egida

[è-gi-da]
In sintesi
protezione, custodia, difesa
← dal lat. aegĭda, acc. di āegis, che è dal gr. aighís -ídos, deriv. di áix aigós ‘capra’; nel sign. di ‘protezione, difesa’, attrav. il fr. égide.
1
MITOL Scudo di Giove, di Atena e di altri dei, usato nelle battaglie ed effigiato con essi come simbolo di potenza
2
fig. Protezione, difesa: mettersi, stare, rimanere sotto l'e. della legge SIN. riparo, baluardo

Citazioni
si in un impegno difficile, dal quale il suo onore non gli permetteva di ritirarsi, s’era ricordato delle promesse di quell’uomo che non prometteva mai troppo, né invano; e si fece ad esporre il suo scellerato imbroglio. L’innominato che ne sapeva già qualcosa, ma in confuso, stette a sentire con attenzione, e come curioso di simili storie, e per essere in questa mischiato un nome a lui noto e odiosissimo, quello di fra Cristoforo, nemico aperto de’ tiranni, e in parole e, dove poteva, in opere. Don Rodrigo, sapendo con chi parlava, si mise poi a esagerare le difficoltà dell’impresa; la distanza del luogo, un monastero, la signora!... A questo, l’innominato, come se un demonio nascosto nel suo cuore gliel avesse comandato, interruppe subitamente, dicendo che prendeva l’impresa sopra di sé. Prese l’appunto del nome della nostra povera Lucia, e licenziò don Rodrigo, dicendo: “tra poco avrete da me l’avviso di quel che dovrete fare”. Se il lettore si ricorda di quello sciagurato Egidio che abitava accanto al monastero dove la povera Lucia stava ricoverata, sappia ora che costui era uno de’ più stretti ed intimi colleghi di scelleratezze che avesse l’innominato: perciò questo aveva lasciata correre così prontamente e risolutamente la sua parola. Ma appena rimase solo, si trovò, non dirò pentito, ma indispettito d’averla data. Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo. Una certa ripugnanza provata ne’ primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que’ primi tempi, l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’una fiducia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. – Invecchiare! morire! e poi? – E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per al-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
lontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a sé stesso, o di soffogarla. Invidiando (giacché non poteva annientarli né dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per riafferrare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer sé stesso ch’era ancor quello. Così in quest’occasione, aveva subito impegnata la sua parola a don Rodrigo, per chiudersi l’adito a ogni esitazione. Ma appena partito costui, sentendo scemare quella fermezza che s’era comandata per promettere, sentendo a poco a poco venirsi innanzi nella mente pensieri che lo tentavano di mancare a quella parola, e l’avrebbero condotto a scomparire in faccia a un amico, a un complice secondario; per troncare a un tratto quel contrasto penoso, chiamò il Nibbio, uno de’ più destri e arditi ministri delle sue enormità, e quello di cui era solito servirsi per la corrispondenza con Egidio. E, con aria risoluta, gli comandò che montasse subito a cavallo, andasse diritto a Monza, informasse Egidio dell’impegno contratto, e richiedesse il suo aiuto per adempirlo. Il messo ribaldo tornò più presto che il suo padrone non se l’aspettasse, con la risposta d’Egidio: che l’impresa era facile e sicura; gli si mandasse subito una carrozza, con due o tre bravi ben travisati; e lui prendeva la cura di
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
tutto il resto, e guiderebbe la cosa. A quest’annunzio, l’innominato, comunque stesse di dentro, diede ordine in fretta al Nibbio stesso, che disponesse tutto secondo aveva detto Egidio, e andasse con due altri che gli nominò, alla spedizione. Se per rendere l’orribile servizio che gli era stato chiesto, Egidio avesse dovuto far conto de’ soli suoi mezzi ordinari, non avrebbe certamente data così subito una promessa così decisa. Ma, in quell’asilo stesso dove pareva che tutto dovesse essere ostacolo, l’atroce giovine aveva un mezzo noto a lui solo; e ciò che per gli altri sarebbe stata la maggior difficoltà, era strumento per lui. Noi abbiamo riferito come la sciagurata signora desse una volta retta alle sue parole; e il lettore può avere inteso che quella volta non fu l’ultima, non fu che un primo passo in una strada d’abbominazione e di sangue. Quella stessa voce, che aveva acquistato forza, e direi quasi, autorità dal delitto, le impose ora il sagrifizio dell’innocente che aveva in custodia. La proposta riuscì spaventosa a Gertrude. Perder Lucia per un caso impreveduto, senza colpa, le sarebbe parsa una sventura, una punizione amara: e le veniva comandato di privarsene con una scellerata perfidia, di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo d’espiazione. La sventurata tentò tutte le strade per esimersi dall’orribile comando; tutte, fuorché la sola ch’era sicura, e che le stava pur sempre aperta davanti. Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi se ne ribella interamente. A questo Gertrude non voleva risolversi; e ubbidì. Era il giorno stabilito; l’ora convenuta s’avvicinava; Gertrude, ritirata con Lucia nel suo parlatorio privato, le faceva più carezze dell’ordinario, e Lucia le riceveva e le contraccambiava con tenerezza crescente: come la pecora, tremolando senza timore sotto la mano del pastore che la palpa e la strascina mollemente, si volta a leccar quella mano; e non sa che, fuori della stalla, l’aspetta il macellaio, a cui il pastore l’ha venduta un momento prima. “Ho bisogno d’un gran servizio; e voi sola potete farmelo. Ho tanta gente a’ miei comandi; ma di cui mi fidi, nessuno. Per un affare di grand’importanza, che vi dirò poi, ho bisogno di parlar subito subito con quel padre guardiano de’ cappuccini che v’ha condotta qui da me, la mia povera Lucia; ma è anche necessario che nessuno sappia che l’ho mandato a chiamare io. Non ho che voi per far segretamente quest’imbasciata.” Lucia fu atterrita d’una tale richiesta; e con quella sua suggezione, ma senza nascondere una gran maraviglia, addusse subito, per disimpegnarsene,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
CLII – Messer Giletto di Spagna dona uno piacevole asino a messer Bernabò, e Michelozzo da Firenze, avvisandosi il detto signore essere vago d’asini, gliene manda due coverti di scarlatto, de’ quali gli è fatto poco onore, con molte nuove cose che per quello dono ne seguirono ............................................................. 295 CLIII  –  Messer  Dolcibene,  andando  a  vicitare  uno  cavaliere  novello,  ricco  e  avaro,  con  uno  piacevol  morso il desta a farsi fare qualche dono .................................................................................................................... 300 CLIV – Uno giovene di Genova, avendo menata moglie, non possendo così le prime notti giacere con lei, preso sdegno se ne va in Caffa, e stato là più di due anni, ritorna a casa con più denari che non portò, avendolo la moglie aspettato a bell’agio a casa il padre ................................................................................... 302 CLV – Maestro Gabbadeo da Prato è condotto a Firenze, per avviarsi dopo la morte del maestro Dino, il quale venuto, gl’interviene che guardando uno orinale a cavallo, e ’l cavallo aombrando, corre a suo mal grado insino alla porta al Prato, ed egli non lasciò mai l’orinale ............................................................................... 306 CLVI – Messer Dolcibene fa in forma di medico nel contado di Ferrara tornare una mana a una fanciulla, che era sconcia e svolta, nel suo luogo; e questo fa gittandovisi su a sedere ..................................................... 309 CLVII – Messer Francesco da Casale signore di Cortona mena Pietro Alfonso a mostrarli il corpo di santo Ugolino, là dove con nuove parole si raccomanda a lui, e con vie più nuove si sta, e parte dal detto messer Francesco .......... 313 CLVIII – Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, essendo capitano di Santo Miniato, usa certe astuzie con la malizia de’ Sanminiatesi; e in fine, sanza tenere la metà de’ fanti, vinse le sètte loro, ed ebbe onore ............. 315 CLIX – Uno cavallaccio di Rinuccio di Nello, sciogliendosi, per correre drieto a una cavalla in Firenze, e ’l detto  Rinuccio, seguendolo, con nuovi casi fece quasi correre a seguirlo la maggior parte de’ Fiorentini ................. 318 CLX – Uno mulo traendo calci in Mercato vecchio fa fuggire tutta la piazza, e guasta la carne ed e’ panni di cui era carico, fa venire in quistione i lanaiuoli co’ beccari; e dopo molte nuove cose, il fine che n’è seguito ......... 323 CLXI – Il vescovo Guido d’Arezzo fa dipignere a Bonamico alcuna storia, la quale essendo spinto da una bertuccia la notte quello che ’l dì dipignea, le nuove cose che ne seguirono .................................................... 329 CLXII – Popolo d’Ancona buffone, per grande improntitudine e con nuova sottigliezza di parole, cava una cappa di dosso al cardinale Egidio, quasi contro al suo volere, e vassene con essa ............................................ 332 CLXIII – Ser Bonavere di Firenze, essendo richiesto a rogare un testamento e non trovando nel calamaio inchiostro, è chiamato un altro notaio a farlo; di che elli ne compera una ampolla, e portandola allato, si versa sopra una roba d’uno judice a palagio ............................................................................................................ 334 CLXIV – Riccio Cederni fa un sogno, come è diventato ricco con gran tesoro; la mattina vegnente una gatta il battezza con lo sterco suo, ed è più tapino che mai ..................................................................................... 337 CLXV – Carmignano da Fortune con una nuova immaginazione sfinisce una questione di tavole passando per la via, la quale non si potea sfinire per chi non avesse veduto .................................................................... 339 CLXVI – Alessandro di ser Lamberto, con nuovo artificio fa cavare un dente a un suo amico dal Ciarpa, fabbro in Pian di Mugnone............................................................................................................................ 341 CLXVII – Messer Tommaso di Neri manda un suo lavorante di lana al maestro  Tommaso perché lo curi d’alcuno difetto; e portando l’orina al maestro, ne porta un pieno orinale e un mezzo orciuolo; e quello che ne seguita ...... 344 CLXVIII – Maestro Gabbadeo con una bella cura fa uscire a uno contadino certe fave che gli erano entrate nell’orecchia, battendole su l’aia ..................................................................................................................... 346 CLXIX – Bonamico dipintore dipignendo santo Ercolano su la piazza di Perugia, il dipigne col diadema di lasche in capo, e quello che ne seguita ........................................................................................................ 348 CLXX – Bartolo Gioggi dipintore avendo dipinto una camera a messer Pino Brunelleschi di Firenze, il nuovo motto e altro che seguì ..................................................................................................................... 350 CLXXI – Il  Vescovo dell’Antella di Firenze avendo fatto dipignere  l’altare di Santo  Bastiano  nella maggior chiesa.... ..........351 CLXXII ................................................................................................................................................................ 351 CLXXIII – Gonnella buffone predetto in forma di medico, capitando a Roncastaldo arca certi gozzuti, e ancora il Podestà di Bologna; e con la borsa piena si va con Dio, e loro lascia col danno e con le beffe ......... 352 CLXXIV – Gonnella medesimo domanda denari che non dee avere, a due mercatanti, l’uno gli dà denari, l’altro il paga di molte pugna ......................................................................................................................... 356
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCXX – Gonnella buffone compera un paio di capponi, e andando uno fanciullo con lui per li denari si contraffae per forma che ’l fanciullo per paura si fugge e dice che non è desso ............................................ 478 CCXXI – A messer Ilario Doria, venuto a Firenze ambasciadore per lo imperadore di Costantinopoli, con una sottile malizia da uno, mostrandosi famiglio di uno cittadino di Firenze, è tolta una tazza d’argento di valuta di trenta fiorini ................................................................................................................ 479 CCXXII  –  Messer  Egidio  cardinale  di  Spagna  manda  per  messer  Giovanni  di  messer  Ricciardo,  perché  sente avere fatto contro a lui; ed elli vi va, e con sottile avvedimento gli esce dalle mani, e torna a casa ................... 480 CCXXII – Lo conte Joanni da Barbiano fa al marchese che tiene Ferrara uno grande inganno, ovvero trattato doppio, promettendogli d’uccidere il marchese Azzo da Esti che gli facea guerra, e dandogli a divedere che l’ha morto, riceve da lui castella e denari.................................................................................................. 482 CCXIV – Ancora il conte Joanni da Barbiano fa uno sottile tratto, credendo pigliare una bastìa fiorentina edificata in suoi danni, come che non gli vien fatto, e tornasi addietro sanza avere approdato alcuna cosa ............ 484 CCXXV – Agnolo Moronti fa una beffa al Golfo, dormendo con lui, soffia con uno mantaco sotto il copertoio, e facendoli credere sia vento, lo fa quasi disperare .......................................................................................... 486 CCXXVI – La Castellana di Belcari, veggendo passere da una finestra, e poi un asino, gitta un piacevol motto ............ 489 CCXXVII – Una donna fiorentina, veggendo passere in amore, gitta un piacevole motto verso la suocera ............. 490 CCXXVIII – Il duca di Borgogna, andando a vedere certi suoi tesorieri in più parti, s’abbatte a uno che non ricevendolo riccamente li dice che è la cagione; diceli che non vuole rubare; e quello che ne segue ................. 491 CCXXIX – Maestro Jacopo da Pistoia, facendo una sepoltura a messer Aldighieri degli Asinacci da Parma, fa diverse beffe a un prete, ed elli si gode il suo............................................................................................... 493 CCXXX ................................................................................................................................................................ 496 CCXXXI – Donnellino vende due oche a una donna a un nuovo pregio, sì ch’egli ha da lei ciò che vuole;  la lascia vituperata e con danno e con beffe ................................................................................................... 498 CCXXXII – Lo re Filippo di Francia manda allo re di Spagna per un cavallo, il quale abbia tutte le proprietà di bene; e quelli li manda uno stallone e una cavalla, e dice se ne faccia fare uno come li piace ....................... 499 CCLIV ................................................................................................................................................................. 499 CCLV – Messere Albertaccio da Ricasoli allega a un suo fratello una usanza di Francia, che si fa per lui, quelli ne allega un’altra che ’l vince ................................................................................................................ 500 CCLVIII – Ser Francesco dal Poggio a Vico vuole mandare pippioni a vendere; la mattina truova essere morto l’asino, che gli dovea portare, da un lupo; e ’l lupo è poi morto ...................................................................... 501
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
VII Messer Ridolfo da Camerino, al tempo che la Chiesa avea assediato Forlì, fa una nuova e notabile assoluzione sopra una questione che aveano valentri uomeni d’una insegna. Messer Ridolfo da Camerino, savissimo signore, con poche parole e notabil  judicio,  contentò  una  brigata  di  valentri  uomeni  di  quello  che domandorono sopra una questione, sì come il Basso d’un nuovo uccello contentasse il marchese. Al  tempo  che  la  Chiesa,  e  messer  Egidio  di  Spagna  cardinale  per quella, avea per assedio costretta la città di Forlì per gran dimora; e di quella essendo signore messer Francesco Ardelaffi, notabile signore, molti signori 25 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— La dipintura sta per forma che ’l dipintore v’ha ben servito alla ’ndreto. — O come sta? Fugli detto. E volendone esser certo, l’andò a vedere; e veduta che l’ebbe, venne in tanta ira che gli fece dar bando dell’avere e della persona, e insino a Firenze il mandò a minacciare. E Buonamico rispose a quelli che ’l minacciava per sua parte: — Di’ al vescovo che mi faccia il peggio che puote; ché se mi vorrà, converrà che mi mandi la mitera. E così avendo veduto il vescovo i costumi di Buonamico e avendoli dato bando, ripensandosi poi, come savio signore, che ciò che Buonamico avea fatto, avea fatto bene e saviamente, lo ribandì e riconciliollo a sé; e mandando per lui spesse volte, mentre che visse lo trattò come suo intimo e fedele servidore. E così avviene spesse volte che gli uomeni da meno con diverse astuzie vincono quelli che sono da più, e fannoseli benivoli quando più attendano a nimicarli. CLXII Popolo d’Ancona buffone, per grande improntitudine e con nuova sottigliezza di  parole,  cava  una  cappa  di  dosso  al  cardinale  Egidio,  quasi  contro  al  suo volere, e vassene con essa. Ne’  tempi  che  la  Chiesa  di  Roma  era  in  grande  e  prospero  stato, allora che ’l cardinale Egidio dominava per lei la Marca e ’l Ducato e molte provincie d’attorno, trovandosi il detto cardinale nella città d’Ancona, con festa e allegrezza di vittorie per la Chiesa ricevute, avvenne per caso che un uomo di corte chiamato Popolo d’Ancona, andando al detto cardinale con animo e con intenzione di spogliarlo e di vestire sé, come tutti sono usi, ché mai non posano se tutte le robe de’ signori e de’ gentili non recano a loro. E volesse Dio che ragione o cagione si vedesse, che questo a loro si dovesse fare! però che, considerando la loro natura, io non so se, per loro vizii o scelleratezze, alcuni sono tenuti di donare a loro, o per cattività di quelli che donano, credendosi essere magnanimi tenuti per non essere da loro infamati. Come che sia, veduto s’è esperienza che alcuni di questa generazione sono stati moderati e virtuosi uomeni da ogni grande affare, che da’
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
signori e tiranni hanno sempre poco acquistato o niente; dall’altra parte sono stati di quelli che aranno usato brutti costumi, fastidiose operazioni; e con queste averanno recate le facce di molti signori in risa, e con quelle faranno loro grandissimi doni di robe e d’altre provvisioni. Altri seranno, che con nuove e piacevoli industrie faranno tanto che moveranno e’ signori e gli altri a dare loro alcune veste e doni, quasi sforzatamente; e di questi cotali fu questo Populo d’Ancona, uomo piacevole e ingordo, che, avendosi recato nella mente d’acquistare una roba da qualche signore, o per ingegno, o per forza, o per piacevolezza, giammai non restava che veniva a effetto del suo proponimento. Giugnendo adunque, come di sopra dissi, questo Popolo dinanzi al cardinale Egidio e veggendoli una bellissima cappa cardinalesca addosso, cominciò a dirli suoi motti e sue novelle; e in fine, accostandosi e pigliando il  lembo  della  cappa,  domandò  al  cardinale  gliela  donasse.  Il  cardinale, veggendo la improntitudine del buffone, si volse a lui, e disse: — Con li denchi con li denchi piglia del mio ciò che ti piace, béi e mangia del mio quanto ci puoi, e più non aspettare. Rispose Popolo: — Signore mio, volete voi che con li denti io pigli del vostro quanto mi piace? Il cardinale rispose: — A’jotelo detto che sì. Come ciò fu detto, il buffone piglia la cappa cardinalesca co’ denti e tira quanto puote, non dimorsandola mai; tanto che, non potendoselo il cardinale  partire  da  sé,  misse  le  mani  al  cordiglio  del  capezzale  e  quello sciolto, con le mani gli gettò la cappa addosso, dicendo: — Vacci nella malora —; e a’ famigli suoi voltosi, disse lo cacciassono via, e giammai a lui non lo lasciassono più venire, però che più non intendea d’essere morso co’ denti di tal buffone che era stato peggio verso lui che un cane arrabbiato. Grande fu l’astuzia di questo buffone, considerando che con li suoi morsi avea spogliato un così fatto prete e cardinale, e massimamente avendo spogliato uno di quelli che con le loro cerimonie si vestono sempre delle spoglie altrui.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giorgio Vasari   Le Vite   Introduzione in casa di Egidio e di Fabio Sasso ne soleva essere una figura a sedere di braccia tre e mezzo, condotta a’ dì nostri con il resto delle altre statue in casa Farnese. Nel cortile ancora di casa La Valle sopra una finestra una lupa molto eccellente, e nel lor giardino i due prigioni legati, del medesimo porfido, i quali son quattro braccia d’altezza l’uno, lavorati da gli antichi con grandissimo giudicio, arte e disegno; i quali sono oggi lodati straordinariamente da tutte le persone eccellenti, conoscendosi la difficultà che hanno avuto a condurli per la durezza della pietra. A’ dì nostri non s’è mai condotto pietre di questa sorte a perfezzione alcuna, per avere gli artefici nostri perduto il modo del temperare i ferri e così gli altri stormenti da condurle. Vero è che se ne va segando con lo smeriglio rocchi di colonne e molti pezzi, per accomodarli in ispartimenti per piani e così in altri varii ornamenti per fabriche, andandolo consumando a poco a poco con una sega di rame senza denti tirata dalle braccia di due uomini, la quale con lo smeriglio ridotto in polvere e con l’acqua che continuamente la tenga molle, finalmente pur lo ricide. Ma per volerne fare o colonne o tavole, così si lavora: fannosi per questo effetto alcune martella gravi e grosse con le punte d’acciaio temperato fortissimamente col sangue di becco e lavorate a guisa di punte di diamanti, con le quali picchiando minutamente in sul porfido e scantonandolo a poco a poco il meglio che si può, si riduce pur finalmente o a tondo o a piano come più aggrada allo artefice, con fatica e tempo non picciolo, ma non già a forma di statue, che di questo non abbiamo la maniera; e si gli dà il pulimento con lo smeriglio e col cuoio strofinandolo, che viene di lustro molto pulitamente lavorato e finito. Succede al porfido il serpentino, il quale è pietra di color verde scuretta alquanto, con alcune crocette dentro giallette e lunghe per tutta la pietra, della quale nel medesimo modo si vagliono gli artefici per far colonne e piani per pavimenti per le fabriche; ma di questa sorte non s’è mai veduto figure lavorate, ma sì bene infinito numero di base per le colonne e piedi di tavole et altri lavori più materiali. Perché questa sorte di pietra si schianta, ancor che sia dura più che ‘l porfido, e riesce a lavorarla più dolce e men faticosa che ‘l porfido, e cavasi in Egitto e nella Grecia, e la sua saldezza ne’ pezzi non è molto grande. Più tenera poi di questa è il cipollaccio, pietra che si cava in diversi luoghi; il quale è di color verde acerbo e gialletto, et ha dentro alcune macchie nere quadre picciole e grandi, e così bianche alquanto grossette, e si veggono di questa sorte in più luoghi colonne grosse e sottili e porte et altri Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Niccolò, non ostante tanta reputazione, se medesimo ne’ suoi primi principii abbandonò; perché, invilito sotto tanto peso, sanza essere da alcuno cacciato, celatamente si fuggì, e ne andò a trovare Carlo re di Buemia, il quale, per ordine del Papa, in dispregio di Lodovico di Baviera, era stato eletto imperadore. Costui, per gratificarsi il Pontefice, gli mandò Niccolò prigione. Seguì di poi, dopo alcuno tempo, che, ad imitazione di costui, uno Francesco Baroncegli occupò a Roma il tribunato, e ne cacciò i senatori: tanto che il Papa, per il più pronto remedio a reprimerlo, trasse di prigione Niccolò, e lo mandò a Roma, e rendégli l’ufficio del tribuno; tanto che Niccolò riprese lo stato e fece morire Francesco. Ma sendogli diventati nimici i Colonnesi, fu ancora esso, non dopo molto tempo, morto, e restituito l’ufficio ai senatori. Capitolo XXXII In questo mezzo il Re di Ungheria, cacciata che gli ebbe la regina Giovanna, se ne tornò nel suo regno; ma il Papa, che desiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel re, operò in modo che fu contento restituirle il Regno, pure che Lodovico suo marito, contento del titulo di Taranto, non fusse chiamato re. Era venuto l’anno 1350, sì che al Papa parve che il giubileo, ordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali a riformare lo stato della città, e fare secondo la sua volontà i senatori. Il Papa ancora pronunziò Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la reina Giovanna, per questo benifizio, dette alla Chiesa Avignone, che era di suo patrimonio. Era, in questi tempi, morto Luchino Visconti, donde solo Giovanni arcivescovo di Milano era restato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a’ suoi vicini, tanto che diventò potentissimo. Dopo la morte del quale rimasono Bernabò e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poi morì Galeazzo, e di lui rimase Giovangaleazzo, il quale si divise con Bernabò quello stato. Era in questi tempi, imperadore Carlo re di Buemia, e pontefice Innocenzio VI, il quale mandò in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuolo, il quale con la sua virtù, non solamente in Romagna e in Roma, ma per tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuperò Bologna, che dallo arcivescovo di Milano era stata occupata; constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestiero, il quale ciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece 44 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Questo mi pare il più sicuro, ma ci veggo tanti legni carichi di quei discreti religiosi che mi parrebbe indiscrezione il turbarli. Ma in quello di Scoto il medesimo rispetto ci potrebbe ritenere; oltre ch’è sì difficile a prenderlo che la nave ne l’entrare porterebbe pericolo: e in quello d’Egidio non entrano per usanza se non quelli de la religione. Drizziam dunque le vele al primo. Ma vedete quante onde procellose ci perturbano l’entrare: se i generi e le specie  stian  per  sé  o  sian  posti  negli  intelletti  ignudi;  se  sian  corporei  o ‘ncorporei; se ne le sensibili cose o seperati; se ‘l genere sia più sostanza de la specie o pur meno, come crede Aristotele; se diece siano i sommi generi, come pare a’ Peripatetici, o pur cinque, come vogliono i Platonici; se i nomi sian per natura, come tenne Cratilo, o per compiacimento; se ‘l contrario sia più opposto al contrario, come vuole Platone, o pur se la prima opposizione sia ne la contradizione, come giudica Aristotele. Quante altre ce ne sono ancora de l’opposizioni, de le proposizioni e di quella che i Latini chiamano reciprocazione, e de le figure de’ sillogismi e de la risoluzione e de la mescolanza de le proposizioni necessarie e de l’altre che nominiamo contingenti o  de inesse; e se de la maggior necessaria e de l’altra  de inesse nasca la conclusione necessaria; o se una contingente mescolata fra diece mila necessarie le faccia contingenti, come disse Proclo; quante del metodo compositivo, del resolutivo, del difinitivo e del dimostrativo; e se tutte le cose si possano dimostrare in cerchio o pur se di niuna cosa sia dimostrazione, o pur s’alcune si possano dimostrare, altre non possano dimostrarsi, ma sian note per se medesime, come parve ad Aristotele; se la divisione deve farsi in due parti eguali e per mezzo, come s’insegna nel Politico di Platone, o pur altramente, come vuole Aristotele; e se de la privazione, in quanto privazione, non sia differenza, o se la differenza de la privazion sia necessaria a la divisione del genere; se le cose non possono diffinirsi, come vuol Antistene, o se possono, come è dottrina d’Aristotele; se la diffinizione possa dimostrarsi o se non riceva altra prova; e de l’invenzione de’ luoghi e del numero, del quale son diverse l’opinioni, e del numero de le quistioni e de gli  inganni  sofistici  molte  son  le  difficoltà,  quasi  scogli  che  ritengono  il corso  de’  naviganti.  Ma  perché  alcuni  di  questi  non  furono  al  tempo d’Aristotele o non furono in questo luogo, possiam prendere il porto. Già ci siamo dentro, e tutta volta sentiamo spirar venti diversi. Ma rimirate quel monte altissimo più d’Atlante e d’Olimpo, a la sommità del quale non pervengono gli spiriti che si levano da la terra e de l’acqua. E1 questo porto distinto in tre seni, circondato da muraglie assai più salde e
Il Malpiglio secondo overo del fuggir la moltitudine di Torquato Tasso