emendare

[e-men-dà-re]
In sintesi
correggere, togliere le imperfezioni; modificare o rettificare un progetto di legge
← dal lat. emendāre, comp. di ĕx- ‘via da’ e mĕnda ‘menda, difetto’.

A
v.tr.

1
Correggere; togliere i difetti, gli errori, le imperfezioni: e. il proprio stile; e. qualcuno da, di un difetto || Emendare un disegno di legge, un decreto, modificarli SIN. rettificare
2
AGR Emendare un terreno, modificarne la costituzione allo scopo di renderlo più produttivo
3
FILOL Emendare un testo, purgarlo, sostituire parti ritenute errate con altre più convincenti

B
v.rifl.

emendàrsi Correggersi: emendarsi dal vizio di bere

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi    Canti 185 190 195 200 205 Queste, o spirto gentil, miserie estreme Dello stato mortal; vecchiezza e morte, Ch’han principio d’allor che il labbro infante Preme il tenero sen che vita instilla; Emendar, mi cred’io, non può la lieta Nonadecima età più che potesse La decima o la nona, e non potranno Più di questa giammai l’età future. Però, se nominar lice talvolta Con proprio nome il ver, non altro in somma Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo, E non pur ne’ civili ordini e modi, Ma della vita in tutte l’altre parti, Per essenza insanabile, e per legge Universal, che terra e cielo abbraccia, Ogni nato sarà. Ma novo e quasi Divin consiglio ritrovàr gli eccelsi Spirti del secol mio: che, non potendo Felice in terra far persona alcuna, L’uomo obbliando, a ricercar si diero Una comun felicitade; e quella Trovata agevolmente, essi di molti Tristi e miseri tutti, un popol fanno Lieto e felice: e tal portento, ancora Da &Cpamphlets&c, da riviste e da gazzette Non dichiarato, il civil gregge ammira.
Canti di Giacomo Leopardi
nei loro motivi e intenzioni: cioè da chi, oltre  l’intenderli pienamente e gustarli, li sente. Di Bologna, sempre piangendo e rimando, me n’andai a Milano; e di là, trovandomi così vicino al mio carissimo abate di Caluso, che allora villeggiava co’ suoi nipoti nel bellissimo loro castello di Masino poco distante da Vercelli, ci diedi una scorsa di cinque o sei giorni. E in uno di quelli, trovandomi anche tanto vicino a Torino, mi vergognai di non vi dare una scorsa per abbracciar la sorella. V’andai dunque per una notte sola coll’amico, e l’indomani sera ritornammo a Masino. Avendo abbandonato il paese mio colla donazione, in aspetto di non lo voler più abitare, non mi vi volea far vedere così presto, e massime dalla corte. Questa fu la ragione del mio apparire e sparirein un punto. Onde questa scorsa così rapida che a molti potrebbe parere bizzarra, cesserà d’esserlo saputane la ragione. Erano già sei e più anni, ch’io non dimorava più in Torino; non mi vi parea essere né sicuro, né quieto, né libero; non ci voleva, né doveva, né potea rimanervi lungamente. Di Masino, tosto ritornai a Milano, dove mi trattenni ancora quasi tutto luglio; e ci vidi assai spesso l’originalissimo autore del Mattino, vero precursore della futura satira italiana. Da questo celebre e colto scrittore procurai d’indagare, con la massima docilità, e con sincerissima voglia d’imparare, dove consistesse principalmente il difetto del mio stile in tragedia. Il Parini con amorevolezza e bontà mi avvertì di varie cose, non molto a dir vero importanti, e che tutte insieme non poteano mai costituire la parola stile, ma alcune delle menome parti di esso. Ma le più, od il tutto di queste parti che doveano costituire il vero difettoso nello stile, e che io allora non sapeva ancor ben discernere da me stesso, non mi fu mai saputo o voluto additare né dal Parini, né dal Cesarotti, né da altri valenti uomini ch’io col fervore e l’umiltà d’un novizio visitai ed interrogai in quel viaggio per la Lombardia. Onde mi convenne poi dopo il decorso di molti anni con molta fatica ed incertezza andar ritrovando dove stesse il difetto, e tentare di emendarlo da me. Sul totale però, di qua dell’Apennino le mie tragedie erano piaciute assai più che in Toscana; e vi s’era anche biasimato lo stile con molto minore accanimento e qualche più lumi. Lo stesso era accaduto in Roma ed in Napoli, presso quei pochissimi che l’aveano volute leggere. Egli  è  dunque  un  privilegio  antico  della  sola  Toscana,  di  incoraggire  in questa maniera gli scrittori italiani, allorché non iscrivono delle cicalate.
Vita di Vittorio Alfieri
giuntovi un compendiuccio della di lei vita passata e presente. Io le raccontai come mi era occorsa agli occhi, e come andò il fatto. Tra noi non v’era mai né finzione, né diffidenza, né disistima, né querele. Si arrivò a Calais; di dove io molto colpito di quella vista così inaspettata, le volli scrivere per isfogo del cuore, e mandai la mia lettera al banchiere di Douvres, che glie la rimettesse in proprie mani, e me ne trasmettesse poi la risposta a Bruxelles, dove sarei stato fra pochi giorni. La mia lettera, di cui mi spiace di non aver serbato copia era certamente piena d’affetti; non già d’amore, ma di una vera e profonda commozione di vederla ancora menare una vita errante e sì poco decorosa al suo stato e nascita, e il dolore, ch’io ne sentiva tanto più, pensando di esserne io stato, ancorché innocentemente, o la cagione o il pretesto.  Che  senza  lo  scandalo  succeduto  per  causa  mia,  forse  avrebbe potuto occultare o tutto o gran parte le sue dissolutezze, e cogli anni poi emendarsene. Ritrovai poi in Brusselles circa quattro settimane dopo la di lei risposta, che fedelmente trascrivo qui in fondo di pagina per dare un’idea del di lei nuovo, ed ostinato mal inclinato carattere, che in quel grado ella è cosa assai rara, massime nel bel sesso. Ma tutto serve al grande studio della specie bizzarra degli uomini. Intanto dunque noi imbarcati per Francia, sbarcati a Calais, prima di rimprigionarci in Parigi, pensammo di fare un giro in Olanda, perché la donna mia vedesse quel raro monumento d’industria, occasione, che forse non  se  le  presenterebbe  poi  più.  Si  andò  dunque  per  la  spiaggia  fino  a Bruges e Ostenda, di là per Anversa a Rotterdam, Amsterdamo, la Haja, e la Nort-Hollanda, in circa tre settimane, e in fin di settembre fummo di ritorno in Brusselles, dove la signora avendovi le sorelle e la madre, ci si stette qualche settimana; e finalmente dentro l’ottobre, verso il fine, fummo rientrati nella cloaca massima, dove le dure nostre circostanze ci ritraevano malgrado nostro; e ci costrinsero a pensare seriamente di fissarvici la nostra permanenza. Capitolo vigesimosecondo Fuga di Parigi, donde per le Fiandre e tutta la Germania tornati in Italia ci fissiamo in Firenze. Impiegati, o perduti circa due mesi in cercare, ed ammobiliare una nuova casa, nel principio del ’92 ci tornammo ad abitare; ed era bellissima e comodissima. Si sperava ogni giorno, che verrebbe quello di un qualche Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri