elocuzione

[e-lo-cu-zió-ne]
In sintesi
esposizione chiara e organica di una serie di concetti e di sentimenti; eloquio
← dal lat. elocutiōne(m), deriv. di elocūtus, part. pass. di elŏqui ‘esprimere compiutamente’ poi ‘dire con arte’, comp. di ĕx-, che indica compimento, e lŏqui ‘parlare’.
1
Combinazione opportuna delle parole nel discorso, al fine di esporre con ordine, chiarezza ed eleganza le proprie idee e i propri sentimenti
2
RET Parte dell'antica retorica che trattava del modo di elaborare e disporre opportunamente le idee nel discorso

Citazioni
soggetto. Faccio dunque tutto questo, non lodo i secoli antichi, non affermo che quella vita e quei pensieri e quegli uomini fossero migliori dei presenti, so che questi discorsi oggi s’hanno per vecchi e passati d’usanza, lascio ch’altri giudichi  a  sua  voglia  delle  cose  ch’io  potrei  dire;  sieno  sogni  di  fantasie disprezzatrici del presente e vaghe del lontano. Solamente dico che quella era natura e questa non è; che l’ufficio del poeta è imitar la natura, la quale non si cambia né incivilisce; che quando la natura combatte colla ragione, e forza che il poeta o lasci la ragione, o insieme colla natura, l’ufficio e il nome di poeta; che questi può ingannare, e per tanto deve coll’arte sua quasi trasportarci  in  quei  primi  tempi,  e  quella  natura  che  ci  è  sparita  dagli  occhi, ricondurcela avanti, o più tosto svelarcela ancora presente e bella come in principio, e farcela vedere e sentire, e cagionarci quei diletti soprumani di cui pressoché tutto, salvo il desiderio, abbiamo perduto, onde sia presentemente l’ufficio suo, non solamente imitar la natura, ma anche manifestarla, non solamente dilettarci la fantasia, ma liberarcela dalle angustie, non solamente somministrare, ma sostituire; dico che chiamare la poesia dal primitivo al moderno, è lo stesso che sviarla dall’ufficio suo, volerla spogliare di quel sovrano diletto ch’è suo proprio, tirarla dalla natura all’incivilimento. Ma questo né più né meno vogliono i romantici, e conveniva bene che questo tempo, dopo averci snaturati indicibilmente tutti, proccurasse in fine di snaturare la poesia, ch’era l’ultimo quasi rifugio della natura, e d’impedire agli uomini ogni diletto ogni ricordanza della prima condizione, e negasse il nome di poeta a chiunque verseggiando non esprimesse i costumi moderni e lo spegnimento dei primitivi e la corruzione degli uomini. Perché in somma una delle principalissime differenze tra i poeti romantici e i nostri, nella quale si riducono e contengono infinite altre, consiste in questo: che i nostri cantano in genere più che possono la natura, e i romantici più che possono l’incivilimento, quelli le cose e le forme e le bellezze eterne e immutabili, e questi le transitorie e mutabili, quelli le opere di Dio, e questi le opere degli uomini. La qual differenza e riluce abbondantemente nei soggetti e nelle descrizioni e nelle immagini e in tutta la suppellettile e il modo e l’elocuzione poetica, e in tutto il complesso della poesia, ed è chiara, fra le altre cose, per portare un esempio pratico, nelle similitudini, le quali i nostri proccurano comunemente di pigliare dalle cose naturali, onde avviene che quelle presso loro sveglino ad ogni poco nella fantasia de’ lettori mille squisitissime immagini con maraviglioso diletto, ed è stato già notato che le similitudini de’ 17 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Nissuna cosa, dunque, ho letto o di colui che fa il giudizio, o dell’altro che riprende co ‘l giudizio me che son giudicato e non fui citato già mai, da la quale io sia più stato offeso che da quelle che toccano mio padre: perché io gli cedo volontieri in tutte le maniere di componimenti, né potrei sostenere che in alcune di esse alcuno gli fosse anteposto. Dunque, mi deve esser lecito che io prenda la sua difesa; la quale non dirò che sia commandata da le leggi ateniesi, come disse già Socrate, o da le romane, ma da quelle della natura, che sono eterne, né possono esser mutate per volontà d’alcuno, né perdono l’autorità con la mutazione dei regni e degli imperii. E se le leggi naturali che appartengono a la sepoltura dei morti debbono essere preposte a i commandamenti dei re e dei principi, ciò si dee far più ragionevolmente in quelle che son dirizzate a la perpetuità dell’onore e della gloria, che si stima quasi la vita dei morti. E perché mio padre, il quale è morto nel sepolcro,  si  può  dir  vivo  nel  poema,  chi  cerca  d’offender  la  sua  poesia, procura dargli morte un’altra volta: e ciascuno l’offende, che lo vuol fare inferiore ad alcun altro della medesima sorte, e particolarmente al Morgante ed al Boiardo, a i quali è tanto superiore nell’elocuzione e nelle bellezze poetiche che in niun modo più ardito potrebbe l’oppositore fare inferiore la causa superiore. Né so ben conoscere le ragioni che ‘l muovano a lodar tanto il  Morgante; anzi mi pare che ‘l Pulci non s’accorgesse d’aver fatto quasi una tragicomedia, volendo far un poema eroico: in cui non essendo parte alcuna che si convenga a quella maniera di poema, non può esser preferito o agguagliato a quel di mio padre, il qual nondimeno fece professione di cortegiano, non di poeta; e le sue proprie lodi furono quelle che egli meritava in corte: l’altre degli studi sono state accidentali, e ricercate da lui dopo la sodisfazione dei padroni che egli serviva, a i quali principalmente cercava di compiacere. E credo fermamente, amici e signori miei, che non vi sarà discara la narrazione d’una breve istoria, la qual precederà la difesa e l’illustrerà: perché ella non s’assomigli alle battaglie che si fanno di notte, le quali sogliono apportar maggior pericolo a i difensori. Sappiate, dunque, ch’essendo mio padre nella Corte di Spagna per servizio del principe di Salerno suo padrone, fu persuaso da i principali di quella Corte a ridurre in poema l’istoria favolosa dell’Amadigi; la quale, per giudizio di molti e mio particolarmente, è la più bella che si legga fra quelle di questo genere, e forse la più giovevole; perché nell’affetto e nel costume si  lascia  a  dietro  tutte  l’altre,  e  nella  varietà  degli  accidenti  non  cede  ad
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Ma mio padre, vedendo che questi poemi si debbono porre fra quelli che son misurati con le misure degli estremi, e perché superano tutti gli altri di gran lunga, stimò che l’accrescimento fosse tanto più lodevole, quanto maggiore; e la grandezza tanto più risguardevole, quanto meno usata, perciò che fra’ giganti ancora quelli sono più maravigliosi che superano più la commune statura; e nei colossi parimente. E questo avviene non solamente nel soverchio, ma nel defetto, avenga che dei cani gentili, che si tengono per diletto delle donne, e dei nani, il sommo è nella picciolezza. Nel  mancamento,  dunque,  e  nell’abbondanza,  non  solo  nella mediocrità, è la propria misura, e quasi la propria perfezione; la quale mio padre,  tutto  che  trapassasse  il  convenevole,  ricercò  convenevolmente;  e s’avvide  che  l’esser  dubbio  nella  spezie  e  nell’artifizio  è  d’imperfezione argumento: però scrivendo molte azioni, volle che fosse conosciuta la moltitudine;  ma  l’Ariosto,  se  è  come  dice  l’oppositore,  formò  il  suo  poema quasi animal d’incerta natura e mezzo fra l’uno e fra l’altro: per questo, s’alcun dubita quale egli sia, condanna senza dubio l’artifizio del poeta. E perché le comparazioni allora sono più lodevoli e più acconcie a persuadere, che sono prese più d’appresso, né da parte più vicina si posson prendere comparazioni in materia di poesia che da l’istoria, da l’istoria debbono esser prese; ma fra l’istorie universali, che s’assomigliano a’ poemi di molte azioni, quelle meritano maggior lode, le quali contengono maggior notizia di cose e maggior copia d’avvenimenti: dunque nei poemi, nei quali si riceve la  moltitudine,  si  deve  lodar  la  copia.  E  qual  poema  fu  più  copioso dell’Amadigi? qual più abondante, qual più ricco, non solo dell’invenzioni, ma  dell’elocuzioni  e  delle  figure  e  degli  ornamenti  poetici?  le  quali  son tante che, senza impoverirne, potrebbe vestirne il Morgante e molti altri, che ne son quasi ignudi. Dunque il paragone fra il Morgante e l’Amadigi è molto disconvenevole: né meno ardito è chi fa questa comparazione di quel che sarebbe chi volesse paragonare alcuno assirio o ircano o caldeo con quel Ciro che acquistò il regno de’ Persiani, o con quell’altro che guerreggiò co ‘l fratello, il quale potrebbe dirgli: Perché tu contendi meco? Perché io son vestito riccamente, e tu poveramente; non sai che queste ricchezze sono acquistate  con  valore,  e  con  virtù  si  difendono?  e  la  tua  povertà  è  certo argomento della tua picciola virtù. E s’egli fosse necessario, io rimoverei il velo così ricco e così splendido, il qual ricuopre le bellezze dell’Amadigi, acciò che non solo si vergognasse l’oppositore, ma l’amico, d’averlo stimato meno che non conveniva; se pure questo volle intendere, e non altro. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
E se non bastava, perché fa parer noioso con la sua confusione quel che forse non parrebbe tale con la mia distinzione? E certo, egli in maniera l’ha confuse ch’io non le riconosco per mie; né voglio ricercarle in un poema che già dieci anni sono io non ho letto: nel quale molte cose avrei mutate, non sol mutate parole, s’io gli avessi data l’ultima perfezione. Voi, s’altro ci resta, non vi scordate del vostro ufficio. Dialogo. Tuttavolta ciò fa (come nella locuzione vedremo) per dimostrarsi maestro  nelle  maggior  difficoltà  dell’arte  poetica:  però  questa  sua  sentenza  con locuzione laconica non viene così universalmente lodata. Risposta.  Né anco particolarmente. Non so perché chiami la mia locuzione laconica. Forse perché ci mancano molte di quelle congiunzioni, che sono quasi legami del parlare: ché per altro mi paiono i modi del vostro dire assai copiosi. Peraventura non basta questo a far che la mia elocuzione sia laconica; ma io credeva (né l’aveva creduto senza l’autorità d’Aristotele) che, aggiungendosi oltre la necessità o levandosi parte di quelle congiunzioni che son necessarie,  s’accrescesse  per  diverse  cagioni  grandezza  al  parlare.  E  nell’uno  e nell’altro modo stimo d’averlo ricercato; e s’ora non piace a l’universale ed al particolare, non dovrei dolermene seco, né con Demetrio Falareo: perché, quantunque egli fosse vivo, mi risponderebbe: Amico, io nacqui in Grecia; e tu vedi come questi nuovi Fiorentini sprezzano non solamente me, al quale tante statue furono dirizzate; ma ‘l mio maestro Aristotele, dal quale tu prima l’apparasti, ed Omero, che l’uno e l’altro di noi ti propose quasi per esempio. Laonde io sarei costretto di rivolgermi al signor Pietro Vittorio che nella vecchiezza, simile a quella di Isocrate e di Platone, scrive con simile tranquillità d’animo simili componimenti; e gli direi: O maestro della poesia e dell’eloquenza, o più tosto padre delle belle lettere e delle Muse, perché m’ingannaste voi nella fanciullezza, ed aggiungesti a l’inganno l’autorità del signor Giovanni Casa? della quale non par che si curino questi nuovi academici, o più tosto nuovamente nominati: benché sia vivo il signor Orazio Rucellai, che è così ricco gentiluomo e così copioso di tutti i beni e di tutti  i  doni  della  fortuna  e  della  natura?  Ma,  sin  che  vien  la risposta, seguite di leggere. Dialogo.  S’egli adempie quello che intende di fare, che importa che non sia chiaro? Risposta. Questo è ‘l male, ch’egli nol fa, né ‘l può fare senza la chiarezza.  Dialogo.  Dovrebbe  almeno  appresso  il  giudizio  de’  dotti  esser  lodato  in questa parte più dell’Ariosto. Risposta.  La chiarezza è virtù, e ‘l contrario è vizio; e ‘l vizio è più biasimato da’ dotti che da gli ignoranti. Ma che argomento e che conseguenza è questa? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
E voi dovete ricordarvi di quel sapore, ch’egli disse, del quale non si mostrò schifo il Petrarca, il Bembo e ‘l Casa. Me ne ricordo. E queste mi paiono del medesimo. Del medesimo, e del medesimo condimento. E s’è pur vero ch’a picciolo numero si ristringano nel Goffredo le parole e i modi di questa lingua, egli dee intendere della volgar fiorentina. Di quella, non d’altra. E peraventura di quella che s’usa a questi tempi, non di quella la qual era usata a’ tempi del Boccaccio, o pur di Dante che scrisse più fiorentinamente del Petrarca, ma non ebbe elocuzione così poetica e così pellegrina. La lingua del Petrarca molte volte è poetica più tosto che fiorentina; e così mi par quella di alcuni moderni. I quali peraventura, secondo i Fiorentini, a nominar perduta opra sarebbe; e però forse non gli nominate; ma se l’opra non vi par perduta, dite il Molza, il Bembo e gli altri che tante volte avete nominati. Veramente la lingua di costor è poetica. Sì, quando essi scrivono versi; ma quando fanno orazioni, la lingua è oratoria. Oratoria. E istorica e filosofica, quando scrivono le istorie o trattano la filosofia. Istorica e filosofica. E così la poetica lingua di costoro, come la oratoria e l’istorica, e la filosofica non è la volgar fiorentina. Non la moderna; ma l’antica, mescolata con molte parole peregrine. E forse delle parole è avvenuto quel che delle famiglie: perché sì come molti popolari son fatti nobili, così molte parole volgari sono divenute gentili. Gentili e nobili come le altre. Ma fra quelle ch’egli biasima nel mio poema, non sono della lingua fiorentina antica scuotere e riscuotere, breve, capitano, vide e vinse? Son di quella senza dubbio; e tutte da loro sono state usate in versi, e dal Petrarca; eccettuatone capitano, usata dal Boccaccio e da’ poeti che scrivono romanzi, necessaria negli eroici, come dimostrò il Trissino, che l’usò così spesso.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
il quale è altissimo tra gli elementi, è leggierissimo, e la terra, ch’è bassissima, è gravissima. O.C. F.N. O.C. F.N. O.C. F.N. O.C. F.N. Così mi par che si provi per questa ragione. Dunque l’alto stile sarà il leggiero, e ‘l grave sarà il basso. Così pare. Ma le cose basse sono più nobili o meno de l’alte? Meno. Le bassissime dunque saranno le ignobilissime. Senza dubbio. Dunque le bassissime poesie saranno le gravissime e l’ignobilissime, e le leggierissime saranno altissime e nobilissime: e la tragedia sarà bassissima e ignobilissima, e fra le comedie quella ch’è leggierissima sarà l’altissima e la nobilissima. Così mi par che conchiuda questa vostra ragione, la qual non persuade, ma fa violenza. Or non vorremo diffenderci, quanto potremo, per non essere sforzati? Defendiamci. Ditemi adunque: il grave in tutte le cose ha l’istesso contrario o pur diverso? E accioché meglio m’intendiate, io vi chiedo se ne la voce al grave s’oppone quel medesimo che ne’ corpi, over altro. Non si dice de le voci ch’elle sian gravi e leggiere come ne’ corpi. Ma qual nome darem noi a questa opposizione? L’uno opposto chiamerem grave e l’altro acuto. Dunque  ancora  ne  l’elocuzione,  la  qual  è  una  specie  di  voce,  potremo opponere altro contrario al grave che ‘l leggiero: e s’al grave non è contrario il leggiero, l’altezza e la nobiltà, che ne’ corpi seguitano la leggerezza, non saranno ne elocuzione ripugnante a la gravità. Non per questa ragione, la qual assai m’appaga. Oltre di ciò quelle stesse condizioni, o qualità, che procedono o seguono la gravità ne’ corpi, vi pare che si congiungano insieme ne le voci? A  nissun  modo,  perché  non  diremo  che  la  voce  sia  calda  né  fredda,  né umida né secca, né rara né densa.
La Cavaletta overo de la poesia toscana di Torquato Tasso