esecrazione

[e-ʃe-cra-zió-ne]
In sintesi
sentimento di repulsione e di condanna
← dal lat. exsecratiōne(m), deriv. di exsecrāri ‘esecrare’.
1
Azione e risultato dell'esecrare; aborrimento, abominazione: un delitto degno di e.; avere in e. qualcuno, qualcosa
2
Persona esecrata: è l'e. di tutti gli onesti

Citazioni
non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d’intraprese, d’appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare.” Federigo si mise in attenzione; e l’innominato raccontò brevemente, ma con parole d’esecrazione anche più forti di quelle che abbiamo adoprato noi, la prepotenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della poverina, e come aveva implorato, e la smania che quell’implorare aveva messa addosso a lui, e come essa era ancor nel castello... “Ah, non perdiam tempo!” esclamò Federigo, ansante di pietà e di sollecitudine. “Beato voi! Questo è pegno del perdono di Dio! far che possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di rovina. Dio vi benedica!  Dio  v’ha  benedetto!  Sapete  di  dove  sia  questa  povera  nostra travagliata?” Il signore nominò il paese di Lucia. “Non è lontano di qui,” disse il cardinale: “lodato sia Dio; e probabilmente...” Così dicendo, corse a un tavolino, e scosse un campanello. E subito entrò con ansietà il cappellano crocifero, e per la prima cosa, guardò l’innominato; e vista quella faccia mutata, e quegli occhi rossi di pianto, guardò il cardinale; e sotto quell’inalterabile compostezza, scorgendogli in volto come un grave contento, e una premura quasi impaziente, era per rimanere estatico con la bocca aperta, se il cardinale non l’avesse subito svegliato da quella contemplazione, domandandogli se, tra i parrochi radunati lì, si trovasse quello di ***. “C’è, monsignore illustrissimo,” rispose il cappellano. “Fatelo venir subito,” disse Federigo, “e con lui il parroco qui della chiesa.” Il cappellano uscì, e andò nella stanza dov’eran que’ preti riuniti: tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con la bocca tuttavia aperta, col viso ancor tutto dipinto di quell’estasi, alzando le mani, e movendole per aria, disse: “signori! signori! haec mutatio dexterae Excelsi”. E stette un momento senza dir altro. Poi, ripreso il tono e la voce della carica, soggiunse: “sua signoria illustrissima e reverendissima vuole il signor curato della parrocchia, e il signor curato di ***”. Il primo chiamato venne subito avanti, e nello stesso tempo, uscì di mezzo alla folla un: “io?” strascicato, con un’intonazione di maraviglia. “Non è lei il signor curato di ***?” riprese il cappellano.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
L’auditore corse, con la sbirraglia, alla casa del Mora, e lo trovarono in bottega. Ecco un altro reo che non pensava a fuggire, né a nascondersi, benché il suo complice fosse in prigione da quattro giorni. C’era con lui un suo figliuolo; e l’auditore ordinò che fossero arrestati tutt’e due. Il Verri, spogliando i libri parrocchiali di San Lorenzo, trovò che l’infelice barbiere poteva avere anche tre figlie; una di quattordici anni, una di dodici, una che aveva appena finiti i sei. Ed è bello il vedere un uomo ricco, nobile, celebre, in carica, prendersi questa cura di scavar le memorie d’una famiglia povera, oscura, dimenticata: che dico? infame; e in mezzo a una posterità, erede cieca e tenace della stolta esecrazione degli avi, cercar nuovi oggetti a una compassion generosa e sapiente. Certo, non è cosa ragionevole l’opporre la compassione alla giustizia, la quale deve punire anche quando è costretta a compiangere, e non sarebbe giustizia se volesse condonar le pene de’ colpevoli al dolore degl’innocenti. Ma contro la violenza e la frode, la compassione è una ragione anch’essa. E se non fossero state che quelle prime angosce d’una moglie e d’una madre, quella rivelazione d’un così nuovo spavento, e d’un così nuovo cordoglio a bambine che vedevano metter le mani addosso al loro padre, al fratello, legarli, trattarli come scellerati; sarebbe un carico terribile contro coloro, i quali non avevano dalla giustizia il dovere, e nemmeno dalla legge il permesso di venire a ciò. Ché, anche per procedere alla cattura, ci volevano naturalmente degl’indizi. E qui non c’era né fama, né fuga, né querela d’un offeso, né accusa di persona degna di fede, né deposizion di testimoni; non c’era alcun corpo di delitto; non c’era altro che il detto d’un supposto complice. E perché un detto tale, che non aveva per sé valor di sorte alcuna, potesse dare al giudice la facoltà di procedere, eran necessarie molte condizioni. Più d’una essenziale, avremo occasion di vedere che non fu osservata; e si potrebbe facilmente dimostrarlo di molt’altre. Ma non ce n’è bisogno; perché, quand’anche fossero state adempite tutte a un puntino, c’era in questo caso una circostanza che rendeva l’accusa radicalmente e insanabilmente nulla: l’essere stata fatta in conseguenza d’una promessa d’impunità. “A chi rivela per la speranza dell’impunità, o concessa dalla legge, o promessa dal giudice, non si crede nulla contro i nominati”, dice il Farinacci. E il Bossi: “si può opporre al testimonio che quel che ha detto, l’abbia detto per essergli stata promessa l’impunità... mentre un testimonio deve parlar sinceramente, e non per la speranza d’un vantaggio... E questo vale anche ne’ casi in cui, per altre ragioni, si può fare
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
tole che aveva fatto prender da de’ ragazzi, per comporne un medicamento di que’ tempi (domande alle quali soddisfece come un uomo che non ha nulla da nascondere né da inventare), gli metton lì i pezzi di quella carta che aveva stracciata nell’atto della visita. La riconosco, disse, per quella scrittura che io strazziai inavertentamente; et si potranno li pezzetti congregar insieme, per veder la continenza, et mi verrà ancora a memoria da chi mi sij stata data. Passaron poi a fargli un’interrogazione di questa sorte: in che modo, non havendo più che tanta amicitia con il detto Commissario chiamato Gulielmo Piazza, come ha detto nel precedente suo esame, esso Commissario  con  tanta  libertà  gli  ricercò  il  suddetto  vaso  di  preservativo;  et  lui Constituto, con tanta libertà et prestezza, si offerse di darglielo, et l’interpellò di andarlo a pigliare, come nell’altro suo esame ha deposto. Ecco che torna in campo la misura stretta della verisimiglianza. Quando il Piazza asserì per la prima volta, che il barbiere, suo amico di bon dì e bon anno, con quella medesima libertà e prestezza, gli aveva offerto un vasetto per far morire la gente, non gli fecero difficoltà; la fanno a chi asserisce che si trattava d’un rimedio. Eppure, si devono naturalmente usar meno riguardi nel cercare un complice necessario a una contravvenzion leggiera, e per una cosa in sé onestissima, che a cercarlo, senza necessità, per un attentato pericoloso quanto esecrabile: e non è questa una scoperta che si sia fatta in questi due ultimi secoli. Non era l’uomo del secento che ragionava così alla rovescia: era l’uomo della passione. Il Mora rispose: io lo feci per l’interesse. Gli domandano poi se conosce quelli che il Piazza aveva nominati; risponde che li conosce, ma non è loro amico, perché son certa gente da lasciarli  fare  il  fatto  suo.  Gli  domandano  se  sa  chi  avesse  fatto quell’imbrattamento di tutta la città; risponde di no. Se sa da chi il commissario abbia avuto l’unguento per unger le muraglie: risponde ancora di no. Gli domandan finalmente: se sa che persona alcuna, con offerta de danari, habbi ricercato il detto Commissario ad ontar le muraglie della Vedra de’ Cittadini, et che per così fare, li habbi poi dato un vasetto di vetro con dentro tal onto. Rispose, chinando la testa, e abbassando la voce (flectens caput, et submissa voce): non so niente. Forse soltanto allora cominciava a vedere a che strano e orribil fine potesse riuscire quel rigirìo di domande. E chi sa in che maniera sarà stata fatta questa da coloro, che, incerti, volere o non volere, della loro scoperta,
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
mazione d’una tal sentenza, confermare, anzi allargare le loro confessioni, e per la forza delle cagioni medesime che gliele avevano estorte. La speranza non ancora estinta di sfuggir la morte, e una tal morte, la violenza di tormenti, che quella mostruosa sentenza farebbe quasi chiamar leggieri, ma presenti e evitabili, li fecero, e ripeter le menzogne di prima, e nominar nuove persone. Così, con la loro impunità, e con la loro tortura, riuscivan que’ giudici, non solo a fare atrocemente morir degl’innocenti, ma, per quanto dipendeva da loro, a farli morir colpevoli. Nelle difese del Padilla, si trovano, ed è un sollievo, le proteste che fecero della loro e dell’altrui innocenza, appena furono affatto certi di dover morire, e di non dover più rispondere. Quel capitano citato poco fa, depose che, trovandosi vicino alla cappella dov’era stato messo il Piazza, lo sentì che “strepitava, et diceva che moriva al torto, et che era stato assassinato sotto promessa”, e rifiutava il ministero di due cappuccini venuti per disporlo a morir cristianamente. “Et in quanto a me,” soggiunge, “m’accorgei che lui haveva speranza che si dovesse retrattare la sua causa... et andai dal detto Commissario, pensando di far atto di carità col persuaderlo a disporsi a ben morire in gratia di Dio; come in effetto posso dire che mi riuscì; poiché li Padri non toccorono il punto che toccai io, qual fu che l’accertai di non haver mai visto, né sentito dire che il Senato retrattasse cause simili, dopo seguita la condanna... Finalmente tanto dissi, che s’acquietò... et doppo che fu acquietato, diede alcuni sospiri, et poi disse come haveva dato fuori indebitamente molti innocenti.” Tanto lui, quanto il Mora, fecero poi stendere dai religiosi che gli assistevano una ritrattazion formale di tutte l’accuse che la speranza o il dolore gli avevano estorte. L’uno e l’altro sopportarono quel lungo supplizio, quella serie e varietà di supplizi, con una forza che, in uomini vinti tante volte dal timor della morte e dal dolore; in uomini i quali morivan vittime, non di qualche gran causa, ma d’un miserabile accidente, d’un errore sciocco, di facili e basse frodi; in uomini che, diventando infami, rimanevano oscuri, e all’esecrazion pubblica non avevan da opporre altro che il sentimento d’un’innocenza volgare, non creduta, rinnegata tante volte da loro medesimi; in uomini (fa male il pensarci, ma si può egli non pensarci?) che avevano una famiglia, moglie, figliuoli, non si saprebbe intendere, se non si sapesse che fu rassegnazione: quel dono che, nell’ingiustizia degli uomini, fa veder la giustizia di Dio, e nelle pene, qualunque siano, la caparra, non solo del perdono, ma del premio. L’uno e l’altro non cessaron di dire,
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
«Brava!» ripresi io. «Tu sei scrupolosa cristiana e deferisci agli uomini quel supremo ministero di giustizia che Dio ha riserbato a se stesso!... I figliuoli poi non so da qual legge di carità sieno messi in grado di giudicare e punire le colpe dei padri!» «Non dico questo,» mormorò l’Aquilina «ma Dio può ben permettere che il dottor Ormenta ignori le strettezze di suo padre, perché questi sia castigato anche durante il pellegrinaggio terreno delle sue ribalderie!...» «Benissimo!» ripigliai «ma io certo non vorrei avere sulla coscienza quest’ignoranza!» Infatti il vecchio Ormenta morì pochi giorni dopo accompagnato dalla generale esecrazione; ma se vi fu sentimento che vincesse in veemenza e in universalità quell’odio postumo contro di lui, esso fu certamente quello che sorse nel cuore di tutti contro l’ingratitudine e l’empietà di suo figlio che contrattò egli stesso le spese del funerale, adì l’eredità col benefizio dell’inventario, e rifiutò la mercede al medico perché il passivo fu trovato maggiore dell’attivo. Nonostante i diverbi fra me e mia moglie su questo od altri argomenti consimili si ripetevano sempre più spessi e finirono col guastare d’assai la nostra pace. Se io non m’avessi ridotto a mente le ultime raccomandazioni della Pisana, forse saremmo venuti a qualche grosso guaio; ma tirava innanzi con pazienza e forse con maggior indulgenza che non convenisse alla mia qualità di padre, perché della soverchia balìa lasciata in allora all’Aquilina sopra i figliuoli, dovetti pentirmi in appresso e indurarne rimorsi tanto più acuti quanto più vani e tardivi. La piccola Pisana pigliava su quelle maniere solite dei torcicolli che rendono sospette e spiacevoli perfino le virtù, e Giulio accarezzato e vezzeggiato dai maestri cresceva sempre in superbia, ed era oggimai tanto presuntuoso da non si sapere come persuaderlo ch’egli avesse fallato. Io capiva benissimo dove lo potevano condurre quei difettacci; ché adulandolo e lusingandolo un pochino ognuno lo avrebbe piegato a qualunque porcheria, ed egli avrebbe sempre creduto di essere dalla parte della ragione. Ma quanto al correggere queste male pieghe io la mandava dall’oggi in domane; anche perché non voleva angustiare la loro madre, e sperava che da un giorno all’altro ella avrebbe aperto gli occhi sul loro conto. Per esempio a me non sapeva bene che ogni loro moralità si appoggiasse ciecamente all’autorità, dicendo che a quel modo dovevano fare perché così era comandato. Avrei voluto aggiungere che così era comandato, perché appunto la ragione l’ordine sociale e la coscienza inducevano la necessità di quei coman-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Agamennone, Calcante, Araldo Aiace re de’ Salamini. Agamennone, Calcante In volto mi vedrai l’onta del dolor, tu solo. Trema, piangimi, esecrami, e obbedisci. Calcante ... Gli prorompean le lagrime! - Ma dentro l’ambizion co’ suoi rimorsi ei pasce; misero! - e il cielo provocando, il teme. Calcante, Aiace, Guerrieri A che sì cinto di guerrier t’appressi al padiglion del sommo duce? È tenda o reggia questa? Ecco novelli armati minacciar dalla soglia. Omai non deggio venir, qual pria guerrier sommesso, a duce che barbarico fasto, e d’assoluto signore i modi assume. Odami dunque qui favellar da re. E andrai tu, o figlio, attraverso il civil sangue a ritorti l’armi che forse... nè a te solo ei niega? Che la vittoria al sovrumano Ettorre il mio brando rapisse, e ch’ei mi basti ho testimoni i Greci, i Teucri e il sole. Ma d’un eroe l’eterna ombra e le spoglie, per cenno degli Dei, reputa il campo
Aiace di Ugo Foscolo
O forsennati, forsennati! io veggio l’inespiata ira d’Iddio chiamarvi a scontar con novelle orride colpe le iniquità de’ padri. Entro quell’urne voi le mani sacrileghe cacciando sangue e fiele mescete all’esecrate ceneri. - O Agamennon! gli avi tuoi crudi e gli Dei che tu provochi, al tuo letto vigili stanno; e tu li vedi; e serpe negli occhi tuoi fra le lagrime il sonno finchè il terror ti desti. Empio non sei; ebbro d’orgoglio sei. Della tua vera gloria deh! ascondi il tumulo d’Atreo; con le regali tue virtù la terra consola; e il cielo alfin placa e te stesso. E tu, mio figlio (o a me più assai che figlio!) obbliar vuoi che sei mortale; alzarti oltre la inferma, sventurata, cieca nostra natura? Splendida si mostra virtù; ma i petti umani arde funestaè più schietta; e appena un raggio scende tra noi. S’innalza; già tutta rapita al ciel l’hai tu; già del tuo lume splende l’universo... Mi stride dall’Olimpo la folgore, e l’obblio teco e la lunga notte travolve chi agli Dei s’agguaglia. Ma che parlo? Feroci i lumi al suolo questi crudeli fuggono. Tu indarno morente quasi dal marito implori pietà, e le voci ti soffoca il pianto. Qui presso è un colle ed un altar... Mi segui.
Aiace di Ugo Foscolo
Calcante, Tecmessa, Donzelle frigie Fuggi, misera... Scendi. Ahi! Dall’orrendo spettacolo, voi donne, a piè dei colle sottraetela. Il foco ahi! li divora. E ripercosse quelle fiamme io sento sovra il mio volto. - O padre mio!... beato re di beati popoli ti vidi: chi ti strappò la tua corona? Aiace struggea la sede de’ tuoi numi; Aiace t’incatenò: pianse il crudele; e a Greci ti strascinò di cenere cosperso nè mi fe’ moglie sua, nè ti difende che ad innasprir contro di noi l’iniqua insanguinata alma d’Atride... - O Aiace tu almen ti salva dall’incendio. Invano spegnerlo vuoi; vidi crollar fumando il carcere de’ miei; io con questi occhi dagli armati carnefici in quel rogo vidi scagliar vivo co’ figli il padre... Ohimè! spirano ardendo... ed esecrando la lor sorella. O padre mio, mio padre non maledirmi tu. Ma, e voi... non siete misere dunque al par di me? me sola piangete forse?... E che? pianger potete! Meco tornate su quell’erta: udremo delle vittime i gemiti: il mio padre mi chiama... io manco... - o terra, ecco io t’abbraccio; coprimi. Aiace, vien; mira la tua moglie prostesa ove tu dianzi il forte provocavi, o superbo, ed obbliasti ch’io periva... Ma posso io non amarti? Morir poss’io finchè il tuo figlio vive? -
Aiace di Ugo Foscolo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ugo Foscolo   Aiace   Atto quinto 35 40 Mi sospettano i Tessali, esecrando Teucro insieme e gli Atridi; e le funeste armi d’Achille chiedono a recarle al patrio lido, e abbandonar gli Argivi all’Iliaca vendetta. Unico il sire de’ Locri, ancor fido mi resta... ah forse il mio verace unico amico è oppresso! Che regi e plebe e numi affronta. - Omai che fia non so: tutti siam noi traditi. E solo tu, forse tu solo... O morte! Vieni. Tu va... deh! spento è il nostro sangue se tardi. E tu?... Io? - vado ove andar deggio: tu starai forse senza me gran tempo. Gran tempo!... Aiace... tu d’una regina felice un dì, misera poscia, spesso tu mi parlavi lagrimando, e il tuo cuore accusando, che canuta e assisa su le tombe de’ suoi, l’abbandonasti sordo a’ suoi lunghi prieghi. Era tua madre quella regina; e ancor vive e t’aspetta, e sventurato t’amerà, e con noi lagrimerà di men amaro pianto. A crescer meco disumano il nostro figlio da te, deh! non impari. Torna meco al tuo regno. Ahi! se tu mai non torni, me d’ogni tua sciagura incolperanno i genitori tuoi; della straniera figlio fia detto il figlio tuo... - Qui teco ch’io resti almen: nè ricordar m’udrai ch’io per te più non ho padre e fratelli; te piangerò, te seguirò sotterra.
Aiace di Ugo Foscolo
Tecmessa, Calcante, Teucro, Aiace, Guerrieri È perduto! - e ogni soccorso è vano. Dal suol ripiglia il ferro tuo... mi svena, o fratricida; e nell’onde il mio figlio insegui, e sovra il padre suo lo svena. 5 O morte!... amara or sei... Ah! Ahi! chi t’uccide, o sposo mio...? Deh!... statti... 10 Ohimè! sul brando si sorregge e vacilla. - O Aiace mio vieni; sul petto mio spira... io ti seguo. Ah!... - del mio cor la via... non trovò il ferro. E a tanto lutto or qui rimani... - L’elmo lasciami, armato io morirò... Il mio scudo serba al mio figlio... Ah!... non obblii che è mio figlio... ma troppo nol rammenti... - E dove mi posi tu?... Questo è d’Atride il seggio. Nè a me un guardo rivolge... O mio fratello, non esecrarmi! Laverò col mio sangue le tue ferite; io che t’uccisi e per salvar gl’ingrati Achei. Gli hai salvi! Tu!... o mi deludi anche sull’urna?... Or dove eri?... e quai genti ti seguian? 25 Gran turba di prigioni, e d’Ulisse eran le squadre. Meco ei dovea sul monte Ida mostrarsi a sviar verso noi l’armi nemiche mentre alle rocche tu co’ Greci avresti dato l’assalto. Ah!... Ben nell’empia pugna pochi scontrai degli Itacensi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Aiace di Ugo Foscolo
Trattanto i Lici prigionier, cogliendo i nostri dardi, tentano la fuga; li cinge Ulisse, e a’ popoli che omai accorrean con gli Atridi: “Ecco, gridava, ecco quali armi il traditor notturno traea contro voi tutti” - Gl’Itacensi la calunnia ripetono, e la plebe liberatore Ulisse acclama; e tolte l’armi d’Achille dall’altar, ne veste quel traditor, che anelante ed esangue non domo ancor dalle ferite esulta. L’empio nei nembi ravvolgete, o venti! Deserta il pianga la sua casa! All’empio, o mari, le carpite armi togliete! Recatele alla sacra urna d’Aiace! Al tuo fratel gl’iniqui dubbi, o mio Teucro, perdona... reggimi, Tecmessa, ch’io l’abbracci. - O fratello! io non ti lascio esecrandoti... io più vile non moro... E tu sei salvo. Mi togliea dall’empie spade il sire de’ Locri; ei la tua fama difende ancor,... e il delirante volgo disingannar solo potea Calcante. Ma qui, mia scorta io il trassi... Ohimè! salvarti più non poss’io. - O Salamini, o soli di tanti forti, o sciagurati avanzi, chi più vi resta omai? viver degg’io? Morite almen col nostro re; struggete la tenda e il trono del tiranno.
Aiace di Ugo Foscolo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ugo Foscolo   Le ultime lettere di Iacopo Ortis   Parte prima amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’ nostri campi onde liberare l’Italia! Ma i francesi che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro nostro? – Moltissimi intanto si fidano nel Giovine Eroe nato di sangue italiano; nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e crudele non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace? Sì; basso e crudele – nè gli epiteti sono esagerati. A che non ha egli venduto Venezia con aperta e generosa ferocia? Selim I che fece scannare sul Nilo trenta mila guerrieri Circassi arresisi alla sua fede, e Nadir Schah che nel nostro secolo trucidò trecento mila Indiani, sono più atroci, bensì meno spregevoli. Vidi con gli occhi miei una costituzione democratica postillata dal Giovine Eroe, postillata di mano sua, e mandata da Passeriano a Venezia perchè s’accettasse; e il trattato di Campo Formio era già da più giorni firmato e Venezia era trafficata; e la fiducia che l’Eroe nutriva in noi tutti ha riempito l’Italia di proscrizioni, d’emigrazioni, e d’esilii. – Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende. Nasce italiano, e soccorrerà un giorno alla patria.: – altri sel creda; io risposi, e risponderò sempre: La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno non guarda a patria; e non l’ha. Alcuni altri de’ nostri, veggendo le piaghe d’Italia, vanno pur predicando doversi sanarle co’ rimedi estremi necessari alla libertà. Ben è vero, l’Italia ha preti e frati; non già sacerdoti: perchè dove la religione non è inviscerata nelle leggi e ne’ costumi d’un popolo, l’amministrazione del culto è bottega. L’Italia ha de’ titolati quanti ne vuoi; ma non ha propriamente patrizj: da che i patrizj difendono con una mano la repubblica in guerra, e con l’altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de’ nobili è il non fare e il non sapere mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non già cittadini; o pochissimi. I medici, gli avvocati, i professori d’università, i letterati, i ricchi mercatanti, l’innumerabile schiera degl’impiegati fanno arti gentili, essi dicono, e cittadinesche; non però hanno nerbo e diritto cittadinesco. Chiunque si guadagna sia pane, sia gemme con l’industria sua personale, e non è padrone di terre, non è se non parte di plebe; meno misera, non già meno serva. Terra senza abitatori può stare; popolo senza terra, non mai: quindi i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
chire l’uno, spogliarono l’altro; divoratosi il povero Olivo fra le cabale del foro anche quel poco che gli rimanea. Moralizzava su questo giovine stravagante che ricusò i soccorsi di suo fratello, e invece di placarselo, lo inasprì sempre più. – Sì sì, lo interruppi, se suo fratello non ha potuto essere giusto, Olivo non doveva essere vile. Tristo colui che ritira il suo cuore dai consigli e dal compianto dell’amicizia, e sdegna i mutui sospiri della pietà, e rifiuta il pronto soccorso che la mano dell’amico gli porge. Ma le mille volte più tristo chi fida nell’amicizia del ricco; e presumendo virtù in chi non fu mai sventurato, accoglie quel beneficio che dovrà poscia scontare con altrettanta onestà. La felicità non si collega con la sventura che per comperare la gratitudine e tiranneggiare la virtù. L’uomo, animale oppressore, abusa dei capricci della fortuna per aggiudicarsi il diritto di soverchiare. A’ soli afflitti è bensì conceduto il potersi e soccorrere e consolare scambievolmente senz’insultarsi; ma colui che giunse a sedere alla mensa del ricco, tosto, benchè tardi, s’avvede Come sa di sale Lo pane altrui. E per questo, oh quanto è men doloroso l’andare accattando di porta in porta la vita, anzichè umiliarsi, o esecrare l’indiscreto benefattore che ostentando il suo beneficio, esige in ricompensa il tuo rossore e la tua libertà! Ma voi, mi rispose il marito, non mi avete lasciato finire. Se Olivo uscì dalla casa paterna, rinunziando tutti gl’interessi al primogenito, perchè poi volle pagare i debiti di suo padre? Che? non affrontò ei medesimo l’indigenza ipotecando per questa sciocca delicatezza anche la sua porzione della dote materna? – Perchè? – se l’erede defraudò i creditori co’ sotterfugj forensi, Olivo doveva mai comportare che le ossa di suo padre fossero maladette da coloro che nelle avversità lo aveano sovvenuto delle loro sostanze, e ch’ei fosse mostrato a dito per le strade come figliuolo di un fallito? Questa generosa onestà diffamò il primogenito che non era nato a imitarla, e che dopo d’avere tentato invano il fratello co’ beneficj, gli giurò poscia inimicizia mortale e veramente feudale e fraterna. Olivo intanto perdè l’ajuto di quelli che lo lodavano forse nel loro secreto, perchè restò soverchiato dagli scellerati, essendo più agevole approvar la virtù, che sostenerla a spada tratta e seguirla. Per questo l’uomo dabbene in mezzo a’ malvagi rovina sempre; e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace, e a giudicar dall’evento. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
del re fugato, d’ogni bene in bando vive. Fu il reo Tieste; e pena ahi! troppa sottentrò al suo delitto. Erope Ippodamia 75 Al suo! Delitto n’hai forse tu? Tuo vano schermo apponsi a colpa? Al suo delitto! Error comune comun chiede gastigo: a lui più ch’altro, ferro oppor io dovea: non debil mano di debil donna. — E ben: io lo mertai il supplizio a cui corro, e ‘l Ciel lo vuole. Ma il figlio tuo? ma un innocente? Oh numi! Qual è il delitto suo? Di colpa è questo frutto esecrando, e di colpa è rampogna. Ma ohimè! non tu, figlio, sol io la cagione, io ne son... Pure morrommi; e in mezzo al duol te lascerò? Tu vivi, e ti segue ognor morte: Atreo non spira, che per sfamar sua rabbia in te: nel scorno benchè tu nato, mi sei figlio, e merti quella pietà che per me cerco. Invano e doni e pianti avrò d’aspri custodi a’ piedi sparso? — No, s’io ti dischiusi dalla ferrea prigion, per morir teco ti schiusi; per morir... A che tant’ira? Qual n’hai ragion? D’Atreo, gli è ver, tu soffri dispregio sì, ma non a tal, che tanto ti spiri eccesso. Ippodamia, nell’alma udisti mai rimorsi? Empia, abborrita 100 passion t’agitò mai? Di madre i palpiti
Tieste di Ugo Foscolo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ugo Foscolo   Tieste   Atto primo dolor causa mi fosti, e ancor lo sei, 135 e d’esserlo pur brami? Ancor soppresso, ancor non hai quell’ardore esecrando, alta cagion di rancor, di vergogna? Per te passo miei dì penosi, in grembo a’ sospetti ed affanni. Erope 140 Odiami; degna sono dell’odio tuo; bersaglio femmi de’ suoi colpi il destino; odiami; io vivo per più penar; eseguirai mio fato. Ma omai viver non posso; i numi, i numi col cenno lor mi spingono a’ misfatti. 145 Odi, e poi danna i miei trasporti crudi. Mentre all’orror di notte ululi, gemiti, e pianti diffondea su le passate sventure, su mio figlio, e su... Tieste, ecco m’odo tuonar d’alto spavento 150 voce, e di pianto intorno. “A che ti stai?” Grida: “s’appressa l’ora, e ‘l figlio tuo pasto sarà de’ padri suoi”. M’arretro: “T’arma, ferisci; vittima innocente fia cara al cielo; schiverà delitti”. 155 E voce fu d’un dio: l’udii pur ora nella gemente stanza rimbombar. D’accesa fantasia, figlia, son vote larve, che a’ sensi tuoi tuo duol presenta ad angoscia maggior. Ma, e tu lor badi? Sta in te, le scaccia. 160 Oh! mal t’apponi. E come che le scacci vuoi tu? Co’ miei rimorsi deggion esse svanir; co’ miei rimorsi mi seguiran perfino entro il sepolcro. Pace una volta, pace. — Io non lo merto 165 perdon, nè il chieggo: ma perchè d’Atreo non scoppia il sanguinoso rancor cupo
Tieste di Ugo Foscolo
Scena Seconda Ippodamia seguita da Tieste, Erope Tieste Erope Tieste 75 Qual vista! Erope mia! La veggo; al fin la veggo... Erope. Incauto, fuggi lungi da me. Dunque perigli e morte avrò affrontato, onde da te sì acerbo guiderdone ottener! E ben, Tieste, a che venisti? Se tu a darmi morte vieni, t’arma, m’uccidi: altro non posso guiderdone a te dar che la mia vita. 80 Io sì morte ti venni a dar, ma morte a mercarmi con te; teco trascorsi i dì felici, e teco i più infelici trascorrer bramo. Tu se’ mia: ti strinse meco il voler d’Atreo: strinsero i numi i nostri nodi... E ov’è la mutua fede? Ove i spontanei giuramenti? Infranse tutto il livor del re. Sua sposa a torto da me svelta ti volle. — Volle! ah! tu nol fosti mai; no. Frapponeasi un giorno perchè dinnanzi ai dei saldo t’unisse esecrabile nodo; io lo prevenni, e mia fosti per sempre: e pria ch’ei t’abbia, perderà l’alma. — O core! E qual rivolgi altr’opra in mente più sanguigna? Io madre sonti; ma son del par madre ad Atreo. Ed osi proferir tu del fratello lo scempio macchinato? e d’un mio figlio spargere il sangue? E non paventi in dirlo una folgor celeste? e non rispetti
Tieste di Ugo Foscolo
dalla possa d’Atreo, grav’ebbi il fianco d’un frutto più infelice: ei nacque, e cadde in man del re, senza che il latte possa succhiar bambin d’un’odïata madre. Tieste Ippodamia Ed il feroce Atreo? 130 Sì; ei veglia ancora su lui; ma che perciò? Cagion non avvi poi di temer. Ippodamia, scordasti quel momento terribile, che vide il figlio pargoletto? Ei fra le braccia 135 forte serrollo: ei gridò sì, che ancora nell’alma mi ripiomba il truce grido. “Te, sì, te sol testimone esecrando dell’onte mie vedrò compiere un giorno le mie vendette”. Alta minaccia in fatto! 140 Ma riguardar conviensi anco suo tempo. Che vorrestù? Che egual smania e livore l’occupi da quel dì! Quattr’anni, o figlia, quant’han possanza in uom! Troppo t’avvolge amor pel rio fratel: quindi mal vedi tu i suoi pensier. (Troppo li veggo!) (a Tieste) 145 Omai che più si sta? Già mie sciagure udisti; fuggi, e ne godi. Tieste Cessa al fin tue amare rampogne, cessa; partirò: ma dimmi: i giuramenti... m’ami?... ti rimembra? 150 Ciò per te non rileva: or vatti; ad altro che a tal, pensar tu dei: per te non sommi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Tieste di Ugo Foscolo
Scena Prima Notte La sala è appena illuminata da un lontano chiarore Erope O Tieste... Tieste... ove mi lasci? Ove tu fuggi? e il misero tuo figlio come abbandoni? Deh! t’arresta... lassa! E chi m’intende? — È notte; cupa, muta, profonda notte: ancor nell’atrio forse Tieste sta... Dove m’innoltro? Infamia là dentro è, infamia: abbominevol donna cotanto io sono? Oimè! che amante e madre del par son io: vano è il rossor; ti sieguo, t’ubbidisco, Tieste. — O vergognosa esecrabile idea! Notturno, fero delirio fuggi; va: lascia ch’io torni al pianto; lascia.
Tieste di Ugo Foscolo
110 sul mio volto gli slancia. Ella mi tragge pel braccio — Vengo, vengo. Erope Tieste Oh! Vengo, vengo: sangue chiedi? l’avrai. Quelle grand’orme che tu stampi di foco... sieguo. — Oh! lampo! Oh! tenebre! Oh singhiozzi moribondi!... Erope.. il vedi? senti tu? — Ma dove 115 lo spettro è, che scortavami? Lo voglio, lascia, seguir. — Tu, tu, vil, mi trattieni. Quai precipizi!... ove corri? Deh!... A tutto: sia che si vuole; scostati; ho risolto. — 120 Oh Dio! — Giacchè non vuoi da me tu udire nulla ragion, le voci ascolta almeno della pietà: per quel fatale amore, che ci congiunse, per tuo figlio, all’ira snaturata pon modo. — T’amo, il sai, 125 nè tal compenso rendermi. Di colpe, d’esecrazioni graverammi a dritto il mondo teco!... Deh! cessa... deh! fuggi o mi trafiggi. Sì. — Che fo? — T’ascolto, 130 o donna, troppo; moriam tutti, o cada Atreo.
Tieste di Ugo Foscolo
Odiami, Elettra, odiami pur; ti abborre ben altrimenti Egisto: e il mio profondo odio, il vedrai, non è di accenti all’aura vani; il tremendo odio d’Egisto, è morte. — Abbominevol stirpe, al fin caduta sei fra mie man pur tutta. Oh qual rammarco m’era al cor, che dell’onde irate preda fosse Atride rimaso! oh, di vendetta qual parte e quanta mi furavan l’onde! Vero è, col sangue loro avrian suoi figli l’esecrando d’Atrèo feral convito espiato, col sangue: avrei tua sete così, Tieste, io disbramata alquanto: se tutto no, così compiuto in parte il sanguinoso orribil giuramento... Ma, che dico? Il rivivere del padre, scampa i figli da morte? — Ecco il corteggio del trionfante re. Su via, si ceda a stolta gioia popolare il loco. Breve, o gioia, sarai. — Stranier qui sono ad ogni festa, che non sia di sangue. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Agamennone di Vittorio Alfieri
E s’io ’l volessi pure, o tu, pietade soffriresti da me? Ma, e chi son io, da osar spregiare un dono tuo?... Tu? nato pur sempre sei del più mortal nemico del padre mio: tu m’odi, e odiar mi dei; né biasmar ten poss’io: fra noi disgiunti eternamente i nostri padri ci hanno; né soli noi, ma i figli, e i più lontani nepoti nostri. Il sai; d’Atrèo la sposa contaminò, rapì l’empio Tieste: Atrèo, poich’ebbe di Tieste i figli svenati, al padre ne imbandia la mensa. Che più? Storia di sangue, a che le atroci vicende tue rammento? Orrido gelo raccapricciar mi fa. Tieste io veggo, e le sue furie, in te: puoi tu d’altr’occhio mirar me, tu? Del sanguinario Atrèo non rappresento io a te la imagin viva? Fra queste mura, che tinte del sangue de’ tuoi fratelli vedi, oh! puoi tu starti, senza ch’entro ogni vena il tuo ribolla? ... Orrida, è ver, d’Atrèo fu la vendetta; ma giusta fu. Que’ figli suoi, che vide Tieste apporsi ad esecrabil mensa, eran d’incesto nati. Il padre ei n’era, sì; ma di furto la infedel consorte del troppo offeso e invendicato Atrèo li procreava a lui. Grave l’oltraggio, maggior la pena. È vero, eran fratelli,
Agamennone di Vittorio Alfieri
Cosa sia il tiranno Il definire le cose dai nomi, sarebbe un credere, o pretendere che elle fossero inalterabilmente durabili quanto essi; il che manifestamente si vede non essere mai stato. Chi dunque ama il vero, dee i nomi definire dalle cose che rappresentano; e queste variando in ogni tempo e contrada, niuna definizione può essere più permanente di esse; ma giusta sarà, ogniqualvolta rappresenterà per l’appunto quella cosa, qual ella si era sotto quel dato nome in quei  dati  tempi  e  luoghi.  Ammesso  questo  preamboletto,  io  mi  era  già posta insieme una definizione bastantemente esatta e accurata del tiranno, e collocata l’avea in testa di questo capitolo: ma, in un altro mio libercolo, scritto dopo e stampato prima di questo, essendomi occorso dappoi di dover definire il principe, mi son venuto (senza accorgermene) a rubare a me stesso la mia definizione del tiranno. Onde, per non ripetermi, la ommetterò qui in parte; nè altro vi aggiungerò, che quelle particolarità principalmente spettanti al presente mio tema, diverso affatto da quell’altro DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE; ancorchè tendente pur questo allo stesso utilissimo scopo, di cercare il vero, e di scriverlo. Tiranno, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi. Divenne un tal nome, coll’andar del tempo, esecrabile; e tale necessariamente farsi dovea. Quindi ai tempi nostri, quei principi stessi che la tirannide esercitano, gravemente pure si offendono di essere nominati tiranni. Questa sì fatta confusione dei nomi e delle idee, ha posto una tal differenza tra noi e gli antichi, che presso loro un Tito, un Trajano, o qual altro più raro principe vi sia stato mai, potea benissimo esser chiamato tiranno; e così  presso  noi,  un  Nerone,  un  Tiberio,  un  Filippo  secondo,  un  Arrigo ottavo, o qual altro mostro moderno siasi agguagliato mai agli antichi, potrebbe essere appellato legittimo principe, o re. E tanta è la cecità del moderno ignorantissimo volgo, con tanta facilità si lascia egli ingannare dai semplici nomi, che sotto altro titolo egli si va godendo i tiranni, e compiange gli antichi popoli che a sopportare gli aveano. Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza for-
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
malità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l’onore. Re all’incontro, o principi,  si  chiamano  quelli,  che  di  codeste  cose  tutte  potendo  pure  ad arbitrio loro disporre, ai sudditi nondimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perchè, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto ciò ch’ei non pigliano. Ma la natura stessa delle cose suggerisce, a chi pensa, una più esatta e miglior distinzione. Il nome di tiranno, poichè odiosissimo egli è oramai sovra ogni altro, non si dee dare se non a coloro, (o sian essi principi, o sian pur anche cittadini) che hanno, comunque se l’abbiano, una facoltà illimitata di nuocere: e ancorchè costoro non ne abusassero, sì fattamente assurdo e contro a natura è per sè stesso lo incarico loro, che con nessuno odioso ed infame nome si possono mai rendere abborrevoli abbastanza. Il nome di re, all’incontro,  essendo  finora  di  qualche  grado  meno esecrato  che  quel  di tiranno, si dovrebbe dare a quei pochi, che frenati dalle leggi, e assolutamente  minori  di  esse,  altro  non  sono  in  una  data  società  che  i  primi  e legittimi e soli esecutori imparziali delle già stabilite leggi. Questa semplice e necessaria distinzione universalmente ammessa in Europa, verrebbe ad essere la prima aurora di una rinascente libertà. È il vero, che nessuna cosa poi tra gli uomini riesce permanente e perpetua; e che (come già il dissero tanti savj) la libertà pendendo tuttora in licenza, degenera finalmente in servaggio; come il regnar d’un solo pendendo sempre in tirannide, rigenerarsi finalmente dovrebbe in libertà. Ma siccome per quanto io stenda in Europa lo sguardo, quasi in ogni sua contrada rimiro visi di schiavi; siccome non può oramai la universale oppressione più ascendere, ancorchè la non mai fissabile ruota delle umane cose appaja ora immobile starsi in favor dei tiranni, ogni uomo buono dee credere, e sperare, che non sia oramai molto lontana quella necessaria vicenda, per cui sottentrare al fin debba all’universale servaggio una quasi universal libertà.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Lo scopo, che si propongono gli uomini nello straricchire, è vizioso nell’uno e nell’altro governo; e più ancora nelle repubbliche che nelle tirannidi; perchè in quelle si cercano le ricchezze eccessive, o per corrompere i cittadini, o per soverchiar l’uguaglianza; in queste, per godersele nei vizj e nel lusso. Con tutto ciò, mi pare pur sempre assai più escusabile l’avidità di acquistare, in quei governi dove i mezzi ne son men vili, dove l’acquistato è sicuro, e dove in somma lo scopo (ancorchè più reo) può essere almeno più grande. In vece che nei governi assoluti, quelle ricchezze che sono il frutto di mille brighe, di mille iniquità e viltà, e dell’assoluto capriccio di un solo, possono essere in un momento ritolte da altre simili brighe, iniquità e viltà, o dal capriccio stesso che già le dava, o che rapire lasciavale. Parmi d’aver parlato di ogni sorta d’ambizione, che allignare possa nella tirannide. Conchiudo; che questa stessa passione, che è stata e può essere la vita dei liberi stati, la più esecrabil peste si fa dei non liberi.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
sangue, ad ogni minimo cenno del tiranno. Si accorda, in ragione del numero dei loro soldati, un diverso grado di considerazione ai diversi tiranni. E siccome non possono essi diminuire i satelliti loro senza che scemi l’opinione che si ha della loro potenza; e siccome una persona abborrita, ove ella mai cessi di essere temuta, apertamente si dileggia da prima, e tosto poscia si  spegne;  egli  è  da  credersi,  che  i  tiranni  non  aspetteranno  mai  questo manifesto  disprezzo  precursore  infallibile  della  loro  intera  rovina,  e  che sempre dissangueranno il popolo per mantenere coi molti soldati sè stessi. I tiranni, padroni pur anche per alcun tempo dell’opinione, hanno tentato di persuadere in Europa, ed hanno effettivamente persuaso ai più stupidi fra i loro sudditi, così plebei come nobili, che ella sia onorevole cosa la loro milizia.  E  col  portarne  essi  stessi  la  livrea,  coll’impostura  di  passare  essi stessi per tutti i gradi di quella, coll’accordarle molte prerogative insultanti ed ingiuste sopra tutte le altre classi dello stato, e massime sopra i magistrati tutti, hanno con ciò offuscato gl’intelletti, ed invogliato gli stoltissimi sudditi di questo mestiere esecrabile. Ma una sola osservazione basta a distruggere questa loro scurrile impostura. O tu reputi i soldati come gli esecutori della tirannica volontà al di dentro; e allora può ella mai parerti onorevol cosa lo esercitare contra il padre, i fratelli, i congiunti, e gli amici, una forza illimitata ed ingiusta? O tu li reputi come i difensori della patria; cioè di quel luogo dove per tua sventura sei nato; dove per forza rimani; dove non hai nè libertà, nè sicurezza, nè proprietà nessuna inviolabile; e allora, onorevol cosa ti può ella parere il difendere codesto tuo sì fatto paese, e il tiranno che continuamente lo distrugge ed opprime quanto e assai più, che nol farebbe il nemico? e l’impedire in somma un altro tiranno di liberarti dal tuo? Che ti può egli togliere oramai quel secondo, che non ti sia stato già tolto dal primo? Anzi, potrà il nuovo tiranno, per necessaria accortezza, trattarti da principio molto più umanamente che il vecchio. Conchiudo adunque; Che, non si potendo dir patria là dove non ci è libertà e sicurezza, il portar l’armi dove non ci è patria riesce pur sempre il più infame di tutti i mestieri: poichè altro non è, se non vendere a vilissimo prezzo la propria volontà, e gli amici, e i parenti, e il proprio interesse, e la vita, e l’onore, per una causa obbrobriosa ed ingiusta.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
umiliazion  di  chi  serve:  dire,  ai  pochissimi  avverati  buoni,  e  come  tali, degnissimi di compassione, di amicizia, e di conoscere pienamente il vero: scrivere,  finalmente,  per  proprio  sfogo,  da  prima;  ma,  dove  sublimi  poi riuscissero gli scritti, ogni cosa allora sagrificare alla lodevole gloria di giovar veramente a tutti od ai più, col pubblicare gli scritti. L’uomo, che in tal modo vive nella tirannide, e degno così manifestasi di non vi essere nato, sarà da quasi tutti i suoi conservi o sommamente sprezzato, ovvero odiatissimo: sprezzato da quelli, che per non aver idea nessuna di vera virtù, stoltamente credono da meno di loro chiunque vive lontano dal tiranno e dai grandi; cioè da ogni vizio, viltà, e corruzione: odiato da quegli altri, che  avendo  mal  grado  loro  l’idea  del  retto  e  del  bene,  per  esecrabile  viltà d’animo, e reità di costumi, sfacciatamente seguono il peggio. Ma, e quello sprezzo di una gente per sè stessa disprezzabilissima, sarà una convincente prova, che un tal uomo è veramente stimabile; e l’odio di questi altri per sè stessi odiosissimi, indubitabil prova sarà, che egli merita e l’amore e la stima dei buoni. Quindi non dee egli punto curare nè lo sprezzo, nè l’odio. Ma, se questo sprezzo e quest’odio degli schiavi si propaga fino al padrone, quel vero e solo uomo, che ne merita il nome, e i doveri ne compie, per via dello sprezzo può essere sommamente avvilito nella tirannide; e, per via dell’odio,  può  esservi  ridotto  a  manifesto  e  inevitabil  pericolo.  Questo libricciuolo  non  è  scritto  pe’  codardi.  Coloro,  che  con  una  condotta  di mezzo fra la viltà e la prudenza, non se ne possono viver sicuri, venendo pur ricercati nella loro oscura e tacita dimora dalla inquirente autorità del tiranno, arditamente si mostrino tali ch’ei sono; e basti per loro discolpa il poter dire, che non hanno essi ricercato i pericoli; ma che, trovatili, non debbono, nè vogliono, nè sanno sfuggirli.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Io parlerò dunque primiero; io primo l’ira di un padre affronterò; che padre tu sei pur sempre; e nel severo ad arte, turbato più che minaccevol volto, ben ti si legge che se Carlo accusi, tu il figlio assolvi: e annoverar del figlio non vuoi, né sai, forse i delitti tutti. — Patti in voce proporre ai ribellanti Batavi, a Carlo un lieve error parea: or ecco un foglio a lui sottratto; iniquo foglio, dove ei patteggia in un la nostra rovina e l’onta sua. Co’ Franchi egli osa trattare ei, sì, cogli abborriti Franchi: qui di Navarra, Catalogna, e d’altre ricche provincie al trono ispano aggiunte dal valor de’ nostri avi, indi serbate da noi col sangue e sudor nostro, infame qui leggerete un mercimonio farsi. Prezzo esecrando di esecrando aiuto prestato al figlio incontro al padre, andranne parte sì grande di cotanto regno dei Franchi preda; e impunemente oppressa sarà poi l’altra dal fallace figlio di un re, il cui senno, il cui valor potria regger sol, non che parte, intero il mondo. Ecco qual sorte a noi sovrasta. — Ah! cari, e necessari, e sacri, i giorni tuoi ci sono, o re; ma necessaria, e sacra non men la gloria dello ispano impero. Del re, del padre insidiar la vita, misfatto orrendo: ma il tradire a un tempo il proprio onor, vender la patria, (soffri ch’io ’l dica) orrendo è forse al pari. Il primo puoi perdonar, che spetta a te: ma l’altro?... E perdonarlo anco tu puoi: — ma, dove aggiunto io ’l veggo a sì inauditi eccessi, che pronunziare altro poss’io, che morte? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Filippo di Vittorio Alfieri