in quella suprema miseria che eglino sostengono insino ad ora, e sempre sosterranno. Se non che la pietà, la quale negli animi dei celesti non è mai spenta, commosse, non è gran tempo, la volontà di Giove sopra tanta infelicità; e massime sopra quella di alcuni uomini singolari per finezza d’intelletto, congiunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i quali egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti più che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio. Avevano usato gli Dei negli antichi tempi, quando Giustizia, Virtù e gli altri fantasmi governavano le cose umane, visitare alcuna volta le proprie fatture, scendendo ora l’uno ora l’altro in terra, e qui significando la loro presenza in diversi modi: la quale era stata sempre con grandissimo beneficio o di tutti i mortali o di alcuno in particolare. Ma corrotta di nuovo la vita, e sommersa in ogni scelleratezza, sdegnarono quelli per lunghissimo tempo la conversazione umana. Ora Giove compassionando
Operette morali di Giacomo Leopardi
Non un vitello, ma un uomo, come ebbero tutti gli altri. Dici tu da senno? mangi tu la tua carne propria? La mia propria no, ma ben quella di costui: che per questo solo uso io l’ho messo al mondo, e preso cura di nutrirlo. Per uso di mangiartelo? Che maraviglia? E la madre ancora, che già non debbe esser buona da fare altri figliuoli, penso di mangiarla presto. Come si mangia la gallina dopo mangiate le uova. E l’altre donne che io tengo, come sieno fatte inutili a partorire, le mangerò similmente. E questi miei schiavi che vedete, forse che li terrei vivi, se non fosse per avere di quando in quando de’ loro figliuoli, e mangiarli? Ma invecchiati che saranno, io me li mangerò anche loro a uno a uno, se io campo. Dimmi: cotesti schiavi sono della tua nazione medesima, o di qualche altra? D’un’altra. Molto lontana di qua? Lontanissima: tanto che tra le loro case e le nostre, ci correva un rigagnolo. E additando un collicello, soggiunse: ecco là il sito dov’ella era; ma i nostri l’hanno distrutta. In questo parve a Prometeo che non so quanti di coloro lo stessero mirando con una cotal guardatura amorevole, come è quella che fa il gatto al topo: sicché, per non essere mangiato dalle sue proprie fatture, si levò subito a volo; e seco similmente Momo: e fu tanto il timore che ebbero l’uno e l’altro, che nel partirsi, corruppero i cibi dei barbari con quella sorta d’immondizia che le arpie sgorgarono per invidia sulle mense troiane. Ma coloro, più famelici e meno schivi de’ compagni di Enea, seguitarono il loro pasto; e Prometeo, malissimo soddisfatto del mondo nuovo, si volse incontanente al più vecchio, voglio dire all’Asia: e trascorso quasi in un subito l’intervallo che è tra le nuove e le antiche Indie, scesero ambedue presso ad Agra in un campo pieno d’infinito popolo, adunato intorno a una fossa colma di legne: sull’orlo della quale, da un lato, si vedevano alcuni con torchi accesi, in procinto di porle il fuoco; e da altro lato, sopra un palco, una
Operette morali di Giacomo Leopardi
che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono. Natura Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.  Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza, e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
che Bonifacio l’aspettasse, e costui la rende certa che la speranza era vana e la fatica persa; e con ciò vanno alla s[ignora] Vittoria per chiarirla del tutto: il che fece costui, a fin che, col fingere di quella potesse graffar qualch’altra somma  da  Bonifacio.  [IX  SCENA]  Compaiono  Sanguino  e  Scaramuré, come quei ch’aveano appuntato qualche cosa con la s[ignora]  Vittoria e m[esser] Gioan Bernardo: e questi dui con dui altri venturieri sotto la bandiera di Sanguino trattano di negociare alcuni fatti con stravestirsi da capitano e birri: del qual partito [nella X SCENA] si contentano molto. Nell’atto IV, I SCENA, la s[ignora] Vitt[oria] vien fuori fastidita per molto aspettare; discorre sopra l’avaro amor di Bonifacio e sua vana speranza; mostra d’esser inanimata a fargli qualch’insapore insieme col finto capitano, birri e Gio. Bernardo. Tra tanto, venne Lucia [II SCENA] che mostra di  non  aver  perso  il  tempo  ed  [esser]  vana  la  fatica:  espone  come  abbia informata  ed  instrutta  Carubina,  moglie  di  Bonifacio;  e  [SCENA  III] sopragionte  da  Bartolomeo,  sdegnate  si  parteno.  [IV  SCENA]  Rimane Bartolomeo, discorrendo sopra la sua materia; ed ecco [V SCENA] gli occorre Bonifacio, e raggionano un pezzo insieme, burlandosi l’un de l’altro. Tra tanto, Lucia che non dormeva sopra il fatto suo, [VI SCENA] trova m[esser] Bonifacio, il quale, disciolto da Bartolomeo, vien ad esser molto persuaso dall’estreme novelle che quella gli disse: cioè che per il meno la s[ignora] Vittoria gli arrebbe donato tutt’il suo, con questo che la andasse a chiavar per quella sera, ch’altrimente moreva: il che, per le cose che erano passate  della  magica  fattura,  non  fu  difficile  a  donarglielo  ad  intendere: prese ordine di stravestirsi lui come Gio. Bernardo. Lucia si parte co le vesti di Vittoria a mascherar Carubina; [VII SCENA] rimane Bonifacio, facendo tra se medesmo festa dell’effetto che vede del suo incantesimo; apresso, [VIII SCENA] si berteggia insieme con Marta, moglie di Bartolomeo, per un pezzo; e poi è verisimile ch’andasse subbito al mascheraro per accomodarsi come S. Cresconio. [XII SCENA] Ecco Carubina, stravestita ed istrutta da Lucia, fa intendere i belli allisciamenti e vezzi,che questa sofistica Vittoria dovea far al suo alchimico inamorato; e prende il camin verso la stanza di Vittoria. E [XIII SCENA] rimane Lucia con determinazione d’andar a trovar Gio. Bernardo; ma ecco che [XIV SCENA] colui viene a tempo, perché non vegliava meno sopra il proprio negocio, che Lucia sopra l’altrui. Cqua si determina de le occasione che dovean prendere, come le persone si doveano disporre al loco e tempo: e poi Lucia va a trovar Bonifacio e Gioan Bernardo a dar ordine all’altre cose. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
Poi le luci girando al vicin colle, dov’era il cespo, che ‘l bel piè trafisse, fermossi alquanto a rimirarlo e volle il suo fior salutar pria che partisse; e vedutolo ancor stillante e molle quivi porporeggiar, così gli disse: - Salviti il ciel da tutti oltraggi e danni, fatal cagion de’ miei felici affanni. Rosa riso d’amor, del ciel fattura, rosa del sangue mio fatta vermiglia, pregio del mondo e fregio di natura, dela terra e del sol vergine figlia, d’ogni ninfa e pastor delizia e cura, onor del’odorifera famiglia, tu tien d’ogni beltà le palme prime, sovra il vulgo de’ fior donna sublime. Quasi in bel trono imperadrice altera siedi colà su la nativa sponda. Turba d’aure vezzosa e lusinghiera ti corteggia dintorno e ti seconda e di guardie pungenti armata schiera ti difende per tutto e ti circonda. E tu fastosa del tuo regio vanto porti d’or la corona e d’ostro il manto. Porpora de’ giardin, pompa de’ prati, gemma di primavera, occhio d’aprile, di te le Grazie e gli Amoretti alati fan ghirlanda ala chioma, al sen monile. Tu qualor torna agli alimenti usati ape leggiadra o zefiro gentile, dai lor da bere in tazza di rubini rugiadosi licori e cristallini.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo Q CLXX - Questa (dicea) sovramortal fattura, laqual confonde ogni creato ingegno, opra mirabil è, ma di Natura e di divin maestro alto disegno. L’artefice di tanta architettura che d’ogni altro artificio eccede il segno fu questa mia, del gran fattor sovrano, benché imperfetta, imitatrice mano. Sudò molto la man, né l’intelletto poco in sì nobil machina sofferse e lungo tempo, inabile architetto, sue fatiche e suoi studi invan disperse; ma quei ch’è sol tra noi fabro perfetto del bel lavor l’invenzion m’aperse e ‘l secreto mi fè facile e lieve di raccorre il gran mondo in spazio breve. E che sia ver, rivolgi a questa mia adamantina fabrica le ciglia; dì se vedesti o s’esser può che sia istromento maggior di meraviglia. Composta è con tant’arte e maestria ch’al globo universal si rassomiglia; mirar nel cerchio puoi limpido e terso quanto l’orbe contien del’universo. Formar di cavo rame un cielo angusto fia forse in alcun tempo altrui concesso, dove or sereno or di vapori onusto l’aere vedrassi e ‘l tuono e ‘l lampo espresso e tener moto regolato e giusto la bianca dea con l’altre stelle appresso e con perpetuo error per l’alta mole di fera in fera ir tra le sfere il sole;
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tremolavan per entro i rai sereni quelle fulgide fiamme a mille a mille non altrimenti ch’atomi o baleni soglian per le snebbiate aure tranquille, o lucciolette, che ne’ prati ameni con vicende di lampi e di scintille vibrano, quasi fiaccole animate, il focil dele piume innargentate. - Deh per quel dolce ardor (disse il donzello ala sua dea) che per te dolce m’arse, dammi ch’io sappia che fulgore è quello che repentino agli occhi nostri apparse? e quelle luci, che ‘n più d’un drappello vanno per mezzo i raggi erranti e sparse, dimmi che son, poich’a beltà sì rara la chiarezza del ciel più si rischiara? - La luce che tu miri è quella istessa ch’arde ne’ tuoi begli occhi (ella rispose) specchio di Dio che si vagheggia in essa, fior dele più perfette e rare cose, stampa immortal da quel suggello impressa, dove il Fattor la sua sembianza pose, proporzion d’ogni mortal fattura, pregio del mondo e gloria di Natura. Esca dolce del’occhio e dolce rete del cor, che dolcemente il fa languire, vero piacer del’alma, alma quiete de’ sensi, ultimo fin d’ogni desire, fonte che solo altrui può trar la sete e sol render amabile il martire. S’udito hai nominar giamai bellezza, qui ne vedi l’essenza e la pienezza.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Chiama Adone in disparte e lagrimando l’essorta a declinar l’ira di quella, quella che posta ogni pietate in bando, governa il quinto ciel barbara stella. Il giovinetto attonito tremando nele spalle si stringe e non favella e per sottrarsi agl’impeti di Marte al partir s’apparecchia e pur non parte. Pallido più che marmo e freddo e muto mentre ch’apre la bocca e parlar vole in quella guisa che talor veduto dala lupa nel bosco il pastor suole, come spirito e senso abbia perduto, gli muoion nela lingua le parole ed è sì oppresso dal dolor che l’ange ch’al pianger dela dea punto non piange. - Or prendi (ella gli dice) eccoti questo cerchietto d’or che tien due destre unite, in segno che del’alme il caro innesto scior non si può, sciolgansi pur le vite. Ricco è il lavor; ma vie più vale il resto per sue virtù mirabili inudite. Ponlo al dito del cor, né mai lasciarlo, che non possa per fraude altri involarlo. Giova agl’incanti, incontr’a lui non hanno malie possanza o magiche fatture. Né poco util ti fia per qualch’inganno nel corso dele tue varie aventure. Mentre teco l’avrai, nulla potranno nocerti i neri dei del’ombre oscure, né la fede e l’amor che mi giurasti cosa sarà ch’a violar mai basti.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
quella ciarlona. Rifaceva passo passo le corse di una volta; andava fino al bastione di Attila a contemplarvi il tramonto; là mi saziava di quel sentimento dell’infinito con cui la natura ci accarezza nei luoghi aperti e solinghi; guardava il cielo, la laguna, il mare; riandava le memorie della mia infanzia, pensando quanto era fatto diverso, e quante diversità ancora mi prometteva o mi minacciava il futuro. Qualche volta mi ricoverava a Cordovado in casa Provedoni dove almeno un po’ di pace, un po’ di giocondità famigliare mi rinfrescava l’anima quando non la guastava la Doretta colle sue scappatelle o co’ suoi grilli da gran signora. I più piccoli dei fratelli Provedoni, Bruto, Grifone, Mastino, erano tre bravi ed operosi garzoni, ubbidienti come pecori, e forti come tori. La Bradamante e l’Aquilina mi piacevano assai per la loro rozza ingenuità, e pel continuo e allegro affaccendarsi delle loro manine a vantaggio della famiglia. L’Aquilina era una fanciulla di forse appena dieci anni; ma attenta grave e  previdente  come  una  reggitrice  di  casa.  A  vederla  sul  fosso  in  fondo all’ortaglia occuparsi a risciacquare il bucato col suo corsetto smanicato e la camicia rimboccata oltre il gomito, la sembrava proprio una vera donnetta; e io ci stava presso di lei le lunghe ore rifacendomi quasi fanciullo per godere d’un po’ di quiete almeno colla fantasia. Bruna come una zingarella, di quel bruno dorato che ricorda lo splendore delle arabe, breve e nerboruta di corpo, con due folte e sottili sopracciglia che s’aggruppavano quasi dispettosamente in mezzo alla fronte, con due grandi occhi grigi e profondi, e una selva di capelli crespi e corvini che nascondevano per metà le orecchie ed il collo, l’Aquilina aveva un’impronta di calma e di fierezza quasi virile che contrastavano colla modesta titubanza della sorella maggiore. Costei in onta a’ suoi vent’anni pareva più bambina dell’altra: eppure la era una ragazza di garbo, e il signor Antonio diceva scherzosamente che chi l’avesse voluta sposare avrebbe dovuto pagargliela salata. Ma tutte e due si mostravano ammirabili di pazienza nel loro contegno verso Leopardo e la cognata. Costei, arrogante, bisbetica, malcontenta di tutto; suo marito infinocchiato e aizzato sempre da lei, ingiusto, zotico e crudele a sua volta; non è a dire quanto l’indole di lui s’era cambiata sotto l’impero della moglie. Non lo si conosceva proprio più, e tutti strolicavano per sapere qual droga avesse filtrato la Doretta per affatturarlo a quel modo. Alle corte, non era stato che amore; ma l’amore, che è un ventaglio d’angelo nelle mani della bontà, abbrancato dalla malignità e dall’orgoglio diventa un tizzone d’inferno. La
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
infelice di prima e peggio poi quando passando per Piazza Mercanti m’avvidi che erano appena le cinque. — “Tre ore ancora!” Temeva di non arrivar vivo al momento della visita, o almeno di dovervi fare un’assai affamata figura. Diedi opera a svagarmi con un altro stratagemma. Pensai da quante parti avrei potuto aver prestiti regali soccorsi, solo che li avessi desiderati. Mio cognato Spiro, i miei amici di Bologna, i trenta scudi del colonnello Giorgi, il Gran Visir... Per bacco! fosse la fame od altro, o un favore particolare della Provvidenza, quel giorno mi fermai più del solito su quell’idea del Gran Visir. Mi ricordai sul serio di avere nel taccuino il vaglia d’una somma ingente firmato da un certo giroglifico arabo ch’io non capiva affatto; ma la casa Apostulos aveva molti corrispondenti a Costantinopoli, e qualche autorità sui banchieri armeni che scannavano il sultano d’allora; corsi a casa senza pensar più all’appetito; scrissi una lettera a Spiro, vi inclusi il vaglia e la portai allegramente alla Posta. Ripassando per Piazza Mercanti, l’orologio segnava sette e tre quarti; m’avviai dunque verso l’alloggio del colonnello; ma la speranza del Gran Visir l’aveva lasciata alla Posta; e proprio sull’istante solenne fatale, tornava a farsi sentire la fame. Sapete cosa ebbi il coraggio di pensare in quel momento? Ebbi il coraggio di pensare ai grassi pranzi bolognesi dell’anno prima; e di trovarmi più contento così com’era allora a stomaco digiuno. Ebbi il coraggio di confortarmi meco stesso di esser solo e che il caso avesse preservato la Pisana dal farsi compagna di tanta mia inedia. Il caso? Questa parola non mi poteva passare. Il caso a guardarlo bene non è altro il più delle volte che una manifattura degli uomini: e perciò temeva non a torto che la smemorataggine, la freddezza, fors’anco qualche altro amoruzzo della Pisana l’avessero svogliata di me. “Ma ho poi ragione di lamentarmene” seguitava col pensiero. “Se mi ama meno, non è giustizia? Che ho fatto io tutto l’anno passato?” Cosa volete?  rovava tutto ragionevole tutto giusto ma questo sospetT to di essere dimenticato e abbandonato dalla Pisana per sempre, mi dava per lo meno tanto martello quanto la fame. Non era più il furore, la smania gelosa d’una volta, ma uno sconforto pieno d’amarezza, un abbattimento che mi faceva perdere il desiderio di vivere. Sbattuto fra questi varii dolori, salii dal signor colonnello il quale leggeva i rapporti settimanali dei capitani fumando come aveva fumato io quand’era intendente, e inaffiandosi a tratti la gola con del buon anesone di Brescia.
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
ciò, basta disporre di un organismo ritmico, una mano sicura e una capacità d’imitazione; tutte cose che io non ho, ciò che non è un’inferiorità, ma una sventura”. Io protestavo, ma Bach procedeva sicuro come il destino. Cantava in alto con passione e scendeva a cercare il basso ostinato che sorprendeva per quanto l’orecchio e il cuore l’avessero anticipato: proprio al suo posto! Un attimo più tardi e il canto sarebbe dileguato e non avrebbe potuto essere raggiunto dalla risonanza; un attimo prima e si sarebbe sovrapposto al canto, strozzandolo. Per Guido ciò non avveniva: non gli tremava il braccio neppure affrontando Bach e ciò era una vera inferiorità. Oggi che scrivo ho tutte le prove di ciò. Non gioisco per aver visto allora tanto esattamente. Allora ero pieno di odio e quella musica, ch’io accettavo come la mia anima stessa, non seppe addolcirlo. Poi venne la vita volgare di ogni giorno e l’annullò senza che da parte mia vi fosse alcuna resistenza. Si capisce! La vita volgare sa fare tante di quelle cose. Guai se i geni se ne accorgessero! Guido cessò di suonare sapientemente. Nessuno plaudì fuori di Giovanni, e per qualche istante nessuno parlò. Poi, purtroppo, sentii io il bisogno di parlare. Come osai di farlo davanti a gente che il mio violino conosceva? Pareva parlasse il mio violino che invano anelava alla musica e biasimasse l’altro sul quale – non si poteva negarlo – la musica era divenuta vita, luce ed aria. – Benissimo! – dissi e aveva tutto il suono di una concessione più che di un applauso. – Ma però non capisco perché, verso la chiusa, abbiate voluto scandere quelle note che il Bach segnò legate. Io conoscevo la  Chaconne nota per nota. C’era stata un’epoca in cui avevo creduto che, per progredire, avrei dovuto affrontare di simili imprese e per lunghi mesi passai il tempo a compitare battuta per battuta alcune composizioni del Bach. Sentii che in tutto il salotto non v’era per me che biasimo e derisione. Eppure parlai ancora lottando contro quell’ostilità. – Bach – aggiunsi – è tanto modesto nei suoi mezzi che non ammette un arco fatturato a quel modo. Io avevo probabilmente ragione, ma era anche certo ch’io non avrei neppur saputo fatturare l’arco a quel modo. Guido fu subito altrettanto spropositato quanto lo ero stato io. Dichiarò:
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Guido s’arrabattava per trovare un altro modo che avesse potuto proteggerlo meglio da eventuali insidie (così egli le chiamava) della legge. Io credo che egli abbia anche consultato qualche contabile perché un giorno venne in ufficio a propormi di distruggere i libri vecchi dopo averne fatti di nuovi sui quali avremmo registrata una vendita falsa ad un nome qualunque che avrebbe poi figurato di averla pagata con l’importo prestato da Ada. Era doloroso dover disilluderlo perché era corso all’ufficio animato da una tanta speranza! Proponeva una falsificazione che proprio mi ripugnava. Finora non avevamo fatto altro che spostare delle realtà minacciando di danneggiare chi implicitamente vi aveva dato il suo consenso. Ora, invece, egli voleva inventare dei movimenti di merci. Vedevo anch’io che così e solo così, si poteva cancellare ogni traccia della perdita subita ma a quale prezzo! Bisognava anche inventare il nome del compratore o prendere il consenso di chi volevamo far figurare come tale. Non avevo niente in contrario di veder distruggere i libri che pur avevo scritti con tanta cura, ma era seccante farne di nuovi. Feci delle obbiezioni che finirono col convincere Guido. Una fattura non si simula facilmente. Bisognerebbe saper falsificare anche i documenti comprovanti l’esistenza e la proprietà della merce. Egli rinunziò al suo piano, ma il giorno seguente capitò in ufficio con un altro piano che anch’esso implicava la distruzione dei libri vecchi. Stanco di veder intralciato ogni altro lavoro da discussioni simili, protestai: – Vedendo che ci pensi tanto, si crederebbe tu voglia proprio prepararti al fallimento! Altrimenti quale importanza può aver una diminuzione tanto esigua del tuo capitale? Finora nessuno ha il diritto di guardare nei tuoi libri. Bisogna ora lavorare, lavorare e non occuparsi di sciocchezze. Mi confessò che quel pensiero era la sua ossessione. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Con un po’ di sfortuna poteva incappare dritto dritto in quella sanzione penale e finire in carcere! Dai miei studi giuridici io sapevo che l’Olivi aveva esposto con grande esattezza quali fossero i doveri di un commerciante che ha fatto un simile bilancio, ma per liberare Guido e anche me da tale ossessione, lo consigliai di consultare qualche avvocato amico. Mi rispose di averlo già fatto ossia di non essere stato da un avvocato espressamente a quello scopo perché non voleva confidare nemmeno ad un avvocato quel suo segreto, ma di aver fatto ciarlare un avvocato suo amico col quale s’era trovato a caccia. Sapeva perciò che l’Olivi non aveva né sbagliato né esagerato... purtroppo! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
45 Or tornando a colei, ch’era presaga di quanto de’ avvenir, dico che tenne la dritta via dove l’errante e vaga figlia d’Amon seco a incontrar si venne. Bradamante vedendo la sua maga, muta la pena che prima sostenne, tutta in speranza; e quella l’apre il vero: ch’ad Alcina è condotto il suo Ruggiero. 46 La giovane riman presso che morta, quando ode che ’l suo amante è così lunge; e più, che nel suo amor periglio porta, se gran rimedio e subito non giunge: ma la benigna maga la conforta, e presta pon l’impiastro ove il duol punge; e le promette e giura, in pochi giorni far che Ruggiero a riveder lei torni. 47 — Da che, donna (dicea), l’annello hai teco, che val contra ogni magica fattura, io non ho dubbio alcun, che s’io l’arreco là dove Alcina ogni tuo ben ti fura, ch’io non le rompa il suo disegno, e meco non ti rimeni la tua dolce cura. Me n’andrò questa sera alla prim’ora, e sarò in India al nascer de l’aurora. — 48 E seguitando, del modo narrolle che disegnato avea d’adoperarlo, per trar del regno effeminato e molle il caro amante, e in Francia rimenarlo. Bradamante l’annel del dito tolle; né solamente avria voluto darlo, ma dato il core e dato avria la vita, pur che n’avesse il suo Ruggiero aita.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Io v’ho pel becco. Riprendalo anco del suo darti troppo da mangiare: fingendo di farlo per non ti dilettare, e non perché tu gli voglia per moia. E sopra ogni ricordo, ti do per ricordanzia che ti diletti di avere in casa persone degne: che, se ben non  sono  innamorate  di  te,  te  acquistano  amorosi  con  la  lor  presenzia, facendoti onorare dagli altri. Il tuo vestire sia schietto e netto; ricami per chi vuole gittar via l’oro e la manifattura, che vale uno stato: e volendosi rivendere, non se ne trova nulla; e il velluto e il raso segnato dai lavori dei cordoni che ci sono suso, è peggio che di cenci. Sì che stà in su l’avanzare per cotal modo, perché in capo de le fine le robbe nostre si convertano in danari. Sta bene. Ci resta mo’ le vertù, de le quali naturalmente le puttane son nimiche come di  chi  non  gli  porge  a  man  piene.  Pippa,  niuno  è  atto  a  negarti  uno stormentino; e perciò a uno chiedi il liuto, a l’altro l’arpicordo, a colui la viola, a costui i fiuti, a questo gli organetti e a quello la lira: che tanto è avanzato. E facendo venire i maestri per imparare le musiche, tiengli in berta, e fagli sonare a stracci, pagandogli di speranze e di promesse, e di qualche pasto a cavallo a cavallo. Doppo gli stormenti, entra ne le pitture e ne le sculture; e carpisce quadri, tondi, ritratti, teste, ignudi e ciò che tu puoi: perché non si vendano manco che i vestimenti. Non è egli vergogna a vendere i panni di dosso? Come vergogna? Non è più strano il giocargli nel modo che fur giocati quelli di messer Domenedio? Voi dite il vero. Certo il giuoco ha il diavolo nel core; e perciò ritorno a dirti che non tenghi carte né dadi in casa: perché basta vedergli, ed è bello e spacciato chi se ne consuma. Io ti giuro per la vigilia di Santa Lena da l’Olio che atoscano le brigate  che  le  guatano,  non  altrimenti  che  si  ammorbino  altrui  i  panni apestati che si toccano dieci anni da poi che sono stati rinchiusi.
Dialogo di Pietro Aretino
Ora ai frati: che fin di qua mi puzzano di lezzo caprino, di micca, di savore e di porco; benché ce ne sono degli attillati ancora, e di quelli che ulezzano più che le botteghe dei profumarieri. Non  perdete  tempo,  perché  io  voglio  che  mi  dite  in  che  modo  io  ho  a sbellettarmi e a imbellettarmi; voglio anco sapere se volete che io vada dirieto a le fatture, a le stregarie e agli incanti, o no. Non mi ragionare di coteste pazziule da schiocche: i tuoi incantesimi saranno i miei ricordi saporiti e freschi; de lo strisciare ti dirò come tu dei farlo. Ma i frati mi chiamano, e diconmi che io dica come oggimai le femine gli san di tanfo; e tutto vien dai preti, i generali, i priori, i ministri, i provinciali; e l’altre ciurme tengano de la lega dei reverendi e dei reverendissimi: e quando dormano con una donna ne fan quel guasto che fa de le vivande un che ha cenato a crepastomaco allotta allotta. E benché si canti loro la canzona che si canta ai vecchi, cioè il Luma, lumachella, cava fuor le tre cornella, le tre e le quattro e quelle del marescalco, non se gli rizza fino a tanto che non si corcano seco i lor mariti.
Dialogo di Pietro Aretino
confitti e appiattati per buon rispetto: ella gli chiude e dà la chiave a lui, pensando  certissimamente  di  averne  avere  almeno  uno  o  due  centinaia. Intanto il mala-lana e la trista spezie dice: “Io vorrei comperare una catena da donna di un centocinquanta pezzi d’oro di valore; e perché io non son pratico, fatemela portar qui oggi o domane, che la comprarò subito”. La corre-in-posta,  credendosi  che  il  presente  avesse  a  toccare  a  lei,  finse  di mandare  per  il  tale,  anzi  per  il  cotale,  e  fece  venir  catene  e  catenelle  di minor prezzo; e non si accordando, tolse la sua che pesava ducento ducati d’oro  larghi,  e  fecela  portare,  ivi  a  poco,  da  un  che  pareva  orafo,  a  sua Altezza; e mostrategliene con dirgli “Che fin oro, e che manifattura miracolosa”, fece sì che si venne al mercato. E serrossi la compra a CCXXV : e la signora  allegra,  dicendo  fra  se  stessa:  “Oltra  che  sarà  mia,  io  avanzarò  i XXV de la fattura”.
Dialogo di Pietro Aretino
Pàrti che il poverino l’avesse colta? Egli, per cagione del subito sdegno preso col mal far de la moglie, mostrava una allegrezza posticcia; e dicendo “Io mi vo’ governar da vecchio”, fu portato, non sapendo da quali piedi, a casa di colei che gli aveva fatte le fusa torte: e pensati che le disse quello che direbbe ognuno che fosse stato ne lo esser  suo.  Ma  le  lagrime  de  la  assassinata,  i  gridi  e  gli  scongiuri,  lo abarbagliarono in un tratto: e portate uova fresche, confortò lei che, gittatasi nel suo letticciuolo, pareva che si volesse uccidere; e perché il gentiluomo aveva detto di averla avutaprima di lui, e il beccarello credendolo, la madre segli voltò raitando, e con dirgli “O nol sai tu se l’hai trovata vergine?”, lo ammutì: come fosse una gran manifattura il ristringerla e il farle far sangue. Me lo avete detto. Io non ti vo’ dire altro: il pane-e-uva, tosto che si avvidde di avere i grandi per rivali, non pure  la refutò, ma menatosela a casa, fece le nozze; e ci ebbe a morir suso, tante volte gnele fece; e vendendo alcuni stracci che aveva, si fece una vesta nuova acciò che ella gli portasse l’amore che egli portava a lei. Adunque il dirlo al marito, per la qual cosa la tolse, fu il suo bene. La cosa durarà poco; perché il più de le volte, e quasi sempre, le donne prese per amore e senza dota capitano male: perché l’amor di chi corre a furia  a  tòr  moglie  per  rabbia  amorosa  è  come  il  fuoco  che  abbruscia  il camino, il quale fa un rimore da sbigottire il Tevere, e poi si lascia spegnere da due conche di ranno; e a la fine il non aver mai una ora di bene è il manco mal che elle abbino: rimbrottoli, pugna, calci e bastonate in chiocca; son serrate in camera, son confinate in casa, né son degne pur d’andare a confessarsi, e guai a le lor spalle se si facessero a la finestra. E se elle hanno cotal vita non errando, come credi tu che l’abbia colei il marito de la quale si è chiarito dei puttanamenti suoi? Pessima, non che trista. Vado  pensiereggiando  a  le  trafolarie  che  gli  uomini  hanno  per  mezzane quando vogliono tradir le donne credule; e son baie quelle che dicano che noi sapiam finger divinamente. Ecco là, appoggiato a l’altare d’una chiesa, un gabba-femine; eccolo che cade tutto con la persona inverso colei adocchiata da lui: già odo i sospiri tratti de l’armario de la sua finzione. Egli è ivi solo, per parer d’esser segreto, e attende solamente a far sì che la uccellessa gli presti gli occhi; e nel vagheggiarla si abandona con la testa indrieto, e
Dialogo di Pietro Aretino
Così ignuda? Così  ignuda;  e  il  poveruomo,  sforzato  dalla  negromanzia  come  la  fame dalla carestia, le gittò le braccia al collo; e basciandola non men saporitamente che se ella fosse stata la Rosa e l’Arcolana, dava quelle lode alla beltà sua  che  danno  quelli  che  fanno  i  sonetti  alle  Lorenzine;  e  la  maladetta fantasima, dimenandosi tutta e gongolando, gli dicea: “Son queste carni da dormirsi sole?”. Ohibò! Non ti guasterò più lo stomaco con la vecchia trentina, che non so altro di lei perché non ne volli vedere altro: e quando lo affatturato secolare giovane di prima barba la calcò suso uno scabello, feci la gatta di Masino, che serrava  gli  occhi  per  non  pigliare  i  topi.  Ora  al  rimanente.  Dopo  la  vecchia pervenimmo alla sarta, che era ai ferri col sarto suo maestro: e scopertolo tutto ignudo, gli basciava la bocca, le mammelle, il battitoio e il tamburo, come bascia la balia al suo figliuolo di latte il visetto, il bocchino, le manine, il corpicello, il pinchino e ‘l culetto, che pare che se lo voglia succiare nel modo che egli sugge a lei le poppe. Certo volevamo acconciar l’occhiolino alle scommessure per veder tagliare dal sarto i lembi della tonica della sarta, ma udivamo un grido, e dopo il grido uno strido, e appresso dello strido uno “oimè’, e finito l’”oimè’, uno “o Dio’ che ci percosse tutto il core. E avviatici ratti donde uscivano le voci che ricoprivano il calpestio dei nostri passi, vedemmo una che avea mezza una creatura fuora della canova:
Ragionamento di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    Il Messaggiero non sei che fattura de la mia imaginazione, e sogni sono stati tutti i ragionamenti che teco ho fatti per l’adietro: conciosia cosa che, mentre il corpo dorme, l’anima non suole star oziosa, ma, non potendo essercitarsi a gli obietti esteriori, si volge a quelle imagini de le cose sensibili de le quali ella ha fatta conserva ne la memoria, e di loro compone varie forme in modo che non è cosa fuor di noi che dentro simile al vero non possa figurare; e molte volte accoppia quelle che non si possono accoppiar per natura: laonde io dubito tuttavia di sognare e di sillogizzar sognando, e che questa mia non sia veduta o udita, ma d’udire e di vedere imaginazione. A queste parole parve che sorridesse lo spirito e sorridendo rispondesse: Il tuo vaneggiare, nato per soverchio d’affanno, rivolge in riso ogni mio disdegno, e aspetto omai che tu dica che io sia non quel fantasma che descrisse il tuo poeta, ma simile a quello che incantò la buona femina dicendoli: “Fantasma, fantasma, che di notte vai, a coda ritta te ne venisti e a coda ritta te n’andrai”. Il qual però non prima si partì che le vivande ascose nel giardino avesse mangiate. Nondimeno, perché io in guisa mi rido di te che n’ho insieme compassione, rimoverò da te que’ dubbi che mi sarà conceduto di rimovere; e perché tutta la vostra cognizione è o di senso o d’intelletto, io e co ‘l senso e con la ragione son per manifestarti tanto oltre di me quanto per aventura non credesti giamai di poter sapere. E cominciando, dico che, se tu dormessi, non potresti né vedere né udire, percioché il sonno è legamento di ciascun senso; ma tu vedi: e per chiarirti meglio di ciò, volgi gli occhi al balcone, e vedrai che per le sue fissure già entra il nuovo sole sì puro e sì chiaro ch’è indizio di felice giornata. Odi parimente la mia voce così distinta che non hai di che dubitare: e accioché il tatto, ch’è certissimo oltre tutti i sensi, maggiormente ne la credenza del vero ti confermi, prendi la mia destra, ch’io la ti porgo a baciare, e la ti do per pegno di fede. Qui tacque lo spirito, e sentii che co ‘l fine de le parole mi porse la mano, e io la presi in quel modo ch’è uso de’ Tedeschi di toccar la destra de’ principi quando s’inchinano per far lor riverenza. Ma non cessando però in me tutti i miei dubbi, così replicai: Ben so io che ‘l sonno sopisce tutti i sentimenti  esteriori,  ma  so  anche  ch’egli  non  solo  non  impedisce  la imaginazione, ma forza e aiuto le ministra: laonde, quanto ella sarà più forte, tanto io meno potrò accorgermi di dormire; ma per aventura m’avederò poi d’aver dormito. Oltre acciò, s’a quella visione solamente debbiam credere, la qual in guisa sia vera che non possa esser falsa, come posso prestar
Il Messaggiero di Torquato Tasso
destra a sinistra, e gli altri con movimenti opposti da sinistra a destra cominciarono a raggirarsi, perch’il movimento del soprano, che è velocissimo, tirò seco tutti gli altri in modo ch’eran agitati da due contrarî movimenti. Allora il tempo, che è mobile imagine de l’eternità, misurò i varî moti del cielo e de le stelle, che a la luce del sole chiarissima facevano quasi una danza; e come che egli misuri certissimamente tutti i movimenti, nondimeno, perché quelli del sole sono cagione d’effetti maggiori e da’ mortali più conosciuti, la distinzione de le stagioni doveva esser presa da lui e anno esser detto non la misura con la quale sono misurati i corsi de le stelle, ma quella del giro obliquo ch’egli fa per lo Zodiaco, avicinandosi a gli uomini e allontanandosi da loro: il quale non fu perfettamente ritondo ma alquanto distorto, accioché il sole con la sua lontananza e con la vicinanza potesse esser cagione de la generazione e de la corrozione. Ma  non  fece  mai  Iddio  alcuna  cosa  senza  amore;  e  perché  amore produce amore, tutte le cose create cominciarono a riamare Iddio, qual più e qual meno, secondo che da lui più o meno erano amate; né solo il cominciarono a riamare per una certa corrispondenza di gratitudine, ma anche per conseguir la lor propria felicità, perché ciascuna creatura fu prodotta bisognosa  di  perfezione,  la  qual,  solo  amando  Iddio  e  a  lui  volgendosi, potevano intieramente acquistare. In quella guisa adunque (per condiscendere a la tua intelligenza) che ‘l padre, mosso da l’amore di se stesso, desidera i figliuoli e, avuti, gli ama non solo per suo ma per lor bene, e i figlioli per gratitudine o per bisogno riamano il padre, Iddio, amando se stesso, produsse  le  cose  fuor  di  sé,  le  quali  amò  come  fattura  sua,  e  fu  da  loro riamato come fattore e conservatore. Ma fra questi amori è grandissima differenza; percioché il primo amore d’Iddio non è distinto da l’essenza di Dio, ma è Iddio; gli altri amori d’Iddio a le cose create altro non sono che volontà  di  compartir  la  sua  bontà,  ove  gli  amori  de  le  cose  create  sono desiderio di participarla: con l’amor dunque tutte le cose a Dio si congiunsero, e più si congiunsero quelle che più l’amarono, e più l’amarono quelle che più lo conobbero, le quali furono distinte d’intorno a lui co ‘l ternario e co ‘l novenario, numero che piace a Dio, e gli altri con gli altri diversamente. Ma poi che Iddio vide che gli intelletti creati da lui, che iddii furono poi detti, pieni di nova maraviglia verso là rivolgevano ogni loro affetto e ogni loro operazione, in così fatta maniera loro cominciò a favellare:
Il Messaggiero di Torquato Tasso