dozzina

[doʒ-ʒì-na]
In sintesi
alloggio a pagamento presso un privato; dodici unità
← dal fr. douzaine, deriv. di douze ‘dodici’; nel sign. di ‘pensione’, con probabile allusione alle dodici mensilità dell’anno.
1
Complesso di dodici unità: una d. d'uova, di libri; due dozzine di camicie; mezza d. di bottiglie; una d. di pecore || Insieme composto da circa dodici unità: saranno una d. d'anni; te l'avrò detto una d. di volte || A dozzine, in gran quantità || Da, di dozzina, di poco pregio, di scarso valore
2
Nel gioco della roulette, combinazione su cui si può fare la puntata, costituita dalla serie di numeri 1-12, 13-24, 25-36
3
raro Contratto di vitto e alloggio presso una famiglia privata per una somma convenuta: essere, prendere a d.; dare una camera a d. || Prezzo stabilito per tale contratto: pagare la d.

Citazioni
da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla? – Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. – Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l’opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch’è peggio, ne’ luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d’eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que’ passi insomma che richiedono bensì un po’ di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch’è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d’oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m’è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani. – Nell’atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perché, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. – Perché non si potrebbe, pensai, prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? – Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo. Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Così dicendo fece mostra di aprirle le braccia confidenzialmente. Ella vi mise soltanto la pelliccia, sedendo accanto al principe, il quale le baciò la mano. – Un successone!... un vero trionfo! – ripeteva intanto il coro. Ma essa non dava retta. Sembrava assorta, un po’ stordita dell’applauso, e interrogava solo Barbetti con uno sguardo insistente. Questi chinò il capo affermando, senza dire una parola. – Ci penserete voi al telegrafo? – diss’ella un momento dopo. Barbetti esitò. – Va bene, ci penserò io... c’è tempo... Una dozzina di persone pigiavansi nel camerino. E delle altre teste si ammonticchiavano all’uscio, degli altri visitatori sopraggiungevano: il direttore d’orchestra che veniva a congratularsi “del legittimo successo”, un compositore famoso per cercare dei complimenti da per tutto, col pretesto di farne agli altri: – Ah, signora Celeste, non ci siete che voi!... il vostro metodo!... la vostra voce!... l’arte vostra!... Per cinque  minuti  si  parlò  anche  d’arte  e  di  musica.  Il  giovanetto tartaglione, strozzato dall’emozione, balbettò qualche frase sconnessa, facendosi rosso, di una fiamma sincera d’entusiasmo che avvivava le sue guance e i suoi occhi giovanili, e faceva sorridere la commediante. La poetessa si fece avanti alla fine, bisbigliando a mezza voce: – Mia cara... Non ho saputo resistere... Quali sensazioni deliziose!... Il principe si era alzato per cederle il posto; ma essa preferiva drappeggiarsi nel suo mantello, per recitare con voce dimessa un madrigale pomposo. Barbetti che si era messo a sedere sul bracciolo del canapè e la guardava insolentemente, si chinò poi all’orecchio della signora Celeste, dicendole: – Ah, figliuola mia, se m’innamorate anche le donne, adesso!... L’attrice riceveva tutti quegli omaggi negligentemente seduta sul canapè, come in trono, sorridendo a mala pena di tanto in tanto, in aria distratta, quasi rendesse ancora l’orecchio al rumore degli applausi, quasi cercando ancora il suo pubblico delirante coll’occhio assorto che fissavasi incerto su chi parlava. E tornava a sorridere incontrando gli occhi sfavillanti del giovinetto ingenuo che la divoravano. Fragranze rare e delicate emanavano dai fiori ammucchiati da per tutto, sulla poltrona, sulle seggiole, sul tavolinetto che reggeva lo specchio, fra le quinte: dei mazzi enormi, dei monogrammi in-
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
gio le tornavano dinanzi agli occhi, di tanto in tanto: dei visi che dovevano turbarsi anch’essi, quando leggevano il suo nome nelle gazzette sparse ai quattro venti della terra, o il suo ritratto, sparso anch’esso ai quattro venti della terra, tornava a cadere loro sott’occhio. L’avevano tutti, il suo ritratto, nel giornale illustrato, nella vetrina dell’editore, sulle cantonate della via; i fotografi lo tiravano a centinaia di dozzine, ed essa se lo lasciava dietro, in ogni città, a dozzine intere per tutti quanti, come dava a tutti quanti i tesori del suo canto, le emozioni della sua anima, i segreti della sua bellezza. Perché accordare delle preferenze quando aveva bisogno dell’ammirazione di tutti? Perché imporsi certi riserbi, vincolare il suo cuore o il suo capriccio, se doveva mutare amici e paese a ogni mutar di stagione, se nessuno le sarebbe stato grato della costanza, se la sua dignità stessa di donna doveva essere diversa da quella delle altre? E una malinconica dolcezza le veniva da tanti ricordi confusi, nello stordimento e nella vaga lassezza di quell’ora. E sorrideva più volentieri al giovinetto bleso di cui l’adorazione ingenua ridava una specie di verginità a quelle memorie. E il bel Re di cuori, collo sguardo supplichevole, implorava invano da lei quella sera l’occhiata complice che avrebbe dovuto assentire e promettere... Egli aspettava sempre, paziente e rassegnato, aiutando a porre in ordine lo stanzino, scegliendo i fiori da mettere da parte, cedendo il posto ai nuovi visitatori, dando sottovoce degli ordini alla cameriera, la quale affrettavasi a riporre i regali che brillavano sulla tavoletta, segnati da biglietti di visita. Macerata, che covava cogli occhi da un pezzo il suo, non seppe tenersi dal protestare: – Come?... Senza farceli neppure ammirare?... Senza “farci vedere il cuore degli amici?”... Gli astucci allora passarono di mano in mano, ammirati, lodati, sotto gli occhi sospettosi della cameriera, la quale si teneva ritta presso la cortina che nascondeva il fondo del camerino. Si ripeté un altro coro di esclamazioni: – Bello! – Elegantissimo! – Stupendo! – Il banchiere insisteva sull’intenzione che esprimeva il suo dono, uno spillo a ferro di cavallo di brillanti. – “Per dare un bel calcio alla jettatura!” – Nella confusione poi alcuni dei biglietti che accompagnavano al dono il nome del donatore andarono smarriti, prima che la diva si fosse degnata di accorgersene. Un magnifico vezzo di perle non si sapeva più da chi fosse stato offerto. – Eh, giacché siete tanto indiscreti... Sono stato io, là! – disse infine Barbetti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
mantice, sotto i ricami d’oro falso. L’altro le aveva preso il braccio, e la tirava, la tirava. Ella si lasciava tirare, passo passo, colle gambe nude che esitavano l’una dietro l’altra. – Tombola! urlò loro dietro il ragazzaccio. E sparvero nella folla. Pinella se ne andò anche lui col cuore grosso, pensando che una volta aveva sorpreso la Carlotta in piazza della Rosa, a chiacchierare con un giovanotto, proprio come quest’altra, colle guance rosse e il mento sul petto. Ella aveva trovato il pretesto che il giovanotto era un avventore il quale aveva bisogno di una dozzina di paralumi, a casa sua. A cavalcioni sul parapetto di un palco in prima fila si vedeva una ragazza, vestita all’incirca tal quale l’aveva messa al mondo sua madre, e a viso scoperto, che era bello come il sole, e non aveva bisogno di nasconder nulla. Colle gambe che lasciava spenzolare fuori del palco, minacciava tutti quelli che le venivano a tiro, giovani, vecchi, signori, quel che fossero, e se uno non chinava il capo nel passare dinanzi a lei, glielo faceva chinare per forza. Né ci era da aversela a male, tanto era bella e allegra col bicchiere in mano e le braccia bianche levate in alto; e conosceva tutti, e li chiamava col tu per nome a uno ad uno. Ad un bel giovane che le sorrideva sotto il palco, ritto e fiero, ella gli vuotò sul capo il bicchiere di sciampagna. – Questo qui, disse uno nella folla, s’è maritato che non è un mese, e la sposa è li che guarda, in seconda fila. La sposa in seconda fila, tutta bianca e col viso di ragazza, stava a vedere, seria seria, e con grand’occhi intenti. – Adesso, pensò Pinella, l’è ora di andare dalla contessa, per le bottiglie. Nel palco colle cortine rosse calate, dopo l’allegria di prima, s’erano fatti tutti serii e taciturni, che non vedevano l’ora d’andarsene, e posavano i gomiti sulla tavola, carica di lumi e d’argenterie, coi mazzi di fiori da cento lire buttati in un canto. Nello stanzino dirimpetto i servitori mangiavano in fretta, mentre sparecchiavano, imboccando le bottiglie a guisa di trombette, appena fuori del palco, cacciando i guanti nelle salse e nei dolciumi, lustri e allegri come mascheroni di fontana. Quello del faccione, il superbioso, appena vide arrivare Pinella, cominciò a sclamare: – Corpo!... e voleva mandarlo via. Ma un vecchietto tutto bianco e raggricchiato in una livrea color marrone, disse: – No! No! lasciatelo stare. Ce n’è per tutti. È carnevale, allegria! allegria! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Per le vie di Giovanni Verga
– Io stesso. – Tu mi rubi il vino della mia cantina, scampaforche! – Io non avevo bevuto né acqua né vino, messere. – Tu mi diventi poltrone, dunque! un gatto che fa all’amore ti fa paura. Diventi vecchio, Rosso mio, arnese da ferravecchi, e ti butterò fuori del castello con un calcio più sotto delle reni. – Messere, io sono buono ancora a qualche cosa, quando mi metterete di faccia a una dozzina di diavoli in carne e ossa, che possano raggiungersi con un buon colpo di partigiana, o che possano ammazzare me come un cane; ma contro un nemico il quale non ha né carne né ossa, e vi rompe il ferro nelle mani come voi fareste di un fil di paglia, per l’anima che darei al primo cane che la volesse! non so cosa potreste fare voi stesso, sebbene siate tenuto il più indiavolato barone di Sicilia. Il barone questa volta si grattò il capo, e si accigliò, ma senza collera, o almeno senza averla col Rosso. – Orbè, gli disse, chiudimi bene tutte le finestre stanotte, e vattene a dormire senza pensare ad altro. Donna Isabella si levò pallida e silenziosa più del solito. – Avreste paura? domandò don Garzia. – Io non ho paura di nulla! rispose secco secco la baronessa. Ma la notte non poté chiudere occhio, e mentre suo marito russava come un contrabbasso, ella si voltava e rivoltava pel letto, e ad un tratto, scuotendolo bruscamente pel braccio, e rizzandosi a sedere cogli occhi sbarrati e pallida in viso – Ascoltate! gli disse. Don Garzia sbarrò gli occhi anche lui, e vedendola così, si rizzò a sedere sul letto e mise mano alla spada. – No! diss’ella, la vostra spada non vi servirà a nulla. – Cosa avete udito? – Ascoltate! Entrambi rimasero immobili, zitti, intenti; alfine Don Garzia buttò la spada con dispetto in mezzo alla camera e si ricoricò sacramentando. – Mi diventate matta anche voi! borbottò – quella canaglia del Rosso vi ha fatto girare il capo! gli taglierò le orecchie a quel mariuolo. – Zitto! esclamò la donna nuovamente, e questa volta con tal voce, con tali occhi, che il barone non osò replicare motto. Udiste? – Nulla! per l’anima mia!
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
terraferma d’un magistrato ambulante composto di tre sindaci inquisitori; i quali toccando con mano le piaghe  degli amatissimi sudditi e delle povere contadinanze vi mettessero valido e pronto rimedio. Infatti i tre sindaci con minutissima coscienza cominciarono a passeggiare per lungo e per largo la Patria del Friuli; e primo frutto della loro peregrinazione fu un caldissimo proclama sui dazi pubblici, in calce al quale resta eccitato lo zelo de’ Nobiluomini Luogotenenti ad incalorire le riscossioni e non ommetter di tempo in tempo qual si sia esecuzione de’ mobili, affitti, entrate e stabili di ragione de’ pubblici renitenti debitori, incamerando e vendendo gli effetti e beni medesimi a vantaggio della pubblica cassa; e ciò sian tenuti a puntualmente eseguire in pena della perdita della carica ed altre, ad arbitrio della giustizia. Di qual giustizia io lo dimanderei loro assai volentieri. Però dopo aver assestato convenevolmente una tale materia con una mezza dozzina di simili proclami, gli Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori Sindaci volsero la mente ad un oggetto di più caro e diretto vantaggio degli amatissimi sudditi; e pubblicarono un altro decreto che incomincia: Noi (a capo). In proposito dei vini d’Istria ed Isola (a capo ancora). Le difficoltà che si frappongono all’esito dei vini di questa fedelissima Patria eccitano l’attenzione dei Magistrati etc. etc., e c’inducono col presente a far pubblicamente sapere (a capo). Che ferme le leggi etc. resti assolutamente proibito il poter introdurre in qualsiasi loco di questa Patria e Provincia del Friuli qualunque sorta di vini provenienti da Sottovento ed Isola, se prima non averanno pagato il Dacio in mano del Custode nel luogo di Muscoli e levata la bolletta. Seguitano le pene per un buon paio di facciate. — Ai signori sindaci parve con quel decreto aver sufficientemente operato per l’immediata utilità della fedelissima Patria, laonde tornarono a partorir proclami: in proposito del Dacio Masena e Ducato per botte, in proposito dei Prestini, in proposito d’Ogli Sali e Tabacchi, in proposito dei contrabbandi; e non cessarono da questi propositi se non per emanarne un altro affatto paterno e provvidenziale a proposito dei corrotti, secondo il quale per impedire che non si ecceda in occasione dei corrotti per morte di congionti con aggravio inutile e superfluo che cagiona la rovina della famiglia e arriva a toglier il modo di supplire ai proprii doveri (intendi di pagare le imposte, etc.) si statuisce fra le altre, che non si possano portare i tabarri lunghi altrimenti detti gramaglie, in pena ai trasgressori di Ducati 600 da esser applicati un terzo al Nobiluomo Camerlengo, un terzo alla cassa della Magnifica città, ed un terzo al denunciante. Io suppongo che in seguito a questa disposizione tutti color che avevano perduto un pa-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
burlesca e impossibile. Se allora come ai tempi dei latini s’avesse osato adoperare il prenome di Bestia, certo il suo primogenito lo avrebbe ricevuto in regalo: tanto era egli frenetico per la zoologia. Ma nell’impossibilità di porre in opera il nome generico, lo avea supplito con quello forse più superbo e minaccioso del re degli animali, secondo Esopo. Leone peraltro non si mostrava meno pecora di quanto richiedessero i tempi, o almeno almeno gli esempi paterni. Egli era venuto su sopportando molto, e sospirando alquanto; e poi come suo padre s’era messo a prender moglie e a far figliuoli, e n’avea già una mezza dozzina, quando Leopardo cominciò a bazzicar colle donne. Ecco il punto donde cominciarono i dissapori famigliari fra il signor Antonio e quest’ultimo. Leopardo era un giovine di poche parole e di molti fatti; cioè anche di pochi fatti avrei dovuto dire, ma in quei pochi si ostinava a segno che non c’era verso da poternelo dissuadere. Quando lo si rampognava d’alcun che, egli non rispondeva quasi mai; ma si volgeva contro al predicatore con un certo rugghio giù nella strozza e due occhi così biechi che la predica di solito non procedeva oltre l’esordio. Del resto buono come il pane e servizievole come le cinque dita. Faceva a suo modo due ore per giorno e in quelle avrei sfidato il diavolo ad impiegarlo altrimenti; le altre ventidue potevano metterlo a spaccar legna, a piantar cavoli od anche a girar lo spiedo come faceva io, che non avrebbe dato segno di noia. Era in quelle occasioni il più docile Leopardo che vivesse mai. Così pure attentissimo ai proprii doveri, assiduo alle funzioni del rosario, buon cristiano insomma come si costumava esserlo a quei tempi; e per giunta letterato ed erudito oltre ad ogni usanza de’ suoi coetanei. Ma in punto a logica, ho tutte le ragioni per credere che fosse un tantino cocciuto. Merito di razza forse; ma mentre la cocciutaggine degli altri si appiattava spesso nella coscienza e lasciava libero il resto di compiacere fin troppo, egli invece era, come si dice, mulo dentro e fuori, e avrebbe scalciato nel muso, io credo, anche al Serenissimo Doge, se questo si fosse sognato di contraddirlo nelle sue idee fisse. Operoso e veemente che era nel suo fare, spostato da quello diventava inerte e plumbeo davvero; come la ruota d’un opificio cui si tagliasse la coreggia. La sua coreggia era il convincimento, senza del quale non l’andava più innanzi d’un passo di formica; e quanto al lasciarsi convincere Leopardo aveva tutta l’arrendevolezza d’un Turco fanatico. Ma di cotanta tenacità era forse ragione bastevole l’essersi egli maturato  nella  solitudine  e  nel  silenzio:  i  pensieri  nel  suo  cervello  non
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
la prima intinta appena, la seconda vergine affatto di qualunque educazione, bisognava condurle nel mondo perché pigliassero qualche disinvoltura. E poi bisognava farsi avanti perché gli sposatori ragionano anzi tutto cogli occhi e quelle due pettegole non ci perdevano nulla ad esser guardate. Questi furono gli argomenti messi in campo dalla signora per persuadere il marito ad  avventurarsi  colla  carrozza  due  volte  per  settimana  sulla  strada  di Portogruaro. Prima peraltro il prudentissimo Conte mandò una dozzina di lavoratori che riattassero la strada nei passaggi più scabrosi e nelle buche più profonde; e volle che il cocchiere guidasse i cavalli di passo, e che due lacchè coi lampioni precedessero il legno. I due lacchè furono Menichetto figliuolo di Fulgenzio e Sandro del mulino, ai quali si buttò addosso per pompa una veste scarlatta ritagliata da due vecchie gualdrappe di gala. Io montava sulla predella di dietro e per tutta la strada che era di tre buone miglia mi divertiva a guardar la Pisana pel finestrino del mantice. Per cosa poi dovessi accompagnarli anch’io in quelle visite durante le quali io restava a dormicchiare nella cucina del Frumier, ve lo spiegherò ora. Come il Conte si tirava dietro il Cancelliere, così il Cancelliere si tirava dietro me. Io era, in poche parole, l’ombra dell’ombra; ma in questo caso il farla da ombra non mi spiaceva gran fatto poiché mi porgeva il pretesto di seguitar la Pisana fra la quale e me gli amori continuavano di gran cuore interrotti e variati dalle solite gelosie, rannodati sempre dalla necessità e dall’abitudine. Fra  un  giovinetto  di  tredici  anni  e  una  fanciulla  di  undici,  cotali intrighetti non son più cosa da prendersi a gabbo. Ma io ci pigliava gusto, ella del pari in difetto di meglio, i suoi genitori non si davano fastidio di nulla, e le cameriere e le fantesche dopo le mie gesta memorabili e il mio tramutamento in alunno di cancelleria aveano preso a riverirmi come un piccolo signore, e a lasciarmi fare il piacer mio d’ogni cosa. I giochetti continuavano dunque facendosi seri sempre più: ed io andava già architettando certi romanzi che se li volessi contar ora, queste mie confessioni andrebbero all’infinito. Comunque la sia, anche ne’ miei sentimenti qualche cambiamento era succeduto; ché mentre una volta le carezze della Pisana mi sembravano tutta bontà sua, allora invece, sentendomi cresciuto d’importanza, ne dava la loro parte anche ai miei meriti. Capperi! Dal piccolo Carletto dello spiedo, vestito coi rifiuti della servitù e coi cenci di Monsignore, allo scolare di latino ben pettinato con un bel codino nero sulle spalle, ben calzato con due piccole fibbie di ottone, e ben vestito con una giubberella di
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
dovevano inventare e inventarono la Gazzetta: essa fu un parto genuino e legittimo della loro immaginazione, e solamente ad essi si stava ad aprire la biblioteca delle chiacchiere. Il Senatore riceveva ogni settimana la sua gazzetta sulla quale si facevano grandi commenti; ma anche in questo lavorio di finitura e d’intarsio Lucilio si lasciava indietro tutti gli altri di molto. Né alcuno sapeva come lui cercar le ragioni all’un capo del mappamondo di ciò che succedeva all’altro capo. «Che colpo d’occhio avete, caro dottore!» gli dicevano meravigliati. «Per voi l’Inghilterra e la China sono a tiro di canocchiale, e ci trovate tra esse tante relazioni quanto fra Venezia e Fusina!» Lucilio rispondeva che la terra è tutta una palla, che la gira e la corre tutta insieme, e che dopo che Colombo e Vasco de Gama l’avevano rifatta come era stata creata, non si doveva stupirsi che il sangue avesse ripreso la sua vasta circolazione per tutto quel gran corpo dal polo all’equatore. Quando si navigava per cotali discorsi il Senatore chiudeva un occhio socchiudeva l’altro e così osservava Lucilio rimuginando certi giorni passati quando quel giovinastro avea lasciato qualche macchia nera sul libro degli Inquisitori di Stato. Forse allo scrupoloso veneziano passavano allora pel capo dei lontani timori; ma d’altra parte era qualche anno che Lucilio non si moveva da Fossalta; la sua vita era quella d’un tranquillo benestante di campagna; gli Inquisitori dovevano essersi dimenticati di lui ed egli di loro e delle ubbie giovanili. Il dottor Sperandio, in visita diplomatica all’eccellentissimo patrono, lo aveva rassicurato confessandogli che egli non erasi mai lusingato per l’addietro di trovare nel figliolo la docilità e la calma che dimostrava infatti colla sua vita modesta e laboriosa. «Oh, se volesse consentire a laurearsi!» sclamava il vecchio dottore. «Senza fermarsi a Venezia, intendiamoci bene!» soggiungeva con frettoloso pentimento. «Ma, dico io, se giungesse a laurearsi, qual clientela bella e pronta gli avrei preparato!» «Non mancherà tempo, non mancherà tempo!» rispondeva il Senatore. «Ella intanto provveda che suo figlio si assodi bene, che dia un calcio a tutte le bizzarrie, che conservi sì il buon umore e la vivacità, ma non pigli sul serio le fantasie letterarie degli scrittori. La laurea verrà un giorno o l’altro, e di ammalati non ne mancheranno mai ad un dottore che dia ad intendere di saperli guarire.» «Morbus omnis, arte ippocratica sanatur aut laevatur» soggiungeva il dottore. E se la conversazione successe di dopopranzo, aggiunse certamente una mezza dozzina di testi; ma non lo so di sicuro e voglio sparagnarne l’interpretazione ai lettori. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
pronti ripieghi di coscienza per innamorare ambidue i partiti; e tanto bene vi riescì, e tanto seppe destramente metter in mostra questo suo trionfo, che, venuta la cosa agli orecchi del Vescovo, si diceva che questi ad ogni imbroglio che turbava la diocesi usasse esclamare: «Oh fossi io il padre Pendola! Oh avessi in Curia il padre Pendola!» L’umiltà di questo diede maggior rilievo alle esclamazioni episcopali; e venuto a morte il segretario d’allora, vi furono preti d’ambidue i partiti clausetani e bassavoli che supplicarono presso il Frumier perché egli inducesse il padre ad accettare quel posto. Con ciò ognuno sperava d’insediare più saldamente che mai nell’episcopio il proprio partito. Il Frumier ne parlò al padre, questi fece il ritroso, rifiutò la corona come Cesare, ma si lasciò incoronare come Augusto; ed eccolo diventar segretario del  Vescovo, e colla sua destrezza e co’ suoi maneggi padrone a dir poco d’una diocesi. Si aspettavano grandi cose; ma tutti pel momento furono gabbati; tutti peraltro erano contentissimi perché speravano nel futuro e nelle grandi promesse del padre. Egli era da poco installato nella sua nuova dignità, quando il piovano di Teglio me gli presentò nella sua canonica, ove il Vescovo faceva la visita. Gli piacqui, bisogna dire, e mi promise d’interessar a mio favore il senatore Frumier. Questi infatti godeva il diritto di nomina ad un posto in un collegio gratuito per gli studenti poveri presso l’Università di Padova: ed essendo quel posto vacante, lo destinò a me pel venturo novembre. Si lamentò anzi col cognato perché non gli parlasse prima del mio caso, che vi avrebbe provveduto con tutto il cuore. Ma il beneficio veniva a tempo ed io ne ringraziai fervidamente tanto il mio mecenate che l’utile intercessore. Per allora non ci vedeva più in là, e non avea imparato a far saltar la moneta sulla tavola per provare se era buona. Del resto io non era malcontento di cambiar paese. La Pisana, dopoché Lucilio era partito e il Venchieredo aveva abbandonato la loro casa, faceva l’occhiolino a Giulio Del Ponte, e sul serio stavolta, perché l’aveva i suoi quindici anni, e ne mostrava e ne sentiva forse diciotto. Fu appunto in quel torno che per isvagarmi da tanto crepacuore io mi misi a gozzovigliare e a trescare coi buli del paese, e in breve divenni il vagheggino di tutte le ragazze, contadine od artigiane. Quando tornava da qualche fiera o sagra sul mio cavalluccio stornello preso a prestito da Marchetto, suonando il mio piffero alla montanara, ne aveva intorno una dozzina che ballavano la furlana per tutta la via. Ed ora mi pare che avrò somigliato una caricatura del sole che nasce, dipinto da Guido Reni, col suo corteggio delle ore danzanti. Però
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
che meno della Faustina; e così risolsi prima che il pericolo stringesse maggiormente di far una corsa a Portogruaro a chiedervi soccorso. Sperava che il Vice-capitano mi avrebbe concesso una dozzina di quegli Schiavoni che capitavano tutti i giorni, avviati a  Venezia, e che monsignor Orlando mi avrebbe procurato una donna, un’infermiera da porre al letto di sua madre. Misi dunque la sella al cavallo di Marchetto, che poltriva nella scuderia da una settimana, e via di galoppo a Portogruaro. Le notizie, signori miei, non avevano a quel tempo né vapori né telegrafi da far il giro del mondo in un batter d’occhio. A Fratta poi esse giungevano sull’asino del mugnaio, o nella bisaccia del cursore; laonde non fu meraviglia se appena lontano tre miglia dal castello trovassi della gran novità. A Portogruaro era a dir poco un parapiglia del diavolo; sfaccendati che gridavano; contadini a frotte che minacciavano; preti che persuadevano; birri che scantonavano, e in mezzo a tutto, al luogo del solito stendardo, un famoso albero della libertà, il primo ch’io m’abbia veduto, e che non mi fece anche un grande effetto in quei momenti e in quel sito. Tuttavia era giovine, era stato a Padova, era fuggito alle arti del padre Pendola, non adorava per nulla l’Inquisizione di Stato e quel vociare a piena gola come pareva e piaceva, mi parve di botto un bel progresso. — Mi persuadetti quasi che i soliti fannulloni fossero divenuti uomini d’Atene e di Sparta, e cercava nella folla taluno che al crocchio del Senatore soleva levar a cielo le legislazioni di Licurgo e di Dracone. Non ne vidi uno che l’era uno. Tutti quei gridatori erano gente nuova, usciti non si sapeva dove; gente a cui il giorno prima si avrebbe litigato il diritto di ragionare e allora imponevano legge con quattro sberrettate e quattro salti intorno a un palo di legno. Balzava da terra se non armata certo arrogante e presuntuosa una nuova potenza; lo spavento e la dappocaggine dei caduti faceva la sua forza; era il trionfo del Dio ignoto, il baccanale dei liberti che senza saperlo si sentivano uomini. Che avessero la virtù di diventar tali io non lo so; ma la coscienza di poterlo di doverlo essere era già qualche cosa. Io pure dall’alto del mio cavalluccio mi diedi a strepitare con quanto fiato aveva in corpo; e certo fui giudicato un caporione del tumulto, perché tosto mi si radunò intorno una calca scamiciata e frenetica che teneva bordone alle mie grida, e mi accompagnava come in processione. Tanto può in certi momenti un cavallo. Lo confesso che quell’aura di popolarità mi scompigliò il cervello, e ci presi un gusto matto a vedermi seguito e festeggiato da tante persone, nessuna delle quali conosceva me, come io non conosceva loro. Lo
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
spensierata e burbanzosa, tantoché lo schiaffo del povero Ascanio poteva anche credersi non meritato. Tuttavia quelle due persone così diverse e compenetrate in una sola pensavano, parlavano, operavano coll’uguale sincerità, cadauna nel suo giro di tempo. La prima, ne son sicuro, avrebbe disprezzato la seconda, come la seconda non si ricordava guari della prima; e così vivevano fra loro in buonissima armonia come il sole e la luna. Ma il caso più strano si era il mio, che mi trovava innamorato di tutte due non sapendo a cui dare la preferenza. L’una per copia di vita, per altezza di sentimenti, per facondia di parola, l’altra per tenerezza, per confidenza, per avvenenza mi portava via il cuore: insomma, o a dritto o a ragione era innamorato fradicio; ma ognuno de’ miei lettori trovandosi nei miei panni sarebbe stato altrettanto. Soltanto quelle due brune pupille che mi guardavano tra supplici pietose e spaventate di mezzo alle sopracciglia, lasciando arieggiare sotto esse il bianco azzurrognolo dell’occhio, avrebbero vinto la causa. Senza contare il resto, che ce n’era da far belle una dozzina di morlacche. D’altronde, se quella parte tragica sostenuta con tanta veemenza dalla Pisana mi dava soggezione, ci aveva  anche  argomenti  da  consolarmene.  Era  effetto  di  troppe  letture abborracciate avidamente in un cervello volubile e impetuoso; quel fuoco di paglia si sarebbe svampato; sarebbe rimasta quella scintilla di generosità che l’aveva acceso, e con essa io vivrei di buonissimo accordo, come una mia antica conoscenza che la era. Di più la sfogata eloquenza e la pompa classica di quelle parlate mi assicuravano ch’ella sarebbe stata un bel pezzo senza batter becco. Così si argomentava durante la sua infanzia; e sovente la Faustina, per consolarsi d’una domenica irrequieta e rabbiosa, diceva fra sé: «Oggi la signorina ha la lingua fuori dei denti, e il pepe nel sangue! Buon per noi che ci lascerà in pace per tutto il resto della settimana!» Infatti così avveniva. Né io ebbi a sbagliar mai anche più tardi, mettendo in opera il ragionamento della Faustina. Io risposi adunque di tutto cuore alla Pisana che la era la benvenuta in mia casa; e fattole prima osservare il grave passo che la arrischiava, ed il danno che massime nella riputazione le ne poteva derivare, vedendola ciononostante ferma nel suo proposito, mi limitai a dirle che la era dessa la padrona di sé, di me, e delle cose mie. La conosceva troppo per credere che ella si sarebbe ritratta dalle sue idee per le mie obbiezioni; fors’anco l’amava troppo per tentarlo, ma questo è null’altro che un dubbio, non già una confessione. Accettato ch’io ebbi così all’ingrosso e senza tanti scrupoli il suo disegno, si
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Forse quello non era il miglior punto; forse, Dio mel perdoni, altri doveri allora m’incombevano, e non era tempo da svagarsi come Rinaldo nel giardino d’Armida; ma badate che io non dissi di avermi fatto violenza per dimenticare il resto; me ne dimenticai anzi così spontaneamente, che quando ulteriori circostanze mi richiamarono alla vita pubblica, mi parve tutto un mondo nuovo. Se furono mai scuse ai delirii dell’amore, e all’ubbriachezza dei piaceri, io certo le aveva tutte. Peraltro non voglio nascondere le mie colpe, e me ne confesserò sempre peccatore. Quel mese smemorato di beatitudine e di voluttà, vissuto durante l’avvilimento della mia patria, e rubato alla decorosa miseria dell’esilio, mi lasciò nell’anima un eterno rimorso. Oh quanta distanza ci corre dal meschino accattonaggio delle scuse alla superba indipendenza dell’innocenza! Con quante bugie non fui io costretto a nascondere agli occhi degli altri quella mia felicità clandestina e codarda! No, io non  sarò  mai  indulgente  verso  di  me  né  d’un  momento  solo  di smemorataggine, quando l’onore ci comanda di ricordarsi robustamente e sempre. La Pisana, poveretta, pianse assai quando vide da ultimo che tutti i suoi sforzi per rendermi felice non riuscivano ad altro che a interrompere con qualche lampo di spensieratezza un malcontento che sempre cresceva e mi faceva vergognar di me stesso. Oh, perché non si volse ella a me con quell’amore inspirato e robusto che aveva sgomentito l’animetta galante di Ascanio Minato? Perché invece di domandarmi baci, carezze, piaceri, non m’impose ella qualche grande sacrifizio, qualche impresa disperata e sublime? — Sarei morto da eroe, mentre vissi da porco. — Pur troppo i sentimenti nostri ubbidiscono ad una legge che li guida sempre per quella strada ove sono incamminati da principio. Quella bizzarra passione per l’ufficiale d’Ajaccio, nata più che da amore da rabbia, e nudrita dai maschi pensieri che guardavano alla rovina della patria e al pericolo della libertà, fu in procinto di diventar grande pel santo ardore che la infiammava. L’amor mio, antico di molti anni, ricco di sentimenti e di memorie, ma sprovveduto affatto di pensiero era dannato a poltrire su quel letto di voluttà che l’avea veduto nascere. Io sentiva la vergogna di non poter ispirare alla Pisana quello che le aveva ispirato un vagheggino di dozzina: scoperto il peccato originale dell’amor nostro, m’era impossibile goderne così pienamente com’ella avrebbe voluto. Tuttavia le giornate passavano, brevi, ignare, deliranti: io non ci vedeva scampo da uscirne, e non ne sentiva né la volontà né il coraggio. Avrei bensì potuto tentare sulla Pisana il miracolo ch’ella avea tentato sul giovane
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
quanto l’aver cercato di ammazzarsi un’oretta prima. L’Aglaura non ci pensava più affatto; io pure m’avvezzava a riguardare quel brutto accidente come un sogno ed una burla, e lo stomaco lavorava con sì buona voglia che mi pareva impossibile dopo l’affannoso batticuore di pochi momenti prima. Confesso che anche ora ci veggo della magia in quel furioso appetito; quando non fosse l’Aglaura che mi stregava. Ogni sardella che inghiottiva era un brutto pensiero che volava ed un gaio e ridente che capitava. Rosicchiando la coda dell’ultima giunsi a immaginare la felicità che avrei provato in un tempo di calma di amore d’armonia goduto insieme alla Pisana su quelle piagge incantevoli. «Chi sa!» pensai trangugiando il boccone. Ed era tutto dire tanta confidenza nella buona stella dopo il temporalone di quella sera! Tanto è vero che gli estremi si toccano, come dice il proverbio, e che Bertoldo aveva ragione di sperar maggiormente il sereno durante la piova. Quella  infine  fu  la  serata  più  gioconda  e  piacevole  che  passassi coll’Aglaura durante quel viaggio; ma molto forse ci poteva la contentezza di vederci salvi da un sì gran pericolo. Accompagnandola nella sua stanza (l’osteria di Bardolino aveva fino dal secolo scorso pretensione d’albergo) non mi potei trattenere dal dirle: «Non me ne farete più, Aglaura, di cotali paure, n’è vero?» «No, certo, e ve lo giuro» mi rispose ella stringendomi la mano. Infatti il mattino appresso traversando il lago, e i giorni seguenti viaggiando pei neonati dipartimenti della Repubblica Cisalpina ella fu così serena e composta che me ne stupiva sempre. Ed io più volte m’arrischiai allora di toccarla sul tasto di quella stramba volata, ma ella sempre mi dava sulla voce, dicendo che già me lo avea confessato le cento volte che la era pazza, e che rimanessi pur tranquillo che almeno in quella pazzia non ci sarebbe incappata  più.  Così  entrammo  abbastanza  felici  in  Milano  dove  l’eroe Buonaparte con una dozzina di piastricciatori lombardi si dava attorno per improvvisare un ritratto abbozzaticcio della Repubblica Francese una ed indivisibile. Era il ventuno novembre; una folla immensa e festosa traboccava di contrada in contrada sul corso di Porta Orientale e di là fuori nel campo del Lazzaretto, battezzato novellamente pel campo della Federazione. Tuonavano le artiglierie, migliaia di bandiere tricolori sventolavano; era uno scampanio a festa, un gridare, un lanciar di cappelli, un agitarsi di fazzoletti di teste
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
lettera per la Pisana in tasca senza essermi avvantaggiato di nulla. Dentro ne inclusi una per l’Apostulos ove gli significava tutta la condotta dell’Aglaura, mettendomi ai suoi comandi in quanto poteva concernerla; lo pregava anche di prestarsi in quanto abbisognasse alla Pisana come per un altro me stesso. S’intende ch’io misi il tutto alla posta senza nulla dire alla giovine, perché lì era in ballo la mia coscienza e non si volean cerimonie. Far da papà sì, ma non da birbone per amor suo. Sul mezzogiorno mi abboccai con Lucilio al caffè del Duomo che a que’ tempi era il convegno di moda, e dove ci avevamo dato l’appostamento. Egli si mostrò spiacentissimo di non avermi potuto inscrivere nella Legione Cisalpina dove non c’era proprio più nessun posto vacante; ma piuttosto che lasciar ozioso un par mio, diceva egli, avrebbe cercato inspirazione dal diavolo, e poteva esser contento che gliene era saltata una di ottima. «Ora ti menerò dal tuo generale» diss’egli «generale, comandante, capitano, commilitone, tutto quello che vorrai! È uno di quegli uomini che sono troppo superiori agli altri per darsi la briga di accorgersene di mostrarlo: non si può credere ad alcun patto che in lui sia un’anima sola, e sembra che la sua immensa attività dovrebbe stancarne una dozzina al giorno. Contuttociò ammira i tranquilli e compatisce perfino gli indolenti. Sul campo io scommetto che da solo basterebbe a vincere una battaglia, purché non gli ferissero gli occhi nei quali risiede la sua potenza più straordinaria. È napoletano, e a Napoli direbbero che ha la jettatura, ovvero, come dicono nei nostri paesi, il mal’occhio; da non confondersi peraltro coll’occhio cattivo, anzi pessimo del fu cancelliere di Fratta.» «E chi è questa fenice?» gli chiesi. «Lo vedrai, e se non ti va a sangue mi faccio sbattezzare.» In queste parole mi tirò fuori del caffè, e giù a passo sforzato oltre al Naviglio di Porta Nuova verso i bastioni. Entrammo in una vasta casa dove il cortile era pieno affollato di cavalli di stallieri di scozzoni di selle di bardature come in una caserma di cavalleria. Per la scala era un su e giù di soldati di sergenti d’ordinanze come al palazzo del Quartier Generale. Nell’anticamera altri soldati, altre armi disposte a trofeo o gettate a fasci nei cantoni: v’avea anche ammassato in un canto un piccolo magazzino di tuniche di tracolle e di scarponi soldateschi. «Chi è?» pensava io «forseché è l’Arsenale?» Lucilio tirava diritto senza scomporsi, come persona di casa. Infatti senza neppur farsi annunziare nell’ultima anticamera da una specie d’aiutante Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Lucilio s’era rifugiato a Londra; egli aveva amici dappertutto e d’altra parte per un medico come lui tutto il mondo è paese. La Pisana mi avea sempre tenuto a bada colle sue promesse di venirmi a raggiungere: allora poi, dopo abbandonato l’ufficio, non avea nemmen coraggio di chiamarla a dividere la mia povertà. A Spiro e all’Aglaura sdegnava di ricorrere per danari; essi mi mandavano puntualmente i miei trecento ducati ad ogni Natale; ma ne avea erogato due annualità a pagamento dei debiti lasciati a Ferrara, e di quelle non poteva giovarmi. Rimasi adunque per la prima volta in vita mia senza tetto e senza pane, e con pochissima abilità per procurarmene. Volgeva in capo mille diversi progetti per ognuno dei quali si voleva qualche bel gruppetto di scudi, non foss’altro per incominciare; e così di scudi non avendone più che una dozzina, mi accontentava dei progetti e tirava innanzi. Ogni giorno mi studiava di vivere con meno. Credo che l’ultimo scudo lo avrei fatto durare un secolo se il giorno della partenza di Napoleone per la Germania non me lo avesse rubato uno di quei famosi borsaiuoli che si esercitano per pia consuetudine nelle contrade di Milano. L’Imperatore s’era fatto grasso, e s’avviava allora alla vittoria di Austerlitz; io me lo ricordava magro e risplendente ancora delle glorie d’Arcole e di Rivoli: per diana, che non avrei dato il Caporalino per Sua Maestà! Vedendolo partire fra un popolo accalcato e plaudente io mi ricordo di aver pianto di rabbia. Ma erano lagrime generose, delle quali vado superbo. Pensava fra me: “Oh che non farei io se fossi in quell’uomo!” e questo pensiero e l’idea delle grandi cose che avrei operato mi commovevano tanto. Infatti era egli allora all’apice della sua potenza.  ornava dall’aver fatto rintronare de’ suoi ruggiti le caverT ne d’Albione attraverso l’angusto canale della Manica; e minacciava dell’artiglio onnipotente le cervici di due imperatori. La gioventù del genio di Cesare e la maturità del senno di Augusto cospiravano ad innalzare la sua fortuna fuor d’ogni umana immaginazione. Era proprio il nuovo Carlomagno e sapeva di esserlo. Ma anch’io dal mio canto inorgogliva di passargli dinanzi senza piegare il ginocchio. “Sei un gigante ma non un Dio!” gli diceva “io ti
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo    Le Confessioni di un italiano    Capitolo decimonono una dozzina di quei don muti e stecchiti si volse meravigliata a guardarmi; indi battendo fieramente i tacchi al fianco del colonnello m’avviai fuori della sala. L’aria aperta mi fece bene; perché mi si rinfrescò d’un tratto il cervello, e fra i miei sentimenti si intromise un po’ di vergogna dello stato in cui m’accorgeva essere, e della brutta figura che temeva aver sostenuto nella conversazione della Contessa. Peraltro mi durava ancora una buona dose di sincerità; e cominciai a lamentarmi della fame che avevo. «Non hai altro?» mi disse il colonnello. «Andiamo al Rebecchino e là te la caverai.Non mi ricordo bene se dicesse il Rebecchino; ma mi pare di sì, e che in fin d’allora ci fosse a Milano questa mamma delle trattorie. Io mi lasciai condurre; me ne diedi una gran satolla senza trar fiato o pronunciar parola, e mano a mano che lo stomaco tornava in pace, anche il capo mi si riordinava. La vergogna mi venne crescendo sempre fino al momento di pagare; e allora stava proprio per rappresentare la commediola solita degli spiantati, di palpar cioè il taschino con molta sorpresa, e di rimproverarmi della mia maledetta sbadataggine per la borsa perduta o dimenticata; quando una più onesta vergogna mi trattenne da questa impostura. Arrossii di essere stato più sincero durante l’ubbriachezza che dopo, e confessai netta e schietta ad Alessandro la mia estrema povertà. Egli andò allora in collera che gliel’avessi nascosta in fino allora; volle consegnarmi a forza quei trenta scudi che aveva e che dopo pagato il conto non rimasero che ventotto; e si fece promettere che in ogni altro bisogno avrei ricorso a lui che di poco sì, ma con tutto il cuore m’avrebbe sovvenuto. «Intanto domani io devo partire senza remissione pel campo di Germania» egli soggiunse «ma parto colla lusinga che questi pochi scudi basteranno a farti aspettare senza incommodi la prima paga che ti verrà contata presto: forse anco dimani. Coraggio Carlino; e ricordati di me. Stasera devo abboccarmi coi capitani del mio reggimento per alcune istruzioni verbali; ma domattina prima di partire verrò a darti un bacio.» Che dabbene d’un Alessandro! Era in lui un certo miscuglio di soldatesca rozzezza e di bontà femminile che mi commoveva: gli mancavano le così dette virtù civiche d’allora, le quali adesso non saprei come chiamarle, ma gliene sovrabbondavano tante altre che si poteva fare la grazia. La mattina all’alba egli fu a baciarmi ch’io dormiva ancora. Io piangeva per l’incertezza di non averlo forse a rivedere mai più, egli piangeva sulla mia cocciutaggine di volermi rimanere oscuro impiegatuccio in Milano, mentre poteva andar
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
casa. Tutto era già combinato per lettera; trovammo due camerette a nostra disposizione, delle quali e del mantenimento che vollimo comune con essi, una modestissima dozzina ci sdebitava. Non era una mercede; era un mettere in comune le nostre piccole forze per difenderci contro le necessità che ci stringevano da ogni parte. L’Aquilina saltellava di piacere come una pazzerella; per quanto la Pisana volesse aiutarla ai primi giorni nelle faccenduole di casa, tutto era sempre pronto ed in assetto. Bruto, uscito il mattino per le sue lezioni, tornava sull’ora del pranzo e c’intrattenevamo insieme fino a notte lavorando, ridendo, leggendo, passeggiando, che le ore volavano via come farfalle sulle ali d’un zeffiro di primavera. M’era scordato di dirvi che a Padova durante la mia intrinsichezza con Amilcare io aveva imparato a pestare la spinetta. Il mio squisitissimo orecchio mi fece acquistare qualche abilità come accordatore, e lì a Cordovado mi risovvenni in buon punto di quest’arte imparata, come dice il proverbio, e messa provvidamente da parte. Bruto mi mise in voce nei dintorni come il corista più intonato che si potesse trovare; qualche piovano mi chiamò per l’organo; aiutato dal ferraio del paese e dalla mia sfacciataggine me la cavai con discreto onore. Allora la mia fama spiccò un volo per tutto il distretto, e non vi fu più organo né cembalo né chitarra che non dovesse esser tormentata dalle mie mani per sonar a dovere. Il mio ministero di cancelliere m’avea reso popolare un tempo, e il mio nome non era affatto dimenticato. In campagna chi è buon cancelliere non ha difetto a farsi anche credere buon accordatore, e in fin dei conti a forza di rompere stirare e torturar corde, credo che riuscii a qualche cosa. Finalmente diedi il colmo alla mia gloria esponendomi come suonator d’organo in qualche sagra in qualche funzione. Sul principio m’azzuffava sovente cogli inesorabili cantori del Kyrie o del Gloria; ma imparai in seguito la manovra, ed ebbi il contento di vederli cantare a piena gola senza volgersi ogni tanto pietosamente a interrogare e a rimproverare cogli occhi il capriccioso organista. Anche questa ve l’ho detta. Di maggiordomo mi feci organista; e tenetevelo bene a mente, ché la genealogia de’ miei mestieri non è delle più comuni. Bensì vi posso assicurare che m’ingegnava a guadagnarmi il pane, e tra Bruto maestro di calligrafia, la Pisana sarta e cucitrice, l’Aquilina cuoca, e il vostro Carlino organista, vi giuro che alla sera si rappresentavano delle brillanti commediole tutte da ridere. Ci mettevamo in canzone a vicenda: eravamo intanto felici, e la felicità e la pace mi resero a tre tanti la salute che aveva prima.
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Alle volte andava a Fratta e conduceva fuori a caccia il signor Capitano e il suo cane. Il Capitano non voleva uscire da quattro pertiche di palude che sembravano da lui prese in affitto e nelle quali le anitre e le gallinelle si guardavano bene di porre il piede. Il suo cane poi aveva il vizio di fiutar troppo in aria e di guardar le piante; pareva andasse a caccia piuttosto di persici che di selvaggina; ma a furia di gridare io gl’insegnai a guardar per terra, e se non colsi in una mattina i ventiquattro beccaccini del nonno di Leopardo, mi venne fatto sovente di metterne nella bisaccia una dozzina. Cinque ne cedeva al Capitano e a Monsignore; gli altri li teneva per noi, e lo spiedo girava, ed io era tentato molte volte di mettermi nelle veci del girarrosto; ma poi mi ricordava di essere stato intendente e mi rimetteva in atto di maestà. I nostri ospiti mi entravano nel cuore ogni giorno più. Bruto era diventato si può dire mio fratello, e l’Aquilina, non so se mia sorella o figliuola. La poverina mi voleva un bene che nulla più; mi seguiva dovunque, non faceva cosa che non bramasse prima sapere se mi riescirebbe gradita. Vedeva si può dire cogli occhi miei, udiva colle mie orecchie, pensava colla mia mente. Io per me cercava di retribuirla di tanto affetto coll’esserle utile; le veniva insegnando un poco di francese nelle ore di ozio, e a scrivere correttamente in italiano. Fra maestro e scolara succedevano alle volte le più buffe guerricciole nelle quali s’intromettevano a scaramucciare col miglior garbo anche la Pisana e Bruto. Avea preso tanto amore a quella ragazza che mi sentiva crescere per lei in capo il bernoccolo della paternità, e nessun pensiero aveva meglio fitto in testa che quello di accasarla bene, di trovarle un buono e bravo giovine che la rendesse felice. Di ciò si discorreva a lungo tra noi quand’ella era occupata nelle cose di famiglia; ma ella non pareva molto disposta a secondare le nostre idee; bellina com’era con quelle sue fattezze un po’ strane un po’ riottose, eppur buona e savia come un’agnelletta, non le mancavano adoratori. Pure se ne mostrava affatto schiva; e alla fontana o sul piazzale della Madonna stava più volentieri con noi che collo sciame delle zitelle e dei vagheggini. La Pisana la incoraggiava a divertirsi a prendersi spasso; ma poi dispiacente di vedersi ingrognare a questi suoi eccitamenti il bel visino dell’Aquilina, se la prendeva fra le braccia e la copriva di carezze e di baci. Erano più che due sorelle. La Pisana la amava tanto che io ne ingelosiva; se l’Aquilina la chiamava, certo ch’ella si stoglieva da me e correva da lei, capace anco di farmi il muso s’io osava trattenerla. Cosa fosse questa nuova stranezza, io non capiva
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
quattro stambecchi a caricar fichi a Corfù, l’era un gran boccone amaro da ingoiare. Si stette dunque, ma non si sapeva bene se rimuginando il passato, o maturando un futuro. “Prima che la statistica aprisse i suoi registri” disse un ottimo pubblicista “ciascun paese credeva d’essere quello che avrebbe voluto essere.” I Veneziani anche nel millesettecento ottanta si reputavano i naturali rintuzzatori della prepotenza mussulmana, perché l’ammiraglio Emo con una dozzina di galee avea tentato gloriosamente qualche rappresaglia contro Tunisi. Era omai l’unica scusa di loro esistenza e si incaponivano a crederla vera. Quando poi la terribile riprova statistica d’una guerra generale mise in mostra i duecento vascelli d’Inghilterra e i quattordici eserciti di Francia; e la fine strozzata di quella lotta titanica confermò se non altro la nullità politica di Venezia, e che l’Europa non abbisognava omai di alcun freno contro i Turchi, e che se ancora ne abbisognasse frenarli certamente non toccava a lei, allora essa cominciò a stimarsi non quello che avrebbe voluto essere ma quello che era veramente. Se questo primo esame di coscienza generò un frattempo di avvilimento fu indizio di senno civile e di salutare vergogna. Non insultiamo a coloro che morti solo da ieri già cominciarono a rivivere, mentre si onorano gli altri che con grandissimo scalpore non son giunti a vivere che per la calcolata tolleranza di tutti. Intanto io tornava a Venezia che quel torpore d’inerzia e di vergogna era al suo colmo. Non commercio, non ricchezza fondiaria, non arti, non scienze, non gloria, né attività di sorta alcuna: pareva morte, e certo era sospensione di vita. Dovendo immischiarmi negli affari commerciali di Spiro mio cognato, toccai con mano l’indolenza e l’infelicità di quelle funzioni sociali, da cui la storia della Repubblica rilevava le sue più splendide pagine. Mettermi a capo d’una riscossa, e ridestare una qualche operosità in quelle forze irrugginite e stagnanti, fu mio primo pensiero. Poco si poteva tentare perché quasi nulla si aveva; ma chi ben comincia è alla metà dell’opera. Giudicai che Spiro non sarebbe stato alieno dal mio divisamento; né rifuggii dall’arrischiare nel magnanimo tentativo il credito e le residue sostanze della casa Apostulos. La guerra della Grecia l’avea spolpata del meglio, ma qualche cosa rimaneva, e la fiducia dei corrispondenti avrebbe moltiplicato il valore di quegli sparsi rimasugli. Ravvivare anzi creare lo spirito d’associazione sarebbe stato il primo passo; e mi vi incuorava lo spettacolo della potenza inglese di cui mi durava ancor fresca la maraviglia. Ma anche i giganti nascono bambini. M’accorsi alle prime che m’avventurava in un sogno; e mi ri-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Tutte cose delle quali Rinaldo non s’intendeva un’acca. Ma fattosi dichiarare ogni cosa pel minuto, rimasero d’accordo che si sarebbero sparse per tutta Italia quattromila schede di associazione con quattro parole d’invito contenenti i sommi capi dell’opera, e che si sarebbero stampate mille copie del primo fascicolo in ottavo grande. Il Conte tornò a casa che non toccava coi piedi il selciato; e le tre settimane che impiegò a correre dalla casa alla stamperia, rivedendo bozze, emendando errori, cambiando vocaboli e aggiungendo postille furono per lui il tempo più felice della vita, quello che sarebbe stato il primo amore ad un giovinetto qualunque. Ma lo stampatore non partecipava gran fatto di questo eccesso di giubilo; le schede non tornavano colle firme desiderate; e appena era se in Venezia e nelle città vicine se n’erano raccolte un paio di dozzine. Queste poi capitavano loro per mezzo dei commessi librari e si sa quanto stenti il denaro a rifluire per questi incerti canali. Peraltro il Conte era sicuro di veder stampato entro un mese il suo primo fascicolo e dormiva sulle rose. Ebbe sì a litigare colla censura per qualche frase per qualche periodo, ma erano correzioni che non intaccavano menomamente l’opera d’importanza, e le concesse volentieri. Così finalmente venne alla luce il famoso frontespizio coi quattro capitoli che gli tenevano dietro, e il conte Rinaldo ebbe la straordinaria consolazione di poter contemplare i cartoni della sua opera nelle vetrine dei librai. A  questa  consolazione  tenne  dietro  l’altra  non  meno  vitale  di  udirne strombettar il titolo sui giornali, e di vederne la critica tirata giù a campane doppie in qualche appendice. Fu il primo un giornale di Milano a lodare l’intento e la profonda erudizione del libro, nonché il grande valor pratico che poteva acquistare anco per l’odierno commercio, ove concorressero circostanze tali che lo avviassero a ritentare gli scali d’una volta. Si parlava in quel cenno critico delle Indie, della China, delle Molucche, dell’Inghilterra, della Russia, dell’oppio, del pepe e della paglia di riso, di Mehemet Alì, dell’Impero birmano e del taglio dell’istmo di Suez, di tutto insomma fuorché del lavoro di Rinaldo e della mercatura e degli istituti commerciali veneziani durante il Medio Evo. Tuttavia Rinaldo se ne accontentò perché infatti l’intento patriottico e la critica vasta e profonda erano designati come i pregi principali; il che era vero e l’autore sel sapeva, come seppe buon grado al giornalista di aver letto e interpretato a dovere l’opera sua. Un diario toscano copiò nella sostanza il giudizio del giornale milanese aggiungendo qualche cosa del suo, e dando a
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Dialogo   Giornata prima � interverrà, sentendosi che tu sei manomessa, che molti vorranno esser dei primi serviti; e io somigliarò un confessore che riconcili la ciurma, cotanti pissi  pissi  arò  ne  le  orecchie  dagli  imbasciadori  di  questo  e  di  quello,  e sempre sarai caparrata da una dozzina: talché ci verria bene che la stomana avesse più dì che non ha il mese; ma eccoti che io sto in su le mie, e rispondo a un servidor di messer tale: “Egli è il vero che Pippa mia ci è stata colta, Iddio  sa  come  (comar  vacca,  comar  ruffiana,  io  te  ne  pagarò),  e  la  mia figliuola, più pura che un colombo, non ci ha colpa; e da leal Nanna, una volta sola ha consentito, e vorria esser ben barba chi mi recassi a dargnele; ma sua Signoria mi ha incantata di sorte che io non ho lingua che sappia dirgli di no: sì che ella verrà poco doppo l’avemaria”. E tu, in quello che il messo si move per trottare a portar la imbasciata, atraversa un tratto la casa, e fingendo che i capegli te si sleghino, lasciategli cader giù per le spalle ed entra in camera, alzando tanto il viso che il famiglio ti dia una occhiatina.
Dialogo di Pietro Aretino
Doglie ai preti. Veniamo a le divozioni utili al corpo e a l’anima. Io voglio che tu digiuni non  il  sabato,  come  le  altre  puttane  le  quali  vogliono  essere  da  più  del testamento vecchio, ma tutte le vigilie, tutte le quattro tempora e tutti i venardì di marzo; e dà nome che in così sante notti non dormi con persona: intanto vendile nascosamente a chi più ne dà, guardandoti che i tuoi amanti non ti colghino in frodo. S’io ne pago gabella, a rifar del mio. Nota questa galantaria. Fingeti talora ammalata, e statti in letto un due dì tra vestita e spogliata: che, oltra a lo esser cortigiata come signora, i vini cappati, i capponcelli e le buone cose verran via pian piano; perché cotali son truffe dei cenni e non de la lingua. Mi piace cotesto poltreggiare con utile e con pompa. Circa il pregio dei piaceri che tu venderai, bisogna chiarirti: perché è di grande importanza. Tu hai a farla con astuzia, e considerare la condizione di chi ne vuole; e far sì che, mentre chiedi le dozzine dei ducati, non ti scappino de le reti né l’un paio né ‘l mezzo paio. Fà che gli assai si bandischino e i pochi si celino; quello che ne dà uno il faccia e nol dica, quello che ne dà dieci trombeggiasi: e in capo del mese il trafugoni è tutto avanzato. E chi non consente se non a le ventine, è una finestra impannata, la quale squarcia ogni venticciuolo. Qui mi accade avvertirti di un bel tratto. Figlia, mentre uccelli ai tordi grassi, venendone uno a la ragna, non lo spaventar con lo strepito, ma ritiene il fiato finché ci dà: come è preso, pelagli il culo, tra morto, vivo e balordo. Non intendo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Ragionamento   Giornata prima � contava una fola a non so quante suore e preti e secolari che aveano giocato a dadi e a carte tutta notte: finito di sbevazzare, erano entrati a chiacchiarare, scongiurando il frate che dicesse una novella; ed egli, dicendo “Io vi vo’ contare una istoria che cominciò in riso e finì in pianto per un cagnaccio stallone”, impetrò udienza e cominciò: “Dui dì fa, passando per piazza, mi fermai a vedere una cagnoletta in frega che avea due dozzine di cagnoletti tratti allo odore della fregna sua, tutta enfiata e sì rossa, che parea di corallo che ardesse: e tuttavia fiutandola or questo e ora quello, cotal gioco avea ragunati una gran frotta di fanciulli a vedere ora salir suso questo e dar due menatine, e or questo altro e darne due altre. Io a tale spasso facea viso proprio fratesco, ed ecco che comparisce un cane da pagliaio, che parea il luogotenente delle beccarie di tutto il mondo: e afferratone uno, lo trasse in terra rabbiosamente; e lasciatolo, ne prese un altro, né gli rimasse a dosso il cuoio intero; in questo, chi fugge di qua e chi di là; e il cagnone, fatto arco della schiena, arricciando il pelo come il porco le setole, con occhi guerci, digrignendo i denti, rignendo, con la schiuma alla bocca, guardava la cagnola male arrivata; e fiutatole un tratto la bella bellina, le diede due spinte che la fecero abbaiare da cagna grande: ma sguizzatagli di sotto, si diede a correre. E i cagnoletti, che stavano alla vedetta, le trottàr dietro; il cagnaccio, in collera, la seguitava: e così la cagna, veduta la fessura d’una porta chiusa, di subito ci saltò dentro, e i cagnuoli seco. Il cane poltrone si rimase fuoruscito, imperò che egli era cotanto sconcio che non capiva dove gir gli altri; onde rimaso di fuora, mordeva la porta, zappava in terra, urlava che parea un leone che avesse la febbre. E stato così gran pezzo, sbuca fuora un dei poverini: e il can traditore, ciuffatolo, gli staccò tutta una orecchia; e apparendo il secondo, gli fece peggio, e di mano in mano gli castigò tutti nello uscire; e gli fece disgombrare il paese come sgombrano i villani per la venuta dei soldati. Alla fine la sposa venne fuora, ed egli presola nella gola, le ficcò le zanne nella canna e strozzolla, mandandone i fanciulli, con il popolo raccolto alla festa canina, i gridi al cielo...”; onde noi, non ci curando di vedere né di udire più altro,entrati in camera nostra e caminato un miglio per illetto, ci adormentammo.
Ragionamento di Pietro Aretino
del rispetto visto il gaglioffaccio ove lo vide, con un dimenar di capo disse: “E chi ti pare ch’io sia, ah? chi sono io, eh? Ben disse il vero la balia, che mi tratteresti  non  altrimenti  che  mi  avessi  ricolta  degli  stracci,  come  io  ho ricolto te: le sue profezie sono adempite, le quali mi dissero sempre “non lo tòrre, non lo tòrre, che sarai la malmenata’. Adunque con un pezzo di carne con gli occhi siha da stimare che si ponga una mia pari? Dimmi, perchélo hai tu battuto? perché? Che gli hai tu visto fare? Debbe essere uno altare sagrato il nostro letto, che un pazzerone lo abbia da riguardare: come tu non sapessi che questi cotali uomini, levatogli dai libri, non sanno in qual mondo si sieno. Orsù, io ti ho inteso, tu la vuoi così, e così sia: domattina in quel punto vo’ che il notaio faccia il mio testamento, acciò che non goda del mio un mio nimico, uno che fa la sua moglie puttana sanza saper perché”; e rialzando le voci, segue piangendo: “Oimè, trista me! Io son donna da ciò?”; e misosi le mani nei capegli, parea che il padre le fosse stato ucciso dinanzi agli occhi. Io rivestitami in un punto e corsa al romore, le dico: “Orsù mo’, non più, di grazia: non si dia da dire al vicinato; non piangete, madonna”. Antonia Nanna Che rispose il suo bravo-in-piazza? Perdette la favella a quel suo minacciare del testamento: perché sapea che chi non ha oggidì della robba è peggio che un cortigiano sanza grazia, sanza favore e sanza entrata. E non è ciancia. Non potei far di non ridere nel vedere il poveruomo in camiscia accovato in un cantone tutto tremante. Dovea parere una volpe nelle reti, che vedesse fioccarsi a dosso un nuvolo di mazzate. Ah! ah! ah!  Tu l’hai detto. Insomma, il marito che non volea refutare la canna-foglia a petizione dello asino che ne avea tolto una scorpacciata, né perdere la pastura che era verde per lui tutto lo anno, le si inginocchiò ai piedi: e tanto fece e tanto disse, che ella gli perdonò; e io mangiai del pan pentito, bontà dello star mio in sul non-voglio. E gitosi il maestro con una dozzina di palettate a letto, loro si colcaro pacificati, e io ancora. E venuto il tempo di levarsi, eccoti mia madre che mi rimenò a casa: dove, curata la mia persona, stei tutto quel dì balorda per la mala notte che io ebbi. Cacciossi via il pedagogo? Come cacciar via? Di lì a otto giorni lo vidi in arnese come un signore.
Ragionamento di Pietro Aretino
MONTREUIL Perchè La Fleur fece meco tutto il viaggio di Francia e d’Italia, e verrà spesso in iscena, parmi di affezionargli alquanto meglio i lettori. Sappiate ch’io non ebbi mai da pentirmi sì poco degli impulsi, che per lo più mi fanno risolvere,  come  con  questa  creatura  –  fedelissima,  affettuosa,  semplice  creatura  fra quante mai s’affannarono dietro le calcagna di un filosofo; e quantunque delle sue perizie di suonatore di tamburo, e di sarto da calzerotti, ottime in sè, non potessi veramente giovarmi, la sua giovialità m’era largo compenso – suppliva a tutti i difetti – i suoi sguardi m’erano fidato rifugio in tutti i disagi e pericoli – intendo solo de’ miei; perchè La Fleur era inviolabile: e se fame, o sete, o nudità, o veglia, o qualunque altra sferzata di mala ventura coglieva nei nostri pellegrinaggi La Fleur, tu non ne vedevi nè ombra nè indizio in quel volto – ed era eternamente  tal  quale:  e  però,  s’io  –  e  Satanasso  a  ogni  poco  mi  tenta  con quest’albagia – s’io pure mi sono un pezzo di filosofo, la mia boria è mortificata quando considero l’obbligazione ch’io ho alla complessionale filosofia di questo povero compagnone, il quale a forza di farmi vergognare mi ridusse uomo di razza migliore. Nondimeno La Fleur mi sapeva alquanto di fatuo – ma pareva alla prima più fatuo di natura che d’arte; nè fui tre giorni fra i Parigini – ch’ei non mi sembrò punto fatuo. MONTREUIL Al dì seguente La Fleur assumea la sua carica; e gli consegnai la valigia e la chiave, con l’inventario della mia mezza dozzina di camicie e delle brache di seta nera: gli ordinai d’assettare ogni cosa sopra il calesse – di far attaccare i cavalli – e di dire all’oste che salisse col conto. C’est un garçon de bonne fortune, disse l’oste; e m’additava dalla finestra mezza dozzina di sgualdrinelle tutte intorno a La Fleur; e gli dicevano amorosamente buon viaggio: ed egli, tanto che il postiglione menava fuori i cavalli, baciava la mano a tutte attorno attorno; e tre volte si asciugò gli occhi; e tre volte promise che porterebbe a tutte delle indulgenze da Roma. Quel giovinotto, mi disse l’oste, è benvoluto da tutto il paese; ogni cantuccio di Montreuil s’accorgerà ch’egli manca. Gran disgrazia per altro! continuò l’oste; ed è la sola ch’egli abbia: “È sempre innamorato” – Beato me! gli risposi – ch’io non avrò il fastidio di rimpiattarmi le brache sotto il mio capezzale. – Queste parole erano più a lode mia che di La Fleur. Vissi innamorato sempre or d’una principessa or d’un’altra; e così spero di vivere
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
bastò l’animo di contraddirle – e gli tremava il cuore per l’onor mio – e probabilmente per l’onore suo proprio, come s’egli fosse uomo da starsi con un padrone trascurato en égards vis–à–vis d’une femme – e non sì tosto madame de L*** gli domandò se le recava un biglietto – Oh qu’oui, le rispose: e gittandosi a piedi il cappello, e pigliandosi con la mano sinistra la falda della tasca diritta, comincia a frugarvi con l’altra mano – tenta l’altra falda – Diable! – fruga per ogni tasca – tasca per tasca in giro, nè si dimentica del taschino – Peste! – votò dunque le tasche sul pavimento – esponendo un collarino sudicio – un pettine – una pezzuola – un frustino – un cuffiotto – e dava un’occhiata dentro e fuori al cappello –  quelle étourderie! aveva lasciato il biglietto sulla tavola della locanda; correva per esso – nè starebbe tre minuti a portarlo. Io m’alzava da cena quando La Fleur capitò a ragguagliarmi del caso, e me lo contò puntualmente; suggerendomi, con mia buona grazia, che se monsieur (par hasard) si fosse dimenticato di rispondere alla lettera di madame, quest’espediente gli dava adito di ripiegare al faux pas – quando che no, le cose starebbero come stavano. Veramente io non era certo se la mia étiquette necessitavami a scrivere o no – ma quand’anche io scrivessi – neppure il diavolo poteva adirarsene – nè io doveva mostrarmi ingrato allo zelo ufficioso d’un servo tenero dell’onor mio – e quand’anche egli avesse errato – ed io mi vedessi mal mio grado impacciato – non si poteva imputarlo al suo cuore – per verità, non era necessario ch’io rispondessi – ma come mai mortificare quel ragazzo che diceva con gli occhi: Non ho io forse ben fatto? – Va tutto bene, La Fleur – dissi; e bastò – Spiccasi, che parea lampo, di camera; torna col calamaio, e con l’altra mano piena di penne e di fogli; accostasi al tavolino; m’apparecchia ogni cosa davanti, mostrando in vista tal compiacenza ch’io non ho potuto non pigliare la penna. Cominciai, ricominciai; e sebbene io dovessi dir poco o nulla, e quel nulla potesse esprimersi in mezza dozzina di righe, imbrattai di vari esordi mezza dozzina di fogli, nè v’era verso ch’io m’appagassi. La Fleur uscì, e mi recò in un bicchiere un po’ d’acqua da stemperarmi  l’inchiostro  –  mi  provvide  di  cera–lacca  e  di  polverino  –  Tant’era  – scrissi, riscrissi, cassai, stracciai, arsi, riscrissi – Le diable l’emporte! borbottai meco tra’ denti; ch’io non sappia scrivere una misera lettera! e gittai disperato la penna.
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Gittai la penna; e La Fleur accostandosi ossequioso, e con preghiere senza fine implorando ch’io gli perdonassi l’ardire, mi confidò che un tamburino del suo reggimento aveva scritto alla moglie d’un caporale una lettera – E la ho qui in tasca, diss’egli, e spero che farà forse a proposito. A me non dispiaceva che quel povero giovinotto si sbizzarrisse – L’avrò caro, gli dissi; fa’ ch’io la veda. Ed ecco fuor di tasca di La Fleur un piccolo taccuino miseramente logoro, traboccante di letterine mal conce e di billets doux; e posandolo sul tavolino, e slacciando una siringa che legava ogni cosa, andò uno per uno scartabellando quei fogli, finchè adocchiò la lettera sospirata – La voilà! – e così dicendo picchiava le palme – la spiegò; me la pose sott’occhio; e si scostò tre passi dal tavolino. Io lessi. LA LETTERA MADAME, Je suis pénétré de la douleur la plus vive, et réduit en même temps au désespoir par le retour imprévu du caporal, qui rend notre entrevue de ce soir la chose du monde la plus impossible. Mais vive la joie! et toute la mienne sera de penser à vous. L’amour n’est RIEN sans sentiment. Et le sentiment est encore MOINS sans amour. On dit qu’on ne doit jamais se désespérer. On dit aussi que  monsieur  le  caporal  monte  la  garde  mercredi:  alors  ce  sera  mon  tour. CHACUN A SON TOUR En attendant – vive l’amour! et vive la bagatelle! Je suis, MADAME, Avec tous les sentimens Les plus respectueux et les plus tendres, Tout à vous JACQUES ROQUE. Bastava dar la contea al caporale – e non dire un iota della guardia da montarsi mercoledì – e non c’era nè bene nè male – Così per compiacere a quel buon ragazzo che stava lì ritto in orazione, per l’onor mio, per l’onor suo e per l’onore della sua lettera – ne estrassi dilicatamente la quintessenza, e tornai a lambiccarla a mio modo – e poichè l’ebbi munito del mio sigillo, La Fleur ricapitò il foglio a madame de L*** – e al nuovo dì proseguimmo il nostro viaggio per Parigi. Capitolo 30 PARIGI Per chi può difendere le proprie ragioni con l’eloquenza dell’equipaggio, e trionfare fragorosamente precorso da mezza dozzina di lacchè e da un paio di cuochi, Parigi è un’ottima piazza d’arme – ed ei potrà campeggiarla quanto è lunga e larga a sua posta. Un povero principe mal armato di cavalleria, e la cui fanteria non
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
pensieri che le producono e tanto le opere grandi della Natura m’allettano sempre alla maraviglia, che, s’io m’attentassi, non deriverei le mie metafore mai fuorchè da una montagna almeno. Solamente potrebbesi, con questo esempio del riccio, opporre alla magniloquenza francese – “Che il sublime consiste  più  nella  parola  che  nella  cosa.  Certo  è  che  l’oceano  ti  schiude un’interminabile scena alla mente; ma poichè Parigi giace tanto dentro terraferma, chi mai poteva aspettarsi ch’io per amor dell’esperimento corressi per cento e più miglia le poste? – certo che il mio barbiere non ci pensava. Il secchio d’acqua a fronte degl’immensi abissi fa pur la grama figura nell’orazione – ma si risponde: Ha un vantaggio – tu l’hai nello stanzino qui accanto; e puoi senz’altra noia sincerarti del riccio. Sia detto con candida verità e dopo l’esame spassionato della questione: L’elocuzione francese non attiene quanto promette. Parmi che i precisi e invariabili distintivi del nazionale carattere si ravvisino più in queste minuzie che ne’ gravissimi affari di stato, ne’ quali i magnati di tutti i popoli hanno dicitura e andatura sì indistintamente uniforme, ch’io per potermi scegliere più l’uno che l’altro di que’ signori non isborserei nove soldi. E c’è tanto voluto innanzi ch’io uscissi di mano al barbiere, che per quella sera io non poteva, in ora sì tarda, recare a madame de R*** la mia lettera.  Ma  quand’uno  è  bello  e  attillato  per  uscire  di  casa,  le  riflessioni sopraggiungono fuor di tempo – pigliai dunque ricordo del nome dell’hôtel de Modène dov’io m’era albergato, e m’avviai senza prefiggermi dove – Camminando, ci penserò. Capitolo 32 IL POLSO (PARIGI) Siate pur benedette, o lievissime cortesie! voi spianate il sentiero alla vita; voi gareggiando con la Bellezza e le Grazie che fanno alla prima occhiata germinare in petto l’amore, voi disserrate ospitalmente la porta al timido forestiero. – Di grazia, madame, favorisca di dirmi da che parte si va egli all’Opéra comique? – Volentierissimo, monsieur, mi diss’ella; e lasciò il suo lavoro da parte. Camminando, io aveva alla sfuggita spiato mezza dozzina di botteghe per discernere un viso il quale verosimilmente non si turbasse alla mia improvvisa domanda, finchè questo m’andò a genio, ed entrai.
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
to – Juste ciel! da poco più di mezz’ora quel povero giovinotto aveva raccolto il tenero addio dalle labbra della sua demoiselle – e l’ingrata! aveva già regalato quel gage d’amour a uno staffiere del conte – e lo staffiere ad una sartorina – e la sartorina a un suonatore di violino, e sempre col mio frammento sul gambo – vedi nodo di comuni sciagure! – e mandai un sospiro – e La Fleur me lo rimandò con eco doloroso all’orecchio. – Gran perfidia! gridò La Fleur Gran disgrazia! diss’io. – Non sarei tanto mortificato, monsieur, diceva La Fleur, s’ella lo avesse perduto – Nè io, La Fleur, gli risposi, se l’avessi trovato. Ma s’io l’abbia o no ritrovato, si vedrà poi. Capitolo 60 L’ATTO DI CARITA1 (PARIGI) Chi sdegna o sospetta di passare al buio per un chiassuolo, sarà forse un egregio uomo dabbene, e destro a mille negozi; ma un buon viaggiatore sentimentale, non mai. Assai cose che accadono a sole chiarissimo e su per le vie larghe e frequenti, le vedo, ma non le guardo. La natura è vergognosa, nè s’attenta d’agire alla presenza di spettatori; bensì in qualche appartato cantuccio ti lascia vedere taluna delle sue brevi scene che equivalgono alla quintessenza di tutti i sentimenti stillati da una mezza dozzina di tragedie francesi – tragedie per altro bellissime assolutamente – e le si confanno del pari al predicatore e all’eroe; e perciò ogniqualvolta mi trovo in impegno più solenne assai dell’usato, io nelle mie prediche m’aiuto di quelle tragedie – e quanto al testo, la Cappadocia, il Ponto e l’Asia, la Frigia e la Pamfilia son ottimi testi quanto ogni altro della Scrittura. Evvi un opaco andito lungo, che dall’Opéra–comique riesce a un vicolo angusto, calcato da que’ pochi che modestissimi aspettano un fiacre, o che più volentieri tornano a casa in santa pace co’ loro piedi. A capo dell’andito attiguo al teatro vedi una candeluccia il cui raggio a mezzo l’andito si smarrisce tra  l’ombre  –  ma  vi  sta  per  adornamento –  a  imitazione  delle stelle  di  minima  grandezza  le  quali  ardono,  e,  a  quanto  sappiamo,  non giovano gran che a noi mortali. Per quell’andito adunque io m’avviava all’albergo, quando cinque o sei passi innanzi ch’io giungessi alla porta m’accorsi di due signore, l’una a braccio dell’altra, col dosso al muro, le quali secondo le mie induzioni aspettavano un fiacre, – e poich’erano sì presso alla porta, io per rispetto al diritto di priorità m’incantucciai pianamente un braccio o poco più di qua dalle
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
della cagione di quell’affetto mio sragionevole per un sì tristo soggetto, se mi volessi abbellire, direi che ciò proveniva forse in me da una certa generosità di carattere; ma questa per allora non era la vera cagione, benché in appresso poi, quando nella lettura di Plutarco io cominciai ad infiammarmi dell’amor della gloria e della virtù, conobbi ed apprezzai, e praticai anche, potendo, la soddisfacentissima arte del rendere beneper male. Quel mio affetto per Andrea che mi avea pur dato tanti dolori, era in me un misto della forza abituale del vederlo da sett’anni sempre dintorno a me, e della predilezione da me concepita per alcune sue belle qualità; come la sagacità nel capire, la sveltezza e destrezza somma nell’eseguire; le lunghe storiette e novelle  ch’egli  mi  andava  raccontando,  ripiene  di  spirito,  di  affetti,  e d’imagini; cose tutte, per cui, passato lo sdegno delle durezze e vessazioni ch’egli  mi  andava  facendo,  egli  mi  sapea  sempre  tornare  in  grazia.  Non capisco  però,  come  abborrendo  tanto  per  mia  natura  l’essere  sforzato  e malmenato, mi fossi pure avvezzato al giogo di costui. Questa riflessione in appresso  mi  ha  fatti  talvolta  compatire  alcuni  principi,  che  senza  essere affatto  imbecilli  si  lasciavano  pure  guidare  da  gente  che  avea  preso  il sopravvento sovr’essi nell’adolescenza; età funesta, per la profondità delle ricevute impressioni. Il primo frutto ch’io raccolsi dalla morte dello zio, fu di poter andare alla Cavallerizza; scuola che sino allora mi era stata sempre negata, e ch’io desiderava ardentissimamente. Il priore dell’Accademia, avendo saputa questa mia smaniosa brama d’imparare a cavalcare, pensò di approfittarsene per mio utile; onde egli pose per premio de’ miei studi la futura equitazione, quand’io  mi  risolvessi  a  pigliare  all’Università  il  primo  grado  della  scala dottoresca, chiamato il magistero, che è un esame pubblico alla peggio dei due anni di logica, fisica e geometria. Io mi vi indussi subito; e cercatomi un ripetitore a parte, che mi tornasse a nominare almeno le definizioni di codeste mal fatte scuole, in quindici o venti giorni misi assieme alla diavola una dozzina di periodi latini tanto da rispondere a quei pochi quesiti, che mi verrebbero fatti dagli esaminatori. Divenni dunque, io non so come in meno d’un mese maestro matricolato dell’Arti, e quindi inforcai per la prima volta la schiena di un cavallo: arte, nella quale divenni poi veramente maestro molti anni dopo. Mi trovavo allora essere di statura piuttosto piccolo e assai graciletto, e di poca forza nei ginocchi che sono il perno del cavalcare; con tutto ciò la volontà e la molta passione supplivano alla forza,
Vita di Vittorio Alfieri