diversione

[di-ver-sió-ne]
In sintesi
deviazione; mossa tattica
← dal lat. tardo diversiōne(m), deriv. di divĕrsus, part. pass. di divertĕre ‘deviare’.
1
non com. Deviazione, svolta: la d. delle acque del fiume per mezzo di una diga; più avanti la strada fa una d.
2
fig., non com. Deviazione dall'argomento principale; digressione
3
raro Divertimento, svago
4
MIL Movimento di truppe o azione militare che ha lo scopo di attirare le forze nemiche verso un punto diverso da quello che si intende effettivamente attaccare

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � Giornata seconda Salviati Le diversioni di ieri, che ci torsero dal dritto filo de’ nostri principali discorsi, furon tante e tali, ch’io non so se potrò senza l’aiuto vostro rimettermi su la traccia, per poter procedere avanti. Io non mi meraviglio che voi, che avete ripiena e ingombrata la fantasia tanto delle cose dette quanto di quelle che restan da dirsi, vi troviate in qualche confusione; ma io, che per esser semplice ascoltatore, altro non ritengo  che  le  cose  udite,  potrò  per  avventura,  col  ricordarle  sommariamente, rimettere il ragionamento su ‘l suo filo. Per quello dunque che mi è restato in mente, fu la somma de i discorsi di ieri l’andar esaminando da i fondamenti loro, qual delle due opinioni sia più probabile e ragionevole: quella che tiene, la sustanza de i corpi celesti esser ingenerabile, incorruttibile, inalterabile, impassibile, ed in somma esente da ogni mutazione, fuor che dalla locale, e però essere una quinta essenza diversissima da questa de i nostri corpi elementari, generabili, corruttibili, alterabili, etc.; o pur l’altra che, levando tal difformità di parti dal mondo, reputa la  Terra goder delle medesime perfezioni che gli altri corpi integranti dell’universo, ed esser in somma un globo mobile e vagante non men che la Luna, Giove, Venere o altro pianeta. Fecersi in ultimo molti paralleli particolari tra essa Terra e la Luna, e più con la Luna che con altro pianeta forse per aver noi di quella maggiore e più sensata notizia, mediante la sua minor lontananza. Ed avendo finalmente concluso, questa seconda opinione aver più del verisimile dell’altra, parmi che ‘l progresso ne tirasse a cominciare a esaminare se la Terra si deva stimare immobile come da i più è stato sin qui creduto, o pur mobile, come alcuni antichi filosofi credettero ed altri da non molto tempo in qua stimano, e se mobile, qual possa essere il suo movimento. Già comprendo e riconosco il segno del nostro cammino; ma innanzi che si cominci a procedere più oltre, devo dirvi non so che sopra queste ultime parole che avete detto, dell’essersi concluso la opinione che tien la  Terra dotata delle medesime condizioni de i corpi celesti esser più verisimile della contraria: imperocché questo non ho io concluso, sì come non son né anco per concludere verun’altra delle proposizioni controverse; ma solo ho auta intenzione di produrre, tanto per l’una quanto per l’altra parte, quelle ragioni e risposte, instanze e soluzioni, che ad altri sin qui sono sovvenute, con qualche altra ancora che a me, nel lungamente pensarvi, è cascata in mente, lasciando poi la decisione all’altrui giudizio. Io mi era lasciato trasportare dal mio proprio sentimento, e credendo che in altri dovesse esser quel che io sentiva in me, feci universale quella conclusione  che  doveva  far  particolare;  e  veramente  ho  errato,  e  massime  non sapendo il concetto del signor Simplicio qui presente.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
casa» mi rispose il soldato. «Ma egli è avvezzo a tener testa ai Russi, né avrà paura di quattro gonnelle.» Un quarto d’ora dopo io avea già consegnato la bestia alla cuoca che ne cavasse la maggior quantità possibile di brodo, intorbidandogli il sapore gattesco con sedani e cipolline, quando mi capitò dinanzi Alessandro tutto sconvolto ed arruffato che pareva Oreste perseguitato dalle Furie, e rappresentato dal Salvini. Appena entrato in camera si buttò sopra una poltrona strepitando e bofonchiando che piuttosto che dar la caccia a un altro gatto sarebbe uscito dai castelli per conquistar un bue contro i Tedeschi, i Russi e quanti altri ne volessero venire. Io aveva più voglia di ridere che di piangere; ma mi trattenni per non fargli dispiacere. «Senti cosa mi capita!» diss’egli dopo aver buttato via il cappello dispettosamente. — Io avea pensato di mandar la portinaia fuori di casa, e la cameriera in cerca della portinaia; sicché in quel frattempo la padrona saliva da me, io le faceva la burletta del gatto, e l’ordinanza aveva libero il campo per accomodarlo a suo modo; intanto portinaia o cameriera tornavano e mi toglievano d’impiccio. Invece, cosa succede?... La portinaia e la cameriera s’incontrano per le scale e cominciano a litigare fra loro; io, dopo aver buttato a terra il gatto, con una specie di abbracciamento alla signora padrona, non so più andare né innanzi né indietro: quel maledetto gatto mi si ostina fra i piedi e la vecchia al collo!... Pesta di qua pesta di là riesco finalmente a metter in fuga la bestia... Ma in quella appunto, cameriera e portinaia entrano accapigliandosi fra loro e veggono me alle prese colla signora. Urla una e strilla quell’altra, credo che diedero la sveglia a tutto il vicinato. La signora era rossa più per la stizza che per la vergogna; io più pallido di spavento che di stizza: ma quella diversione mi rese i colori. Cominciai a gridare che non era nulla e che stava provando alla signora la tracolla della sciabola. La cameriera si buttò addirittura addosso alla padrona minacciandola che se non le pagava i salari le avrebbe cavato gli occhi, e che non era quella la maniera di mantenere le sue promesse che il servizio dell’ufficial francese sarebbesi lasciato tutto a lei. Intanto si udivano da basso gli ultimi miagolamenti del povero gatto sgozzato dalla mia ordinanza colle forbici della padrona che furono poi trovate tutte insanguinate. Anzi bisognerà che gli tiri le orecchie a quello sciocco per questa castroneria! Figurati che parapiglia! La signora, che m’aveva lasciato, voleva tornarmi ad abbracciare, la cameriera mi teneva pel collo, e la portinaia per l’abito; ciascuna voleva la sua parte, ma avevano fatto i
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
stare alli antichi accordi dove quello non era obligato a passarlo, perché senza capitano non volevono fare guerra, né potevono sperare in altro che nel Conte; e del Conte non si potevono valere, se non si obligava a far la guerra in ogni loco. A’ Fiorentini pareva necessario che la guerra si facesse in Lombardia gagliarda; dall’altro canto, rimanendo sanza il Conte, vedevono la impresa di Lucca rovinata; e ottimamente cognoscevano questa domanda essere fatta da’  Viniziani, non tanto per necessità avessino del Conte, quanto per sturbare loro quello acquisto. Dall’altra parte il Conte era per andare in Lombardia ad ogni piacere della lega; ma non voleva alterare lo obligo, come quello che desiderava non si privare di quella speranza quale aveva del parentado promissogli dal Duca. Erano adunque i Fiorentini distratti da due diverse passioni, e da la voglia di avere Lucca, e dal timore della guerra con il Duca. Vinse non di meno, come sempre interviene, il timore; e furono contenti che il Conte, vinto Nozano, andasse in Lombardia. Restavaci ancora un’altra difficultà, la quale, per non essere in arbitrio de’ Fiorentini il comporla, dette loro più passione, e più gli fece dubitare che la prima; perché il Conte non voleva passare il Po, e i  Viniziani altrimenti non lo accettavono. Né si trovando modo ad accordarli che liberalmente l’uno cedesse all’altro, persuasono i Fiorentini al Conte che si obligasse a passare quel fiume per una lettera che dovesse alla Signoria di Firenze scrivere, mostrandogli che questa promessa privata non rompeva i patti publici, e come e’ poteva poi fare sanza passarlo; e ne seguirebbe questo commodo, che i Viniziani, accesa la guerra, erano necessitati seguirla; di che ne nascerebbe la diversione di quello umore che temevano. E a’ Viniziani dall’altra parte mostrorono che questa lettera privata  bastava  ad  obligarlo,  e  per  ciò  fussino  contenti  a  quella;  perché, dove ei potevono salvare il Conte per i rispetti che gli aveva al suocero, era bene  farlo;  e  che  non  era  utile  a  lui  né  a  loro  sanza  manifesta  necessità scoprirlo. E così per questa via si deliberò la passata in Lombardia del Conte, il quale, espugnato Nozano, e fatte alcune bastie intorno a Lucca per tenere i Lucchesi stretti, e raccomandata quella guerra a commissari passò l’Alpi e ne andò a Reggio, dove i Viniziani, insospettiti de’ suoi progressi, avanti ad ogni altra cosa, per scoprire l’animo suo, lo richiesono che passasse il Po e con le altre loro genti si congiugnessi. Il che fu al tutto da il Conte denegato, e intra Andrea Mauroceno mandato da’ Viniziani, e lui furono ingiuriose parole, accusando l’uno l’altro di assai superbia e poca fede, e
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli