esercire

[e-ʃer-cì-re]
In sintesi
condurre, gestire un esercizio commerciale
← dal lat. exercēre, comp. di ĕx- ‘fuori’ e arcēre ‘tenere lontano’, con cambio di coniugazione; propr. ‘non lasciare in riposo’, quindi ‘tenere in esercizio’ e ‘praticare, esercitare’.
v.tr.

(esercìsco, -sci, -sce, esercìscono; esercènte; esercìto) BUR Condurre, amministrare un esercizio commerciale: e. un negozio di frutta || Esercitare una professione: quell'avvocato ormai non esercisce più

Citazioni
“Ma forse non mi sono spiegato abbastanza,” rispose questo: “sotto pena della vita, m’hanno intimato di non far quel matrimonio.” “E vi par codesta una ragion bastante, per lasciar d’adempire un dovere preciso?” “Io ho sempre cercato di farlo, il mio dovere, anche con mio grave incomodo, ma quando si tratta della vita...” “E quando vi siete presentato alla Chiesa,” disse con accento ancor più grave, Federigo, “per addossarvi codesto ministero, v’ha essa fatto sicurtà della vita? V’ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v’ha detto forse che dove cominciasse il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? O non v’ha espressamente detto il contrario? Non v’ha avvertito che vi mandava come un agnello tra i lupi? Non sapevate voi che c’eran de’ violenti, a cui potrebbe dispiacere ciò che a voi sarebbe comandato? Quello da Cui abbiam la dottrina e l’esempio, ad imitazione di Cui ci lasciam nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a esercitarne l’ufizio, mise forse per condizione d’aver salva la vita? E per salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più sulla terra, a spese della carità e del dovere, c’era bisogno dell’unzione santa, dell’imposizion delle mani, della grazia del sacerdozio? Basta il mondo a dar questa virtù, a insegnar questa dottrina. Che dico? oh vergogna! il mondo stesso la rifiuta: il mondo fa anch’esso le sue leggi, che prescrivono il male come il bene; ha il suo vangelo anch’esso, un vangelo di superbia e d’odio; e non vuol che si dica che l’amore della vita sia una ragione per trasgredirne i comandamenti. Non lo vuole; ed è ubbidito. E noi! noi figli e annunziatori della promessa! Che sarebbe la Chiesa, se codesto vostro linguaggio fosse quello di tutti i vostri confratelli? Dove sarebbe, se fosse comparsa nel mondo con codeste dottrine?” Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: “monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può né vincerla né impattarla.”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro quarto dell’animo e del corpo e della fortuna; ma quelli del corpo e della fortuna per  poter  esercitar  quelli  dell’anima,  i  quali  quanto  son  maggiori  e  più eccessivi, tanto son più utili; il che non interviene di quelli del corpo né della fortuna. Se adunque i sudditi fossero boni e valorosi e ben indrizzati al fin della felicità, saria quel principe grandissimo signore; perché quello è vero e gran dominio, sotto ‘l quale i sudditi son boni e ben governati e ben comandati.” XXXV Allor il signor Gaspar, “Pensa io,” disse, “che piccol signor saria quello sotto ‘l quale tutti i sudditi fossero boni, perché in ogni loco son pochi li boni.” Rispose il signor Ottaviano: “Se una qualche Circe mutasse in fiere tutti i sudditi del re di Francia, non vi parrebbe che piccol signor fosse, se ben signoreggiasse tante migliaia d’animali? e per contrario, se gli armenti che vanno pascendo solamente su per questi nostri monti divenissero omini savi e valorosi cavalieri, non estimareste voi che quei pastori che gli governassero e da essi fossero obediti, fossero de’ pastori divenuti gran signori? Vedete adunque che non la moltitudine dei sudditi, ma il valor fa grandi li prìncipi.” XXXVI Erano stati per bon spacio attentissimi al ragionamento del signor Ottaviano la signora Duchessa e la signora Emilia e tutti gli altri; ma avendo quivi esso fatto un poco di pausa, come d’aver dato fine al suo ragionamento, disse messer Cesare Gonzaga: “Veramente, signor Ottaviano, non si po dire che i documenti vostri non sian boni ed utili; nientedimeno io crederei,  che  se  voi  formaste  con  quelli  il  vostro  principe,  più  presto meritareste nome di bon maestro di scola che di bon cortegiano, ed esso più presto di bon governatore che di gran principe. Non dico già che cura dei signori non debba essere che i populi siano ben retti con giustizia e bone consuetudini; nientedimeno ad essi parmi che basti eleggere boni ministri per esequir queste tai cose e che il vero officio loro sia poi molto maggiore. Però s’io mi sentissi esser quell’eccellente cortegiano che hanno formato questi signori ed aver la grazia del mio principe, certa è ch’io non lo indurrei mai a cosa alcuna viciosa; ma per conseguir quel bon fine che voi dite ed io  confermo  dover  esser  il  frutto  delle  fatiche  ed  azioni  del  cortegiano,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
CXCII Buonamico detto con nuova arte fa sì che una che fila a filatoio, non lasciandolo dormire, non fila più; ed egli dorme quanto vuole. Essendo Buonamico, del quale di sopra è detto, maestro in suo capo e vago di dormire e di vegliare secondo il tempo; però che gli convenìa esercitare l’arte altramente quando era sopra sé che quando era sotto altrui come discepolo; avendo una sua casa, e avendo per vicino a muro mattone 401 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Così la filosofia per la prima volta, secondo il famoso detto di Cicerone, fatta scendere dal cielo, fu introdotta da Socrate nelle città e nelle case, e rimossa dalla speculazione delle cose occulte, nella quale era stata occupata insino a quel tempo, fu rivolta a considerare i costumi e la vita degli uomini, e a disputare delle virtù e dei vizi, delle cose buone ed utili, e delle contrarie. Ma Socrate da principio non ebbe in animo di fare quest’innovazione, né d’insegnar che che sia, né di conseguire il nome di filosofo; che a quei tempi era proprio dei soli fisici o metafisici; onde egli per quelle sue tali discussioni e quei tali colloqui non lo poteva sperare: anzi professò apertamente di non saper cosa alcuna; e non si propose altro che d’intrattenersi favellando dei casi altrui; preferito questo passatempo alla filosofia stessa, niente meno che a qualunque altra scienza ed a qualunque arte, perché inclinando naturalmente alle azioni molto più che alle speculazioni, non si volgeva al discorrere, se non per le difficoltà che gl’impedivano l’operare. E nei discorsi, sempre si esercitò colle persone giovani e belle più volentieri che con altri; quasi ingannando il desiderio, e compiacendosi d’essere stimato da coloro da cui molto maggiormente avrebbe voluto essere amato. E perciocché tutte le scuole dei filosofi greci nate da indi in poi, derivarono in qualche modo dalla socratica, concludeva l’Ottonieri, che l’origine di quasi tutta la filosofia greca, dalla quale nacque la moderna, fu il naso rincagnato, e il viso da satiro, di un uomo eccellente d’ingegno e ardentissimo di cuore. Anche diceva, che nei libri dei Socratici, la persona di Socrate è simile a quelle maschere, ciascuna delle quali nelle nostre commedie antiche, ha da per tutto un nome, un abito, un’indole; ma nel rimanente varia in ciascuna commedia. Non lasciò scritta cosa alcuna di filosofia, né d’altro che non appartenesse a uso privato. E dimandandolo alcuni perché non prendesse a filosofare anche in iscritto, come soleva fare a voce, e non deponesse i suoi pensieri nelle carte, rispose: il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse. Ora, come nelle feste e nei sollazzi pubblici, quelli che non sono o non credono di esser parte dello spettacolo, prestissimo si annoiano, così nella conversazione è più grato generalmente il parlare che l’ascoltare. Ma i libri per necessità sono come quelle persone che stando cogli altri, parlano sempre esse, e non ascoltano mai. Per tanto è di bisogno che il libro dica molto buone e belle cose, e dicale molto bene; acciocché dai lettori gli sia perdonato quel parlar sempre. Altrimenti è forza che così venga in odio qualunque libro, come ogni parlatore insaziabile.
Operette morali di Giacomo Leopardi
Or che direte, se la maggior parte di nostri tempi pensa tutto il contrario, e spezialmente quanto a la dottrina? Non mi maraviglio; perché, come è ordinario, quei che manco intendeno credono saper più, e quei che sono al tutto pazzi, pensano saper tutto. Dimmi, in che modo si potran corregger questi? Con toglierli via quel capo, e piantargliene un altro. Con toglierli via in qualche modo d’argumentazione quella esistimazion di sapere, e con argute persuasioni spogliarle, quanto si può, di quella stolta opinione, a fin che  si rendano uditori; avendo prima avvertito quel che insegna, che siino ingegni capaci ed abili. Questi, secondo l’uso de la scuola pitagorica  e  nostra,  non  voglio  ch’abbino  facultà  di  esercitar  atti  de interrogatore o disputante prima ch’abbino udito tutto il corso de la filosofia; perché allora, se la dottrina è perfetta in sé, e da quelli è stata perfettamente intesa, purga tutti i dubii e toglie via tutte le contradizioni. Oltre, s’avviene che ritrove un più polito ingegno, allora quel potrà vedere il tanto,  che  vi  si  può  aggiongere,  togliere,  correggere  e  mutare.  Allora  potrà conferire questi principii e queste conclusioni a quelli altri contrarii principii e conclusioni; e cossì raggionevolmente consentire o dissentire, interrogare e rispondere; perché altrimente non è possibile saper, circa una arte o scienza, dubitar ed interrogar a proposito e co’ gli ordini che si convengono, se non ha udito prima. Non potrà mai esser buono inquisitore e giodice del caso, se prima non s’è informato del negocio. Però, dove la dottrina va per i  suoi  gradi,  procedendo  da  posti  e  confirmati  principii  e  fondamenti  a l’edificio e perfezione de cose,che per quella si possono ritrovare, l’auditore deveessere taciturno, e, prima d’aver tutto udito ed inteso, credere che con il progresso de la dottrina cessarranno tutte difficultadi. Altra consuetudine hanno gli Efettici e Pirroni, i quali, facendo professione che cosa alcuna non si possa sapere, sempre vanno dimandando e cercando per non ritrovar giamai. Non meno infelici ingegni son quei, che anco di cose chiarissime vogliono disputare, facendo la maggior perdita di tempo che imaginar si possa; e quei, che per parer dotti e per altre indegne occasioni, non vogliono insegnare, né imparare, ma solamente contendere ed oppugnar il vero. Mi  occorre  un  scrupolo  circa  quel  ch’avete  detto:  che,  essendo  una innumerabil  moltitudine  di  quei  che  presumeno  di  sapere  e  se  stimano degni d’essere costantemente uditi, come vedete che per tutto le università e academie so’ piene di questi Aristarchi, che non cederebbono uno zero a l’altitonante Giove; sotto i quali quei che studiano, non aranno al fine guadagnato altro, che esser promossi da non sapere, che è una privazione de la
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte prima  deliberò farlo esercitare nelle lettere, e lo mandò a Santa Maria Novella a un maestro suo parente, il quale allora insegnava la gramatica ai novizii di quel convento; per il che Cimabue, che si sentiva non avere l’animo applicato a ciò, in cambio dello studio tutto il giorno andava dipignendo in su i libri o altri fogli, uomini, cavalli, casamenti e diverse fantasie, spinto dalla natura che le pareva ricever danno a non essere esercitata. Avvenne che in que’ giorni erano venuti di Grecia certi pittori in Fiorenza, chiamati da chi governava quella città non per altro che per introdurvi l’arte della pittura, la quale in Toscana era stata smarrita molto tempo. Laonde, avendo questi maestri presi molte opere per quella città, cominciorono infra l’altre la capella de’ Condi, allato a la principale in Santa Maria Novella, della quale oggi dal tempo la volta e le facciate son molto spente e consumate; per il che Cimabue, cominciato a dar principio a questa arte che gli piaceva, si fuggiva spesso da la scuola e tutto il giorno stava a vedere lavorare que’ maestri; per il che fu giudicato dal padre e da que’ Greci che, se egli attendessi alla pittura, senza alcun dubbio egli verrebbe perfetto in quella professione. Fu aconcio con non sua piccola satisfazione alla arte della pittura con que’ maestri e, di continuo esercitandosi, in poco tempo la natura lo aiutò talmente, che passò di gran lunga di disegno e di colorito e’ maestri che gl’insegnavano; nel che, inanimito per le lode che egli si sentiva dare, messosi a maggior studio avanzò la maniera ordinaria che egli aveva visto in coloro i quali, non si curando passar più innanzi, avevon fatto quelle opere nel modo che elle si veggono oggi; et ancora che egli imitassi i Greci, lavorò assai opere nella patria sua onorando quella con le fatiche che vi fece, et acquestò a se stesso nome et utile certo grandissimo. Ebbe costui per compagno et amico Caddo Caddi, il quale attese alla pittura con Andrea Taffi domestico suo, e levò da la pittura gran parte della maniera greca nelle figure dipinte da lui, come ne fanno fede in Fiorenza le prime opere che egli lavorò, come il dossale dello altare di Santa Cecilia et, in Santa Croce, una tavola dentrovi una Nostra Donna, che gli fu fatta dipignere da un guardiano di quel convento amicissimo suo, la quale fu appoggiata in un pilastro a man destra intorno al coro. La quale opera fu cagione che, avendolo servito benissimo, e’ lo condusse in Pisa in San Francesco lor convento, e quivi fece un San Francesco scalzo, il quale fu tenuto da que’ popoli cosa rarissima, conoscendosi nella maniera sua un certo che di nuovo e di miglior per l’aria delle teste e per le pieghe de’ panni, che  non avevon fatto qui infino allora que’ maestri greci nelle lor pitture sparse
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte prima  pittore; il quale, dopo la morte di Giotto e Taddeo Gaddi, svegliato dal bello ingegno che aveva, imparò la bella arte della pittura, essendo già dimenticata in quella città la maniera de’ Greci vecchi, per non avere atteso aretino alcuno, da Margheritone insino a Spinello a quello esercizio, ancora che Giotto e Taddeo et Iacopo di Casentino vi avessino lavorato molte cose. Spinello adunque, essendo chiamato dal cielo a suscitare nella patria sua una arte tanto ingegnosa e bella, addomesticatosi con Iacopo di Casentino, imparò da lui il disegno et il modo del lavorare, e con buona pratica e grazia fece poi infinite cose. Perché invaghitosi del mestiero, non restò mai insino a la morte di esercitarvisi prontamente. Fu condotto in Fiorenza e lavorò con Iacopo di Casentino, la domestichezza del quale aveva preso in Arezzo, mentre vi lavorava nella sua giovanezza; et acquistò grandemente fama in quella città per molte opere che e’ vi fece. Infra l’altre lavorò in fresco la cappella maggiore di Santa Maria Maggiore e la sagrestia di San Miniato in Monte fuor di Fiorenza, la quale fu cagione che fra’ Iacopo d’Arezzo, allora Generale della Congregazione  di  Monte  Oliveto,  vedendo  sì  bello  ingegno  della  patria  sua,  lo riconducesse ad Arezzo. Dove in San Bernardo, monistero di tal religione, dipinse quattro cappelle, due allato alla cappella maggiore, che la mettono in mezzo, e le altre due al tramezzo della chiesa; e fece a fresco infinite figure per la chiesa, condotte da lui con bellissima pratica e vivezza. Sopra il coro dipinse pure a fresco una Nostra Donna con due figure, che a guardarle paiono vivissime. Di maniera che, trovandosi ben servito da lui, fra’ Iacopo lo condusse a Monte Oliveto, capo della sua religione, dove, alla cappella maggiore, gli fece fare una tavola a tempera in campo d’oro, con infinito numero di figure piccole e grandi; nella quale di rilievo ne l’ornamento di legname, son fatti di gesso di mezzo rilievo e messi d’oro tre nomi: Simon Cini fiorentino, che fece lo intaglio e legname; Gabriel Saracini, che la mise d’oro; e Spinello di Luca aretino, che la dipinse. La quale opra finita, il che fu l’anno MCCCLXXXV, con carezze da’ monaci usategli, se ne tornò in Arezzo, e per lo nome che aveva acquistato, fece nella pieve la cappella di San Bartolomeo e sotto l’organo similmente quella di San Matteo, nelle quali figurò storie dell’uno e dell’altro apostolo. Non poco lontano a questo, fuor d’Arezzo, dipinse al Duomo vecchio fuor della città la cappella e la chiesa di Santo Stefano, nella quale i colori suoi, per essere lavorati risolutamente et a buon fresco, sono ancora vivissimi et accesi che paiono dipinti al presente. Et in detta chiesa fece di pittura una Nostra
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Lorenzo, che aveva Bartoluccio che lo guidava e li faceva far fatiche e molti modelli, innanzi che si risolvessino di mettere in opera nessuno, di continuo menava i cittadini a vedere, e talora i forestieri che passavano, se intendevano del mestiero, per sentire l’animo loro; i quali pareri furon cagione ch’egli condusse un modello ch’era molto ben lavorato e senza nessun difetto. E così, fatto le forme sopra, e gittatolo di bronzo, venne benissimo, et egli con Bartoluccio suo padre cominciorno a rinettarlo con un amore e pazienzia tale, che non si poteva condurre né finire meglio. E continovando fino al fine nel tempo che si aveva a vedere a paragone, fu la sua e le altre di que’ maestri finite del tutto, e venuto a giudizio dell’Arte de’ Mercatanti, e viste da i Consoli e da molti altri cittadini, furono diversi i pareri ch’ognuno faceva sopra di ciò. Erano concorsi in Fiorenza molti forestieri, parte pittori e parte scultori, el resto orefici, i quali furono chiamati da i Consoli a dover dar giudizio queste opere insieme con gli altri di quel mestiero che abitavano in Fiorenza. Il qual numero furono XXXIIII e ciascuno della sua arte era peritissimo. E quantunque fussino infra di loro differenti di parere, piacendo a chi la maniera di uno e chi quella di un altro, si accordavano nondimeno che Filippo di Ser Brunellesco e Lorenzo di Bartoluccio avessino e meglio e più copiosa di figure migliori composta e finita la storia loro, che non aveva fatto Donato la sua, ancora ci fusse gran disegno, e Iacopo della Quercia che non era simile a quello, così le altre tre di Francesco di Valdanbrina e di Simone da Colle e Niccolò d’Arezzo ch’erano le manco buone. Donato e Filippo, visto la diligenzia e lo amore che Lorenzo aveva usata nell’opra sua, si tiroron da un canto, e parlando fra loro, risolverono che l’opera dovesse darsi a Lorenzo, parendo loro che il publico et il privato sarebbe meglio servito, e Lorenzo, essendo giovanetto che non passava XX anni, arebbe nello esercitarsi a fare in quella professione que’ frutti maggiori che prometteva la bella storia, che egli a giudizio loro aveva più degli altri eccellentemente condotta, dicendo che sarebbe stato più tosto opera invidiosa a levargliela, che non era virtuosa a fargliela avere. E così entrati Filippo e Donato nella udienza dove sedevano i Consoli, parlò Filippo in questa forma: “Lo sperimento che avete fatto di tanti eccellenti maestri, signori Consoli, è stato molto a·pproposito, avendo noi veduto la differenza delle maniere, e colui che sia più atto a fare onore alla nostra città. E poi ch’egli ci è venuto per sorte che ne stavamo Donato et io in dubbio, che questi forestieri non avessino a passare i maestri della città nostra, anzi abbiamo visto che l’opere loro restano infe-
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
solito, se li appiccò la peste di maniera, che in breve tempo nella età sua di XXXIIII anni, se ne passò a l’altra vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici che lo amavano per le sue virtù. E ne increbbe ancora a tutta quella città; pure tollerarono il danno e la perdita con lo essere restati loro duoi eccellenti suoi creati, Sebastiano Viniziano che fu poi frate del Piombo a Roma, e Tiziano da Cador che non solo lo paragonò, ma lo ha superato grandemente. Come ne fanno fede le rarissime pitture sue et il numero infinito de’ bellissimi suoi ritratti di naturale, non solo di tutti i principi cristiani, ma de’ più belli ingegni che sieno stati ne’ tempi nostri. Costui dà vivendo vita alle figure che e’ fa vive, come darà e vivo e morto fama et alla sua Venezia et alla nostra terza maniera. Ma perché e’ vive, e si veggono l’opere sue, non accade qui ragionarne. 3. Antonio da Coreggio Sforzasi bene spesso la benigna natura infondere tanta grazia ne’ nostri artefici, con tanta divinità nel maneggiare de’ colori, che se e’ fussero accompagnati da profondissimo disegno, ben farebbono stupire il cielo, come egli empiono la terra di maraviglia. Ma sempre si è potuto vedere ne’ nostri pittori, che quelli che hanno ben disegnato, hanno avuto qualche imperfezzione nel colorire; e che molti che fanno perfetta una qualche cosa particulare, lasciano poi per la maggior parte le cose loro più imperfette che perfette. Il che per il vero nasce da la difficultà della arte, la quale ha da imitare tanti capi di cose, che uno artefice solo non può farle tutte perfette. Laonde ben si può dire che e’ sia non dico maraviglia, ma miracolo grandissimo che gli spiriti ingegnosi faccino quello che e’ fanno. Et i Toscani per avventura in maggior numero certo che gli altri. Di che proverbiata la madre dello universo da infiniti a chi non pareva avere il debito loro in questa divisione, fece degna la Lombardia  de  ‘l  bellissimo  ingegno  di  Antonio  da  Correggio  pittore singularissimo. Il quale attese alla maniera moderna tanto perfettamente, che in  pochi  anni  dotato  dalla  natura  et  esercitato  dall’arte  divenne  raro  e maraviglioso artefice. Fu molto d’animo timido, e con incommodità di se stesso in continove fatiche esercitò l’arte, per la famiglia che lo aggravava: et ancora che e’ fusse tirato da una bontà naturale, si affliggeva nientedimanco più del dovere, nel portare i pesi di quelle passioni, che ordinariamente opprimono gli uomini. Era nell’arte molto maninconico e suggetto alle fatiche
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
E gli è venuto a proposito lo avere conservato il frutto delle sue fatiche nella arte, perché ciò lo mantiene al presente in tanta quiete, che e’ sopporta pazientissimamente tutto lo insulto della fortuna. E chi conoscerà le fatiche da lui fatte nelle sculture, lo amore e ‘l tempo messo alle cose di marmo, vedrà che egli con ogni diligenza, più per piacere che per alcun prezzo, ha esercitato queste arti, che e vivo e morto lo terranno appresso a i begli ingegni di continuo in perpetua venerazione. Si è medesimamente dilettato delle cose di poesia, et è stato non meno vago di poeteggiare cantando, che di fare statue  co’  mazzuoli  e  con  gli  scarpelli  lavorando,  onde  gli  diamo  lode egualmente in tutte due le virtù. 20. Baccio da M onte Lupo Quanto manco pensano i popoli che gli straccurati delle stesse arti che e’ voglion fare, possino quelle già mai condurre ad alcuna perfezzione, tanto più contra il giudizio di molti imparò Baccio da Monte Lupo l’arte della scultura. E questo gli avvenne perché nella sua giovanezza sviato da’ piaceri quasi mai non istudiava; et ancora che da molti sgridato e sollecitato, nulla o poco stimava l’arte. Ma venuti gli anni della discrezione, i quali arrecano il senno seco, gli fecero subitamente conoscere quanto egli era lontano da la buona via. Per il che, vergognatosi da gli altri, che in tale arte gli passavano inanzi, con bonissimo animo si propose seguitare et osservare con ogni studio quello che con la infingardaggine sino allora aveva fuggito. Questo pensiero fu cagione ch’egli fece nella scultura que’ frutti, che la credenza di molti da lui più non aspettava. Diedesi dunque alla arte con tutte le forze sue et esercitandosi molto in quella, diventò eccellente e raro. Mostronne saggio in una opera di pietra forte lavorata di scarpello, in Fiorenza sul cantone del giardino appiccato col palazzo de’ Pucci; che fu l’arme di papa Leone X, dove son due fanciulli che reggono tale arme, con bella maniera e pratica condotti.
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
mercante de’ Perini alla Trinità di Roma una sepoltura con due fanciulli di mezzo rilievo, e di architettura a molte case et altre fabbriche diede il disegno, come al palazzo di M Bernardino Caffarelli, e nella Valle la facciata di dentro e così il disegno delle stalle et il giardino di sopra. Avvenne che Papa Clemente volse mettere in ponte Santo Angelo il San Paolo di Paolo Romano; perché, volendolo accompagnare da un’altra figura di San Pietro, l’allogò a Lorenzo, il quale la fece e tutte due pose dove si veggono all’entrata del ponte. Successe la morte di Clemente VII e che le sepolture della Minerva di Leone e di esso a Baccio Bandinelli furono allogate. Laonde Lorenzo ebbe la cura del lavoro di quadro e di farlo finire di marmo, e così si trattenne alquanto. Finalmente nella creazione di Paulo III, essendo egli venuto per le poche facende in molto mal governo, e non avendo altro che una casa che al Macello d’i Corbi esso aveva fabbricato, con cinque figlioli alle spalle, e già passato il tempo d’aspettare il ristoro delle fatiche sue, venne la fortuna a voltarsi et a volerlo ingrandire per altra via. E ciò fu che volendo Papa Paulo III far seguire la fabbrica di San Pietro, non essendo più vivo né Baldassare Sanese, né quegli che a tal cura attendevano, Antonio da San Gallo mise Lorenzo a tale opera, che facevano le mura in cottimo a tanto la canna. Così fu posto in tale opera per architetto. Laonde in quei pochi anni fu conosciuto più senza affaticarsi, che non era stato ne i molti quando lavorando si esercitava, avendo in quel punto propizio Iddio, gli uomini e la fortuna. Per il che se egli fino al presente fosse vissuto, averebbe ristorato quei danni che la violenzia della sorte quando egli bene operava, indegnamente gli aveva fatto. Così condotto alla età di anni XLVII si morì di male di febbre l’anno MDXLI. Dolse infinitamente la morte di costui a molti amici suoi, che lo conobbero sempre amorevole e discreto. E perché egli visse sempre da uomo buono e ragionevole, i deputati di San Piero gli diedero in un deposito onorato sepolcro, e posero in quello lo infrascritto epitaffio: SCVLPTORI LAVRENTIO FLORENTINO ROMA MIHI TRIBVIT TVMVLVM, FLORENTIA  VITAM; NEMO ALIO  VELLET NASCI ET OBIRE LOCO. MDXLI VIX ANN XLVII MEN II D XV.
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
37. Polidoro e M aturino È pur cosa di grandissimo esemplo e di averne timore il vedere la instabilità della fortuna rotare talora di basso in altezza alcuni, che di loro fanno maravigliosi fatti e cose impossibili nelle virtù. Perché risguardando noi i principii loro sì deboli e tanto lontani da quelle professioni che hanno poi esercitate, e poi vedendo con poco studio e con prestezza le opere loro mettersi in luce e tal che non umane paiono, ma celesti, di grandissimo spavento si riempiono alcuni poveri studiosi, i quali, nelle continue fatiche crepando, a perfezzione rare volte conducono l’opere loro. Ma chi può mai sperare da la invidiosa fortuna a chi tocchi pure tanta grazia, che col nome e con l’opere sia condotto già immortale, se, quando più si speri che i guiderdoni delle fatiche siano remunerati, ella come pentita del bene a te fatto, contra la vita di te congiura e ti dà la morte? E non solo si contenta ch’ella sia ordinaria e comune, ma acerbissima e violenta, faccendo nascer casi sì terribili e sì mostruosi, che la istessa pietà se ne fugge, la virtù s’ingiuria et i benefici ricevuti in ingratitudine si convertono. Per la qual cosa tanto si può lodare la pittura d la ventura nella virtuosa vita di Polidoro, quanto dolersi de la fortuna
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
l’arte con assai fatiche, ridotto d’anni LVI ammalò di febbre pestilenziale, la quale lo trovò sì debile et affaticato, che in pochi giorni se ne morì. Rimase un lavoro grande, che aveva cominciato fuor di Bologna, a finire a Prospero Fontana bolognese, il quale a ottima fine glielo ridusse, avendosi confidato in lui, che ciò far dovesse inanzi la morte. Furono le pitture di questi maestri dal MDVI fino al MDXLII. 39. M arco Calavrese Quando il mondo ha un lume in una scienza che sia grande, universalmente ne risplende ogni parte, e dove maggior fiamma e dove minore, secondo i siti e le arie e le nature inclinati, fa parere i miracoli ancora maggiori e minori. E nel vero di continuo certi ingegni in certe provincie sono a certe cose atti, ch’altri non possono essere. Né per fatiche, che eglino durino, arrivano però mai a ‘l segno di grandissima eccellenza. Ma quando noi veggiamo in qualche provincia nascere un frutto che usato non sia a nascerci, ce ne maravigliamo, tanto più uno ingegno buono possiamo rallegrarci, quando lo troviamo in un paese dove non nascano uomini di simile professione. Come fu Marco Calavrese pittore, il quale, uscito della sua patria, elesse come ameno e pieno di dolcezza per sua abitazione Napoli, se bene indrizzato aveva il camino per verirsene a Roma et in quella ultimare il fine che si cava dallo studio della pittura. Ma sì gli fu dolce il canto della Serena, dilettandosi egli massimamente di sonare di liuto, e sì le molli onde del Sebeto lo liquefecero, ch’e’ restò prigione col corpo di quel sito fin che rese lo spirito al cielo, et alla terra il mortale. Fece Marco infiniti lavori in olio et in fresco, et in quella patria mostrò valere più di alcuno altro, che tale arte in suo tempo esercitasse. Come ne fece fede ad Aversa, dieci miglia lontano da Napoli, e particularmente nella chiesa di Santo Agostino allo altar maggiore una tavola a olio, con grandissimo ornamento, e diversi quadri con istorie e figure lavorate, nelle quali figurò Santo Agostino disputare con gli eretici, e di sopra e dalle bande storie di Cristo e santi in varie attitudini. Nella quale opera si vede una maniera molto continuata e di trarre al buono delle cose della maniera moderna, e bellissimo e pratico colorito in essa si comprende. Questa fu una delle sue tante fatiche, che in quella città e per diversi luoghi del regno fece. Visse di continuo allegramente, e bellissimo tempo si diede. Però che
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
estro. Ora advenne che, lavorando Domenico la cappella grande di Santa Maria Novella, un giorno ch’egli era fuori si mise Michele Agnolo a ritrarre di naturale il ponte con alcuni deschi, con tutte le masserizie dell’arte, et alcuni di que’ giovani che lavoravano. Per il che, tornato Domenico, e visto il disegno di Michele Agnolo, disse: “Costui ne sa più di me”; e rimase sbigottito della nuova maniera e della nuova imitazione che, dal giudizio datogli dal cielo, aveva un simil giovane in età così tenera, ch’invero era tanto quanto più desiderar si potesse nella pratica d’uno artefice che avesse operato molti anni. E ciò era che tutto il sapere e potere della grazia era nella natura esercitata dallo studio e dalla arte, perché in Michele Agnolo faceva ogni dì frutti più divini che umani, come apertamente cominciò a dimostrarsi nel ritratto che e’ fece d’una carta di Alberto Durero, che gli dette nome grandissimo. Imperoché, essendo venuta in Firenze una istoria del detto Alberto, quando i diavoli battono Santo Antonio, stampata in rame, Michele Agnolo la ritrasse di penna, di maniera che non era conosciuta, e quella medesima coi colori dipinse; dove, per contraffare alcune strane forme di diavoli, andava a comperar pesci che avevano scoglie bizzarre di colori, e quivi dimostrò in questa cosa tanto valore, che e’ ne acquistò e credito e nome. Teneva in quel tempo il Magnifico Lorenzo de’ Medici nel suo giardino in su la piazza di San Marco, Bertoldo scultore, non tanto per custode o guardiano di molte belle anticaglie, che in quello aveva ragunate e raccolte con grande spesa, quanto perché, desiderando egli sommamente di creare una scuola di pittori e di scultori eccellenti, voleva che elli avessero per guida e per capo il sopra detto Bertoldo, che era discepolo di Donato. Et ancora che e’ fosse sì vecchio che e’ non potesse più operare, era nientedimanco maestro  molto  pratico  e  molto  reputato,  non  solo  per  avere diligentissimamente rinettato il getto de’ pergami di Donato suo maestro, ma per molti getti ancora che egli aveva fatti in bronzo, di battaglie e di alcune altre cose piccole, nel magisterio delle quali non si trovava allora in Firenze chi lo avanzasse. Dolendosi adunque Lorenzo, che amor grandissimo portava alla pittura et alla scultura, che ne’ suoi tempi non si trovassero scultori celebrati e nobili, come si trovavano molti pittori di grandissimo pregio e fama, deliberò, come io dissi, fare una scuola; e per questo chiese a Domenico Ghirlandai che, se in bottega sua avesse de’ suoi giovani che inclinati fossero a ciò, li Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Potete figurarvi che la nobildonna Frumier appena arrivata ebbe subito intorno una gran ressa di queste leziose. Come donna era dessa in vero d’età più che matura; come veneziana aveva dimenticato la fede di nascita, e nelle maniere nelle occhiate nell’acconciatura ostentava la perpetua gioventù che è il singolar privilegio delle sue concittadine. Di veneziane, come dissi, ne viveva a Portogruaro un buon numero; ma tutte appartenenti o al ceto mezzano o alla minuta nobiltà. Una gran dama, una gentildonna di gran levatura esercitata in tutti gli usi in tutti i raffinamenti della conversazione, mancava in fino allora. Perciò furono beate di possederne alla fine un esemplare; di poterlo contemplare, idoleggiare, e copiare a loro grado; di poter dire infine: «Guardate!  io  parlo,  io  rido,  io  vesto,  io  cammino  come  la  senatoressa Frumier.» Costei, furba come il diavolo, si prese grande spasso da tali disposizioni. Una sera chiacchierava più di una gazza; e il giorno dopo aveva il divertimento di veder quelle signore giocar tra loro a chi dicesse più parole in un minuto. Ogni crocchio si cambiava in un vero passeraio. Un’altra volta faceva la languida la patita: non parlava che a voce sommessa e a singulti; tosto le ciarliere diventavano mutole; e pigliavano il contegno d’altrettante puerpere. Un giorno ella scommise con un gentiluomo venuto da Venezia di far metter in capo alle principali di quelle dame penne di cappone. Infatti ella si mostrò in pubblico con questo bizzarro adornamento sul toupé, e il giorno stesso la podestaressa spiumò tutto un pollaio per ornarsi la testa a quel modo. Però fu essa tanto clemente verso i capponi della città da non insistere in quella moda; altrimenti in capo a tre giorni non ve ne sarebbe rimasto uno col  vestimento  che  mamma  natura  gli  diede.  La  conversazione  della gentildonna Frumier eclissò di colpo e attirò a sé tutte le altre. Queste non restarono che premesse o corollari di quella. Vi si preparavano i bei motti, le occhiatine ed i gesti per la gran comparsa; o vi si ripeteva quello che la sera prima avevano detto e fatto in casa Frumier. Aggiungiamo che in questa casa il caffè vi si sorseggiava assai migliore che nelle altre, e che di tanto in tanto qualche bottiglia di maraschino, e qualche torta delle monache di San Vito variavano i divertimenti della brigata. Anche il nobiluomo dal canto suo aveva trovato pane pe’ suoi denti. Senza mostrarsi in pratica diverso da’ suoi nonni, egli era intinto accademicamente della filosofia moderna: e sapeva citare all’uopo col suo largo accento veneziano qualche frase di Voltaire e di Diderot. Tra i curiali e nel clero della città non mancavano spiriti curiosi ed educati come il suo, che dividevano
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
to un bel partito come il suo e che Lucilio Vianello era il rivale che gli contrastava il cuore della Clara. Il Barone scappò fino a Caporetto per nascondervi la sua vergogna; il Partistagno rimase per gridare a tutti i canti della provincia che di Lucilio, della Clara e de’ suoi parenti si sarebbe vendicato; e che guai a loro se monaca o smonacata non gli mandavano a casa la sposa! Egli continuava a dire che dell’amore di questa era certissimo; com’era anche certo che il malanimo de’ suoi e le cattive arti del dottorino la impedivano dal manifestarglielo. A Portogruaro intanto vi fu gran consiglio di famiglia in casa Frumier su quello che dovesse farsi, e il caso era abbastanza nuovo, perché di donzelle allora che si opponessero con tanta pertinacia al voler dei parenti, non ve n’erano tante. Si voleva ricorrere al Vescovo, ma il padre Pendola scartò pel primo questo parere. Tutti furono tacitamente d’accordo, che pur troppo la voce della gente diceva il vero, e che Lucilio Vianello era la pietra dello scandalo. Allontanare lui non si poteva; si trattava dunque di allontanare la Clara. Il Frumier aveva vuoto il suo palazzo di Venezia, e la Contessa non parve malcontenta d’andare ad abitarlo. Dopo molte parole si decise adunque che si sarebbero trasferiti a Venezia. Ma per togliere ogni solennità e ogni occasione di grandi spese, solamente essa e la figlia si sarebbero accasate colà, e la famiglia avrebbe continuato a dimorare a Fratta. Ella si lusingava che i grilli sarebbero usciti di capo alla Clara, e se ciò non avveniva, c’erano conventi in buon numero a Venezia dove farle metter giudizio. Il Conte si lamentò un poco di restar relegato a Fratta perché aveva una discreta paura del Partistagno; ma il cognato lo assicurò che avrebbe vissuto sicuro e che egli ne faceva malleveria. In fin dei conti un mese dopo questi ragionamenti la Contessa colla Clara s’era già stabilita a Venezia nel palazzo Frumier presso i nipoti; ma finallora la dovea confessare di aver guadagnato ben poco sull’animo della figlia. A Fratta eravamo rimasti più contenti che mai, perché il gatto era partito e i sorci ballavano. Peraltro a sfrondar nel loro fiore le lusinghe della Contessa avvenne quello che non si sarebbe mai creduto. Lucilio, che l’avea tanto tirata in lungo colla sua laurea, si mise repentinamente in capo di volerla conseguire; e in onta alle opposizioni del dottor Sperandio partì per Padova, vi fu fatto dottore, e poi, anziché tornare a Fossalta, si fermò a Venezia, dove attese ad esercitare la medicina. A Portogruaro si seppe una tal novità quando già egli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Lucilio s’era rifugiato a Londra; egli aveva amici dappertutto e d’altra parte per un medico come lui tutto il mondo è paese. La Pisana mi avea sempre tenuto a bada colle sue promesse di venirmi a raggiungere: allora poi, dopo abbandonato l’ufficio, non avea nemmen coraggio di chiamarla a dividere la mia povertà. A Spiro e all’Aglaura sdegnava di ricorrere per danari; essi mi mandavano puntualmente i miei trecento ducati ad ogni Natale; ma ne avea erogato due annualità a pagamento dei debiti lasciati a Ferrara, e di quelle non poteva giovarmi. Rimasi adunque per la prima volta in vita mia senza tetto e senza pane, e con pochissima abilità per procurarmene. Volgeva in capo mille diversi progetti per ognuno dei quali si voleva qualche bel gruppetto di scudi, non foss’altro per incominciare; e così di scudi non avendone più che una dozzina, mi accontentava dei progetti e tirava innanzi. Ogni giorno mi studiava di vivere con meno. Credo che l’ultimo scudo lo avrei fatto durare un secolo se il giorno della partenza di Napoleone per la Germania non me lo avesse rubato uno di quei famosi borsaiuoli che si esercitano per pia consuetudine nelle contrade di Milano. L’Imperatore s’era fatto grasso, e s’avviava allora alla vittoria di Austerlitz; io me lo ricordava magro e risplendente ancora delle glorie d’Arcole e di Rivoli: per diana, che non avrei dato il Caporalino per Sua Maestà! Vedendolo partire fra un popolo accalcato e plaudente io mi ricordo di aver pianto di rabbia. Ma erano lagrime generose, delle quali vado superbo. Pensava fra me: “Oh che non farei io se fossi in quell’uomo!” e questo pensiero e l’idea delle grandi cose che avrei operato mi commovevano tanto. Infatti era egli allora all’apice della sua potenza.  ornava dall’aver fatto rintronare de’ suoi ruggiti le caverT ne d’Albione attraverso l’angusto canale della Manica; e minacciava dell’artiglio onnipotente le cervici di due imperatori. La gioventù del genio di Cesare e la maturità del senno di Augusto cospiravano ad innalzare la sua fortuna fuor d’ogni umana immaginazione. Era proprio il nuovo Carlomagno e sapeva di esserlo. Ma anch’io dal mio canto inorgogliva di passargli dinanzi senza piegare il ginocchio. “Sei un gigante ma non un Dio!” gli diceva “io ti
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Italo Svevo    Una vita    III esercitato avrebbe scorto su quel vestito nero qualche tratto lucido logoro, e di più che il taglio non era moderno, il collo troppo aperto, la stoffa poi non buona, tanto che cedeva alla rigidezza della camicia. In famiglia Lanucci non si aveva l’occhio esercitato a queste piccolezze. La giovinetta Lucia aveva terminato di mangiare, s’era allontanata un poco dal tavolo, appoggiata allo schienale della seggiola, le mani incrociate. Non fece motto che rivelasse ch’ella si fosse accorta della teletta speciale di Alfonso. Le sue relazioni col giovine erano ottime, e quando era in casa lo serviva volontieri. Le piaceva renderglisi utile perché per ogni passo ch’ella per lui facesse, egli la ringraziava in modo sempre ugualmente vivace. Del resto la gentilezza di modi fra di loro divenne anche eccessiva, perché Lucia trovava finalmente la persona con cui trattare nel modo spiato ai borghesi e incoraggiato dalla madre. Gustavo diceva ch’ella con Alfonso si sfogava. Il signor Lanucci doveva aver passato la cinquantina. Si tingeva, avendo la tintura gratis in campioni ch’egli si faceva rimettere da case cui offriva di rappresentare, e i suoi capelli erano neri dove l’età non gli aveva imbianchiti, giallognoli dove senza tintura sarebbero stati bianchi. Portava una barba piena lunghetta, condizionata in quanto a colore come la capigliatura. Di sera, per leggere si metteva degli occhiali rozzi, troppo grandi per la distanza fra’ due occhi, piccoli, grigi che quasi poggiavano al naso. Fece dei complimenti ad Alfonso e lo pregò di sedere accanto lui, onore non accordato più a Gustavo dopo che aveva perduto un impiego discreto procuratogli con somma fatica. Era l’unico castigo che sapeva infliggergli, non avendo per altri né energia, né testa. Gustavo, senza parlare, teneva il broncio al padre perché questi lo teneva a lui, – consegnò ad Alfonso una lettera. Alfonso non l’aprì con grande premura. Era tanto preoccupato che non ebbe la pazienza di decifrare i caratteri malsicuri della madre; rimise in tasca la lettera dopo averla scorsa rapidamente. – Che presto! – disse la signora Lanucci con leggero accento di rimprovero. – E’ molto piccola! – rispose Alfonso arrossendo; – vi saluta tanto! Il vecchio aveva cominciato a raccontare dei lavori della sua giornata. Era la storia di ogni sera. Per giustificarsi dinanzi alla moglie, raccontava quanto avesse brigato per fare affari. Tutto sommato, quel giorno aveva guadagnato un grosso pacco d’aghi che una piccola fabbrica gli aveva inviato in natura per senseria di un affare conchiuso da lui. Nella mattina aveva fatto delle
Una vita di Italo Svevo
37 In luogo di trionfo, al suo ritorno, facemmo noi pensier dargli la morte. Restammo poi, per non ricever scorno; che lo veggiàn troppo d’amici forte. Fingo d’amarlo, e più di giorno in giorno gli do speranza d’essergli consorte; ma prima contra altri nimici nostri dico voler che sua virtù dimostri. 38 E quando sol, quando con poca gente lo mando a strane imprese e perigliose, da farne morir mille agevolmente: ma lui successer ben tutte le cose; che tornò con vittoria, e fu sovente con orribil persone e monstruose, con Giganti a battaglia e Lestrigoni, ch’erano infesti a nostre regioni. 39 Non fu da Euristeo mai, non fu mai tanto da la matrigna esercitato Alcide in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto, alle valli d’Etolia, alle Numide, sul Tevre, su l’Ibero e altrove; quanto con prieghi finti e con voglie omicide esercitato fu da me il mio amante, cercando io pur di torlomi davante. 40 Né potendo venire al primo intento, vengone ad un di non minore effetto: gli fo quei tutti ingiuriar, ch’io sento che per lui sono, e a tutti in odio il metto. Egli che non sentia maggior contento che d’ubbidirmi, senza alcun rispetto le mani ai cenni miei sempre avea pronte, senza guardare un più d’un altro in fronte.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Perché io credo che si possa lodare dopo la morte ogni uomo, sanza carico, sendo mancata ogni cagione e sospetto di adulazione, non dubiterò di lodare Cosimo Rucellai nostro, il nome del quale non fia mai ricordato da me sanza lagrime, avendo conosciute in lui quelle parti le quali, in uno buono  amico  dagli  amici,  in  uno  cittadino  dalla  sua  patria  si  possono disiderare. Perché io non so quale cosa si fusse tanto sua (non eccettuando, non  ch’altro,  l’anima)  che  per  gli  amici  volentieri  da  lui  non  fusse  stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua patria. E io confesso, Liberamente, non avere riscontro, tra tanti uomini che io ho conosciuti e pratichi, uomo nel quale fusse il più acceso animo alle cose grandi e magnifiche. Né si dolse con gli amici d’altro, nella sua morte, se non di essere nato per morire giovane dentro alle sue case e inonorato, sanza avere potuto secondo l’animo suo giovare ad alcuno perché sapeva che di lui non si poteva parlare altro, se non che fusse morto uno buono amico. Non resta però, per questo, che noi, e qualunque altro che come noi lo conosceva, non possiamo fare fede, poi che l’opere non appariscono, delle sue lodevoli qualità.  Vero  è  che  non  gli  fu  però  in  tanto  la  fortuna  nimica,  che  non lasciasse alcun breve ricordo della destrezza del suo ingegno, come ne dimostrano alcuni suoi scritti e composizioni di amorosi versi; ne’ quali, come che innamorato non fusse, per non consumare il tempo invano, tanto che a più  alti  pensieri  la  fortuna  lo  avesse  condotto,  nella  sua  giovenile  età  si esercitava, dove chiaramente si può comprendere con quanta felicità i suoi concetti descrivesse, e quanto nella poetica si fusse onorato, se quella, per suo fine, fusse da lui stata esercitata. Avendone pertanto privati la fortuna dello uso d’uno tanto amico, mi pare che non si possa farne altri rimedi che, il più che a noi è possibile cercare, di godersi la memoria di quello e repetere se da lui alcuna cosa fusse stata o acutamente detta o saviamente disputata. E perché non è cosa di lui più fresca, che il ragionamento il quale ne’ prossimi tempi il signore Fabrizio Colonna dentro a’ suoi orti ebbe con seco (dove largamente fu da quel signore delle cose della guerra disputato, e acutamente e prudentemente in buona parte da Cosimo domandato); mi è parso, essendo con alcuni altri nostri amici stato presente, ridurlo alla memoria,  acciò  che,  leggendo  quello,  gli  amici  di  Cosimo  che  quivi convennono, nel loro animo la memoria delle sue virtù rinfreschino, e gli altri, parte si dolgano di non vi essere intervenuti, parte molte cose utili alla
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
Una  cosa  nondimeno  non  voglio  scordare  di  dirvi:  come  i  Romani istimavano tanto i loro ordini e confidavono tanto nelle loro armi, che se gli  avessono  avuto  ad  eleggere  o  un  luogo  sì  aspro  per  guardarsi  dai cavagli, dove ei non avessono potuti spiegare gli ordini loro, o uno dove avessono avuto a temere più de’ cavagli, ma vi si fussono potuti distendere, sempre prendevano questo e lasciavano quello. Ma perch’egli è tempo passare allo esercizio, avendo armate queste fanterie secondo lo antico e moderno uso, vedreno quali esercizi facevano loro fare i Romani, avanti che le fanterie si conduchino a fare giornata. Ancora ch’elle siano bene elette e meglio armate, si deono con grandissimo studio esercitare, perché sanza questo esercizio mai soldato alcuno non fu buono. Deono essere questi esercizi tripartiti: l’uno, per indurare il corpo e farlo atto a’ disagi e più veloce e più destro; l’altro, per imparare ad operare l’armi; il terzo, per imparare ad osservare gli ordini negli eserciti, così nel camminare, come nel combattere e nello alloggiare. Le quali sono le tre principali azioni che faccia uno esercito; perché, se uno esercito cammina, alloggia e combatte ordinatamente e praticamente, il capitano ne riporta l’onore suo, ancora che la giornata avesse non buono fine. Hanno pertanto a questi esercizi tutte le republiche antiche provvisto in modo, per costume e per legge, che non se ne lasciava indietro alcuna parte. Esercitavano adunque la loro gioventù per fargli veloci nel correre, per fargli destri nel saltare, per fargli forti a trarre il palo o a fare alle braccia. E queste tre qualità sono quasi che necessarie in uno soldato, perché la velocità lo fa atto a preoccupare i luoghi al nimico, a giugnerlo insperato e inaspettato, a seguitarlo quando egli è rotto. La destrezza lo fa atto a schifare il colpo, a saltare una fossa, a superare uno argine. La fortezza lo fa meglio portare l’armi, urtare il nimico, sostenere uno impeto. E sopratutto, per fare il corpo più atto a’ disagi, si avvezzavano a portare gran pesi. La quale consuetudine è necessaria, perché nelle espedizioni difficili conviene molte volte che il soldato oltre all’armi, porti da vivere per più giorni; e se non fusse assuefatto a questa fatica non potrebbe farlo; e per questo o e’ non si potrebbe fuggire uno pericolo o acquistare con fama una vittoria. Quanto ad imparare ad operare l’armi, gli esercitavano in questo modo.  Volevano che i giovani si vestissero armi che pesassero più il doppio che le vere, e per spada davano loro uno bastone piombato il quale, a comparazione di quella, era gravissimo. Facevano a ciascuno di loro ficcare uno palo in terra che rimanesse alto tre braccia, e in modo gagliardo, che i colpi non lo fiaccassero o atterrassono; contro al quale palo il giovane con lo scudo e col bastone, come contro a uno nimico, si esercitava; e ora gli tirava come se gli volesse ferire la
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
testa o la faccia, ora come se lo volesse percuotere per fianco, ora per le gambe, ora si tirava indietro, ora si faceva innanzi. E avevano, in questo esercizio, questa avvertenza: di farsi atti a coprire sé e ferire il nimico; e avendo l’armi finte gravissime, parevano di poi loro le vere più leggieri. Volevano i Romani che i loro soldati ferissono di punta e non di taglio, sì per  essere  il  colpo  più  mortale  e  avere  manco  difesa,  sì  per  scoprirsi meno chi ferisse ed essere più atto a raddoppiarsi che il taglio. Né vi maravigliate che quegli antichi pensassero a queste cose minime, perché,  dove  si  ragiona  che  gli  uomini  abbiano  a  venire  alle  mani,  ogni piccolo vantaggio è di gran momento; e io vi ricordo quello che di questo gli scrittori ne dicano, piuttosto che io ve lo insegni. Né istimavano gli antichi cosa più felice in una republica, che essere in quella assai uomini esercitati nell’armi; perché non lo splendore delle gemme e dell’oro fa che i nimici ti si sottomettono, ma solo il timore dell’armi. Di poi gli errori che si fanno nell’altre cose, si possono qualche volta correggere; ma quegli che si fanno nella guerra, sopravvenendo subito la pena, non si possono emendare. Oltre a questo, il sapere combattere fa gli uomini più audaci, perché niuno teme di fare quelle cose che gli pare avere imparato a fare. Volevano pertanto gli antichi che i loro cittadini si esercitassono in ogni bellica azione, e facevano trarre loro, contro a quel palo, dardi più gravi che i veri; il quale esercizio, oltre al fare gli uomini esperti nel trarre, fa ancora le braccia più snodate e più forti. Insegnavano ancora loro trarre con l’arco, con la fromba, e a tutte queste cose avevano preposti maestri, in modo che poi, quando egli erano eletti per andare alla guerra, egli erano già con l’animo e con la disposizione soldati. Né restava loro ad imparare altro che andare negli ordini e mantenersi in quegli, o camminando o combattendo, il che facilmente imparavano, mescolandosi con quegli che, per avere più tempo militato, sapevano stare negli ordini. Cosimo. Fabrizio. Quali esercizi faresti voi fare loro al presente? Assai di quegli che si sono detti, come: correre e fare alle braccia, fargli saltare, fargli affaticare sotto armi più gravi che l’ordinarie, fargli trarre con la balestra e con l’arco; a che aggiugnerei lo scoppietto, istrumento nuovo, come voi sapete, e necessario. E a questi esercizi assuefarei tutta la gioventù del mio stato, ma, con maggiore industria e più sollecitudine, quella parte che io avessi descritta per militare; e sempre ne’ giorni oziosi si eserciterebbero. Vorrei ancora ch’egl’imparassino a notare; il che è cosa molto utile, perché non sempre sono i ponti a’ fiumi, non sempre sono parati i navigii; tale che, non sapendo il tuo esercito notare,
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
resti privo di molte commodità, e ti si tolgono molte occasioni al bene operare. I Romani non per altro avevano ordinato che i giovani si esercitassero in Campo Marzio, se non perché, avendo propinquo il Tevere, potessero, affaticati nello esercizio di terra, ristorarsi nella acqua e parte, nel notare, esercitarsi. Farei ancora, come gli antichi, esercitare quegli che militassono a cavallo; il che è necessarissimo, perché, oltre al sapere cavalcare sappiano a cavallo valersi di loro medesimi. E per questo  avevano  ordinati  cavagli  di  legno,  sopr’alli  quali  si  addestravano, saltandovi sopra armati e disarmati, sanza alcuno aiuto e da ogni mano, il che faceva che ad un tratto e ad un cenno d’uno capitano la cavalleria era a piè, e così ad un cenno rimontava a cavallo. E tali esercizi, e di piè e di cavallo, come allora erano facili, così ora non sarebbero difficili a quella republica o a quel principe che volesse farli mettere in pratica alla sua  gioventù,  come  per  esperienza  si  vede  in  alcune  città  di  Ponente dove  si  tengono  vivi  simili  modi  con  questo  ordine.  Dividono  quelle tutti i loro abitanti in varie parti, e ogni parte nominano da una generazione di quell’armi che egli usano in guerra. E perché egli usano picche, alabarde,  archi  e  scoppietti,  chiamano  quelle:  picchieri,  alabardieri, scoppiettieri e arcieri. Conviene, adunque, a tutti gli abitanti dichiararsi in quale ordine voglia essere descritto. E perché tutti, o per vecchiezza o per altri impedimenti, non sono atti alla guerra, fanno di ciascuno ordine una scelta, e gli chiamano i Giurati; i quali ne’ giorni oziosi sono obligati a esercitarsi in quell’armi dalle quali sono nominati. E ha ciascuno  il  luogo  suo  deputato  dal  publico,  dove  tale  esercizio  si  debba fare; e quelli che sono di quello ordine, ma non de’ Giurati, concorrono con i danari a quelle spese che in tale esercizio sono necessarie. Quello pertanto che fanno loro, potremmo fare noi; ma la nostra poca prudenza non lascia pigliare alcuno buono partito. Da questi esercizi nasceva che gli antichi avevano buone fanterie e che ora quegli di Ponente sono migliori  fanti  che  i  nostri;  perché  gli  antichi  gli  esercitavano,  o  a  casa, come facevano quelle republiche, o negli eserciti, come facevano quegli imperadori, per le cagioni che di sopra si dissono. Ma noi a casa esercitare  non  li  vogliamo;  in  campo  non  possiamo,  per  non  essere  nostri suggetti e non gli potere obligare ad altri esercizi che per loro medesimi si vogliono. La quale cagione ha fatto che si sono straccurati prima gli esercizi e poi gli ordini, e che i regni e le repubbliche, massime italiane, vivono in tanta debolezza. Ma torniamo all’ordine nostro; e, seguitando questa materia degli esercizi, dico come non basta a far buoni eserciti avere indurati gli uomini, fattigli gagliardi, veloci e destri; che bisogna ancora ch’egli imparino a stare negli ordini, a ubbidire a’ segni, a’ suoni
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Dialoghi dell' arte della guerra    Libro secondo  ' esercitare il suo esercito nell’uno modo e nell’altro, e istruirlo in modo che possa camminare e, se il bisogno lo ricercasse, combattere, mostrando a’ tuoi soldati quando fussero assaltati da questa o da quella banda, come si avessero a governare. E quando lo istruisse da combattere contro al nimico che  vedessono,  mostrar  loro  come  la  zuffa  s’appicca,  dove  si  abbiano  a ritirare sendo ributtati, chi abbi a succedere in luogo loro, a che segni, a che suoni, a che voci debbano ubbidire e praticarvegli in modo, con le battaglie e con gli assalti finti, ch’egli abbiano a disiderare i veri. Perché lo esercito animoso non lo fa per essere in quello uomini animosi, ma lo esservi ordini bene ordinati; perché se io sono de’ primi combattitori, e io sappia, sendo superato, dove io m’abbia a ritirare e chi abbia a succedere nel luogo mio, sempre combatterò con animo, veggendomi il soccorso propinquo. Se io sarò de’ secondi combattitori, lo essere spinti e ributtati i primi non mi sbigottirà, perché io mi arò presupposto che possa essere e l’arò disiderato, per essere quello che dia la vittoria al mio padrone, e non sieno quegli. Questi esercizi sono necessarissimi dove si faccia uno esercito di nuovo; e dove sia lo esercito vecchio sono necessarii, perché si vede come ancora che i Romani sapessero da fanciugli l’ordine degli eserciti loro, nondimeno quegli capitani, avanti che venissero al nimico, continuamente gli esercitavano in quegli. E Iòsafo nella sua Istoria dice che i continui esercizi degli eserciti romani facevano che tutta quella turba che segue il campo per guadagni, era, nelle giornate, utile; perché tutti sapevano stare negli ordini e combattere servando quelli. Ma negli eserciti d’uomini nuovi, o che tu abbi messi insieme per combattere allora, o che tu ne faccia ordinanza per combattere con il tempo, sanza questi esercizi, così delle battaglie di per sé, come di tutto l’esercito, è fatto nulla; perché, sendo necessarii gli ordini, conviene con doppia industria e fatica mostrargli a chi non gli sa, che mantenergli a chi gli sa, come si vede che per mantenergli e per insegnargli molti capitani eccellenti si sono sanza alcuno rispetto affaticati. Cosimo. E’ mi pare che questo ragionamento vi abbia alquanto trasportato, perché, non avendo voi ancora dichiarati i modi con i quali s’esercitano le battaglie, voi avete ragionato dell’esercito intero e delle giornate. Voi dite la verità; e veramente ne è stata cagione l’affezione che io porto a questi ordini, e il dolore che io sento veggendo che non si mettono in atto, nondimanco non dubitate  che io tornerò a segno. Come io v’ho detto la prima importanza che è nell’esercizio, delle battaglie, è sapere tenere  bene  le  file.  Per  fare  questo  è  necessario  esercitargli  in  quegli ordini che chiamano chiocciole. E perché io vi dissi che una di queste battaglie debbe essere di quattrocento fanti armati d’armi gravi, io mi
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
l’ultime file delle venticinque sieno al pari delle file di dietro. E, fatto questo, il centurione che era capo delle prime quindici file degli scudati, si lievi donde era e ne vadia a spalle nello angulo sinistro. E così tornerà una battaglia di venticinque file ferme, a venti fanti per fila, con due corna, sopr’ogni canto della fronte uno, e ciascuno arà dieci file a cinque per fila, e resterà uno spazio tra le due corna, quanto tengono dieci uomini  che  volgano  i  fianchi  l’uno  all’altro.  Sarà  tra  le  due  corna  il capitano; in ogni punta di corno uno centurione. Sarà ancora di dietro in ogni canto uno centurione. Fieno due file di picche e venti capidieci da ogni fianco. Servono queste due corna a tenere tra quelle l’artiglierie, quando questa battaglia ne avesse con seco, e i carriaggi. I veliti hanno a stare lungo i fianchi sotto le picche. Ma a volere ridurre questa battaglia cornuta con la piazza, non si dee fare altro che, delle quindici file di venti per fila, prenderne otto e porle in su la punta delle due corna: le quali allora di corna diventano spalle della piazza. In questa piazza si tengono i carriaggi; stavvi il capitano e la bandiera; ma non già l’artiglierie, le quali si mettono o nella fronte o lungo i fianchi. Questi sono i modi che si possono tenere da una battaglia, quando, sola, dee passare per i luoghi sospetti. Nondimeno la battaglia soda, sanza corna e sanza piazza è meglio. Pure, volendo assicurare i disarmati, quella cornuta è necessaria. Fanno i Svizzeri ancora molte forme di battaglie; tra le quali ne fanno una a modo di croce, perché, negli spazi che sono tra i rami di quella, tengono sicuri dall’urto de’ nimici i loro scoppiettieri. Ma perché simili battaglie sono buone a combattere da per loro, e la intenzione mia è mostrare come più battaglie unite insieme combattono, non voglio affaticarmi altrimenti in dimostrarle. Cosimo. E’ mi pare avere assai bene compreso il modo che si dee tenere a esercitare  gli  uomini  in  queste  battaglie;  ma,  se  mi  ricorda  bene, voi  avete detto come, oltre alle dieci battaglie, voi aggiugnevi al battaglione mille picche estraordinarie e cinquecento veliti estraordinarii. Questi non gli vorresti voi descrivere ed esercitare? Vorrei, e con diligenza grandissima. E le picche eserciterei almeno bandiera per bandiera, negli ordini delle battaglie, come gli altri; perché di questi io mi servirei più che delle battaglie ordinarie in tutte le fazioni particolari,  come  è  fare  scorte,  predare,  e  simili  cose.  Ma  i  veliti  gli eserciterei alle case sanza ridurli insieme; perché, sendo l’ufficio loro combattere  rotti,  non  è  necessario  che  convenghino  con  li  altri  negli esercizi  comuni,  perché  assai  sarebbe  esercitargli  bene  negli  esercizi particolari. Deonsi adunque, come in prima vi dissi né ora mi pare fatica
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Dialoghi dell' arte della guerra    Libro sesto   glione co’ suoi impedimenti proprii, e con la quarta parte de’ publici a spalle, in quel modo dimostrammo che camminava l’esercito romano. Batista. Fabrizio. Nel porre lo alloggiamento avevano eglino altri  rispetti che quegli avete detti? Io vi dico di nuovo che i Romani volevano, nello alloggiare, potere tenere la consueta forma del modo loro; il che per osservare, non avevano alcuno rispetto. Ma quanto all’altre considerazioni, ne avevano due principali: l’una, di porsi in luogo sano; l’altra, di porsi dove il nimico non lo potesse assediare e torgli la via dell’acqua o delle vettovaglie.  Per fuggire adunque le infermità, ei fuggivano i luoghi paludosi o esposti a’ venti nocivi. Il che conoscevano non tanto dalle qualità del sito quanto dal viso degli abitatori, e quando gli vedevano male colorati o bolsi, o di altra infezione ripieni, non vi alloggiavano. Quanto all’altra parte di non essere assediato, conviene considerare la natura del luogo, dove sono posti gli amici e dove i nimici, e da questo fare tua coniettura se tu puoi essere assediato o no. E però conviene che il capitano sia peritissimo de’ siti de’ paesi, e abbia intorno assai che ne abbiano la medesima perizia. Fuggesi ancora le malattie e la fame, col non fare disordinare l’esercito; perché, a volerlo mantenere sano, conviene operare che i soldati dormano sotto le tende, che si alloggi dove sieno arbori che facciano ombra, dove sia legname da potere cuocere il cibo, che non cammini per il caldo. E però bisogna trarlo dello alloggiamento innanzi dì, la state, e di verno guardarsi che non cammini per le nevi e per i ghiacci sanza avere commodità di fare fuoco, e non manchi del vestito necessario e non bea acque malvage. Quegli che ammalano a caso, farli curare da’ medici; perché uno capitano non ha rimedio quando egli ha a combattere con le malattie e col nimico. Ma niuna cosa è tanto utile a mantenere l’esercito sano  quanto  è  l’esercizio;  e  però  gli  antichi  ciascuno  dì  gli  facevano esercitare.  Donde  si  vede  quanto  questo  esercizio  vale;  perché,  negli alloggiamenti, ti fa sano e, nelle zuffe, vittorioso. Quanto alla fame, non solamente è necessario vedere che il nimico non t’impedisca la vettovaglia, ma provvedere donde tu abbia a averla, e vedere che quella che tu hai, non si sperda. E però ti conviene averne sempre in munizione con l’esercito per uno mese, e di poi tassare i vicini amici che giornalmente te ne provveggano; farne munizioni in qualche luogo forte e, sopra tutto, dispensarla con diligenza, dandone ogni giorno a ciascuno una ragionevole misura; e osservare in modo questa parte ch’ella non ti disordini, perché ogni altra cosa nella guerra si può col tempo vincere, questa sola col tempo vince te. Né sarà mai alcuno tuo nimico, il quale ti possa
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
ricevute dalle seconde e dalle terze.  Nella zuffa non adoperare mai una battaglia ad un’altra cosa che a quella per che tu l’avevi deputata, se tu non vuoi fare disordine.  Agli accidenti subiti con difficultà si rimedia, a’ pensati con facilità.  Gli uomini, il ferro, i danari e il pane sono il nervo della guerra; ma di questi quattro sono più necessarii i primi due, perché gli uomini e il ferro truovano i danari e il pane, ma il pane e i danari non truovano gli uomini e il ferro.  Il disarmato ricco è premio del soldato povero.  Avvezza i tuoi soldati a spregiare il vivere delicato e il vestire lussurioso.  Questo è quanto mi occorre generalmente ricordarvi; e so che si sarebbero possute dire molte altre cose in tutto questo mio ragionamento, come sarebbero: come e in quanti modi gli antichi ordinavano le schiere; come vestivano  e  come  in  molte  altre  cose  si  esercitavano,  e  aggiugnervi  assai particolari  i  quali  non  ho  giudicati  necessarii  narrare,  sì  perché  per  voi medesimi  potete  vederli,  sì  ancora  perché  la  intenzione  mia  non  è  stata mostrarvi appunto come l’antica milizia era fatta, ma come in questi tempi si potesse ordinare una milizia che avesse più virtù che quella che si usa. Donde che non mi è parso delle cose antiche ragionare altro che quello che io ho giudicato a tale introduzione necessario. So ancora che io mi arei avuto  ad  allargare  più  sopra  la  milizia  a  cavallo  e  di  poi  ragionare  della guerra navale, perché chi distingue la milizia dice come egli è uno esercizio di mare e di terra, a piè e a cavallo. Di quello di mare io non presumerei parlare, per non ne avere alcuna notizia; ma lascieronne parlare a’ Genovesi e a’ Viniziani, i quali con simili studi hanno per lo addietro fatto gran cose. De’ cavagli ancora non voglio dire altro che di sopra mi abbia detto, essendo, come io dissi, questa parte corrotta meno. Oltre a questo, ordinate che sono bene le fanterie, che sono il nervo dello esercito, si vengono di necessità a fare buoni cavagli. Solo ricorderei a chi ordinasse la milizia nel paese suo per riempierlo di cavagli, facesse due provvedimenti: l’uno, che distribuisse cavalle di buona razza per il suo contado e avvezzasse i suoi uomini a fare incette di puledri come voi in questo paese fate de’ vitegli e de’ muli; l’altro, acciò che gli incettanti trovassero il comperatore, proibirei il potere tenere mulo ad alcuno che non tenesse cavallo, talmente che chi volesse tenere una cavalcatura sola fusse costretto tenere cavallo; e di più, che non potesse vestire di drappo se non chi tenesse cavallo. Questo ordine intendo essere stato fatto da alcuno principe ne’ nostri tempi, e in brevissimo tempo
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro terzo Puossi considerare un’altra cosa: a quale è più facile, o ad uno buono capitano fare uno buono esercito, o ad uno buono esercito fare uno buono capitano. Sopra che dico che tale questione pare decisa: perché più facilmente molti buoni troverranno o instruiranno uno, tanto che diventi buono, che non farà uno molti. Lucullo, quando fu mandato contro a Mitridate, era al tutto inesperto della guerra; nondimanco quel buono esercito, dove era  assai  capi  ottimi,  lo  feciono  tosto  uno  buono  capitano.  Armorono  i Romani,  per  difetto  di  uomini,  assai  servi,  e  gli  dieno  ad  esercitare  a Sempronio Gracco, il quale in poco tempo fece uno buon esercito. Pelopida ed Epaminonda, come altrove dicemo, poi che gli ebbono tratta Tebe loro patria della servitù degli Spartani, in poco tempo fecero, de’ contadini tebani, soldati ottimi, che poterono non solamente sostenere la milizia spartana ma vincerla. Sì che la cosa è pari, perché l’uno buono può trovare l’altro. Nondimeno uno esercito buono sanza capo buono suole diventare insolente e pericoloso; come diventò lo esercito di Macedonia dopo la morte di Alessandro,  e  come  erano  i  soldati  veterani  nelle  guerre civili.  Tanto  che  io credo che sia più da confidare assai in uno capitano che abbi tempo ad instruire uomini e commodità di armargli, che in uno esercito insolente con uno capo tumultuario fatto da lui. Però è da addoppiare la gloria e la laude a quelli capitani che, non solamente hanno avuto a vincere il nimico, ma, prima che venghino alle mani con quello, è convenuto loro instruire lo esercito loro, e farlo buono: perché in questi si mostra doppia virtù, e tanto rada, che, se tale ferita fosse stata data a molti, ne sarebbono stimati e riputati meno assai che non sono. XIV Le invenzioni nuove, che appariscono nel mezzo della zuffa, e le voci nuove che si odino, quali effetti facciano. Di quanto momento sia ne’ conflitti e nelle zuffe uno nuovo accidente che nasca per cosa che di nuovo si vegga o oda, si dimostra in assai luoghi: e massime per questo esemplo che occorse nella zuffa che i Romani fecero con i Volsci: dove Quinzio, veggendo inclinare uno de’ corni del suo esercito, cominciò a gridare forte, che gli stessono saldi perché l’altro corno dello esercito era vittorioso: con la quale parola avendo dato animo ai suoi e sbigottimento a’ nimici, vinse. E se tali voci in uno esercito bene ordinato
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
quistione in Mercato Vecchio, dove assai gente secondo che in simili accidenti si costuma, concorse. E spargendosi il romore, fu apportato ai Ricci come  gli  Albizzi  gli  assalivano,  e  agli  Albizzi  che  i  Ricci  gli  venivano  a trovare; per la qual cosa tutta la città si sollevò, e i magistrati con fatica poterono  l’una  e  l’altra  famiglia  frenare,  acciò  che  in  fatto  non  seguisse quella zuffa che a caso, e senza colpa di alcuno di loro, era stata diffamata. Questo accidente, ancora che debile, fece riaccendere più gli animi loro, e con maggiore diligenzia cercare ciascuno di acquistarsi partigiani. E perché già i cittadini, per la rovina de’ Grandi, erano in tanta ugualità venuti che i magistrati erano, più che per lo adietro non solevano, reveriti, disegnavano per la via ordinaria e sanza privata violenza prevalersi. Capitolo III Noi abbiamo narrato davanti come, dopo la vittoria di Carlo I, si creò il magistrato di Parte guelfa e a quello si dette grande autorità sopra i Ghibellini; la quale il tempo, i varii accidenti e le nuove divisioni avevano talmente messa in oblivione, che molti discesi di Ghibellini i primi magistrati esercitavano. Uguccione de’ Ricci per tanto, capo di quella famiglia, operò che si rinnovasse la legge contro a’ Ghibellini; intra i quali era opinione di molti fussero gli Albizzi, i quali, molti anni adietro nati in Arezzo, ad abitare a Firenze erano venuti; onde che Uguccione pensò, rinnovando questa legge, privare gli Albizzi de’ magistrati, disponendosi per quella che qualunque  disceso  di  Ghibellino  fusse  condannato  se  alcuno  magistrato esercitasse. Questo disegno di Uguccione fu a Piero di Filippo degli Albizzi scoperto; e pensò di favorirlo, giudicando che, opponendosi, per se stesso si chiarirebbe ghibellino. Questa legge per tanto, rinnovata per la ambizione di costoro, non tolse, ma dette a Piero degli Albizzi riputazione, e fu di molti mali principio: né si può fare legge per una republica più dannosa che quella che riguarda assai tempo indietro. Avendo adunque Piero favorita la legge, quello che da i suoi nimici era stato trovato per suo impedimento gli fu via alla sua grandezza; perché, fattosi principe di questo nuovo ordine, sempre prese più autorità, sendo da questa nuova setta di Guelfi prima che alcuno altro favorito. E perché non si trovava magistrato che ricercasse quali fussero i Ghibellini, e per ciò la legge fatta non era di molto valore, provide che si desse autorità ai Capitani di chiarire i Ghibellini, e chiariti, significare loro, e ammunirgli, che non prendessero alcuno magistrato; alla quale
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
trattane la parte che per Carlo governava. E quando disegnavano mutare lo stato  di  Firenze  come  eglino  avevono  mutato  quello  di  Arezzo,  seguì  la morte di Lodovico, e le cose, in Puglia e in Toscana, variorono con la fortuna l’ordine, perché Carlo si assicurò di quel regno che gli aveva quasi che perduto,  e  i  Fiorentini,  che  dubitavano  di  potere  difendere  Firenze, acquistorono Arezzo, perché da quelle genti che per Lodovico lo tenevono lo comperorono. Carlo adunque, assicurato di Puglia, ne andò per il regno di Ungheria, il quale per eredità gli perveniva, e lasciò la moglie in Puglia, con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli ancora fanciulli, come nel suo luogo dimostrammo. Acquistò Carlo l’Ungheria; ma poco di poi vi fu morto. Capitolo XXIII Fecesi di quello acquisto, in Firenze, allegrezza solenne, quanta mai in alcuna città per alcuna propria vittoria si facesse: dove la publica e la privata magnificenza si cognobbe, per ciò che molte famiglie a gara con il pubblico festeggiorono. Ma quella che di pompa e di magnificenza superò le altre fu la famiglia degli Alberti, perché gli apparati, l’armeggerie che da quella furono fatte furono non d’una gente privata, ma di qualunque principe degni. Le quali cose accrebbono a quella assai invidia, la quale, aggiunta al sospetto che lo stato aveva di messer Benedetto, fu cagione della sua rovina; per ciò che quelli che governavano non potevono di lui contentarsi, parendo loro che ad ogni ora potesse nascere che, con il favore della Parte, egli ripigliasse la reputazione sua e gli cacciasse della città. E stando in questa dubitazione, occorse che, sendo egli gonfalonieri delle Compagnie, fu tratto gonfaloniere di giustizia messer Filippo Magalotti suo genero: la qual cosa raddoppiò il timore a’ principi dello stato, pensando che a messer Benedetto si aggiugnevono troppe forze e allo stato troppo pericolo. E desiderando sanza tumulto rimediarvi, dettono animo a Bese Magalotti, suo consorte e nimico, che significasse a’ Signori che messer Filippo, mancando del tempo  che  si  richiedeva  ad  esercitare  quel  grado,  non  poteva  né  doveva ottenerlo. Fu la causa intra i Signori esaminata; e parte di loro per odio, parte per levare scandolo, giudicorono messer Filippo a quella degnità inabile. E fu tratto in suo luogo Bardo Mancini, uomo al tutto alla fazione plebea contrario e a messer Benedetto nimicissimo; tanto che, preso il magistrato, creò una balia, la quale, nel ripigliare e riformare lo stato, confinò messer Benedetto Alberti e il restante della famiglia ammunì, eccetto che
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
rebbe quello, che loro la patria perdessero. E perché le opere corrispondessero  alle  parole,  alla  custodia  del  corpo  suo  di  certo  numero  di  armati publicamente providono, acciò che dalle domestiche insidie lo defendessero. Capitolo XI Di poi si prese modo alla guerra, mettendo insieme genti e danari in quella  somma  poterono  maggiore.  Mandorono  per  aiuti,  per  virtù  della lega, al duca di Milano e a’ Viniziani; e poi che il Papa si era dimostro lupo e non pastore, per non essere come colpevoli devorati, con tutti quelli modi potevono la causa loro giustificavano, e tutta la Italia del tradimento fatto contro allo stato loro riempierono, mostrando la impietà del Pontefice e la ingiustizia sua; e come quello pontificato che gli aveva male occupato, male esercitava; poi che gli aveva mandato quelli che alle prime prelature aveva tratti, in compagnia di traditori e parricidi, a commettere tanto tradimento in nel tempio, nel mezzo del divino officio, nella celebrazione del Sacramento; e da poi, perché non gli era successo ammazzare i cittadini, mutare lo stato della loro città e quella a suo modo saccheggiare, la interdiceva e con  le  pontificali  maledizioni  la  minacciava  e  offendeva.  Ma  se  Dio  era giusto, se a Lui le violenzie dispiacevono, gli dovevono quelle di questo suo vicario dispiacere; ed essere contento che gli uomini offesi, non trovando presso a quello luogo, ricorressero a Lui. Per tanto, non che i Fiorentini ricevessero lo interdetto e a quello ubbidissero, ma sforzorono i sacerdoti a celebrare il divino oficio, feciono un concilio, in Firenze, di tutti i prelati toscani che allo imperio loro ubbidivono, nel quale appellorono delle ingiurie  del  Pontefice  al  futuro  Concilio.  Non  mancavano  ancora  al  Papa ragioni da giustificare la causa sua; e per ciò allegava appartenersi ad uno pontefice spegnere le tirannide, opprimere i cattivi, esaltare i buoni; le quali cose ei debbe con ogni opportuno rimedio fare; ma che non è già l’uficio de’ principi seculari detinere i cardinali, impiccare i vescovi, ammazzare, smembrare e strascinare i sacerdoti, gli innocenti e i nocenti sanza alcuna differenzia uccidere. Capitolo XII Non di meno, intra tante querele e accuse, i Fiorentini il Cardinale, ch’eglino avieno in mano, al Pontefice restituirono; il che fece che il Papa, sanza rispetto, con tutte le forze sue e del Re gli assalì. Ed entrati gli duoi
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro ottavo  commesso: non di meno, per conservare i precetti di Dio, era contento concedere loro quel perdono che domandavano; ma che faceva loro intendere come eglino avieno ad ubbidire; e quando eglino rompessero l’ubbidienza, quella libertà che sono stati per perdere ora, e’ perderebbono poi, e giustamente; perché coloro sono meritamente liberi, che nelle buone, non nelle  cattive  opere  si  esercitano;  perché  la  libertà  male  usata  offende  se stessa e altri; e potere stimare poco Iddio e meno la Chiesa non è oficio di uomo libero, ma di sciolto e più al male che al bene inclinato; la cui correzione non solo a’ principi, ma a qualunque cristiano appartiene. Tale che delle cose passate si avevono a dolere di loro, che avevono con le cattive opere dato cagione alla guerra, e con le pessime nutritola, la quale si era spenta più per la benignità d’altri che per i meriti loro. Lessesi poi la formula dello accordo e della benedizione; alla quale il Papa aggiunse, fuori delle cose praticate e ferme che, se i Fiorentini volevono godere il frutto della benedizione,  tenessero  armate,  di  loro  danari,  quindici  galee  tutto  quel tempo che il Turco combattesse il Regno. Dolfonsi assai gli oratori di questo peso, posto sopra allo accordo fatto; né poterono in alcuna parte, per alcuno mezzo o favore, e per alcuna doglienza, alleggerirlo. Ma tornati a Firenze, la Signoria, per fermare questa pace, mandò oratore al Papa messer Guidantonio Vespucci, che di poco tempo innanzi era tornato di Francia. Questi, per la sua prudenza, ridusse ogni cosa a termini sopportabili, e dal Pontefice molte grazie ottenne; il che fu segno di maggiore riconciliazione. Capitolo XXII Avendo per tanto i Fiorentini ferme le loro cose con il Papa, ed essendo libera Siena e loro dalla paura del Re per la partita di Toscana del duca di Calavria, e seguendo la guerra de’ Turchi, strinsono il Re, per ogni verso, alla restituzione delle loro castella le quali il duca di Calavria, partendosi, aveva lasciate nelle mani de’ Sanesi. Donde che quel re dubitava che i Fiorentini, in tanta sua necessità, non si spiccassero da lui, e con il muovere guerra a’ Sanesi gli impedissero gli aiuti che dal Papa e dagli altri Italiani sperava. E per ciò fu contento che le si restituissero, e con nuovi oblighi di nuovo i Fiorentini si obligò: e così la forza e la necessità, non le scritture e gli oblighi, fa osservare a’ principi la fede. Ricevute adunque le castella, e ferma questa nuova confederazione, Lorenzo de’ Medici riacquistò quella riputazione che prima la guerra e di poi la pace, quando del Re si dubitava,
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Il piacere morale è sempre preceduto da un dolore. Dunque il piacer morale nasce dalla speranza. Cos’è speranza? Ella è la probabilità di esistere meglio di quello che ora esisto. Dunque speranza suppone mancanza sentita d’un bene. Dunque suppone un male attuale, un difetto alla nostra felicità. Dunque non posso avere un piacere morale se non supponendomi previamente un male; ché tale debb’essere un difetto, una mancanza sentita alla mia felicità. Analizziamo tranquillamente le sensazioni d’un sovrano. Esso pare agli occhi d’ognuno il centro de’ piaceri, e conseguentemente a chi ricerca di scoprir l’indole de’ piaceri è un oggetto particolarmente degno di osservazione. Figuriamoci un monarca assoluto padrone d’un vastissimo regno, temuto e rispettato dai vicini, glorioso presso le nazioni, amato, venerato da’  suoi  sudditi,  Sarebbe  nella  infelicità  tristissima  di  non  poter  gustare verun piacer morale, se potesse esser persuaso che l’amore, il rispetto, l’entusiasmo del suo popolo non sono suscettibili d’un grado di più, e se non temesse di perdere il godimento di questi beni. Un monarca che fosse immortale, impassibile e sicuro possessore di questi beni sarebbe il solo uomo sulla terra al quale nessun altro uomo potrebbe mai portare verun fausto annunzio. La sola sorgente per lui dei piaceri morali, benché languidi e scoloriti, sarebbe la sua noia medesima. Gli oggetti che gli facessero sperare di sottrarsi da quella letargica uniformità, gli darebbero un momento di languidissimo piacere. Così il romore d’una caccia, l’armonia, la pompa, le passioni, il ridicolo d’un teatro, facendogli sperare una preda, e interessandolo nei sentimenti degli attori, e appropriandosi le loro speranze, possono trarlo ad una esistenza meno noiosa. Egli otterrà che per qualche ora in séguito la sua mente sia occupata d’idee meno uniformi; quindi ne nascerà qualche piacer morale. Ma a questo stato non può giugner mai un monarca. Egli non può mai esser sicuro dai mali fisici, dolori, malattie, morte; nemmeno può aver egli l’evidenza degl’intimi sentimenti di ciascun del suo popolo; quindi ha sempre nel suo animo de’ principî dolorosi di timore, i quali possono dar luogo al nascimento della consolatrice speranza. Altra sorgente di piacere ha un buon monarca, ed è quel ben augurato principio di  umana  benevolenza,  deliziosa  occupazione  d’un  ottimo  principe,  che esercitando la più invidiabile parte del suo potere, cioè adoperando i mezzi onde  si  diminuisce  la  miseria  di  un  gran  numero  d’uomini,  con  questa 12 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri
11 Tommaso Campanella   La Città del Sole � fanciulli qui si esercitano all’alfabeto, a caminare, correre, lottare ed alle figure istoriate; ed han vesti di color vario e bello. Alli sette anni si donano alle scienze naturali, e poi all’altre, secondo pare agli offiziali, e poi si mettono in meccanica. Ma li figli di poco valore si mandano alle ville, e, quando riescono, poi si riducono alla città. Ma per lo più, sendo generati nella medesima costellazione, li contemporanei son di virtù consimili e di fattezze e di costumi. E questa è concordia stabile nella republica, e s’amano grandemente ed aiutano l’un l’altro. Li nomi loro non si mettono a caso, ma dal Metafisico, secondo la proprietà, come usavan li Romani: onde altri si chiamano il Bello, altri il Nasuto, altri il Peduto, altri Bieco, altri Crasso, ecc.; ma quando poi diventano valenti nell’arte loro o fanno qualche prova in guerra, s’aggiunge il cognome dall’arte, come Pittor Magno, Aureo, Eccellente, Gagliardo, dicendo: Crasso Aureo, ecc.; o pur dall’atto dicendo: Crasso Forte, Astuto, Vincitore,  Magno,  Massimo,  ecc.,  e  dal  nemico  vinto,  come  Africano, Asiano, Tosco, ecc.; Manfredi, Tortelio dall’aver superato Manfredi o Tortelio o simili altri. E questi cognomi s’aggiungono dall’offiziali grandi, e si donano con una corona conveniente all’atto o arte sua, con applauso e musica. E si vanno a perdere per questi applausi, perché oro ed argento non si stima, se non come materia di vasi o di guarnimenti communi a tutti. Ospitalario. Genovese. Non ci è gelosia tra loro o dolore a chi non sia fatto generatore o quel che ambisce? Signor no, perché a nullo manca il necessario loro quanto al gusto; e la generazione è osservata religiosamente per ben publico, non privato, ed è bisogno stare al dettodell’offiziali. Platone disse che si dovean gabbare li pretendenti a belle donne immeritamente, con far uscir la sorte destramente secondo il merito; il che qui non bisogna far con inganno di ballotte per contentarsi delle brutte i brutti, perché tra loro non ci è bruttezza; ché, esercitandosi esse donne, diventano di color vivo e di membra forti e grandi, e nella gagliardia e vivezza e grandezza consiste la beltà appresso a loro. Però è pena della vita imbellettarsi la faccia, o portar pianelle, o vesti con le code per coprir i piedi di legno; ma non averìano commodità manco di far questo, perché chi ci li darìa? E dicono che questo abuso in noi viene dall’ozio delle donne, che le fa scolorite e fiacche e piccole; e però han bisogno di colori ed alte pianelle, e di farsi belle per tenerezza, e così guastano la propria complessione e della prole. Di più, s’uno s’innamora di qualche donna, è lecito tra loro parlare, far versi, scherzi, imprese di fiori e di piante. Ma se si guasta la generazione, in nullo modo si dispensa tra loro il coito, se non quando ella è pregna o sterile. Però non si conosce tra loro se non amor d’amicizia per lo più, non di concupiscenza ardente. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Citta del Sole di Tommaso Campanella
Né a tutti gli occhi paion belle egualmente le cose vedute. Non paiono. E così diremo delle cose le quali sono odorate o toccate. Parimente. E  peraventura  il  gusto  o  altro  sentimento,  esercitandosi  intorno  alcuno obietto, s’ammaestra, e si fa dotto: né tutti i palati distinguono la differenza de’ sapori così esquisitamente. Non distinguono. Il gusto dunque di coloro, i quali spesso han letto e riletto, approvato e riprovato, lodato e rilodato i migliori scrittori, sarà giudice della bellezza delle parole, non quello del popolo Fiorentino. Così mi par ragione. E s’egli ricusa il Bembo come veneziano, o ‘l Molza come modonese, e tanti Lombardi  degni  di  stima,  non  dovrebbe  rifiutar  il  Casa,  che  nacque  in Fiorenza, e fu nello stile più simile a Veneziani che a’ Fiorentini, se pur tra’ Fiorentini non s’annoverasse il Petrarca, com’io sempre l’ho annoverato. Non sarebbe ragione ch’egli rifiutasse questo giudice, poi ch’a suo nipote è dirizzata l’opera. Ma non essendo vivo, chi faremo giudice della bellezza delle parole, del modo del favellare e della legatura? I simili a lui nel giudizio dovranno giudicare, o siano in Fiorenza, o in altra parte. Ed io volontieri a questi giudici mi sottopongo, quantunque niuna lite abbia con l’Ariosto, e niuna contesa. I seguaci di monsignor da la Casa non sono ancora estinti: laonde, se pur doveste litigare, non vi mancherebbono giudici. Tacciamo delle parole appastricciate, perché o bastava il suono a fargliele parere spiacevoli, o non bastava. Doveva bastare, s’erano spiacevoli. Dunque  non  era  necessario  congiungerle  in  quella  guisa  e  confonder  la scrittura. Non era.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Mi si dirà che, o buono sia o cattivo il principio, a ogni modo il sagrificar la propria vita, il mantenere la data fede a costo di essa, l’esporla per vendicare le ingiurie private, tutto ciò suppone pur sempre una somma virtù. Nè io imprendo stoltamente a negare, che nelle tirannidi vi sia moltissima gente capace  di  virtù,  e  nata  per  esercitarla:  piango  solamente  in  me  stesso  di vederla  falsamente  adoprarsi  nel  sostenere,  e  difendere  il  vizio,  e  quindi nello  snaturare,  e  distruggere  se  stessa.  E  niuno  politico  scrittore  ardirà certamente chiamare virtù uno sforzo, ancorchè massimamente sublime, da cui, in vece del pubblico bene, ne debba poi ridondare un male per tutti, e la prolungazione del pubblico danno. Ora, perchè dunque quella stessa vita, che tanti e sì fatti uomini ripieni di falso onore vanno così prodigamente spendendo pel tiranno, perchè quella vita stessa non vien ella da loro sagrificata, con più ragione e con ugual virtù, per togliere a colui la tirannide? E quel valore inutile (poichè non ne ridonda alcun bene) quell’efferato valore, con cui nelle tirannidi si vendicano le private offese, perchè non si adopera tutto contro al tiranno, che tutti, e in più supremo grado, non cessa pur mai un momento di offendere? E quella fede che così ostinatamente cieca si osserva verso il nemico di tutti, perchè, con egual pertinacia e con più illuminata virtù, non si giura ella ed osserva inverso i sacri ed infranti diritti dell’uomo? Nelle tirannidi dunque, a tal segno ridotti son gl’individui, che, qualunque impulso dalla natura abbiano ricevuto all’operar cose grandi, essi edificano pur sempre sul falso, ogniqualvolta non sanno o non osano calpestare il moderno onore, e riassumere l’antico.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Delle tirannidi asiatiche, paragonate coll’europee Pare,  che  molte  tirannidi  d’oriente  smentiscano  quanto  ho  detto  finora circa  alla  necessità  dei  nobili  inerente  all’essenza  della  tirannide;  non  vi essendo in esse alcuna nobiltà ereditaria; nè ammettendo esse a prima vista altra distinzione di ordini, che un signor solo e tutti gli altri servi egualmente. E,  a  dir  vero,  l’Asia  in  ogni  tempo  non  solo  non  conobbe  libertà,  ma soggiacque  quasi  sempre  tutta  a  tirannidi  inaudite,  esercitate  in  regioni vastissime; in cui non si scorge nessun viver civile, nessuna stabilità, e nessune leggi, che non soggiacciano al capriccio del tiranno, eccettuatene tuttavia le religiose. Ma io, con tutto ciò, non dispero di poter dimostrare che la tirannide in ogni tempo e luogo è tirannide; e che usando ella gli stessi mezzi per mantenersi, produce, ancorchè sotto diverso aspetto, gli stessissimi effetti. Non esaminerò perchè siano tali i popoli dell’oriente; le ragioni, che riuscirebbero assai più congetturali che dimostrative, o ne sono state assegnate, o lo verranno da altri più dotti e profondi che non son io. Ma, partendo dal dato, io dico; che la paura, la milizia, e la religione, innegabilmente sono esse pure le tre basi e molle delle tirannidi asiatiche, come delle europee; e che sono esse il più saldo appoggio di quelli e di questi tiranni. Il falso onore, di cui ampiamente ho parlato, non pare da prima occupare alcun luogo nella mente e nel cuore degli orientali; ma pure, se bene si esamina, si vedrà che lo conoscono anch’essi e lo praticano. Per quei popoli il tiranno è un articolo vero di fede; essi tengono la religione assai più in pregio di noi: quindi in tutto ciò che spetta all’uno o all’altra dimostrano d’avere moltissimo onore. Non ci è esempio di maomettani che si facciano cristiani come tutto dì v’è esempio di cristiani che rinnegano. In tal modo, a tutto ciò che la nobiltà ereditaria, e la milizia perpetua (quali le abbiamo in Europa) potrebbero operare di più in favore delle orientali tirannidi, vi suppliscono dunque ampiamente le asiatiche religioni; e massime la maomettana, ch’è più creduta, più osservata, e assai più potente ancora, che non lo sia oramai in nessun luogo la nostra. Ma, ancorchè la nobiltà ereditaria non sussista in gran parte d’oriente (toltine però la Cina, il Giappone, e molti stati dell’Indie, il che certamente non è picciola parte dell’Asia) nondimeno nei paesi maomettani gli strumenti principali della tirannide sono, come nella cristianità, i sacerdoti, i capi della milizia, i governatori delle provincie, e i barbassori di corte: e costoro tutti, benchè non vi siano nati nobili, si debbono pure riputare come una classe, che essendo più che il popolo e meno che il tiranno, e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Seconda stampa di sei altre tragedie. Varie censure delle quattro stampate prima. Risposta alla lettera del Calsabigi. Verso i primi d’agosto, partito di Milano, mi volli restituire in Toscana. Ci venni per la bellissima e pittoresca via nuova di Modena, che riesce a Pistoia. Nel far questa strada, tentai per la prima volta di sfogare anche alquanto il mio ben giusto fiele poetico, in alcuni epigrammi. Io era intimamente persuaso, che se degli epigrammi satirici, taglienti, e mordenti, non avevamo nella nostra lingua, non era certo colpa sua; ch’ella ha ben denti, ed ugne, e saette, e feroce brevità, quanto e più ch’altra lingua mai l’abbia, o le avesse. I pedanti fiorentini, verso i quali io veniva scendendo a gran passi nell’avvicinarmi a Pistoia, mi prestavano un ricco soggetto per esercitarmi un pochino in quell’arte novella. Mi trattenni alcuni giorni in Firenze,  e  visitai  alcuni  di  essi,  mascheratomi  da  agnello,  per  cavarne  o lumi, o risate. Ma essendo quasi impossibile il primo lucro, ne ritrassi in copia il secondo. Modestamente quei barbassori mi lasciarono, anzi mi fecero chiaramente intendere: che se io prima di stampare avessi fatto correggere  il  mio  manoscritto  da  loro,  avrei  scritto  bene.  Ed  altre  sì  fatte  mal confettate impertinenze mi dissero. M’informai pazientemente, se circa alla purità  ed  analogia  delle  parole,  e  se  circa  alla  sacrosanta  grammatica,  io avessi veramente solecizzato, o barbarizzato, o smetrizzato. Ed in questo pure,  non  sapendo  essi  pienamente  l’arte  loro,  non  mi  seppero  additare niuna di queste tre macchie nel mio stampato, individuandone il luogo; abbenché pur vi fossero qualche sgrammaticature; ma essi non le conoscevano. Si appagarono dunque di appormi delle parole, dissero essi, antiquate; e dei modi insoliti, troppo brevi, ed oscuri, e duri all’orecchio. Arricchito io in tal guisa di sì peregrine notizie, addottrinato e illuminato nell’arte tragica da sì cospicui maestri, me ne tornai a Siena. Quivi mi determinai, sì per occuparmi sforzatamente, che per divagarmi dai miei dolorosi pensieri, di proseguirvi sotto i miei occhi la stampa delle tragedie. Nel riferire io poi all’amico le notizie ed i lumi ch’io era andato ricavando dai nostri diversi oracoli italiani, e massimamente dai fiorentini e pisani, noi gustammo un pocolino di commedia, prima di accingerci a far di nuovo rider coloro a spese delle nostre ulteriori tragedie. Caldamente, ma con troppa fretta, mi avviai a stampare, onde in tutto settembre, cioè in meno di due mesi, uscirono in luce le sei tragedie in due tomi, che giunti al primo di quattro,
Vita di Vittorio Alfieri