estuario

[e-stu-à-rio]
In sintesi
foce di fiume allargata ad imbuto
← lat. uce(m) ‘gola, stretta, foce’; cfr. fauce.
s.m.
(pl. -ri)

GEOGR Foce di fiume a forma d'imbuto in cui il mare si addentra profondamente facendovi risentire gli effetti delle maree: e. del Tamigi, dell'Elba || lett. Laguna dove l'acqua del mare penetra a marea alta

Citazioni
non vedevamo salute. Giulio li cantava in versi, io li invocava in prosa, la Pisana ne sognava fuori tanti paladini della libertà colla fiamma dell’eroismo accesa sulla fronte. E sì, che giorni prima, praticando nel convento di sua sorella, essa era giunta a vincer le monache nel loro odio contro di essi. Un giorno capita la notizia dell’entrata dei Francesi in Verona, creduta fino allora la città più restìa a far novità. I villici armati s’eran dispersi, le truppe raccolte per ridurre Bergamo e Brescia, ritirate a Padova e a Vicenza. Fu una gran baldoria pei fautori di Francia. Alcuni giorni dopo succede lo spavento delle tremende Pasque Veronesi, e con tutte le atrocità sopra i Francesi che le contaminarono. Giungono le furiose proteste di Bonaparte, e l’intimazione di guerra in tutta regola. Senatori, Savi, Consiglieri, e tutti, cominciano a credere che quello che ha durato molto possa anche finire; essi di buon accordo si danno attorno per provvedere di viveri la Serenissima Dominante; quanto alla difesa ci pensano poco, perché a dirla chiara, nessuno ci crede. Finalmente il generale Baraguay d’Hilliers cinge col suo campo l’estuario; le comunicazioni sono intercettate; Donà e Giustinian, inviati al general Bonaparte, svelano le intenzioni di questo che una nuova forma più libera e più larga sia introdotta nel Governo della Repubblica. Egli impone di più che l’Ammiraglio del Porto e gli Inquisitori di Stato siano consegnati nelle sue mani, come colpevoli di atti ostili contro una nave francese che voleva sforzare l’ingresso del porto di Lido. I signori Savi capirono l’avvertimento e si disposero umilmente a servire il generale di barba e di perrucca, come si dice a Venezia. Parve a loro che le deliberazioni del Maggior Consiglio fossero troppo lente alla stretta del bisogno, e improvvisarono una specie di magistratura funeraria, un collegio di becchini per la moribonda Repubblica, il quale si componeva di tutte le cariche componenti la Signoria, dei Savi di Consiglio, dei tre Capi del Consiglio dei Dieci e dei tre Avogadori del Comune; in tutto quarantuna persona, e il Serenissimo Doge a capo, col titolo  comodissimo  di  Conferenza.  Intanto  si  ciarlava per  Venezia  che sedicimila congiurati coi loro pugnali fossero già appostati in città per rinnovare su tutti i nobili la strage degli innocenti. Figurarsi che conforto per la Conferenza! — Mi ricordo che con modi da furbo io domandai Lucilio di quello ch’egli credesse esservi di vero in quella voce, e che il dottore mi rispose squassando le spalle: «Oh  Carlino  mio!  credete  che  siano  pazzi  i  Francesi  ad  assoldare sedicimila congiurati reali, mentre facendoli balenare affatto immaginari si
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo