etica

[è-ti-ca]
In sintesi
filosofia che studia il problema del bene e del male
← dal lat. ethĭca(m), dal gr. ēthiká, neutro pl. dell’agg. ēthikós; cfr. etico 1.
1
Complesso dei principi di comportamento pubblico e privato che un individuo o un gruppo di individui scelgono e seguono: l'e. cristiana; l'e. giovanile; l'e. politica || Etica professionale, deontologia
2
FILOS Studio della moralità degli atti umani, dell'idea e del fondamento del dovere e della virtù || estens. Opera che contiene la trattazione di tale parte della filosofia

Citazioni
e vanaglorioso? Nonlo so; altri potrà giudicarlo dagli anni miei susseguenti. Ma so bene, che se io avessi avuto al fianco una qualche persona che avesse conosciuto il cuor dell’uomo in esteso, egli avrebbe forse potuto cavare fin da allora qualche cosa da me, con la potentissima molla dell’amore di lode e di gloria. In quel mio breve soggiorno in Cuneo, io feci il primo sonetto, che non dirò mio, perché egli era un rifrittume di versi o presi interi, o guastati, e riannestati insieme, dal Metastasio, e l’Ariosto, che erano stati i due soli poeti italiani di cui avessi un po’ letto. Ma credo, che non vi fossero né le rime debite, né forse i piedi; stante che, benché avessi fatti dei versi latini esametri, e pentametri, niuno però mi avea insegnato mai niuna regola del verso italiano. Per quanto io ci abbia fantasticato poi per ritornarmene in mente almeno uno o due versi, non mi è mai più stato possibile. Solamente so, ch’egli era in lode d’una signora che quel mio zio corteggiava, e che piaceva anche a me. Codesto sonetto, non poteva certamente esser altro che pessimo. Con tutto ciò mi venne lodato assai, e da quella signora, che non intendeva nulla, e da altri simili; onde io già già quasi mi credei un poeta.  Ma  lo  zio,  che  era  uomo  militare,  e  severo,  e  che  bastantemente notiziato delle cose storiche e politiche nulla intendeva né curava di nessuna poesia, non incoraggì punto questa mia Musa nascente; e disapprovando anzi il sonetto e burlandosene mi disseccò tosto quella mia poca vena fin da radice; e non mi venne più voglia di poetare mai, sino all’età di venticinque anni passati. Quanti o buoni o cattivi miei versi soffocò quel mio zio, insieme con quel mio sonettaccio primogenito! A quella bestiale filosofia, succedé, l’anno dopo, lo studio della fisica, e dell’etica; distribuite parimente come le due altre scuole anteriori; la fisica la  mattina,  e  la  lezione  di  etica  per  far  la  siesta.  La  fisica  un  cotal  poco allettavami; ma il continuo contrasto con la lingua latina, e la mia totale ignoranza della studiata geometria, erano impedimenti invincibili ai miei progressi. Onde con mia perpetua vergogna confesserò per amor del vero, che avendo io studiato un anno intero la fisica sotto il celebre padre Beccaria, neppure  una  definizione  me  n’è  rimasta  in  capo;  e  niente  affatto  so  né intendo del suo dottissimo corso su l’elettricità, ricco di tante nobilissime di lui scoperte. Ed al solito accadde qui come mi era accaduto in geometria, che per effetto di semplice memoria, io mi portava benissimo alle ripetizioni, e riscuoteva dai ripetitori più lode che biasimo. Ed in fatti, in quell’in-
Vita di Vittorio Alfieri