effigie

[ef-fì-gie]
In sintesi
figura, immagine; aspetto
← dal lat. effigĭe(m), deriv. di effingĕre ‘rappresentare, riprodurre in rilievo’, comp. di ĕx- ‘fuori’ e fingĕre ‘modellare, plasmare’.
1
Immagine, figura di persona: dipingere l'e. di qualcuno
2
Opera d'arte rappresentante un'immagine di persona: un'e. miracolosa; e. di bronzo, di marmo || scherz. Ritratto, fotografia: ti mando la mia e. || ant. Ardere, impiccare in effigie, bruciare o impiccare l'immagine o il fantoccio di un condannato contumace
3
lett. Sembianza, aspetto: di uomo ha solo l'e.dim. effigiétta

Citazioni
a Cesena nella Compagnia di San Giovanni. Sono in Bologna molte altre cose sue, smarrite in più persone, per essersi egli dilettato far cose di cera di stucco e di terra, più che di marmo. Atteso che Alfonso, uscito fuora d’una certa sua età, sendo assai bello di persona e d’aspetto gioviale, esercitò l’arte più per delicatezza che per iscarpellar sassi. E soleva sì adornare la persona sua d’ornamenti d’oro e d’altre frascherie, che più tosto aveva, animo inchinato alla corte, ch’alle fatiche della scultura. Con ciò sia che, invaghito di se medesimo, usò termini poco convenienti a virtuoso et artefice, sì come a certe nozze che faceva un conte una sera trovandosi Alfonso, et avendo fatto all’amore con una grandissima gentil donna, fu per aventura da lei levato al ballo della torcia; per il che aggirandosi egli e vinto da smania d’amore, guardò con occhi pieni di dolcezza verso la sua donna sospirando, e disse in voce tutto tremante: “S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?” Laonde volendoli quella donna, che accortissima era, mostrar l’error suo, gli rispose: “È sarà qualche pidocchio”. Onde di questo motto s’empié tutta Bologna, et egli sempre ne rimase scornato. E veramente se Alfonso alle fatiche dell’arte e non alle vanità del mondo avesse dato opera, averebbe senza dubbio fatto cose di infinita maraviglia. Perché se ciò faceva non esercitando, molto meglio fatte l’avrebbe s’essercitato si fosse. Venne in questo tempo l’Imperator Carlo V a Bologna, perché Tiziano da Cador, pittore eccellentissimo, venne a ritrarre Sua Maestà; onde ebbe Alfonso anch’egli via d’entrare per mezzo di Tiziano, e di rilievo cominciò un ritratto quanto il vivo di quegli stucchi. E tanto con grazia espresse la effigie di quello, che oltre il nome che in quella cosa acquistò, de’ mille scudi che l’imperatore donò a Tiziano, esso n’ebbe in sua parte cinquecento. La quale riputazione et opera lo fece molto grato al Cardinale Ippolito de’ Medici, il quale con ogni instanza lo condusse a Roma; e quivi dimorando ebbe tutti i favori che e’ volse da quel signore, il quale aveva allora in casa sua infinità di pittori e scultori e d’altri virtuosi. Laonde egli in grandissima aspettazione era tenuto. Fece di marmo e ritrasse da una testa antica Vitellio Imperatore, e la condusse perfettamente. La qualcosa gli confermò il nome e gli accrebbe grado con quel signore et insieme con tutta Roma. Fece ancora una testa di marmo bellissima, nella quale di naturale ritrasse Papa Clemente VII, e grandissimi doni per quella ricevette, et ancora un Giuliano de’ Medici, padre del cardinale, che non fu finita. Le quali furono vendute a Roma e da me comperate a requisizione del Magnifico Ottaviano de’ Medici con
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Erbe felici, ch’ale mie ferute dolor recate e refrigerio insieme, benché d’alto valor, quella virtute che vive in voi, non è virtù di seme. Vien dala bella man la mia salute, da quella man, che vi distilla e preme, emula de’ begli occhi e del bel viso, che sanandomi il corpo, ha il core ucciso. O bella mano, ond’è che curar vuoi la piaga del mio piè con tanto affetto? Forse sol per poter farmene poi mille più larghe e più profonde al petto? Fors’è destin, che fuor ch’a’ colpi tuoi, non dee corpo celeste esser soggetto. La palma, che di me morte non ebbe, a te sol si concede, a te si debbe. Ma che più tardo a disvelar quest’ombra, che tiene il mio splendor di nube cinto? S’or che le mie bellezze in parte adombra magica benda, il mio aversario è vinto, che fia quando ogni nebbia intutto sgombra, verrà che ceda al vero oggetto il finto? Disse e squarciando le fallaci larve, in propria effigie al giovinetto apparve. Qual vergine talor semplice e pura s’avien, ch’astuta mano alzi e discopra drappo, ch’alcuna in sé sacra figura effigiata ad arte abbia di sopra, ma secreta nasconda altra pittura, di lascivo pennel piacevol opra, tingendo il bel candor di grana fina, dal’inganno confusa, i lumi inchina,
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
alcuna volta il mio intendimento mirava, alcuni, credendosi che in loro il mio riguardare terminasse, si credettero forse da me essere amati. Ma, mentre che in cotali termini stavano li miei pensieri, si finì l’oficio solenne, e già per partirsi erano le mie compagne levate, quando io, rivocata l’anima, che d’intorno  alla  imagine  del  piaciuto  giovine  andava  vagando,  il  conobbi. Levata adunque con l’altre, e a lui gli occhi rivolti, quasi negli atti suoi vidi quello che io ne’ miei a lui m’apparecchiava di dimostrare, e mostrai, cioè che il partire mi doleva. Ma pure, dopo alcuno sospiro, ignorando chi elli si fosse, mi dipartii. Deh, pietose donne, chi crederà possibile in un punto uno cuore così alterarsi? Chi dirà che persona mai più non veduta sommamente si possa amare nella prima vista? Chi penserà accendersi sì di vederla il disio, che, dalla vista di quella partendosi, senta gravissima noia, solo disiderando di vederla?  Chi  imaginerà  tutte  l’altre  cose,  per  addietro  molto  piaciute,  a rispetto della nuova spiacere? Certo niuna persona, se non chi provato l’avrà o pruova come fo io. Ohimè! che Amore così come ora in me usa crudeltà non udita, così nel pigliarmi nuova legge dagli altri diversa gli piacque d’usare! Io ho più volte udito che negli altri i piaceri sono nel principio levissimi, ma poi, da’ pensieri nutricati, aumentando le forze loro, si fanno gravi; ma in me così non avvenne, anzi con quella medesima forza m’entrarono nel cuore, che essi vi sono poi dimorati, e dimorano. Amore il primo dì di me ebbe  interissima  possessione;  e  certo  sì  come  il  verde  legno malagevolissimamente riceve il fuoco, ma quello ricevuto più conserva e con maggior caldo, così a me avvenne. Io, avanti non vinta da alcuno piacere giammai, tentata da molti, ultimamente vinta da uno, e arsi e ardo, e servai e servo più che altra facesse giammai il preso fuoco. Lasciando molti pensieri che nella mente quella mattina, con accidenti  diversi,  mi  furono,  oltre  alli  raccontati,  dico  che  di  nuovo  furore accesa, e con l’anima fatta serva, là onde libera l’avea tratta, mi ritornai. Quivi, poi che nella mia camera sola e oziosa mi ritrovai, da diversi disii accesa e piena di nuovi pensieri e da molte sollecitudini stimolata, ogni fine di  quelli  nella  imaginata  effigie  del  piaciuto  giovine  terminando,  pensai che, se amore da me cacciare non poteasi, almeno cauto si reggesse e occulto nel tristo petto; la qual cosa quanto sia dura a fare nullo il può sapere, se nol pruova: certo io non credo che ella faccia meno noia che amore stesso. E  in  tale  proponimento  fermata,  non  sappiendo  ancora  di  cui,  me  con meco medesima chiamava innamorata. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio