esorcismo

[e-ʃor-cì-ʃmo]
In sintesi
pratica per liberare dal demonio; scongiuro
s.m.
(pl. -smi)

ant. esorcisma RELIG Rito solitamente magico, con cui si scacciano spiriti maligni da luoghi o persone || Nella religione cattolica, complesso di preghiere, atti, riti particolari per liberare dal demonio un invasato oppure un luogo, un oggetto ecc.

Citazioni
Mise le mani in tasca e uscì tirandosi dietro in codazzo tutta la comitiva; ma ognuno prima di seguirla mi volgeva due occhiate che sanzionavano la giusta sentenza della castellana. Il Conte mi esorcizzò inoltre con un gesto che significava: «Costui ha il diavolo addosso.» Monsignore andò via scrollando il capo quasi disperasse del Confiteor; il Piovano strinse le labbra come per dire: «Non ci capisco nulla,» e il Partistagno voltò via allegramente perché era stufo della scena. Restava la contessina Clara che in onta agli occhiacci della signora Veronica, di Fulgenzio e del Capitano, mi venne daccanto amorevolmente domandandomi se avessi proprio detto la verità. Io volsi uno sguardo in giro, e risposi di sì piegando il mento sul petto. Allora ella mi accarezzò amichevolmente sul capo, e andò insieme cogli altri: ma prima che la fosse uscita il signor Lucilio mi si era accostato proprio vicino all’orecchio per dirmi che io stessi in letto il giorno dopo e che lo facessi chiamar lui, che avremmo accomodato tutto con poco danno. Io alzai la testa per guardarlo e vedere se mi parlava da senno con tanta amorevolezza; ma egli si era già allontanato fingendo non accorgersi d’uno sguardo quasi di riconoscenza che la Clara avea tenuto fermo sopra di lui, rivolgendosi sulla soglia della porta. «Cosa gli ha detto a quel poverino?» chiese la fanciulla. «Gli ho detto così e così» rispose Lucilio. La giovane sorrise, e tornarono poi insieme in tinello, dove approssimandosi l’ora della cena tennero loro dietro il Capitano colla moglie. Restavano Fulgenzio e la cuoca; ma Marchetto e Martino me ne liberarono assicurando che l’arrosto era cotto, e consigliandomi di andarmene a dormire. Infatti Martino prese su un lume e mi condusse al mio nuovo domicilio per quei lunghissimi giri di scale e di corritoio che mi parvero in quella sera non dover più finire. Egli mi raccomodò il letticciuolo in un angolo di quello stanzino che era nulla più d’un sottoscala; m’aiutò a svestirmi e mi compose le coltri intorno al collo perché non pigliassi freddo. Io lo lasciava fare, come appunto se fossi un morto; ma quando poi fu partito, e al lume della lucernetta deposta  da  lui  in  un  cantone  vidi  le  muraglie  sgretolate  e  il  soffittaccio sghembato in quel buco da gatti, la disperazione di non essere nella stanza bianca ed allegra della Pisana mi riprese con tal violenza che mi dava pugni e unghiate nella fronte e non fui contento se prima non mi vidi le mani rosse di sangue. In mezzo a quelle smanie sentii grattare pian piano all’uscio, e, cosa naturalissima in un ragazzo, la disperazione cesse pel momento il luogo alla paura.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo