elogiare

[e-lo-già-re]
In sintesi
lodare
← dal lat. tardo elogiāre ‘descrivere brevemente’.
v.tr.

(elògio, -gi, elògiano; elogerò; elogerèi; elogiànte; elogiàto) Fare l'elogio di persona o di cosa; lodare: lo hanno molto elogiato; elogiarono il suo coraggio; un film che è stato elogiato dalla critica SIN. encomiare CONT. biasimare, disapprovare

Citazioni
sero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de’ frati. Que’ giovinastri ebber voglia d’andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l’uscio, va verso il cantuccio dov’era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede... che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perché, dopo un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la carità d’un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva tant’olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno; perché noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi.” Qui ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia tese e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia, la metteva giù, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi l’abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un’occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in augùri, in promesse, in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s’avviava. Ma Lucia, richiamatolo, disse: “vorrei un servizio da voi; vorrei che diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi faccia la carità di venir da noi poverette, subito subito; perché non possiamo andar noi alla chiesa.” “Non volete altro? Non passerà un’ora che il padre Cristoforo saprà il vostro desiderio.” “Mi fido.” “Non dubitate.” E così detto, se n’andò, un po’ più curvo e più contento, di quel che fosse venuto. Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la commissione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun si pensi che quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi uomo di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno; ma tale era la condizione de’ cappuccini, che nulla pareva per loro troppo basso, né troppo elevato. Servir gl’infimi, ed esser servito da’ potenti, entrar ne’ palazzi e ne’ tuguri, con lo stesso con-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Scena 6 Fabrizio, Roberto e dette. Fabrizio Roberto Fabrizio Signore  nipoti,  ecco  qui  un  cavaliere,  che  vi  vuol  conoscere,  e  favorire:  il conte d’Otricoli; una delle prime famiglie d’Italia, di una ricchezza immensa. Mi fa troppo onore il signore Fabrizio. Io non merito nessuno di questi elogi. E non serve dire, e non dire; quest’è il primo cavaliere del mondo. In materia di cavalleria, non c’è altrettanto in tutta l’Europa. Fate il vostro dovere col signor Conte (alle donne, con qualche risetto). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
divina; ma vi concederò bene che il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il Suo è di un semplice intuito: e dove noi, per esempio, per guadagnar la scienza d’alcune passioni del cerchio, che ne ha infinite, cominciando da una delle più semplici e quella pigliando per sua definizione, passiamo con discorso ad un’altra, e da questa alla terza, e poi alla quarta, etc., l’intelletto divino con la semplice apprensione della sua essenza comprende, senza temporaneo discorso, tutta la infinità di quelle passioni; le quali anco poi in effetto virtualmente si comprendono nelle definizioni di tutte le cose, e che poi finalmente, per esser infinite, forse sono una sola nell’essenza loro e nella mente divina. Il che né anco all’intelletto umano è del tutto incognito ma ben da profonda e densa caligine adombrato, la qual viene in parte assottigliata e chiarificata quando ci siamo fatti padroni di alcune conclusioni fermamente dimostrate e tanto speditamente possedute da noi, che tra esse possiamo velocemente trascorrere: perché in somma, che altro è l’esser nel triangolo il quadrato opposto all’angolo retto eguale a gli altri due che gli sono intorno, se non l’esser i parallelogrammi sopra base comune e tra le parallele, tra loro eguali? e questo non è egli finalmente il medesimo che essere eguali quelle due superficie  che  adattate  insieme  non  si  avanzano,  ma  si  racchiuggono  dentro  al medesimo termine? Or questi passaggi, che l’intelletto nostro fa con tempo e con moto di passo in passo, l’intelletto divino, a guisa di luce, trascorre in un instante, che è l’istesso che dire, gli ha sempre tutti presenti. Concludo per tanto, l’intender nostro, e quanto al modo e quanto alla moltitudine delle  cose  intese,  esser  d’infinito  intervallo  superato  dal  divino;  ma  non però l’avvilisco tanto, ch’io lo reputi assolutamente nullo; anzi quando io vo considerando quante e quanto maravigliose cose hanno intese investigate ed operate gli uomini, pur troppo chiaramente conosco io ed intendo, esser la mente umana opera di Dio, e delle più eccellenti.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Voi, conforme alla vostra velocissima e sottilissima apprensiva, avete spiegato il tutto assai più lucidamente di me, e fattomi anco venire in mente di aggiugnere alcuna cosa di più. Imperocché, essendo nel moto accelerato l’agumento continuo, non si può compartire i gradi della velocità, la quale sempre cresce, in numero alcuno determinato, perché, mutandosi di momento in momento, son sempre infiniti: però meglio potremo esemplificare la nostra intenzione figurandoci un triangolo, qual sarebbe questo A B C, pigliando nel lato A C quante parti eguali ne piacerà, A D, D E, E F, F G, e tirando per i punti D, E, F, G linee rette parallele alla base B C; dove voglio che ci imaginiamo, le parti segnate nella linea A C esser tempi eguali, e le parallele tirate per i punti D, E, F, G rappresentarci i gradi delle velocità accelerate e crescenti egualmente in tempi eguali, ed il punto A esser lo statodi quiete, dal quale partendosi il mobile abbia, verbigrazia, nel tempo A D acquistato il grado di velocità D H, nel seguente tempo aver cresciuta la velocità sopra il grado D H sino al grado E I, e conseguentemente fattala maggiore ne i tempi succedenti, secondo i crescimenti delle linee F K, G L, etc. Ma perché l’accelerazione si fa continuamente di momento in momento, e non intercisamente di parte quanta di tempo in parte quanta, essendo posto il termine A come momento minimo di velocità, cioè come stato di quiete e come primo instante del tempo susseguente A D, è manifesto che avanti l’acquisto del grado di velocità D H, fatto nel tempo A D, si è passato per altri infiniti gradi minori e minori, guadagnati ne gli infiniti instanti che sono nel tempo D A, corrispondenti a gli infiniti punti che sono nella linea D A: però per rappresentare la infinità de i gradi di velocità che precedono al grado D H, bisogna intendere infinite linee sempre minori e minori, che si intendano tirate da gl’infiniti punti della linea D A, parallele alla D  H,  la  qual  infinità  di  linee  ci  rappresenta  in  ultimo  la  superficie  del triangolo A H D; e così intenderemo, qualsivoglia spazio passato dal mobile con moto che, cominciando dalla quiete, si vadia uniformemente accelerando, aver consumato ed essersi servito di infiniti gradi di velocità crescenti, conforme all’infinite linee, che, cominciando dal punto A, si intendono tirate parallele alla linea H D ed alle I E K F , L G, B C, continuandosi il moto quanto ne piace. Ora finiamo l’intero parallelogrammo A M B C, e prolunghiamo sino al suo lato B M non solo le parallele segnate nel triangolo, ma la infinità di quelle che si intendono prodotte da tutti i punti del lato A C. E sì come la
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Storia del genere umano ..................................... 5 Dialogo d’Ercole e di Atlante ............................ 17 Dialogo della moda e della morte ..................... 21 Proposta di premi fatta dall’accademia dei sillografi ........................................................... 25 Dialogo di un folletto e di uno gnomo ............. 28 Dialogo di Malambruno e di Farfarello ............. 32 Dialogo della natura e di un’anima .................... 35 Dialogo della Terra e della Luna ........................ 39 La scommessa di Prometeo ............................... 45 Dialogo di un fisico e di un metafisico .............. 53 Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare ........................................................... 58 Dialogo della Natura e di un Islandese .............. 65 Il Parini ovvero della gloria ............................... 71 Capitolo primo ............................................. 71 Capitolo secondo........................................... 72 Capitolo terzo ............................................... 76 Capitolo quarto ............................................. 78 Capitolo quinto............................................. 80 Capitolo sesto................................................ 83 Capitolo settimo ........................................... 84 Capitolo ottavo ............................................. 86 Capitolo nono ............................................... 88 Capitolo decimo............................................ 90 Capitolo undicesimo ..................................... 92 Capitolo dodicesimo ..................................... 94 Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie96 Coro di morti nello studio di Federico Ruysch.. 96 Detti memorabili di Filippo Ottonieri ............ 102 Capitolo primo ........................................... 102 Capitolo secondo......................................... 105 Capitolo terzo ............................................. 108 Capitolo quarto ........................................... 110 Capitolo quinto........................................... 114 Capitolo sesto.............................................. 116 Capitolo settimo ......................................... 119 Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez ........................................................ 121 Elogio degli uccelli ......................................... 125 Cantico del gallo silvestre ................................ 131 Frammento apocrifo di stratone da Lampsaco ....................................................... 135 Preambolo................................................... 135 Della origine del mondo .............................. 135 Della fine del mondo ................................... 136 Dialogo di Timandro e di Eleandro................. 139 Il Copernico ................................................... 148 Scena prima ................................................. 148 Scena seconda .............................................. 151 Scena terza ................................................... 152 Scena quarta ................................................ 153 Dialogo di Plotino e di Porfirio ...................... 158 Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere ....................................................... 170 Dialogo di Tristano e di un amico ................... 172
Operette morali di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giosue Carducci     Rime nuove � XIX Pianto antico [XLII] L’albero a cui tendevi La pargoletta mano, Il verde melograno Da’ bei vermigli fior, 5 Nel muto orto solingo Rinverdì tutto or ora E giugno lo ristora Di luce e di calor. Tu fior de la mia pianta Percossa e inaridita, Tu de l’inutil vita Estremo unico fior, Sei ne la terra fredda, Sei ne la terra negra; Né il sol più ti rallegra Né ti risveglia amor.
Rime nuove di Giosue Carducci
– Scusatemi, io so parlare col cuore in mano... tale e quale come m’ha fatta mia madre... Ora che siete padre anche voi, don Gesualdo, capirete quel che devo averci in cuore... che spina... che tormento!... Guardava ora la nipote ed ora suo marito cogli occhi acuti, col sorriso semplice e buono che le avevano insegnato i genitori pei negozi spinosi. Don Gesualdo stava a sentire tranquillamente. Bianca, imbarazzata da quell’esordio, colla figliuoletta in grembo, sembrava una statua di cera. – Saprete le chiacchiere che corrono, di Ninì con quella comica? Bene. Di ciò non mi darei pensiero. Non è la prima e l’ultima. Suo padre, buon’anima, era fatto anch’esso così. Ma sinora gli ho impedito di commettere qualche sciocchezza. Adesso però ci sono di mezzo i birboni, i cattivi compagni... Senti, Bianca, io, la mia figliuola, non l’avrei data da battezzare a quel canonico lì!... Bianca, sbigottita, muoveva le labbra smorte senza arrivare a trovar parole. Don Gesualdo invece aveva fatto la bocca a riso, come la baronessa scappò in quell’osservazione. Essa, udendo che tornava gente, gli domandò infine apertamente: – Ditemi la verità. V’ha fatto chiedere del denaro in prestito, eh?... Gliene avete dato? Don Gesualdo rideva più forte. Poi vedendo che la baronessa diveniva rossa come un peperone, rispose: – Scusate... scusate... Se mai... Perché non lo domandate a lui?... Questa è bella!... Io non sono il confessore di vostro figlio... Mèndola irruppe nella camera narrando fra le risate la scena che aveva avuta con quell’orso di don Ferdinando il quale non voleva venire a far la pace col cognato. La Rubiera, senza dir altro, asciugavasi le labbra col fazzoletto ancora appiccicoso di dolciume, mentre i parenti toglievano commiato. Nell’andarsene ciascuno aveva una parola d’elogio sul modo in cui erano andate le cose. Donna Marianna diceva alla Rubiera sottovoce che aveva fatto bene a venire anche lei, per non dar nell’occhio, per far tacere le male lingue... L’altra rispose con un’occhiataccia che donna Agrippina colse al volo: – M’è giovata assai! Serpi sono! Non vi dico altro. Ci siam messa la vipera nella manica!... Vedrete poi... Don Gesualdo, rimasto solo colla moglie, tracannò di un fiato un gran bicchiere di acqua fresca, senza dir nulla. Bianca, disfatta in viso, quasi fosse per sentirsi male, seguiva ogni suo movimento con certi occhi che sembravano spaventati, stringendo al seno la bambina. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
do con un vincastro senza riguardo giù per la nuca e traverso alle guancie; ma quando sopraggiungeva la Rosa od il fattore ad interrompere i nostri comuni trastulli che erano, come dissi, contro la volontà della Contessa, ella strepitava, pestava i piedi, gridava che voleva bene a me solo più che a tutti gli altri, che voleva stare con me e via via; finché dimenandosi e strillando fra le braccia di chi la portava, i suoi gridari si ammutivano dinanzi al tavolino della mamma. Quelle smanie, lo confesso, erano il solo premio della mia abnegazione, benché dappoi spesse volte ho pensato che l’era più orgoglio ed ostinazione che amore per me. Ma non mescoliamo i giudizi temerari dell’età provetta colle illusioni purissime dell’infanzia. Il fatto sta che io non sentiva le busse che mi toccavano sovente per quella mia arroganza di volermi accomunar nei giochi alla Contessina, e che contento e beato mi riduceva nella mia cucina a guardar Martino che grattava formaggio. L’altra figliuola della Contessa, che avea nome Clara, era già zitella quando io apersi gli occhi a guardare le cose del mondo. Era dessa la primogenita, una fanciulla bionda, pallida e mesta, come l’eroina d’una ballata o l’Ofelia di Shakespeare; pure ella non avea letto nessuna ballata e non conosceva certo l’Amleto neppur di nome. Pareva che la lunga consuetudine colla nonna inferma avesse riverberato sul suo viso il calmo splendore di quella vecchiaia serena e venerabile. Certo non mai figliuola vegliò la madre con maggior cura di quella ch’essa adoperava nell’indovinar perfin le brame della nonna: e le indovinava sempre perché la continua usanza fra di loro le aveva avvezzate ad intendersi con un sol giro di occhiate. La contessa Clara era bella come lo potrebbe essere un serafino che passasse fra gli uomini senza pur lambire il lezzo della terra e senza comprenderne l’impurità e la sozzura. Ma agli occhi dei più poteva parer fredda, e questa freddezza anche scambiarsi per una tal qual alterigia aristocratica. Eppure non v’aveva anima più candida, più modesta della sua; tantoché le cameriere la citavano per un modello di dolcezza e di bontà; e tutti sanno che negli elogi delle padrone il suffragio di due cameriere equivale di per sé solo ad un volume di testimonianze giurate. Quando la nonna abbisognava d’un caffè, o d’una cioccolata, e non era alcuno nella stanza, non s’accontentava ella di sonar la campanella, ma scendeva in persona alla cucina per dar gli ordini alla cuoca; e mentre questa approntava il bisognevole, stava pazientemente aspettando coi ginocchi un po’ appoggiati allo scalino del focolare; od anche le dava mano nel ritirar la cocoma dal fuoco. Vedendola starsi a quel modo, la cucina mi pareva allor
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
ne la lettera la riposi come nulla fosse in saccoccia. Sandro era un garzoncello maggiore di me di due anni e che dimostrava un ingegno ed un coraggio non comuni; perciò il fattore m’aveva raccomandato di addrizzarmi a lui per mandar quella scritta a Portogruaro. Egli si tolse l’incarico senza neppur pensarci sopra; si buttò la giubba sulle spalle, mise la lettera nel petto, e uscì fuori zufolando come andasse ad abbeverare i buoi. La strada ch’ei dovea tenere verso Portogruaro si allontanava sempre più da Fratta e non v’avea pericolo che fosse sorpreso e intercettato. Perciò io stava senza alcun timore, beato beatissimo di veder uscire a buon fine tutte le commissioni affidatemi, e piene le orecchie degli elogi che mi avrebbero suonato intorno nella cucina del castello. Benché mi avesse raccomandato il signor Lucilio di far compagnia alla signora Clara fino al ritorno del messo, il terreno mi bruciava sotto di rimettermi in moto; quell’andare e venire, quel mistero, quei pericoli avean dato l’abbrivo alla mia immaginazione infantile, e non potea stare senza qualche gran impresa per le mani. Mi saltò allora in capo di rientrare nel castello a darvi contezza di quella parte dell’incarico che aveva già avuto effetto; salvo sempre di rinnovare la sortita per saper la risposta del Vicecapitano di giustizia. La Clara, udita questa mia intenzione, domandò risolutamente se mi bastava l’animo di far passare la fossa anche a lei. Il mio piccolo cuore palpitò più di superbia che d’incertezza, e risposi col volto fiammeggiante e col braccio teso che mi sarei annegato io, piuttostoché far bagnare a lei la falda della veste. La Marianna tentò attraversare con molte ragioni di prudenza questo disegno della padroncina; ma essa avea conficcato proprio il chiodo, ed io poi era così contento di ribadirlo che mi tardava l’ora di trovarmi con lei all’aperta. Detto fatto, lasciata la mugnaia colla sua prudenza, noi uscimmo sui prati, e di là in breve fummo senza guaio alle fosse. Il solito fischio la solita tavola; e la traversata successe a dovere come le altre volte. La Contessina gongolava tanto di fare quell’improvvisata, che il passar l’acqua a quel modo le fu quasi piacevole e rideva come una ragazzina nell’inginocchiarsi su quell’ordigno. Le feste le maraviglie la consolazione di tutta la famiglia sarebbero lunghe a ridirsi: ma il primo pensiero di Clara fu di chieder conto della nonna; o se non fu il primo pensiero, fu certo la prima parola. Lucilio le rispose che la buona vecchia, persuasa della fandonia che le avean dato a bere sul conto di lei, erasi addormentata in pace, e bene stava di non risvegliarla. Allora la giovinetta sedette cogli altri in tinello; ma mentre tutti origliavano
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
a mezza strada col pensiero di Giulio e dell’ufficial còrso. Mi rimisi allora a piangere la morte di Leopardo, e ad onorare la sua memoria di quei postumi compianti che formano l’elogio funebre d’un amico. Piansi e farneticai un pezzo, finché per distrarmi pensai alla credenziale, e mi volsi a San Zaccaria per abboccarmi col negoziante greco. Trovai un mustacchione grigio di pochissime parole, che onorò la firma di mio padre, e mi chiese senz’altro in qual modo bramassi esser pagato. Gli risposi che desiderava solo gli interessi d’anno in anno e che il capitale lo lascerei volentieri in mani così sicure. Il vecchio allora diede una specie di grugnito, e comparve un giovine al quale consegnò il foglio, aggiungendo in greco qualche parola che non potei capire. Mi disse poi che quello era suo figlio e che n’andassi pure con lui alla cassa, ove mi sarebbe contata la somma secondo il mio piacimento. Quanto era ruvido e brontolone il vecchio negoziante, altrettanto suo figlio Spiridione piaceva per le sue maniere amabili e compite. Grande e svelto di statura, con un profilo greco moderno arditissimo, un colore piucché olivastro, e due occhi fulminei, egli mi entrò in grazia al primo aspetto. Intravvidi una grand’anima sotto quelle sembianze, e secondo la mia usanza l’amai addirittura. Egli mi snocciolò trecento cinquanta ducati nuovi fiammanti, mi chiese scusa sorridendo delle burbere accoglienze di suo padre, e soggiunse che non me ne spaventassi perché egli gli aveva parlato di me quella stessa mattina con tutto il favore, e che sarei il benvenuto nella loro casa, ove avrei ritrovato la confidenza e la pace della famiglia. Io lo ringraziai di sì benevoli sentimenti soggiungendo che questo sarebbe stato il mio più soave piacere, ove un qualche caso straordinario mi avesse fermato a Venezia. Così ci separammo, a quanto parve, amici in fin d’allora con tutta l’anima. Pranzai  quel  giorno,  v’immaginerete  con  quanta  voglia,  in  una bettolaccia, ove facchini e gondolieri litigavano sullo sgombero dei Francesi e l’entrata dei Tedeschi. Ebbi campo di compiangere profondamente la sorte d’un popolo che da quattordici secoli di libertà non avea tratto né un lume di criterio né la coscienza del proprio essere. Ciò avveniva forse perché quella non era libertà vera; e avvezzi all’oligarchia non vedevano motivo da schifare l’arbitrio soldatesco e l’impero di fuori. Per loro era tutto uno; tutto servire; discutevano sull’umor del padrone e sul salario, e null’altro. Qualche voce meno interessata stonava troppo in quel concerto, e avevano perfin paura di ascoltarla, tanto li aveva usati bene l’Inquisizione di Stato. Quand’io penso
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
soldatescamente tirannicamente sempre. Tantoché le menti più forti ed illuminate si separarono da quel governo servile d’un altro governo pazzo e capriccioso, e fra i diversi combattenti, fra i varii partiti stranieri, cominciarono non a fare ma a sperare da sé. Nell’esercito cisalpino furono molti di cotali uomini indipendenti; principali Lahoz, Pino e Teulliet. Noi subalterni e gregari secondavamo, come è solito, le opinioni dei capi; e un odio sordo una profonda diffidenza contro i Francesi preparava sventuratamente il terreno alla nuova invasione austro-russa. Quando Dio volle arrivò il Carafa da Firenze, ma irto ringhioso severo quanto mai. Egli si fregava sempre colla mano quella cicatrice che aveva sul sopracciglio ed era pessimo segno. Il peggio poi si fu che volendo egli, se non poteva assaltar Napoli, accostarsi almeno al confine napoletano, tolse la sua legione e me con essa da Castel Sant’Angelo e ci mandò a stanziare a Velletri, una cittaduzza campagnuola, quali se ne vedono tante nella campagna di Roma, pittoresca di fuori, orribile sozza puzzolente di dentro: piena il giorno d’aratri, di carri, e di mandre di buoi e di cavalli che vengono e vanno; la notte ricreata dal muggir delle vacche, dal canto dei galli, e dalle campanelle dei conventi. Un vero sito da ficcarvi un poveruomo per guarirlo dalla malattia dei bei paesi e dei larghi orizzonti. Il Carafa alloggiava fuori di città in un convento saccheggiato dai repubblicani francesi, dov’egli avea mandato innanzi da Roma quanto bisognava per renderlo, se non splendido, almeno commodo ed abitabile. Poche guardie lo difendevano; e un paio di cannoncelli da campagna tirati da muli. Nelle intime stanze nessuno poteva entrare fuori del suo cameriere, che nella legione aveva voce di mago. Del resto le pastorelle che giravano pei dintorni, e quelle che recavano il latte al convento, dicevano di aver veduto alla finestra una gran bella signora: e doveva essere l’amante del signor Ettore. Gli altri soldati più antichi di me al suo servizio, che l’avevano sempre veduto continente come uno che non ha tempo di pensare a simili freddure, non credevano a tali baie; e novellavano piuttosto che quella fosse una maga, o una qualche principessa napoletana ch’egli voleva mettere al posto della regina Carolina. I luoghi possono molto sull’immaginazione della gente: e i dintorni di Velletri inspirerebbero ad ogni sano intelletto stregonerie e fiabe, come i pascoli e le cascine del Lodigiano inspirano gli elogi del cacio e della pannera. Io solo forse mi serbava alieno da tali gotiche credenze, sapendo benissimo che si può durare un bel pezzo nella continenza, e sfrenarsi poi a farne una per
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
troverso tra me e lei: ch’ella avrebbe voluto un bambino ad ogni costo, ed io, per quanto mi scaldassi a dimostrarle che nella nostra posizione, in quel luogo, in quei tempi, un figliuolo sarebbe stato il peggiore degli imbrogli, dovevo sempre metter le pive nel sacco. Altrimenti pel gran sussurro mi sarebbe crollato il soffitto sul capo. Cominciarono i soliti dissapori, gli alterchi, le gelosie: tutto per quel benedetto bambino; eppur vi giuro che se la Provvidenza non ce lo mandava, io non ce ne aveva né colpa né rimorso. Finallora io m’era sempre congratulato colla Pisana che non aveva mai sospettato di me, e queste congratulazioni, se volete, erano intinte un pochino d’ironia, perché la sua sicurezza mi pareva originata o da freddezza d’amore o da piena confidenza nei proprii meriti. Ma allora almeno non fui più in grado di lamentarmi. Non poteva arrischiare un’occhiata fuori della finestra, ch’ella non mi allungasse tanto di grugno. Non me ne diceva la cagione, ma me la lasciava travedere. Rimpetto dimoravano due crestaie, una stiratrice, la moglie d’un arsenalotto e una mammana. Ella mi diceva invaghito di tutta questa marmaglia e non era il miglior elogio al mio buon gusto; massime quanto alla mammana ch’era più brutta d’un peccato non commesso. Indarno io teneva i miei occhi a casa come san Luigi; faceva per fintaggine, e me lo diceva con un sogghignetto più pestifero di qualunque impertinenza. Stufa, diceva ella, di farmi la buona moglie, comincio ad uscire, a volerne star a zonzo le mezze giornate: e sì che la città non dava motivo ad allegre passeggiate. Dappertutto era un puzzo d’ospedale o di cataletto, e bare si gettavano dalle finestre, e ammalati che si trasportavano a braccia, e immondizie che si rimescolavano per litigare ai vermi qualche avanzo di carogna. Finalmente volle ad ogni costo che la menassi fin sui castelli per far visita a’ miei amici ch’erano in fazione. S’io non mi mostrava di buona voglia m’accagionava di paura e quasi di codardia: non contento di far nulla voleva anche frodare quelli che facevano, di quel po’ di conforto che sarebbe loro venuto dalla compagnia di qualche buon’anima. Conveniva adattarsi e menarla. Se avesse preteso  che  la  conducessi  nel  campo  trincerato  di  Otto  o  fra  le  turbe monferrine raccolte dall’Azzeretto a minacciar più che Genova gli scrigni dei Genovesi, scommetto che avrei accondisceso; tanto m’aveva ridotto grullo e marito. Un giorno tornavamo da una visita fatta al colonnello Alessandro nel forte  di  Quezza,  ch’era  uno  dei  più  esposti.  Le  bombe  piovevano  sulle casematte  mentre  noi  facevamo  un  brindisi  col  Malaga  alla  fortuna  di
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
dietro a lui e diventar generale senza fatica. Di cuori simili al suo se ne trovano pochi: eppure egli augurava di gran cuore la morte di tutti i suoi colleghi per avere un grostone più alto sul cappello e trecento franchi di più al mese. Questa è la carità fraterna insegnata anzi imposta anche agli animi pietosi e dabbene dal governo napoleonico! Quando fu ora convenevole io mi vestii con tutta la cura possibile, e n’andai alla ragioneria della contessa Migliana. Un certo signore grasso tondo sbarbato con cera e modi affatto patriarcali m’accolse si può dire a braccia aperte: era il primo ragioniere, il segretario della padrona. Egli mi condusse per prima cerimonia alla cassa ove mi furono contati sessanta scudi fiammanti per onorario del primo trimestre. Indi mi condusse ad uno scrittoio ove erano molti librattoli unti e gualciti e in mezzo un librone più grande sul quale almeno si potevano posar le mani senza sporcarsele. Mi disse ch’io sarei stato per allora il maestro di casa il maggiordomo della signora Contessa, almeno finché restasse libero un posto più confacente agli alti miei meriti. Infatti cascare dall’Intendenza di Bologna all’amministrazione d’una credenza non era piccolo precipizio; ma per quanto io sia in origine patrizio veneto dell’antichissima e romana nobiltà di Torcello, la superbia fu raramente il mio difetto; massime poi quando parla più alto il bisogno. Per me sono della opinione di Plutarco, che sopraintendeva, dicesi, agli spazzaturai di Cheronea coll’egual dignità che se avesse presieduto ai Giuochi olimpici. La mia carica importava la dimora nel palazzo, e una maggiore dimestichezza colla signora Contessa: ecco due cose le quali non so se mi garbassero o meno; ma mi proponeva di togliere alla signora la brutta idea ch’ella aveva dovuto farsi di me nella visita del giorno prima. Invece la trovai contentissima di me e delle mie nobili e gentili maniere; in verità che cotali elogi mi sorpresero, e che alle signore milanesi dovessero piacer tanto gli ubbriachi non me lo sarei mai immaginato. Ella mi trattò più da pari a pari che da padrona a maggiordomo, squisitezza che mi racconsolò della mia nuova condizione, e mi fece scrivere all’Aglaura, a Lucilio, a Bruto Provedoni, al colonnello, alla Pisana, lettere piene d’entusiasmo e di gratitudine per la signora Contessa. Verso la Pisana poi io intendeva con ciò vendicarmi della sua trascuratezza; e cercare di stuzzicarla un poco colla gelosia. La strana vendetta ch’ella avea tratto altre volte d’una mia supposta infedeltà non m’avea illuminato abbastanza. Ma dopo cinque e sei giorni cominciai ad accorgermi che la Pisana non poteva avere tutto il torto ad ingelosire della mia signora
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
veduto il Metastasio a Schoenbrunn nei giardini imperiali fare a MariaTeresa la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta e adulatoria, ed io giovenilmente plutarchizzando, mi esagerava talmente il vero in astratto, che io non avrei consentito mai di contrarre né amicizia né familiarità con una Musa appigionata o venduta all’autorità despotica da me sì caldamente abborrita. In tal guisa io andava a poco a poco assumendo il carattere di un salvatico pensatore; e queste disparate accoppiandosi poi con le passioni naturali all’età di vent’anni e le loro conseguenze naturalissime, venivano a formar di me un tutto assai originale e risibile. Proseguii nel settembre il mio viaggio verso Praga e Dresda, dove mi trattenni da un mese; indi a Berlino, dove dimorai altrettanto. All’entrare negli stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di un solo corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l’orrore per quell’infame  mestier  militare,  infamissima  e  sola  base  dell’autorità  arbitraria,  che sempre è il necessario frutto di tante migliaia di assoldati satelliti. Fui presentato al re. Non mi sentii nel vederlo alcun moto né di maraviglia né di rispetto, ma d’indegnazione bensì e di rabbia; moti che si andavano in me ogni giorno afforzando e moltiplicando alla vista di quelle tante e poi tante diverse cose che non istanno come dovrebbero stare, e che essendo false si usurpano pure la faccia e la fama di vere. Il conte di Finch, ministro del re, il quale mi presentava, mi domandò perché io, essendo pure in servizio del mio re, non avessi quel giorno indossato l’uniforme. Risposigli: “Perché in quella corte mi parea ve ne fossero degli uniformi abbastanza”. Il re mi disse quelle quattro solite parole di uso; io l’osservai profondamente, ficcandogli rispettosamente gli occhi negli occhi; e ringraziai il cielo di non mi aver fatto nascer suo schiavo. Uscii di quella universal caserma prussiana verso il mezzo novembre, abborrendola quanto bisognava. Partito alla volta di Amburgo, dopo tre giorni di dimora, ne ripartii per la Danimarca. Giunto a Copenhaguen ai primi di decembre, quel paese mi piacque bastantemente, perché mostrava una certa somiglianza coll’Olanda; ed anche v’era una certa attività, commercio, ed industria, come non si sogliono  vedere  nei  governi  pretti  monarchici:  cose  tutte,  dalle  quali  ne ridonda un certo ben essere universale, che a primo aspetto previene chi arriva, e fa un tacito elogio di chi vi comanda; cose tutte, di cui neppur una se ne vede negli stati prussiani; benché il gran Federico vi comandasse alle lettere e all’arti e alla prosperità, di fiorire sotto l’uggia sua. Onde la principal
Vita di Vittorio Alfieri
né dovea più a lungo soffrire in Roma nella propria casa la condotta della di lui cognata. E qui, non io certamente farò l’apologia della vita usuale di Roma e d’Italia tutta, quale si suole vedere di presso che tutte le donne maritate. Dirò bensì, che la condotta di quella signora in Roma a riguardo mio era piuttosto molto al di qua, che non al di là degli usi i più tollerati in quella città. Aggiungerò, che i torti, e le feroci e pessime maniere del marito con essa, erano cose verissime, ed a tutti notissime. Ma terminerò con tutto ciò, per amor del vero e del retto, col dire, che il marito, e il cognato, e i loro  rispettivi  preti  aveano  tutte  le  ragioni  di  non  approvare  quella  mia troppa frequenza, ancorché non eccedesse i limiti dell’onesto. Mi spiace soltanto, che quanto ai preti (i quali furono i soli motori di tutta la macchina), il loro zelo in ciò non fosse né evangelico, né puro dai secondi fini, poiché non pochi di essi coi lor tristi esempi faceano ad un tempo l’elogio della condotta mia, e la satira della loro propria. La cosa era dunque, non figlia di vera religione e virtù, ma di vendette e raggiri. Quindi, appena ritornò in Roma il cognato, egli per l’organo de’ suoi preti intimò alla signora: che era cosa oramaiindispensabile, e convenuta tra lui e il fratello, che s’interrompesse quella mia assiduità presso lei; e ch’egli non la sopporterebbe ulteriormente. Quindi codesto personaggio, impetuoso sempre ed irriflessivo, quasi che s’intendesse con questi modi di trattare la cosa più decorosamente, ne fece fare uno scandaloso schiamazzìo per la città tutta, parlandone egli stesso con molti, e inoltrandone le doglianze sino al papa. Corse allora grido, che il papa su questo riflesso mi avesse fatto o persuadere o ordinare di uscir di Roma; il che non fu vero; ma facilmente avrebbe potuto farlo, mercè la libertà italica. Io però, ricordatomi allora, come tanti anni prima essendo in Accademia, e portando, com’io narrai, la parrucca, sempre aveva antivenuto i nemici sparruccandomi da me stesso, prima ch’essi me la levasser di forza; antivenni allora l’affronto dell’esser forse fatto partire, col determinarmivi spontaneamente. A quest’effetto io fui dal ministro nostro di Sardegna, pregandolo di far partecipe il segretario di Stato, che io informato di tutto questo scandalo, troppo avendo a cuore il decoro, l’onore, e la pace di una tal donna, aveva immediatamente presa la determinazione di allontanarmene per del tempo, affine di far cessare le chiacchiere; e che verso il principio del prossimo maggio sarei partito. Piacque al ministro, e fu approvata dal segretario di Stato, dal papa e da tutti quelli che seppero  il  vero,  questa  mia  spontanea,  e  dolorosa  risoluzione.  Onde  mi
Vita di Vittorio Alfieri
ti l’anno innanzi. Onde io ai primi di settembre con infinita gioia e premura mi vi avviai per la solita strada dell’Alpi tirolesi. Ma l’aver perduto l’amico di Siena, e l’essersi oramai la mia donna traspiantata fuori d’Italia, mi fece anche risolvere di non dimorarci più neppur io. E benché per allora né volessi, né convenisse ch’io mi fissassi a dimora dove ella, io cercai pure di starle il meno lontano ch’io potessi, e di toglierci almeno l’Alpi di mezzo. Feci dunque muovere anche tutta la mia cavalleria, che sana e salva arrivò un mese dopo di me in Alsazia, dove allora ebbi raccolto ogni mia cosa, fuorché i libri, che i più gli avea lasciati in Roma. Ma la mia felicità derivata da questa seconda riunione non durò né potea durare altro che due mesi in circa, dovendosi la mia donna restituire in Parigi nell’inverno. Nel decembre l’accompagnai sino a Strasborgo, dove, con mio sommo dolore costretto di lasciarla, me ne separai per la terza volta; ella continuò la sua strada per Parigi, io ritornai nella nostra villa. Ancorché io fossi scontento, pure la mia afflizione riusciva ora assai minore della passata, trovandoci più vicini, potendo senza ostacolo, e senza pericolo di nuocerle dare una scorsa per vederla, ed avendo in somma fra noi la certezza di rivederci nella prossima estate.  Tutte  queste  speranze  mi  posero  un  tal  balsamo  in  corpo,  e  mi rischiarirono talmente l’intelletto, che di bel nuovo intieramente mi diedi in braccio alle Muse. In quel solo inverno, nella quiete e libertà della villa, feci assai più lavoro che non avessi fatto mai in così breve spazio di tempo; cotanto la continuità del pensare ad una stessa cosa, e il non aver divagazioni né dispiaceri, abbreviandoci l’ore ad un tempo ce le moltiplica. Appena tornato nel mio ritiro, da prima finii di stendere l’Agide, che fin dal decembre precedente avea cominciato in Pisa; poi infastidito del lavoro (cosa che non mi accadeva mai nel creare) non lo avea più potuto proseguire. Finitolo ora felicemente,  senza  pigliar  più  respiro  stesi  in  quello  stesso  decembre  la Sofonisba e la Mirra. Quindi in gennaio finii interamente di stendere il secondo e terzo libro  Del principe e delle lettere; ideai e stesi il dialogo Della virtù sconosciuta; tributo che da gran tempo mi rimproverava di non aver pagato alla adorata memoria del degnissimo amico Gori; e ideai inoltre, e distesi tutta, e verseggiai la parte lirica dell’Abele tramelogedia; genere di cui mi occorrerà di parlare in appresso, se avrò vita e mente e mezzi da effettuare quanto mi propongo di eseguire. Postomi quindi al far versi, non abbandonai più quel mio poemetto ch’io non l’avessi interamente terminato col quarto canto; e quindi dettati, ricorretti, e riannestati insieme i tre
Vita di Vittorio Alfieri
lasciasse  la  vedova  interamente  libera  di  sé,  e  non  venisse  a  perdere  nel marito un amico; con tutto ciò io fui con mia maraviglia testimonio oculare, ch’ella ne fu non poco compunta, e di dolore certamente non finto, né esagerato; che nessun’arte mai entrava in quella schiettissima ed impareggiabile indole. E certo quel suo marito, malgrado la molta disparità degli anni,  avrebbe  trovato  in  lei  un’ottima  compagna,  ed  un’amica  se  non un’amante donna, soltanto che non l’avesse esacerbata con le continue acerbe e rozze ed ebre maniere. Io doveva questa testimonianza alla pura verità. Continuata tutto l’88 la stampa, e vedendomi oramai al fine del quarto volume, io stesi allora il mio parere su tutte le tragedie, per poi inserirlo in fine dell’edizione. Mi trovai in quell’anno stesso finito di stampare in Kehl le odi, il dialogo, l’Etruria e le Rime. Onde ostinato sempre più nel lavoro, e per vedermene una volta libero, nel susseguente anno continuai con maggior fervore, e verso l’agosto il tutto fu terminato, sì in Parigi i sei volumi delle tragedie, che in Kehl le due prose, del Principe e delle lettere, e della Tirannide, che fu l’ultima cosa ch’io vi stampassi. Ed essendomi in quell’anno tornato sotto gli occhi il Panegirico prima stampato nell’87, e trovatovi molte piccole cose che potrei emendare, lo volli ristampare; anche per aver tutte le opere egualmente bene stampate. Con gli stessi caratteri ed opera  del  Didot  lo  feci  dunque  eseguire;  e  v’aggiunsi  l’ode  di  Parigi sbastigliato, fatta per essermi trovato testimonio oculare del principio di quei torbidi, e tutto il volumetto terminai con una favoluccia adattata alle correnti peripezie. E così, vuotato il sacco, mi tacqui; nessuna altra mia opera avendo tralasciato di stampare, fuorché la tramelogedia d’Abele, perché  in  questo  nuovo  genere  facea  disegno  di  eseguirne  varie  altre;  e  la traduzion di Sallustio, perché non mi pensava mai di entrare nel disastroso ed inestricabile labirinto del traduttore. Capitolo decimonono Principio dei tumulti di Francia, i quali sturbandomi in più maniere, di autore mi trasformano in ciarlatore. Opinione mia sulle cose presenti e future di questo regno. Dall’aprile dell’anno 1789 in appresso, io era vissuto in molte angustie d’animo, temendo ogni giorno che un qualche di quei tanti tumulti che  insorgevano  ogni  giorno  in  Parigi  dopo  la  convocazione  degli  Stati Generali, non mi impedisse di terminare tutte quelle mie edizioni tratte
Vita di Vittorio Alfieri
stampare avea trasandata affatto, e m’inondai di squarci d’Orazio, Virgilio, Giovenale, e di nuovo dei Dante, Petrarca, Tasso, e Ariosto, talché migliaia e migliaia di versi altrui mi collocai nel cervello. E queste occupazioni di second’ordine sempre più mi insterilirono il cervello, e mi tolsero di non far più nulla del mio. Talché, di quelle tramelogedie, di cui doveano essere sei almeno, non vi potei mai aggiungere nulla alla prima, l’Abele; e sviato poi da tante cose, perdei il tempo, la gioventù, e il bollore necessario per una  tal  creazione,  e  non  lo  ritrovai  poi  mai  più.  Sicché  in  quell’ultimo anno, ch’io stetti allora in Parigi, e così poi nei due e più seguenti altrove, null’altro  più  scrissi  del  mio,  fuorché  qualche  epigrammi  e  sonetti,  per isfogare la mia giustissima ira contro gli schiavi padroni, e dar pascolo alla mia  malinconia.  E  tentai  anche  di  scrivere  un  Conte  Ugolino,  dramma misto, e da unirsi poi anche alle tramelogedie, se l’avessi eseguite. Ma dopo averlo ideato, lo lasciai, né vi potei più pensare, non che lo stendessi. L’Abele in tanto era finito, ma non limato. Nell’ottobre di quell’anno stesso ’90, si fece con la mia donna un viaggietto di quindici giorni nella Normandia sino a Caen, L’Havre, e Roano; bellissima e ricca provincia, ch’io non conosceva; e ne rimasi molto soddisfatto, ed anche un poco sollevato. Perché quei tre anni fissi di stampa, e di guai continui, mi aveano veramente prosciugato il corpo e l’intelletto. L’aprile poi vedendo sempre più imbrogliarsi le cose in Francia, e volendo almeno tentare se più pace e sicurezza si potrebbe altrove trovare; oltreciò la mia donna spirandosi di vedere l’Inghilterra, quella sola terra un po’ libera, e tanto diversa dall’altre tutte, ci determinammo di andarvi. Capitolo vigesimoprimo Quarto viaggio in Inghilterra e in Olanda. Ritorno a Parigi dove ci fissiamo davvero, costrettivi dalle dure circostanze. Si partì dunque verso il fine d’aprile del ’91, ed avendo intenzione di starvi del tempo, ci portammo i nostri cavalli, e si licenziò la casa in Parigi. Vi si arrivò in pochi giorni, e il paese piacque molto alla mia donna per certi lati, per altri no. Io invecchiato non poco dalle due prime volte in poi che ci era stato, lo ammirai ancora (ma un poco meno), quanto agli effetti morali del governo, ma me ne spiacque sommamente, e più che nel terzo viaggio, sì il clima, che il modo corrotto di vivere; sempre a tavola, vegliare fin alle due o tre della mattina; vita in tutto opposta alle lettere, all’ingegno,
Vita di Vittorio Alfieri
nel seguente anno ’93 le portai al fine, non però limate, né perfette. Ma il Sallustio, che era stata quasi che la sola cosa a cui un pochino avessi atteso nel viaggio d’Inghilterra e d’Olanda (oltre tutte le opere di Cicerone, che avea caldamente lette, e rilette), e che avea moltissimo corretto e limato, lo volli anche ricopiare intero in quell’anno ’93, e così mi credei avergli dato l’ultimo pulimento. Stesi anche una prosa storico-satirica su gli affari di Francia, compendiatamente, la quale poi, ritrovatomi un diluvio di composizioni  poetiche,  sonetti,  ed  epigrammi  su  quelle  risibili  e  dolorose vertenze,  ed  a  tutti  que’  membri  sparsi  volendo  dar corpo  e  sussistenza, volli che quella prosa servisse come di prefazione all’opera che intitolerei Il misogallo; e verrebbe essa a dare quasi ragione dell’opera. Ravviatomi così a poco a poco allo studio, ancorché forte spennacchiati nell’avere, sì la mia donna che io, tuttavia rimanendoci pur da campare decentemente; ed amandola io sempre più, e quanto più bersagliata dalla sorte, tanto più riuscendomi ella una cosa e carissima e sacra, il mio animo si andava acquetando, e più ardente che mai l’amor del sapere mi ribolliva nella mente. Ma allo studio vero quale avrei voluto intraprendere, mi mancavano i libri, avendo definitivamente perduti tutti i miei in Parigi, né mai più pure richiestili a chi che si fosse, e salvatine soli un 150 volumi circa di picciole edizioncelle di classici che portai meco. Quanto poi al comporre, benché io avessi il mio piano ideato per altre cinque almeno tramelogedie, sorelle dell’Abele, attese le passate ed anche presenti angustie dell’animo, mi si era spento il bollore giovenile inventivo, la fantasia accasciata, e gli anni preziosi ultimi della gioventù spuntati ed ottusi, direi, dalla stampa ed i  guai  che  per  più  di  cinque  anni  mi  avean  sepolto  l’animo,  non  me  la sentivo più; ed in fatti dovei abbandonarne il pensiero, non mi trovando più il robusto furore necessario ad un tale pazzo genere. Smessa dunque quell’idea, che pur tanto mi era stata cara, mi volli rivolgere alle satire, di cui fatto avea sol la prima che poi serve all’altre di prologo; bastantemente mi era andato esercitando in quest’arte negli squarci diversi del Misogallo, onde non disperava di riuscirvi; e ne scrissi la seconda, ed in parte la terza; ma non era ancora abbastanza raccolto in me stesso; male alloggiato, senza libri, non avea quasi il cuore a nulla. Questo mi fece entrare in un nuovo perditempo, quello delrecitare. Trovati in Firenze alcuni giovani, e una signora, che mostravano genio e capacità da ciò, si imparò il Saul, e si recitò in casa privata, e senza palco, a
Vita di Vittorio Alfieri