dispensare

[di-spen-sà-re]
dispènso
In sintesi
elargire, distribuire; esentare, esonerare
← dal lat. dispensāre, intensivo di dispendĕre ‘spartire’; cfr. dispendere.

A
v.tr.

1
Distribuire: d. denaro e viveri ai bisognosi; d. l'Eucarestia; d. consigli, benedizioni, sorrisi; d. schiaffi SIN. elargire, assegnare
2
Esentare da un obbligo: d. dal servizio militare, dalle tasse, dagli esami; ti dispenso dal partecipare all'assemblea || Esonerare da un ufficio e sim.; licenziare: fu dispensato dal servizio SIN. esimere

B
v.rifl.

dispensàrsi Esimersi, esentarsi: non credere di poterti d. da questi doveri SIN. sottrarsi

Citazioni
Che infallibil divino a le devote 330 Genti s’infinse, che a la Putta astuta Prestaro omaggio e le fornir la dote. E nel roman bordello prostituta, Vile superba sozza e scellerata, Al maggior offerente era venduta. 335 Ivi un postribol fece, ove sfacciata Facea di sé mercato, ed a’ suoi Proci Dispensava ora un detto, ora un’occhiata.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Scena 10 Donna Rosaura, poi il conte Onofrio, poi Don Florindo. Rosaura Onofrio Rosaura Onofrio Rosaura Questo disordine mi dispiace infinitamente. La Contessa Eleonora veniva a domandarmi scusa, e il diavolo ha fatto, che se n’è andata. Animo, signora donna Rosaura, che la zuppa è in tavola. Dispensatemi, che oggi non desino. No? Pazienza, mangeremo noi. Ho altro in capo che mangiare. Mi sta sul cuore questo inconveniente colla signora Contessa Eleonora, spero per altro che si appagherà delle mie giustificazioni, e che ritornerà a visitarmi. Perché, non volete venir a pranzo? Perché non ho volontà di mangiare. Venite almeno per compagnia. Lasciatemi in pace; non mi disturbate da vantaggio. Vi è successo qualche inconveniente? Mi è succeduto quello, che suol succedere, quando si tiene servitú in casa, che non sa il suo mestiere. Una dama è venuta per visitarmi. Brighella ha tardato a recar la risposta al bracciere, e la dama si è chiamata offesa, ed è ritornata indietro. Toccava a voi a mandar subito la risposta. Ho spedito Brighella di volo dietro la carrozza per far le mie scuse colla Contessa. Eccolo, che ritorna.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
fanno l’opre loro, mostrando lo sforzo di quel che sanno e parendoli, nel far così, d’ingiuriar coloro da chi sono stati ingiuriati, de’ quali non si curano sentir memoria né nome, obliandoli tanto per la loro invidia e maledicenza, che e’ non vorrebbono mai ricordarsi del paese che gli produsse. Il quale, se bene in questo non ha colpa, non può nientedimeno ammortare con la sua dolcezza quello sdegno giustissimo, che ne gli animi di costoro causò la emulazione e la ingratitudine de’ maligni lor cittadini. Il che manifestamente si vide in Antonio Veniziano, il quale venne in Fiorenza con Agnol Gaddi ad imparare la pittura, et appresela di maniera, che non solamente era stimato et ammirato da’ Fiorentini, ma carezzato ancora grandemente per questa virtù e per l’altre buone qualità sue. Laonde, venutogli voglia di farsi vedere nella sua città per ricogliere in essa il frutto delle lunghe fatiche da lui durate, si tornò a la sua Vinegia. E faccendo quivi a fresco et a tempera molte pitture, meritò che da la Signoria gli fusse dato a dipignere una facciata della sala del Consiglio. La quale opera condusse egli sì eccellentemente e con tanta maestà che ogni gran premio se li veniva, se la emulazione degli artefici et il favore che ad altri pittori forestieri facevano alcuni gentiluomini non avesse accecati gli occhi di chi doveva vedere il vero. Ma tanta fu la invidia e sì potente la ambizione, che il poverello Antonio si trovò sì percosso e tanto abbattuto, che per miglior partito a Fiorenza se ne ritornò, con proposito di non volere a Vinegia mai più tornare, e quella per sua nuova patria deliberò d’eleggersi. Dove nel chiostro di Santo Spirito in un archetto fece Cristo che chiama Pietro et Andrea da le reti, e Zebedeo et i figliuoli; e sotto i tre archetti di Stefano dipinse la storia del miracolo di Cristo ne’ pani e ne’ pesci, nella quale infinita diligenza et amore dimostrò come apertamente si vede nella figura stessa di Cristo che a l’aria del viso mostra la compassione che egli ha alla turba e lo ardore della carità con la quale fa dispensare il pane. Vedesi medesimamente in gesto bellissimo la affezzione d’uno apostolo che dispensando con una cesta grandemente si affatica. Et imparasi da chi è della arte a dipignere sempre le sue figure in una maniera che elle favellino, perché altrimenti  non  sono  pregiate.  Dimostrò  questo  medesimo  Antonio  nel frontispizio di sopra, in una storietta piccola della manna, con tanta diligenza lavorata e con sì buona grazia finita, che vanto dar si gli può di veramente eccellente. A Santo Antonio al ponte alla Carraia dipinse l’arco sopra la porta, et a Pisa dall’Opera del Duomo fu condotto, dove in Campo Santo fece gran parte delle storie di San Rinieri, et in quelle figurò la nascita, la vita e la
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto sesto Q XLIII Parte in gioco più strano e più diverso dispensano del dì l’ore serene: nel molle grembo il capo ingiù converso vaga donzella d’un garzon si tiene; ciascun altro la man, ch’egli a traverso dopo ‘l tergo rivolge, a batter viene né solleva ei giamai la testa china, se chi battuto l’ha non indovina. Odesi di lontan scoppio di riso, quando per legge di colui che regna di bella ninfa perditrice il viso, che ‘n foco avampa, col carbon si segna. Altri più dolci e con più saggio aviso trar dal trionfo suo spoglie s’ingegna, ché, con un bacio in bocca o su la gota,. vuol che ‘l perduto pegno ella riscota. Chi con le carte effigiate in mano prova quanto fortuna in terra possa; chi le corna agitate in picciol piano fa ribalzar dele volubil ossa; chi con maglio leggier manda lontano l’eburnea palla ad otturar la fossa; chi, poiché dal cannel le sorti ha tratte, su tavolier le tavole ribatte. Van le vergini belle a schiera sparte scalze il piè, scinte il seno e sciolte il crine; rozza incoltura in lor, beltà senz’arte fa del’anime altrui maggior rapine. Parte per l’erba va scherzando e parte tra le linfe argentate e cristalline, parte coglie viole ed amaranti per farne dono ai fortunati amanti.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ma stimulata da desiri ardenti d’indugio accusa i volator leggieri la coppia bella e le parrebbon lenti del rettor dela luce anco i destrieri. Fa le rote strisciar lievi e correnti lubrico il carro a que’ divini imperi, il carro, che nel grembo accoglie e serra le bellezze del cielo e dela terra. In occidente il sol già si calava sferzando i corridor verso le stalle, né più dritto su ‘l capo i rai vibrava, ma per traverso altrui feria le spalle; e già la Notte gelida tornava dagli antri fuor dela cimeria valle le campagne del ciel serene e belle con negra mano a seminar di stelle, quando andaro a sfogar nel letto usato del’usata magion gli accesi cori, che spirar si sentia per ogni lato del’antiche dolcezze ancor gli odori. Quivi iterando poi lo stil passato, tornaro ai primi scherzi, ai primi amori. L’un senza l’altro ad altra cura intento né movea passo, né traea momento. Un dì sotto la loggia, ove sovente dispensan l’ore insieme e le parole, Venere, che giamai l’occhio o la mente non allontana dal’amato sole, vedelo in un pensier profondamente immerso e più tacer ch’egli non suole, poiché l’amiche ninfe assise al fresco han del bianco mantil spogliato il desco.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Sopravenne appresso che la donna da capo ingravidò e al tempo debito partorì un figliuol maschio, il che carissimo fu a Gualtieri; ma non bastandogli quello che fatto avea con maggior puntura trafisse la donna, e con sembiante turbato un dì le disse: “Donna, poscia che tu questo figliuol maschio facesti, per niuna guisa con questi miei viver son potuto, sì duramente si ramaricano che un nepote di Giannucolo dopo me debbia rimaner lor signore: di che io mi dotto, se io non ci vorrò esser cacciato, che non mi convenga fare di quello che io altra volta feci e alla fine lasciar te e prendere un’altra moglie.” La donna con paziente animo l’ascoltò né altro rispose se non: “Signor mio, pensa di contentar te e di sodisfare al piacer tuo e di me non avere pensiere alcuno, per ciò che niuna cosa m’è cara se non quanto io la veggo a te piacere.” Dopo non molti dì Gualtieri, in quella medesima maniera che mandato aveva per la figliuola, mandò per lo figliuolo: e similmente dimostrato d’averlo fatto uccidere, a nutricar nel mandò a Bologna, come la fanciulla aveva mandata; della qual cosa la donna né altro viso né altre parole fece che della fanciulla fatte avesse, di che Gualtieri si maravigliava forte e seco stesso affermava niuna altra femina questo poter fare che ella faceva; e se non fosse che carnalissima de’ figliuoli, mentre gli piacea, la vedea, lei avrebbe creduto ciò fare per più non curarsene, dove come savia lei farlo cognobbe. I subditi suoi, credendo che egli uccidere avesse fatti i figliuoli, il biasimavan forte e reputavanlo crudele uomo e alla donna avevan grandissima compassione. La quale con le donne, le quali con lei de’ figliuoli così morti si condoleano, mai altro non disse se non che quello ne piaceva a lei che a colui che generati gli avea. Ma essendo più anni passati dopo la natività della fanciulla, parendo tempo a Gualtieri di fare l’ultima pruova della sofferenza di costei, con molti de’ suoi disse che per niuna guisa più sofferir poteva d’aver per moglie Griselda e che egli cognosceva che male e giovenilmente aveva fatto quando l’aveva presa, e per ciò a suo potere voleva procacciar col Papa che con lui dispensasse che un’altra donna prender potesse e lasciar Griselda; di che egli da assai buoni uomini fu molto ripreso; a che nulla altro rispose se non che conveniva che così fosse. La donna, sentendo queste cose e parendole dovere sperare di ritornare a casa del padre e forse a guardar le pecore come altra volta aveva fatto e vedere a un’altra donna tener colui al quale ella voleva tutto il suo bene, forte in se medesima si dolea; ma pur, come l’altre ingiurie
Decameron di Giovanni Boccaccio
vivere, né vorrei mangiassono altro pane che quello che per loro medesimi si cocessero. Quanto al vino non proibirei il berne, né che nello esercito ne venisse, ma non userei né industria né fatica alcuna per averne, e nell’altre provvisioni mi governerei al tutto come gli antichi. La quale cosa se considererete bene, vedrete quanta difficultà si lieva via, e di quanti affanni e disagi si priva uno esercito e uno capitano, e quanta commodità si darà a qualunque impresa si volesse fare. Zanobi. Noi abbiamo vinto il nimico alla campagna, camminato di poi sopra il paese suo; la ragione vuole che si sia fatto prede, taglieggiato terre, preso prigioni; però io vorrei sapere come gli antichi in queste cose si governavano. Ecco che io vi sodisfarò. Io credo che voi abbiate considerato, perché altra volta con alcuni di voi ne ho ragionato, come le presenti guerre impoveriscono così quegli signori che vincono, come quegli che perdono; perché se l’uno perde lo stato, l’altro perde i danari e il mobile suo; il che anticamente non era, perché il vincitore delle guerre arricchiva. Questo  nasce  da  non  tenere  conto  in  questi  tempi  delle  prede,  come anticamente si faceva, ma si lasciano tutte alla discrezione de’ soldati. Questo modo fa due disordini grandissimi: l’uno, quello che io ho detto; l’altro, che il soldato diventa più cupido del predare e meno osservante degli ordini; e molte volte si è veduto come — meno osservante degli ordini; e molte volte si è veduto come la cupidità della preda ha fatto perdere chi era vittorioso. I Romani pertanto, che furno principi di questo esercizio, provvidero all’uno e all’altro di questi inconvenienti, ordinando che tutta la preda appartenesse al publico, e che il publico poi la dispensasse come gli paresse. E però avevano negli eserciti i questori, che erano, come diremmo noi, i camarlinghi; appresso a’ quali tutte le taglie e le prede si collocavano; di che il consolo si serviva a dar la paga ordinaria a’ soldati, a sovvenire i feriti e gl’infermi, e agli altri bisogni dello esercito. Poteva bene il consolo, e usavalo spesso, concedere una preda a’ soldati; ma questa concessione non faceva disordine, perché, rotto lo esercito, tutta la preda si metteva in mezzo e distribuivasi per testa secondo le qualità di ciascuno. Il quale modo faceva che i soldati attendevano a vincere e non a rubare; e le legioni romane vincevano il nimico e non lo seguitavano, perché mai non si partivano degli ordini loro; solamente lo seguivano i cavagli con quegli armati leggermente e, se vi erano, altri soldati che legionari. Che se le prede fussero state di chi le guadagnava, non era possibile né ragionevole tenere le legioni ferme, e portavasi molti pericoli. Di qui nasceva pertanto che il publico arric-
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli