edotto

[e-dòt-to]
In sintesi
istruito, ammaestrato
← dal lat. edŏctu(m), part. pass. di edocēre ‘insegnare’.
agg.

Informato, avvertito, istruito: rendere e. qualcuno di qualcosa

Citazioni
Dei testimoni Egli è un punto considerabile in ogni buona legislazione il determinare esattamente la credibilità dei testimoni e le prove del reato. Ogni uomo ragionevole, cioè che abbia una certa connessione nelle proprie idee e le di cui sensazioni sieno conformi a quelle degli altri uomini, può essere testimonio. La vera misura della di lui credibilità non è che l’interesse ch’egli ha di dire o non dire il vero, onde appare frivolo il motivo della debolezza nelle donne, puerile l’applicazione degli effetti della morte reale alla civile nei condannati, ed incoerente la nota d’infamia negl’infami quando non abbiano alcun interesse di mentire. La credibilità dunque deve sminuirsi a proporzione dell’odio, o dell’amicizia, o delle strette relazioni che passano tra lui e il reo. Più d’un testimonio è necessario, perchè fintanto che uno asserisce e l’altro nega niente v’è di certo e prevale il diritto che ciascuno ha d’essere creduto innocente. La credibilità di un testimonio diviene tanto sensibilmente  minore  quanto  più  cresce  l’atrocità  di  un  delitto  o l’inverisimiglianza  delle  circostanze;  tali  sono  per  esempio  la  magia  e  le azioni gratuitamente crudeli. Egli è più probabile che più uomini mentiscano nella prima accusa, perchè è più facile che si combini in più uomini o l’illusione dell’ignoranza o l’odio persecutore di quello che un uomo eserciti una potestà che Dio o non ha dato, o ha tolto ad ogni essere creato. Parimente nella seconda, perchè l’uomo non è crudele che a proporzione del proprio interesse, dell’odio o del timore concepito. Non v’è propriamente alcun sentimento superfluo nell’uomo; egli è sempre proporzionale al risultato delle impressioni fatte su i sensi. Parimente la credibilità di un testimonio può essere alcuna volta sminuita, quand’egli sia membro d’alcuna società privata di cui gli usi e le massime siano o non ben conosciute o diverse dalle pubbliche. Un tal uomo ha non solo le proprie, ma le altrui passioni. Finalmente è quasi nulla la credibilità del testimonio quando si faccia delle parole un delitto, poichè il tuono, il gesto, tutto ciò che precede e ciò che siegue le differenti idee che gli uomini attaccano alle stesse parole, alterano e modificano in maniera i detti di un uomo che è quasi impossibile il ripeterle quali precisamente furon dette. Di più, le azioni violenti e fuori dell’uso ordinario, quali sono i veri delitti, lascian traccia di sè nella moltitudine delle circostanze e negli effetti che ne derivano, ma le parole non rimangono che nella memoria per lo più infedele e spesso sedotta degli ascoltanti.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
E sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie Ondeggeranno li ritondi fianchi. Quale oggi cocchio trionfanti al corso Vi porterà: se quel cui l’oro copre; O quel su le cui tavole pesanti Saggio pennello i dilicati finse Studj dell’ago, onde si fregia il capo E il bel sen la tua Dama; e pieni vetri Di freschissima linfa e di fior varj Gli diede a trascinar. Cotanta mole Di cose a un tempo sol nell’alta mente Rivolgerai: poi col supremo auriga Arduo consiglio ne terrai, non senza Qualche lieve garrir con la tua Dama. Servi le leggi tue l’auriga: e intanto Altre v’occupin cure. Il gioco puote Ora il tempo ingannare: ed altri ancora Forse ingannar potrà. Tu il gioco eleggi Che due soltanto a un tavoliere ammetta; Tale Amor ti consiglia. Occulto ardea Già di ninfa gentil misero amante Cui null’altra eloquenza usar con lei, Fuor che quella degli occhi era concesso; Poichè il rozzo marito ad Argo eguale Vigilava mai sempre; e quasi biscia Ora piegando, or allungando il collo, Ad ogni verbo con gli orecchi acuti Era presente. Oimè, come con cenni, O con notata tavola giammai O con servi sedotti a la sua ninfa Chieder pace ed aita? Ogni d’Amore Stratagemma finissimo vinceva La gelosìa del rustico marito. Che più lice sperare? Al tempio ei corre Del nume accorto che le serpi intreccia All’aurea verga, e il capo e le calcagna
Il Giorno di Giuseppe Parini
Ecco che qualche cosa restava tuttavia in sospeso nei nostri rapporti; tutto il resto era stato chiaramente stabilito. Me ne derivò tale malessere, che quando arrivai all’aria aperta, indeciso mi mossi nella direzione opposta a quella della mia casa. Avrei quasi avuto il desiderio di ritornare subito subito da Carla per spiegarle ancora qualche cosa: il mio amore per Augusta. Si poteva farlo perché io non avevo detto di non amarla. Soltanto, come conclusione a quella vera storia che avevo raccontata, avevo dimenticato di dire che oramai io amavo veramente Augusta. Carla, poi, ne aveva dedotto che non l’amavo affatto e perciò aveva corrisposto tanto fervidamente al mio bacio, sottolineandolo con una sua dichiarazione di amore. Mi pareva che, se non ci fosse stato tale episodio, io avrei potuto sopportare più facilmente lo sguardo confidente di Augusta. E pensare che poco prima io ero stato lieto di apprendere che Carla sapesse del mio amore per mia moglie e che così, per sua decisione, l’avventura ch’io aveva cercata mi venisse offerta nella forma di un’amicizia condita da baci. Al Giardino Pubblico sedetti su una panchina e, col bastone, segnai distrattamente sulla ghiaia la data di quel giorno. Poi risi amaramente: sapevo che quella non era la data che avrebbe segnata la fine dei miei tradimenti. Anzi, s’iniziavano quel giorno. Dove avrei potuto trovare io la forza per non ritornare da quella donna tanto desiderabile che m’aspettava? Poi avevo già assunti degl’impegni, degl’impegni d’onore. Avevo avuto dei baci e non m’era stato concesso di dare che il controvalore di alcune terraglie! Era proprio un conto non saldato quello che ora mi legava a Carla. La colazione fu triste. Augusta non aveva domandate delle spiegazioni per il mio ritardo ed io non le diedi. Avevo paura di tradirmi, tanto più che nel breve percorso dal Giardino a casa mi ero baloccato con l’idea di raccontarle tutto e la storia del mio tradimento poteva perciò essere segnata sulla mia faccia onesta. Questo sarebbe stato l’unico mezzo per salvarmi. Raccontandole tutto mi sarei messo sotto la sua protezione e sotto la sua sorveglianza. Sarebbe stato un atto di tale decisione che allora in buona fede avrei potuto segnare la data di quel giorno come un avviamento all’onestà e alla salute. Si parlò di molte cose indifferenti. Cercai di essere lieto, ma non seppi neppur tentare di essere affettuoso. A lei mancava il fiato; certo aspettava una spiegazione che non venne. Poi essa andò a continuare il suo grande lavoro di riporre i panni d’inver-
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
– Gli dissi che sei una traditrice, – disse egli ridendo. La parola li fece ridere di cuore e furono immediatamente di buon umore e in buona armonia. Si lasciò abbracciare lungamente, e, tutt’ad un tratto molto commossa, gli mormorò nell’orecchio: –  Sce tèm bocù – Egli ripeté questa volta con tristezza: – Traditrice. Ella rise di nuovo fragorosamente, ma poi trovò qualche cosa di meglio. Baciandolo, gli parlò sulla bocca, e, con una grazia ch’egli non dimenticò più, una voce debole, supplichevole, che mutava timbro, gli chiese più volte: – Non è vero che non è vero ch’io sia quella tal cosa? – Perciò anche la chiusa della serata fu deliziosa. Bastava un gesto indovinato d’Angiolina per annullare ogni dubbio, ogni dolore. Al ritorno egli si rammentò che il Balli aveva da portar con sé una donna e s’affrettò di parlarne. Non parve ch’ella ne provasse dispiacere; poi però s’informò con un aspetto d’indifferenza che non poteva essere simulato, se quella donna fosse molto amata dal Balli. Non credo, – disse egli sinceramente, lieto di quell’indifferenza. – Il Balli ha un modo strano d’amare le donne; le ama molto ma tutte egualmente quando gli piacciono. – Deve averne avute molte? – chiese essa pensierosa. E qui egli credette di dover mentire: – Non lo credo. La sera appresso dovevano trovarsi al Giardino Pubblico in quattro. I primi sul posto furono Angiolina ed Emilio. Non era troppo gradevole d’attendere all’aperto, perché, senza che fosse piovuto, il terreno era umido per lo scirocco. Angiolina volle celare la sua impazienza sotto un aspetto di malumore, ma non le riuscì d’ingannare Emilio il quale fu preso da un intenso desiderio di conquistare quella donna ch’egli non sentiva più sua. Fu noioso invece, lo sentì ed ella non mancò di farglielo sentire anche meglio. Stringendole il braccio, egli le aveva chiesto: – Mi vuoi bene almeno quanto iersera? – Sì! – disse lei bruscamente – ma non sono mica cose che si dicano ad ogni istante. Il Balli capitò dall’Acquedotto al braccio di una donna grande come lui. – Com’è lunga! – disse Angiolina emettendo subito su quella donna l’unico giudizio che a quella distanza se ne poteva fare. Avvicinatosi, il Balli presentò: – Margherita! Ange! – Tentò nell’oscurità di vedere Angiolina e s’avvicinò con la faccia tanto che allungando le labbra avrebbe potuto baciarla. – Veramente Ange? – Non ancora soddisfatto, accese un cerino e illuminò con esso la rosea faccia che, seria, seria, si prestò all’operazione. Illuminata, essa aveva nell’oscurità delle trasparenze adorabili; gli occhi chiari, in cui il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Senilita di Italo Svevo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Italo Svevo    Senilità    Capitolo sesto Capitolo sesto Una sera, al principio di gennaio, il Balli, con un infinito malumore, camminava soletto lungo l’Acquedotto. Gli mancava la compagnia d’Emilio il quale aveva accompagnato la sorella ad una visita, e Margherita ancora non era stata rimpiazzata. Il cielo era chiaro ad onta dello scirocco che incombeva già dalla mattina sulla città. Pareva impossibile che a quella temperatura fredda e umida resistesse il tisico carnevale iniziatosi quella sera con un primo ballo mascherato. – Oh, avere qui un cane per far addentare quei polpacci! – pensò il Balli vedendo passare due pierrettes con le gambe nude. Quel carnevale, perché meschino, gli dava un’ira da moralista; più tardi, molto più tardi, anche lui vi avrebbe partecipato, dimentico del tutto di quell’ira, innamorato del lusso e dei colori. Ma intanto ricordava d’assistere al preludio di una triste commedia. Incominciava a formarsi il vortice che per un istante avrebbe sottratto l’operaio, la sartina, il povero borghese alla noia della vita volgare per condurli poi al dolore. Ammaccati, sperduti, alcuni sarebbero ritornati all’antica vita divenuta però più greve; gli altri non avrebbero trovato mai più la quaresima. Sbadigliò di nuovo; anche il proprio pensiero l’annoiava. – Sa di scirocco – pensò e guardò di nuovo la luna luminosa che poggiava sul monte come su un piedestallo. Ma il suo occhio si fermò su tre figure che scendevano dall’Acquedotto. Lo colpirono perché subito s’accorse che tutti e tre si tenevano per mano. Un uomo tozzo e piccolo in mezzo, due donne, due figure slanciate, ai lati; pareva un’ironia che egli si propose di scolpire. Avrebbe vestite le due donne alla greca, l’uomo in una giubba moderna; avrebbe dato alle donne il riso forte delle baccanti, all’uomo avrebbe stampato in faccia la fatica e la noia. Ma, avvicinatesi le figure, egli dimenticò del tutto quella visione. Una delle donne era Angiolina, l’altra certa Giulia, una ragazza non bella che Angiolina aveva fatta conoscere al Balli e ad Emilio. Non conosceva l’uomo che passò a pochi passi da lui, la testa alta e sorridente veneranda per una grande barba bruna. Non era il Volpini ch’era fulvo. Giolona rideva di cuore col suo riso sonoro e dolce; certo l’uomo era là per lei, e a Giulia veniva premuta la mano soltanto in grazia sua. Il Balli lo credette fermamente senza però saperne dire il perché; la propria forza d’osservazione lo divertì tanto che dimenticò la noia di tutta la serata. – Ecco un occupazione originale; farò la spia! – Li seguì tenendosi nell’ombra sotto gli
Senilita di Italo Svevo
padre che adesso piange e scongiura, e dall’amore per voi, perché vi ha amato. Non garantisco di nulla ora, e al vostro arrivo potreste ricevere la comunicazione ch’ella è fidanzata a Macario. Non so se questa mia raggiungerà lo scopo per cui fu scritta. Feci con voi più del mio dovere. Se ad onta di questo avvertimento esitaste a partire, sarebbe del tutto inutile che rispondiate o che scriviate ad Annetta. Da voi non attendo parole, scuse inutili. Non vi servirebbero a nulla. Soltanto la vostra presenza qui può salvarvi, salvarci.” Questo ch’ella diceva essere un ammonimento somigliava molto a una domanda di aiuto, ed egli ne fu scosso. Naturalmente non poteva neppur pensare a lasciare il villaggio e abbandonare la madre moribonda, così che egli veniva salvato da ogni dubbio, e per quanto Francesca ammonisse e gridasse egli non poteva darle ascolto. Ma era ben triste che con un atto, che a lui era sembrato naturale e necessario ma che ad ogni altro uomo sarebbe parso irragionevole, egli si fosse posto sulla via che Francesca con tanta energia perseguiva. Le aveva lui impedito il cammino mentre ella aveva sperato di trovare in lui un alleato nella sua lotta alla quale anche in nome dell’onestà e della giustizia si doveva augurare la vittoria. Maller l’aveva sedotta ed era troppo giusto che la sposasse. Era l’unico rimorso che avesse Alfonso. Più che Annetta egli si rimproverava di aver tradito Francesca. Stette per un’ora circa accanto al letto della madre assorto nei suoi pensieri. – Quella lettera ti dà molto pensiero? – chiese la signora Carolina che da lungo tempo lo osservava. Ella parlava poco perché le dava fatica e le poche parole che diceva erano qualche volta pronunciate molto tempo dopo pensate. Forse ella era stata ad osservare il suo volto dal momento in cui egli s’era abbandonato alle sue riflessioni. Egli trasalì. – No! – rispose, – è un amico che mi chiacchiera su cose che non mi fanno ridere. Ella non chiese altro. Le costava un grande sforzo rivolgere la sua attenzione alle cose di fuori ed era facile ingannarla. La lettera di Francesca gli portava del resto una buona notizia. Proprio come essa lo aveva preveduto, la sua partenza dalla città era equivaluta a una rinunzia ad Annetta. Ora ne era sicuro, sarebbe stato lui l’abbandonato e la parte gli piaceva molto più che quella di traditore. Intuiva che invece Annet-
Una vita di Italo Svevo
Rimasto solo, fu la prima volta che Alfonso ripensò alla sua avventura in città. Il suo cervello aveva trovato riposo nella malattia e il pensiero ad Annetta gli sembrava quasi nuovo. Non poteva appassionarsi per cose avvenute tanto tempo prima e delle quali quasi non voleva riconoscersi responsabile. Egli ora era un uomo nuovo che sapeva quello che voleva. L’altro, colui che aveva sedotto Annetta, era un ragazzo malaticcio con cui egli nulla aveva di comune. Non era la prima volta ch’egli credeva di uscire dalla puerizia. Se al suo ritorno in città avesse trovato che Annetta ancora lo amava, l’avrebbe sposata perché egli aveva piena coscienza dei suoi doveri. Ma l’avrebbe prevenuta e avrebbe cercato di dimostrarle quale enorme errore essi stavano per commettere unendosi. Le avrebbe detto: – Io sono fatto così e voi così, ma divenendo legalmente vostro padrone userò di tutti i mezzi che saranno a mia disposizione per modificarvi, farvi abbandonare i vostri gusti e le vostre abitudini. – E inoltre: – Certo, vi amo, ma non tanto da amare e da tollerare i vostri difetti. Dacché vi conobbi, lungamente vi odiai e vi disprezzai, qualche volta anche quando vi dimostravo amore. Sentiva che questi pensieri gli agitavano il sangue. Aveva il sudore alla fronte e la vista gli si oscurava. La lotta a cui stava per accingersi era grave, e, immediatamente dopo di essere vissuto nella dolce febbre che lo aveva fatto vivere tra fantasmi cari, ne sentiva maggiormente l’asprezza. Se invece, come Francesca aveva preveduto, Annetta non lo avesse amato più e si fosse già impegnata con altri, egli si sarebbe ritirato nella sua solitudine ove si viveva tanto calmi e tanto felici. L’avventura non avrebbe avuto altra conseguenza che di togliergli la possibilità di avanzare alla banca Maller. Non era una grande sventura perché la sua paga gli bastava quale era. D’altronde le sue attitudini al commercio non gli davano il diritto a grandi avanzamenti e, perdendo per altre cause la possibilità di averne, perdeva ben poco. Sorrise all’ombra della madre che gli parve approvasse i suoi propositi. Aveva la coscienza tranquilla. Faceva ciò ch’era giusto secondo la morale più certa perché da una parte si dichiarava pronto a corrispondere ai suoi impegni verso Annetta e per quanto rimpiangesse di averli assunti, dall’altra rinunziava alla ricchezza perché non voleva averla se rubata. Se Annetta non lo amava più egli usciva dalla vita, vi perdeva ogni interesse e nella vita contemplativa cui intendeva di dedicarsi non avrebbe avuto
Una vita di Italo Svevo
– Vado a dire a mamma che ho messo tutto in ordine; poi ritorno qui. E’ giusto che la povera vecchia non sia in pena. Pareva che se ne andasse per ritornare immediatamente e invece non lo si vide più. Gralli rise di gusto: – Venne qui con propositi terribili e in mezz’ora l’lo ridotto come ha veduto, perché sono già due ore che siamo ridivenuti i buoni antichi amici. – E come si sono accordati? – chiese Alfonso turbato di vedersi trattato da complice, e incapace però di usare modi bruschi. – Sposarla non posso! – disse Gralli con tranquillità, – ma però è lontana da me l’idea di abbandonarla; finché potrò l’aiuterò. Ritengo che la famiglia si adatterà e le permetterà di venir a vivere con me. Anche il mio capo ha una donna così e non vuole neppur lui legarsi per tutta la vita! E’ affare troppo serio. E poi perché sposarci? Anche a lui il vino doveva essere salito alla testa per quanto l’effetto non ne fosse così rumoroso come in Gustavo. – Ma lei l’ha sedotta! – osservò Alfonso già molto timido. – Sedotta? Mai! Non sono mica un bellimbusto io! Ci lasciavano sempre soli! Io non pensava ad altro ed ella ci pensava sempre... Naturale mi sembra! – Ma perché non la vuole sposare? – gli domandò Alfonso già disperando di poter riuscire vincitore di tanta logica e sperando di portare la questione su altro terreno. – Mancano questi! – rispose Gralli movendo l’indice e il pollice della destra sollevata come se contasse denaro. – Non mancano del tutto! – rispose Alfonso. Si sarebbe sentito felice di poter sagrificare per la felicità di Lucia una piccola somma di denaro e dimostrare alla Lanucci ch’egli non era del tutto indifferente al destino di Lucia. Alla prima offerta di mille lire, Gralli lo guardò sorpreso ma rifiutò – Non capisco come c’entri lei! Alfonso arrossendo fortemente, perché comprendeva quale dovesse essere il primo sospetto di Gralli, spiegò che da anni era l’amico intimo della famiglia e che doveva fare del suo meglio per salvarla da una sventura. Così, per quanto avesse da fare con persona di tanto inferiore a lui, finì coll’essere imbarazzato, e per sfuggire a tale imbarazzo non trovò miglior via che di
Una vita di Italo Svevo
così definì il piacere: “Il piacere è una sensazione che l’uomo vuol piuttosto avere che non avere.’ Questa però non è altrimenti una definizione, se ben vi si rifletta; sarebbe la stessa cosa di dire che il piacere è quel che piace: asserzione egualmente evidente quanto superflua, essendo che da essa non ci viene veruna idea generale di proprietà stabilmente inerente a ogni sensazione di piacere. La simmetria artificiosa delle parole ha sedotto molti lettori che di essa contenti accettarono una parafrasi per una definizione. Ogni  uomo  ha  un’idea  esatta  del  dolore  e  del  piacere,  ed  ogni uomo è giudice competente di quello che eccita in lui la sensazione che gli è aggradevole o disgustosa; ma non così ogni uomo ha la ostinata curiosità di scomporre gli elementi che formano le proprie sensazioni, e rintracciare quale sia la proprietà comune a tante e sì variate sensazioni che sono piacevoli, e a tante e sì variate che sono dolorose. Questo è quello che penso io di fare; e se per ventura potrò ritrovare questa proprietà, che sempre ha seco il piacere, e senza di cui non si può questo sentire, dirò d’aver mostrata la definizione di esso, e di averne spolpata l’idea, e ridotta alla nuda precisione. Questa ricerca per sé medesima spinosa forse mi può condurre all’errore. Forse la immaginazione mi farà traviare, lo temo io stesso; pure tentiamo. I varî tasti, sui quali debbo porre le dita, forse desteranno qualche idea nuova ne’ miei lettori; lampeggierà forse fra questo buio qualche utile vista, sebbene ancor io non riesca al mio fine. Sono ben augurati sempre gli scritti che fanno ripiegar l’uomo in sé medesimo, e l’obbligano a rendersi un esatto  conto  di  ciò  che  sente.  L’esame  attento  dei  fenomeni  interni  è  lo specchio della filosofia e della morale umana. Quanto più l’uomo s’abitua a scorrere nei labirinti della propria sensibilità, quanto più si rende amico di sé medesimo, tanto migliora, perché tanto più teme le inconseguenze ed i rimorsi. Quindi le ricerche che si fanno fra queste tenebre, quand’anche non giungano alla verità, possono paragonarsi ai lavori degli alchimisti, i quali traviando dallo scopo hanno però, strada facendo, ritrovati non solo gli utili rimedî, ma altresì le preparazioni chimiche più fortunate.
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri
morale che nasce da questa disposizione, porta l’uomo a liberare gli altri dai malori e dalle sventure che soffrono. Per lo contrario, l’uomo incallito nel mal costume, insensibile ai mali morali, indifferente alla buona o cattiva riputazione, freddo e immobile spettatore delle altrui smanie, perché minori dolori morali soffre, anche minori piaceri morali può provare. Se poi sgraziatamente troverassi impegnato nella strada del vizio un cuore originariamente buono e sensibile, lo stato di lui sarà degno di somma compassione; e perciò tormentato da cocentissimi dolori morali, sarà capace  di  voluttuosissimi  piaceri  morali.  Egli  soffre  il  crudelissimo  peso d’una coscienza che ad ogni momento lo avvilisce; quai beni può mai godere in pace quel miserabile che legge scritto in fronte agli uomini illuminati e buoni il disprezzo e la diffidenza; che in ogni sguardo teme un rimprovero, in ogni arcano la scoperta di qualche sua bassezza; che gode precariamente  la  buona  opinione  di  alcuni  sedotti,  e  la  conserva  con  una laboriosissima sagacità di finzioni e con una intricata tessitura di artifici, e sa che al primo momento in cui gli cadesse la maschera, farebbe orrore? Se quest’uomo  che  di  sua  indole  è  straniero  alla  iniquità,  con  uno  slancio felice carpirà il momento per fare una generosa azione, o se mutando clima, e trasportato ove la memoria de’ suoi mali non giunga, si disporrà a cominciare una serie di azioni nobili e virtuose, egli tanto maggiori piaceri morali proverà, quanto più furono austeri i tormenti che il vizio gli pose intorno al cuore. Gli sembrerà di respirare un’aria più dolce e leggiera, il sole avrà per lui una più ridente faccia, gli oggetti che gli si presenteranno gli daranno nuove e grate sensazioni, tutta la natura sarà abbellita per lui singolarmente al principio della sua onorata vita. Non però i piaceri morali che produce la virtù sono o possono costantemente  essere  tali,  che  disobblighino  gli  uo  mini  dal  ricompensare l’uomo che la pratica. Sono lusinghiere le apparenze sotto le quali alcuni filosofi rappresentarono l’uomo virtuoso, quasi che nella coscienza propria ei debba ritrovare la voluttà sempre pronta, qualunque sia lo stato di vita o di fortuna, sano o infermo, propizia o avversa; e ravvisarono la virtù sotto l’idea platonica di premio a sé stessa. Felice immaginazione se fosse atta a riscuotere  gli  uomini  e  guidarli  sulle  tracce  di  lei!  Ma  l’abitudine  a  ben operare  diminuisce  nel  cuor  dell’uomo  il  dolor  morale  del  timore  della fama, e a proporzione vanno illanguidendo i piaceri morali che vi corrispondono. Alcuni semiviziosi, vedendo l’uomo virtuoso assediato dalla ge-
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri
spetto mi martellava dicendo: Vedi che il frate le narra ogni cosa di te. In questa mia perplessità, mi sarebbe piaciuto che il frate fosse nella sua cella. Ove il cuore precorra l’intelletto, libera sempre da mille travagli il giudizio – ed io mi persuasi subito che quella donna fosse una delle creature predilette dalla Natura – tuttavia non ci pensai più; e attesi a scrivere il mio proemio. Nel nostro incontro in mezzo alla via l’impressione tornò: e la vereconda franchezza con che mi porse la mano fu indizio per me del buon senso  e  dell’ottima  educazione  di  quella  dama;  e  nel  guidarla  io  sentiva intorno alla sua persona tale voluttuosa arrendevolezza che confortò di dolcissima calma tutti i miei spiriti. – Dio mio! oh come un uomo condurrebbe sì fatta creatura intorno il globo con sè! Io non aveva ancor veduto il suo volto – e non mi premeva: l’effigie fu presto dipinta; ed assai prima che noi fossimo all’uscio della rimessa, la fantasia aveva bella e pennelleggiata tutta la testa, e si compiaceva dell’adottata sua diva, quanto se si fosse tuffata per essa nel Tevere – Pur tu se’ una sedotta e seducente mariuola; e sebbene ci frodi sette volte al giorno con le pitture e con le immagini tue, tu hai sì dolci malìe, e tu abbellisci le immagini tue delle fattezze di altrettanti angeli di luce, ch’ei saria gran peccato a inimicarsi con te. Quando fummo alla porta della rimessa, la signora abbassò dalla fronte la mano, e mi lasciò vedere l’originale – un volto di forse ventisei anni – d’un trasparente bruno vaghissimo, schiettamente adornato senza cipria nè rouge – e non era regolarmente bello; ma spirava un non so che, che nel mio stato d’allora m’attraeva che nulla più – mi toccava il cuore; ed immaginai che vestisse i caratteri d’un sembiante vedovile, e che il cordoglio avendo già superati i primi due parossismi si trovasse allora in declinazione, e andasse adagio adagio rassegnandosi alla sua perdita – se non che mille disgrazie  diverse  poteano  avere  dipinto  di  tant’afflizione  quel  volto;  ed  io  mi struggea di saperlo – e se le bon ton della conversazione me l’avesse consentito come a’ dì d’Esdra, l’avrei interrogata senz’altro: – E che mai ti tormenta? e perchè se’ tu inquieta? e perchè è sì turbato l’animo tuo? – In somma io mi sentiva della benevolenza per lei; e disegnai – s’io non poteva la mia servitù – d’offerirle, non foss’altro, com’io poteva il mio obolo di cortesia. Sì  fatte  erano  le  mie  tentazioni  –  e  così  l’anima  mia  le  ascoltava,
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo