elegia

[e-le-gì-a]
In sintesi
componimento poetico; lirica di tono sentimentale e malinconico
← dal lat. elegīa(m), che è dal gr. eleghéia, deriv. di élegos ‘canto di dolore con accompagnamento di flauto’.
1
LETTER Nell'antica poesia greca e latina, componimento in distici, esametro e pentametro, a carattere morale o sentimentale
2
MUS Composizione musicale, spesso con canto, di tono malinconico
3
fig., scherz. Lamentazione, discorso triste e monotono: sono stanco di sentire le sue eterne elegie || raro Serie di vicende tristi

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  3 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Elegia di Madonna Fiammetta � Elegia di Madonna Fiammetta Incomincia il libro chiamato Elegia di Madonna Fiammetta, da lei alle innamorate donne mandato Prologo Suole a’ miseri crescere di dolersi vaghezza, quando di sé discernono o sentono compassione in alcuno. Adunque, acciò che in me, volonterosa più che altra a dolermi, di ciò per lunga usanza non menomi la cagione, ma s’avanzi, mi piace, o nobili donne, ne’ cuori delle quali amore più che nel mio  forse  felicemente  dimora,  narrando  i  casi  miei,  di  farvi,  s’io  posso, pietose. Né m’è cura perché il mio parlare agli uomini non pervenga, anzi, in quanto io posso, del tutto il niego loro, però che sì miseramente in me l’acerbità d’alcuno si discuopre, che gli altri simili imaginando, piuttosto schernevole riso che pietose lagrime ne vedrei. Voi sole, le quali io per me medesima conosco pieghevoli e agl’infortunii pie, priego che leggiate; voi, leggendo,  non  troverete  favole  greche  ornate  di  molte  bugie,  né  troiane battaglie sozze per molto sangue, ma amorose, stimolate da molti disiri, nelle quali davanti agli occhi vostri appariranno le misere lagrime, gl’impetuosi sospiri, le dolenti voci e li tempestosi pensieri, li quali, con istimolo continuo molestandomi, insieme il cibo, il sonno, i lieti tempi e l’amata bellezza hanno da me tolta via. Le quali cose, se con quel cuore che sogliono essere le donne vederete, ciascuna per sé e tutte insieme adunate, sono certa che li dilicati visi con lagrime bagnerete, le quali a me, che altro non cerco, di dolore perpetuo fieno cagione. Priegovi che d’averle non rifiutate, pensando che, sì come li miei, così poco sono stabili li vostri casi, li quali se a’ miei simili ritornassero, il che cessilo Iddio, care vi sarebbero rendendolevi. E  acciò  che  il  tempo  più  nel  parlare  che  nel  piagnere  non  trascorra, brievemente  allo  impromesso  mi  sforzerò  di  venire,  da’  miei  amori  più felici che stabili cominciando, acciò che da quella felicità allo stato presente argomento prendendo, me più che altra conosciate infelice; e quindi a’ casi infelici, onde io con ragione piango, con lagrimevole stilo seguirò come io posso. Ma primieramente, se de’ miseri sono li prieghi ascoltati, afflitta sì come io sono, bagnata delle mie lagrime, priego, se alcuna deità è nel cielo la cui santa mente per me sia da pietà tocca, che la dolente memoria aiuti, e sostenga la tremante mano alla presente opera, e così le faccia possenti, che quali nella mente io ho sentite e sento l’angoscie, cotali l’una profferi le parole, l’altra, più a tale oficio volonterosa che forte, le scriva. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Poesie varie - La notte di Natale Elegie I Vorrei morire, esser morto vorrei, ma lontano lontano di qui: nel breve campo ove dormono i miei, ove canta, tra i pioppi, il Luì. 5 So che un soave dormir sarà il mio, so che il mio sarà un dolce sognar: udrò la guazza con vasto brusìo sulle acacie odorose crosciar. E sognerò nella notte serena che mi vengono amici a veder; che fruscia e stride il trifoglio e l’avena per migliaia di passi legger. Sotto le stelle non son margherite che fan tutto lo spiazzo albeggiar: sono fanciulle di bianco vestite e le sento parlare e cantar...: parlano, cantano, danzano in volta e hanno tutte una face alle mani; non sono lucciole ch’ardon la folta siepe, e vento che scuote gli ontani: parlano e cantano cose d’amore, fiori colgono, aspettano il dì: i canti sono che pensa il mio cuore, sono i fior che il mio sangue nutrì. II 25 Si specchiano stelle serene sul piano inquieto dell’onda; ne vengono al sommo nereidi e sirene
Poesie varie di Giovanni Pascoli