digressione

[di-gres-sió-ne]
In sintesi
deviazione, allontanamento da un luogo; divagazione, deviazione
← dal lat. digressiōne(m), deriv. di digrĕdi; cfr. digredire.
1
Allontanamento temporaneo dal tema o dalla linea principale di un discorso intrapreso, per soffermarsi su un argomento secondario che a esso si riferisce: a questo punto, farò una breve d.
2
non com. Allontanamento dal cammino intrapreso: faremo una digressione fino a quel casolare SIN. deviazione
3
ASTRON La distanza angolare

Citazioni
voci di quello, secondo debito de l’arte, sono intra sé rispondenti. Dunque quello sermone è più bello ne lo quale più debitamente si rispondono [le parole; e più debitamente si rispondono] in latino che in volgare, però che lo volgare seguita uso, e lo latino arte: onde concedesi esser più bello, più virtuoso e più nobile. Per che si conchiude lo principale intendimento, cioè che non sarebbe stato subietto a le canzoni, ma sovrano. VI Mostrato come lo presente comento non sarebbe stato subietto a le canzoni  volgari  se  fosse  stato  latino,  resta  a  mostrare  come  non  sarebbe stato  conoscente,  né  obediente  a  quelle;  e  poi  sarà  conchiuso  come  per cessare disconvenevoli disordinazioni fu mestiere volgarmente parlare. Dico che ’l latino non sarebbe stato servo conoscente al signore volgare per cotal ragione. La conoscenza del servo si richiede massimamente a due cose perfettamente conoscere. L’una si è la natura del signore: onde sono signori di sì asinina natura che comandano lo contrario di quello che vogliono, e altri che sanza dire vogliono essere intesi, e altri che non vogliono che ’l servo si muova a fare quello ch’è mestiere se nol comandano. E perché queste variazioni  sono  ne  li  uomini  non  intendo  al  presente  mostrare,  che  troppo multiplicherebbe la digressione; se non in tanto, che dico in genere che cotali sono quasi bestie, a li quali la ragione fa poco prode. Onde, se ’l servo non conosce la natura del suo signore, manifesto è che perfettamente servire nol può. L’altra cosa è, che si conviene conoscere al servo, li amici del suo signore, ché altrimenti non li potrebbe onorare né servire, e così non servirebbe perfettamente lo suo signore; con ciò sia cosa che li amici siano quasi parti d’un tutto, però che ’l tutto loro è uno volere e uno non volere. Né lo comento latino avrebbe avuta la conoscenza di queste cose, che l’ha ’l volgare medesimo. Che lo latino non sia conoscente del volgare e de’ suoi amici, così si pruova. Quelli che conosce alcuna cosa in genere, non conosce quella perfettamente: sì come, se conosce da lungi uno animale, non conosce quello perfettamente, perché non sa se s’è cane o lupo o becco. Lo  latino  conosce  lo  volgare  in  genere,  ma  non  distinto:  che  se  esso  lo conoscesse distinto, tutti li volgari conoscerebbe, perché non è ragione che l’uno più che l’altro conoscesse; e così in qualunque uomo fosse tutto l’abito del latino, sarebbe l’abito di conoscenza distinto de lo volgare. Ma questo non è; ché uno abituato di latino non distingue, s’elli è d’Italia, lo volgare [inghilese] da lo tedesco; né lo tedesco, lo volgare italico dal provenzale. Onde è manifesto che lo latino non è conoscente de lo volgare. Ancora, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
per chiose a molte scritture è già stato domandato, sì come ne’ loro principii si può vedere apertamente in molte. E così è manifesto che pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino. X Grande vuole essere la scusa, quando a così nobile convivio per le sue vivande, a così onorevole per li suoi convitati, s’appone pane di biado e non di frumento; e vuole essere evidente ragione che partire faccia l’uomo da quello che per li altri è stato servato lungamente, sì come di comentare con latino. E però vuole essere manifesta la ragione, che de le nuove cose lo fine non è certo; acciò che la esperienza non è mai avuta onde le cose usate e servate sono e nel processo e nel fine commisurate. Però si mosse la Ragione a  comandare  che  l’uomo  avesse  diligente  riguardo  ad  entrare  nel  nuovo cammino, dicendo che “ne lo statuire le nuove cose evidente ragione dee essere quella che partire ne faccia da quello che lungamente è usato”. Non si maravigli dunque alcuno se lunga è la digressione de la mia scusa, ma, sì come necessaria, la sua lunghezza paziente sostenga. La quale proseguendo, dico  che  —  poi  ch’è  manifesto  come  per  cessare  disconvenevole disordinazione e come per prontezza di liberalitade io mi mossi al volgare comento e lasciai lo latino — l’ordine de la intera scusa vuole ch’io mostri come a ciò mi mossi per lo naturale amore de la propria loquela; che è la terza e l’ultima ragione che a ciò mi mosse. Dico che lo naturale amore principalmente muove l’amatore a tre cose: l’una si è a magnificare l’amato; l’altra è ad esser geloso di quello; l’altra è a difendere lui, sì come ciascuno può vedere continuamente avvenire. E queste tre cose mi fecero prendere lui, cioè lo nostro volgare, lo qual naturalmente e accidentalmente amo e ho amato. Mossimi prima per magnificare lui. E che in ciò io lo magnifico, per questa ragione vedere si può; avvegna che per molte condizioni di grandezze le cose si possono magnificare, cioè fare grandi, e nulla fa tanto grande quanto la grandezza de la propia bontade, la quale è madre e conservatrice de l’altre grandezze; onde nulla grandezza puote avere l’uomo maggiore che quella de la virtuosa operazione, che è sua propia bontade, per la quale le grandezze de le vere dignitadi, de li veri onori, de le vere potenze, de le vere  ricchezze,  de  li  veri  amici,  de  la  vera  e  chiara  fama,  e  acquistate  e conservate sono: e questa grandezza do io a questo amico, in quanto quello elli di bontade avea in podere e occulto, io lo fo avere in atto e palese ne la sua propria operazione, che è manifestare conceputa sentenza.
Convivio di Dante Alighieri
queste intelligenze a cu’ io parlo, e quello di prima fosse amore così come questo di poi, perché la loro vertù corrompe l’uno e l’altro genera? con ciò sia cosa che innanzi dovrebbe quello salvare, per la ragione che ciascuna cagione ama lo suo effetto e, amando quello, salva quell’altro”. A questa questione si può leggermente rispondere che lo effetto di costoro è amore, com’è detto; e però che salvare nol possono se non in quelli subietti che sono sottoposti a la loro circulazione, esso transmutano di quella parte che è fuori di loro podestade in quella che v’è dentro, cioè de l’anima partita d’esta vita in quella ch’è in essa. Sì come la natura umana transmuta, ne la forma umana, la sua conservazione di padre in figlio, perché non può in esso padre perpetualmente [ta]l suo effetto conservare. Dico “effetto”, in quanto l’anima col corpo, congiunti, sono effetto di quella; ché [l’anima, poi che] è partita, perpetualmente dura in natura più che umana. E così è soluta la questione. Ma però che de la immortalità de l’anima è qui toccato, farò una digressione, ragionando di quella; perché, di quella ragionando, sarà bello terminare lo parlare di quella viva Beatrice beata, de la quale più parlare in questo  libro  non  intendo  per  proponimento.  Dico  che  intra  tutte  le bestialitadi quella è stoltissima, vilissima e dannosissima, chi crede dopo questa vita non essere altra vita; però che, se noi rivolgiamo tutte le scritture, sì de’ filosofi come de li altri savi scrittori, tutti concordano in questo, che in noi sia parte alcuna perpetuale. E questo massimamente par volere Aristotile in quello de l’Anima; questo par volere massimamente ciascuno Stoico; questo par volere Tullio, spezialmente in quello libello de la Vegliezza; questo  par  volere  ciascuno  poeta  che  secondo  la  fede  de’  Gentili  hanno parlato; questo vuole ciascuna legge, Giudei, Saracini, Tartari, e qualunque altri vivono secondo alcuna ragione. Che se tutti fossero ingannati, seguiterebbe una impossibilitade, che pure a ritraere sarebbe orribile. Ciascuno è certo che la natura umana è perfettissima di tutte l’altre nature di qua giù; e questo nullo niega, e Aristotile l’afferma quando dice nel duodecimo de li Animali che l’uomo è perfettissimo di tutti li animali. Onde con ciò sia cosa che molti che vivono interamente siano mortali, sì come animali bruti, e siano sanza questa speranza tutti mentre che vivono, cioè d’altra vita; se la  nostra  speranza  fosse  vana,  maggiore  sarebbe  lo  nostro  difetto  che  di nullo altro animale, con ciò sia cosa che molti già sono stati che hanno data questa vita per quella; e così seguiterebbe che lo perfettissimo animale, cioè l’uomo, fosse imperfettissimo — ch’è impossibile —, e che quella parte, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
ne]  essere  stata  principio  del  romano  imperio.  E  che  ciò  sia,  per  due apertissime ragioni vedere si può, le quali mostrano quella civitade imperatrice, e da Dio avere spezial nascimento, e da Dio avere spezial processo. Ma però che in questo capitolo sanza troppa lunghezza ciò trattare non si potrebbe, e li lunghi capitoli sono inimici de la memoria, farò ancora digressione d’altro capitolo per le toccate ragioni mostrare; che non ha sanza utilitade e diletto grande. V Non è maraviglia se la divina provedenza, che del tutto l’angelico e lo umano accorgimento soperchia, occultamente a noi molte volte procede, con ciò sia cosa che spesse volte l’umane operazioni a li uomini medesimi ascondono  la  loro  intenzione;  ma  da  maravigliare  è  forte,  quando  la essecuzione de lo etterno consiglio tanto manifesto procede c[on] la nostra ragione. E però io nel cominciamento di questo capitolo posso parlare con la bocca di Salomone, che in persona de la Sapienza dice ne li suoi Proverbi: “Udite: però che di grandi cose io debbo parlare”. Volendo  la  ’nmensurabile  bontà  divina  l’umana  creatura  a  sé riconformare, che per lo peccato de la prevaricazione del primo uomo da Dio era partita e disformata, eletto fu in quello altissimo e congiuntissimo consistorio de la Trinitade, che ’l Figliuolo di Dio in terra discendesse a fare questa concordia. E però che ne la sua venuta nel mondo, non solamente lo cielo, ma la terra convenia essere in ottima disposizione; e la ottima disposizione de la terra sia quando ella è monarchia, cioè tutta ad uno principe, come detto è di sopra; ordinato fu per lo divino provedimento quello popolo e quella cittade che ciò dovea compiere, cioè la gloriosa Roma. E però [che] anche l’albergo dove il celestiale rege intrare dovea convenia essere mondissimo e purissimo, ordinata fu una progenie santissima, de la quale dopo molti meriti nascesse una femmina ottima di tutte l’altre, la quale fosse camera del Figliuolo di Dio: e questa progenie fu quella di David, del qual nasce[tt]e la baldezza e l’onore de l’umana generazione, cioè Maria. E però è scritto in Isaia: “Nascerà virga de la radice di Iesse, e fiore de la sua radice salirà”; e Iesse fu padre del sopra detto David. E tutto questo fu in uno temporale, che David nacque e nacque Roma, cioè che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine de la cittade romana, sì come testimoniano le scritture. Per che assai è manifesto la divina elezione del romano imperio per lo nascimento de la santa cittade che fu contemporaneo a la radice de la progenie di Maria. E incidentemente è da toccare che, poi che esso cielo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
del cattivato Regolo, da Cartagine mandato a Roma per commutare li presi cartaginesi a sé e a li altri presi romani, avere contra sé per amore di Roma, dopo la legazione ritratta, consigliato, solo da [umana, e non da] divina natura mosso? Chi dirà di Quinzio Cincinnato, fatto dittatore e tolto da lo aratro, e dopo lo tempo de l’officio, spontaneamente quello rifiutando a lo arare  essere  ritornato?  Chi  dirà  di  Cammillo,  bandeggiato  e  cacciato  in essilio, essere venuto a liberare Roma contra li suoi nimici, e dopo la sua liberazione, spontaneamente essere ritornato in essilio per non offendere la senatoria autoritade, sanza divina istigazione? O sacratissimo petto di Catone, chi presummerà di te parlare? Certo maggiormente di te parlare non si può che tacere, e seguire Ieronimo quando nel proemio de la Bibbia, là dove di Paolo tocca, dice che meglio è tacere che poco dire. Certo e manifesto esser dee, rimembrando la vita di costoro e de li altri divini cittadini, non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura, essere tante mirabili operazioni state; e manifesto esser dee, questi eccellentissimi  essere  stati  strumenti  con  li  quali  procedette  la  divina provedenza ne lo romano imperio, dove più volte parve esse braccia di Dio essere presenti. E non puose Iddio le mani proprie a la battaglia dove li Albani con li Romani, dal principio, per lo capo del regno combattero, quando uno solo Romano ne le mani ebbe la franchigia di Roma? Non puose  Iddio  le  mani  proprie,  quando  li  Franceschi,  tutta  Roma  presa, prendeano di furto Campidoglio di notte, e solamente la voce d’una oca fé ciò sentire? E non puose Iddio le mani, quando, per la guerra d’Annibale avendo perduti tanti cittadini che tre moggia d’anella in Africa erano portati, li Romani volsero abbandonare la terra, se quel benedetto Scipione giovane non avesse impresa l’andata in Africa per la sua franchezza? E non puose Iddio le mani quando uno nuovo cittadino di picciola condizione, cioè Tullio, contra tanto cittadino quanto era Catellina la romana libertà difese?  Certo  sì.  Per  che  più  chiedere  non  si  dee,  a  vedere  che  spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato, fosse quello de la santa cittade. Certo di ferma sono oppinione che le pietre che ne le mura sue stanno siano degne di reverenzia, e lo suolo dov’ella siede sia degno oltre quello che per li uomini è predicato e approvato. VI Di sopra, nel terzo capitolo di questo trattato, promesso fue di ragionare de l’altezza de la imperiale autoritade e de la filosofica; e però, ragionato de la imperiale, procedere oltre si conviene la mia digressione, a vedere di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
intenzione del Filosofo, e però né la reverenza che a lui si dee non offendo. E che io sensuale apparenza intenda riprovare è manifesto. Ché costoro, che così giudicano, non giudicano se non per quello che sentono di queste cose che la fortuna può dare e torre; che perché veggiono fare le parentele e li alti matrimonii, li edifici mirabili, le possessioni larghe, le signorie grandi, credono quelle essere cagioni di nobilitade, anzi essa nobilitade credono quelle essere. Che s’elli giudicassero con l’apparenza razionale, dicerebbero lo contrario, cioè la nobilitade essere cagione di questo, sì come di sotto in questo trattato si vedrà. E come io, secondo che vedere si può, contra la reverenza del Filosofo non parlo ciò riprovando, così non parlo contra la reverenza de lo Imperio: e  la  ragione  mostrare  intendo. Ma  però  che,  dinanzi  da  l’avversario  s[e] ragiona, lo rettorico dee molta cautela usare nel suo sermone, acciò che l’avversario  quindi  non  prenda  materia  di  turbare  la  veritade,  io,  che  al volto di tanti avversarii parlo in questo trattato, non posso [brievemente] parlare; onde, se le mie digressioni sono lunghe, nullo si maravigli. Dico adunque che, a mostrare me non essere inreverente a la maiestade de lo Imperio, prima è da vedere che è “reverenza”. Dico che reverenza non è altro che confessione di debita subiezione per manifesto segno. E veduto questo,  da  distinguere  è  intra  loro  “inreverente”  [e  “non  reverente”.  Lo inreverente]  dice  privazione,  lo  non  reverente  dice  negazione.  E  però  la inreverenza è disconfessare la debita subiezione, per manifesto segno, dico, e la non reverenza è negare la debita subiezione. Puote l’uomo disdicere la cosa doppiamente: per uno modo puote l’uomo disdicere offendendo a la veritade, quando de la debita confessione si priva, e questo propriamente è “disconfessare”; per un altro modo puote l’uomo disdicere non offendendo a la veritade, quando quello che non è non si confessa, e questo è proprio “negare”: sì come disdicere l’uomo sé essere del tutto mortale, è negare, propriamente parlando. Per che se io niego la reverenza de lo Imperio, non sono inreverente, ma sono non reverente: che non è contro a la reverenza, con ciò sia cosa che quella non offenda; sì come lo non vivere non offende la vita, ma offende quella la morte, che è di quella privazione. Onde altro è morte e altro è non vivere; che non vivere è ne le pietre. E però che morte dice privazione, che non può essere se non nel subietto de l’abito, e le pietre non sono subietto di vita, per che non “morte”, ma “non vivere” dicere si deono; similemente io, che in questo caso a lo Imperio reverenza avere non debbo, se la disdico, inreverente non sono, ma sono non reverente, che non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Veramente questo arco non pur per mezzo si distingue da le scritture; ma, seguendo le quattro combina[zioni] de le contrarie qualitadi che sono ne la nostra composizione, a le quali pare essere appropriata, dico a ciascuna,  una  parte  de  la  nostra  etade,  in  quattro  parti  si  divide,  e  chiamansi quattro etadi. La prima è Adolescenza, che s’appropria al caldo e a l’umido; la seconda si è Gioventute, che s’appropria al caldo e al secco; la terza si è Senettute,  che  s’appropria  al  freddo  e  al  secco;  la  quarta  si  è  Senio,  che s’appropria al freddo e a l’umido, secondo che nel quarto de la Metaura scrive Alberto. E queste parti si fanno simigliantemente ne l’anno, in primavera, in estate, in autunno e in inverno; e nel die, ciò è infino a la terza, e poi infino a la nona (lasciando la sesta, nel mezzo di questa parte, per la ragione che si discerne), e poi infino al vespero e dal vespero innanzi. E però  li  gentili,  cioè  li  pagani,  diceano  che  ’l  carro  del  sole  avea  quattro cavalli: lo primo chiamavano Eoo, lo secondo Pirroi, lo terzo Eton, lo quarto Flegon, secondo che scrive Ovidio nel secondo del Metamorfoseos. Intorno a le parti del giorno è brievemente da sapere che, sì come detto è di sopra nel sesto del terzo trattato, la Chiesa usa, ne la distinzione de le ore, [le ore] del dì temporali, che sono in ciascuno die dodici, o grandi o piccole, secondo la quantitade del sole; e però che la sesta ora, cioè lo mezzo die, è la più nobile di tutto lo die e la più virtuosa, li suoi offici appressa quivi da ogni  parte,  cioè  da  prima  e  di  poi,  quanto  puote.  E  però  l’officio  de  la prima parte del die, cioè la terza, si dice in fine di quella; e quello de la terza parte e de la quarta si dice ne li principii. E però si dice mezza terza, prima che suoni per quella parte; e mezza nona, poi che per quella parte è sonato; e così mezzo vespero. E però sappia ciascuno che, ne la diritta nona, sempre dee sonare nel cominciamento de la settima ora del die: e questo basti a la presente digressione. XXIV Ritornando al proposito, dico che la umana vita si parte per quattro etadi.  La  prima  si  chiama  Adolescenzia,  cioè  “accrescimento  di  vita”;  la seconda si chiama Gioventute, cioè “etate che puote giovare”, cioè perfezione dare, e così s’intende perfetta — ché nullo puote dare se non quello ch’elli ha —; la terza si chiama Senettute; la quarta si chiama Senio, sì come di sopra detto è. De la prima nullo dubita, ma ciascuno savio s’accorda ch’ella dura in fino al venticinquesimo anno; e però che infino a quel tempo l’anima nostra intende a lo crescere e a lo abbellire del corpo, onde molte e grandi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
rinfacci  la  poca  avvertenza  in  uno  accidente  così  principale,  ho  giudicato palesare quelle probabilità che lo renderebbero persuasibile, dato che la Terra si movesse. Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà, che se altre nazioni hanno navigato più, noi non abbiamo speculato meno, e che il rimettersi ad asserir la fermezza della Terra, e prender il contrario solamente per capriccio matematico, non nasce da non aver contezza di quant’altri ci abbia pensato, ma, quando altro non fusse, da quelle ragioni che la pietà, la religione, il conoscimento della divina onnipotenza, e la coscienza della debolezza dell’ingegno umano, ci somministrano. Ho poi pensato tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti in forma di  dialogo,  che,  per  non  esser  ristretto  alla  rigorosa  osservanza  delle  leggi matematiche, porge campo ancora a digressioni, tal ora non meno curiose del principale argomento. Mi trovai, molt’anni sono, più volte nella maravigliosa città di  Venezia in conversazione col signor Giovan Francesco Sagredo, illustrissimo di nascita, acutissimo d’ingegno. Venne là di Firenze il signor Filippo Salviati, nel quale il minore splendore era la chiarezza del sangue e la magnificenza delle ricchezze; sublime intelletto, che di niuna delizia più avidamente si nutriva, che di specolazioni esquisite. Con questi due mi trovai spesso a discorrer di queste materie, con l’intervento di un filosofo peripatetico, al quale pareva che niuna cosa ostasse maggiormente per l’intelligenza del vero, che la fama acquistata nell’interpretazioni Aristoteliche. Ora, poiché morte acerbissima ha, nel più bel sereno de gli anni loro, privato di quei due gran lumi Venezia e Firenze, ho risoluto prolungar, per quanto vagliono le mie debili forze, la vita alla fama loro sopra queste mie carte, introducendoli per interlocutori della presente controversia. Né mancherà il suo luogo al buon Peripatetico, al quale, pel soverchio affetto verso i comenti di Simplicio, è parso decente, senza esprimerne il nome, lasciarli quello del reverito scrittore. Gradiscano quelle due grand’anime, al cuor mio sempre venerabili, questo publico monumento del mio non mai morto amore, e con la memoria della loro eloquenza mi aiutino a spiegare alla posterità le promesse speculazioni. Erano casualmente occorsi (come interviene) varii discorsi alla spezzata tra questi signori, i quali avevano più tosto ne i loro ingegni accesa, che consolata, la sete dell’imparare: però fecero saggia risoluzione di trovarsi alcune giornate insieme, nelle quali, bandito ogni altro negozio, si attendesse a vagheggiare con più ordinate speculazioni le maraviglie di Dio nel cielo e nella terra. Fatta la radunanza nel palazzo dell’illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma però brevi, complimenti, il signor Salviati in questa maniera incominciò.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
l’altro per essa perpendicolare, son sempre eguali, adunque il cadente per la perpendicolare può partirsi da un termine tanto vicino al B, che ‘l grado di velocità acquistato in B non fusse bastante (conservandosi sempre l’istesso) a condurre il mobile per uno spazio doppio della lunghezza del piano inclinato in un anno né in dieci né in cento. Possiamo dunque concludere che se è vero che, secondo il corso ordinario di natura, un mobile, rimossi tutti gl’impedimenti esterni ed accidentarii, si muova sopra piani inclinati con maggiore e maggior tardità secondo che l’inclinazione sarà minore, sì che finalmente la tardità si conduca a essere infinita, che è quando si finisce l’inclinazione  e  s’arriva  al  piano  orizontale;  e  se  è  vero  parimente  che  al grado di velocità acquistato in qualche punto del piano inclinato sia eguale quel grado di velocità che si trova avere il cadente per la perpendicolare nel punto segato da una parallela all’orizonte che passa per quel punto del piano inclinato; bisogna di necessità confessare che il cadente, partendosi dalla quiete, passa per tutti gl’infiniti gradi di tardità, e che, in conseguenza, per acquistar un determinato grado di velocità bisogna ch’e’ si muova prima per linea retta, descendendo per breve o lungo spazio, secondo che la velocità da acquistarsi dovrà essere minore o maggiore, e secondo che ‘l piano sul quale si scende sarà poco o molto inclinato: talché può darsi un piano con  sì  poca  inclinazione,  che,  per  acquistarvi  quel  tal  grado  di  velocità, bisognasse prima muoversi per lunghissimo spazio ed in lunghissimo tempo; sì che nel piano orizontale qual si sia velocità non s’acquisterà naturalmente mai, avvenga che il mobile già mai non vi si muoverà. Ma il moto per la linea orizontale, che non è declive né elevata, è moto circolare intorno al centro: adunque il moto circolare non s’acquisterà mai naturalmente senza il moto retto precedente, ma bene, acquistato che e’ si sia, si continuerà egli perpetuamente con velocità uniforme. Io potrei dichiararvi, ed anco dimostrarvi, con altri discorsi queste medesime verità; ma non voglio interromper con sì gran digressioni il principal nostro ragionamento, e più tosto  ci  ritornerò  con  altra  occasione,  e  massime  che  ora  si  è  venuto  in questo proposito non per servirsene per una dimostrazion necessaria, ma per adornare un concetto platonico: al quale voglio aggiugnere un’altra particolare osservazione, pur del nostro Accademico, che ha del mirabile. Figuriamoci, tra i decreti del divino Architetto essere stato pensiero di crear nel mondo questi globi, che noi veggiamo continuamente muoversi in giro, ed avere stabilito il centro delle lor conversioni ed in esso collocato il Sole immobile, ed aver poi fabbricati tutti i detti globi nel medesimo luogo, e di lì datali inclinazione di muoversi, discendendo verso il centro, sin che acquistassero quei gradi di velocità che pareva alla medesima Mente divina, li quali acquistati, fussero volti in giro, ciascheduno nel suo cerchio, mante-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io son molte volte andato fantasticando sopra queste cose, e finalmente mi pare di poter ritrovar bene alcune delle cose che non sieno né possan esser nellaLuna ma non già veruna di quelle che io creda che vi sieno e possano essere, se non con una larghissima generalità, cioè cose che l’adornino, operando e movendo e vivendo e, forse con modo diversissimo dal nostro, veggendo ed ammirando la grandezza e bellezza del mondo e del suo Facitore e Rettore, e con encomii continui cantando la Sua gloria, ed in somma (che è quello che io intendo) facendo quello tanto frequentemente da gli scrittor sacri affermato, cioè una perpetua occupazione di tutte le creature in laudare Iddio. Queste sono delle cose che, generalissimamente parlando, vi possono essere; ma io sentirei volentieri ricordar di quelle che ella crede che non vi sieno né possano essere, le quali è forza che più particolarmente si possano nominare. Avvertite, signor Sagredo, che questa sarà la terza volta che noi così di passo in  passo,  non  ce  n’accorgendo,  ci  saremo  deviati  dal  nostro  principale instituto, e che tardi verremo a capo de’ nostri ragionamenti, facendo digressioni; però se vogliamo differir questo discorso tra gli altri che siam convenuti rimettere ad una particolar sessione, sarà forse ben fatto. Di grazia, già che siamo nella Luna, spediamoci dalle cose che appartengono a lei, per non avere a fare un’altra volta un sì lungo cammino. Sia come vi piace. E per cominciar dalle cose più generali, io credo che il globo  lunare  sia  differente  assai  dal  terrestre,  ancorché  in  alcune  cose  si veggano delle conformità: dirò le conformità, e poi le diversità. Conforme è sicuramente la Luna alla Terra nella figura, la quale indubitabilmente è sferica, come di necessità si conclude dal vedersi il suo disco perfettamente circolare, e dalla maniera del ricevere il lume del Sole, dal quale, se la superficie sua fusse piana, verrebbe tutta nell’istesso tempo vestita, e parimente poi tutta, pur in un istesso momento, spogliata di luce, e non prima le parti che riguardano verso il Sole e successivamente le seguenti, sì che giunta all’opposizione, e non prima, resta tutto l’apparente disco illustrato; di che, all’incontro, accaderebbe tutto l’opposito, quando la sua visibil superficie fusse concava, cioè la illuminazione comincierebbe dalle parti avverse al Sole. Secondariamente, ella è, come la Terra, per se stessa oscura ed opaca, per la quale opacità è atta a ricevere ed a ripercuotere il lume del Sole, il che, quando ella non fusse tale, far non potrebbe.  Terzo io tengo la sua materia densissima e solidissima non meno della Terra; di che mi è argomento assai chiaro l’esser la sua superficie per la maggior parte ineguale, per le molte eminenze e cavità che vi si scorgono mercé del telescopio: delle Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
si lasci uscir una palla di mano la quale, giunta che sia in terra, non solo séguiti il moto di colui, ma lo anticipi ancora, movendosi con velocità maggiore. E per vedere un tal effetto, voglio che il corso sia d’una carretta, alla quale per banda di fuori sia fermata una tavola pendente, sì che la parte inferiore resti verso i cavalli e la superiore verso le ruote di dietro. Ora, se nel maggior corso della carretta alcuno, che vi sia dentro, lascerà cadere una palla giù per il pendio di quella tavola, ella nel venir giù ruzzolando acquisterà vertigine in se stessa, la quale, aggiunta al moto impresso dalla carretta, porterà la palla per terra assai più velocemente della carretta: e quando si accomodasse un’altra tavola pendente all’opposito, si potrebbe temperare il moto della carretta in modo, che la palla scorsa giù per la tavola, nell’arrivare in terra, restasse immobile, ed anco talvolta corresse al contrario della carretta. Ma troppo lungamente ci siam partiti dalla materia; e se il signor Simplicio resta appagato della soluzione del primo argomento contro alla mobilità della Terra, preso da i cadenti a perpendicolo, si potrà venire a gli altri. Salviati Le digressioni fatte sin qui non son talmente aliene dalla materia che si tratta  che  si  possan  chiamar  totalmente  separate  da  quella;  oltreché dependono i ragionamenti da quelle cose che si vanno destando per la fantasia  non  a  un  solo,  ma  a  tre,  che  anco,  di  più,  discorriamo  per  nostro gusto, né siamo obligati a quella strettezza che sarebbe uno che ex professo trattasse metodicamente una materia, con intenzione anco di publicarla. Non voglio che il nostro poema si astringa tanto a quella unità, che non ci lasci campo aperto per gli episodii, per l’introduzion de’ quali dovrà bastarci ogni piccolo attaccamento, e quasi che noi ci fussimo radunati a contar favole, quella sia lecito dire a me, che mi farà sovvenire il sentir la vostra. Questo a me piace grandemente: e già che noi siamo in questa larghezza, siami lecito, prima che passare più innanzi, ricercar da voi, signor Salviati, se mai vi è venuto pensato qual si possa credere che sia la linea descritta dal mobile grave, naturalmente cadente dalla cima della torre a basso; e se vi avete fatto sopra reflessione, ditemi in grazia il vostro pensiero. Io ci ho talvolta pensato: e non dubito punto che quando altri fusse sicuro della natura del moto col quale il grave descende per condursi al centro del globo terrestre, mescolandolo poi col movimento comune circolare della conversion diurna, si troverrebbe precisamente qual sorte di linea sia quella che dal centro della gravità del mobile vien descritta nella composizion di tali due movimenti. Del semplice movimento verso il centro, dependente dalla gravità, credo che si possa assolutamente senza errore credere che sia per linea retta, quale appunto sarebbe quando la Terra fusse immobile. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � con molti altri accidenti; ma troppo gran digressione sarebbe se per questo volessimo interromper il presente discorso, che pure esso ancora è una digressione, e far, come si dice, una commedia in commedia.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Resto e non resto: ma questo poco importa al merito della causa, né un erroruzzo di  Tolomeo,  commesso  per  inavvertenza,  può  esser  bastante  a muover  la  Terra,  quando  ella  sia  immobile.  Ma  lasciati  gli  scherzi, venghiamopure al nervo dell’argomento, che a me pare insolubile. Ed io, signor Simplicio, lo voglio ancora annodare e strigner da vantaggio, co ‘l mostrar ancor più sensatamente come sia vero che i corpi gravi, girati con velocità intorno a un centro stabile, acquistano impeto di muoversi allontanandosi da quel centro, quando anco e’ sieno in stato di aver propensione di andarvi naturalmente. Leghisi in capo di una corda un secchiello, dentrovi  dell’acqua,  e  tenendo  forte  in  mano  l’altro  capo,  e  fatto semidiametro la corda e ‘l braccio, e centro la snodatura della spalla, facciasi andare intorno velocemente il vaso, sì che egli descriva la circunferenza di un cerchio; il quale o sia parallelo all’orizonte, o siagli eretto, o in qualsivoglia modo inclinato, in tutti i casi seguirà che l’acqua non cascherà fuori del vaso,  anzi  colui  che  lo  gira  sentirà  sempre  tirar  la  corda  e  far  forza  per allontanarsi più dalla spalla; e se nel fondo del secchiello si farà un foro, si vedrà l’acqua zampillar fuori non meno verso il cielo che lateralmente e verso  la  terra;  e  se  in  cambio  d’acqua  si  metteranno  pietruzze,  girando nell’istesso modo, si sentirà far loro l’istessa forza contro alla corda; e finalmente si veggono i fanciulli tirar i sassi in gran lontananza co ‘l muover in giro un pezo di canna, in cima della quale sia incastrato il sasso: argomenti tutti della verità della conclusione, cioè che la vertigine conferisce al mobile impeto verso la circonferenza, quando il moto sia veloce; e perché, quando la  Terra  girasse  in  se  stessa,  il  moto  della  superficie,  e  massime  verso  il cerchio massimo, come incomparabilmente più veloce che i nominati, dovrebbe estruder ogni cosa contro al cielo. L’instanza mi par molto bene stabilita e annodata, e gran cosa ci vorrà, per mio credere, a rimuoverla e sciorla. Lo scioglimento suo depende da alcune notizie non meno sapute e credute da voi che da me; ma perché elle non vi sovvengono, però non vedete lo scioglimento. Senza dunque ch’io ve lo insegni, perché già voi le sapete, co ‘l semplice ricordarvele farò che voi stesso risolverete l’instanza. Io ho posto mente più volte al vostro modo di ragionare, il quale mi ha destato qualche pensiero che voi incliniate a quella opinion di Platone, che nostrum scire sit quoddam reminisci: però, di grazia, cavatemi di questo dubbio, dicendomi ‘l vostro senso. Quel ch’io senta dell’opinion di Platone, posso significarvelo con parole ed ancora con fatti. Già ne’ ragionamenti avuti sin qui mi son io più d’una volta dichiarato con fatti: seguirò l’istesso stile nel particolare che aviamo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Salviati Simplicio Salviati Simplicio Salviati 163 Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � per le mani, che potrà poi servirvi come esempio a più agevolmente comprendere il mio concetto circa l’acquisto della scienza, quando però ci avanzi tempo per un altro giorno e non sia di noia al signor Sagredo che noi facciamo questa digressione.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
sempre si mostri eguale a se stessa, quando ella dovrebbe mostrarsi quaranta volte maggiore. Sagredo In Giove, in Saturno ed in Mercurio credo pur che si devano veder ancor le differenze delle lor grandezze apparenti puntualmente rispondere alle lor variate lontananze. Ne’ due superiori le ho io precisamente osservate quasi ogni anno da ventidua anni in qua: in Mercurio non si può fare osservazione di momento, per non si lasciar egli vedere se non nelle sue massime digressioni dal Sole, nelle quali le sue distanze dalla Terra sono insensibilmente diseguali e però tali differenze  inosservabili,  come  anco  le  mutazioni  di  figure,  che  assolutamente bisogna che seguano come in Venere; e quando lo vediamo, dovrebbe mostrarsi in figura di mezo cerchio, come fa  Venere ancora nelle sue massime digressioni; ma il suo disco è tanto piccolo e ‘l suo splendore tanto vivace, per esser egli così vicino al Sole, che non basta la virtù del telescopio a radergli il crine, sì che egli apparisca tutto tosato. Restaci da rimuover quella che pareva grande sconvenevolezza nel moto della  Terra, cioè che, volgendosi tutti i pianetiintorno al Sole, ella solamente non solitaria come gli altri, ma in compagnia della Luna, insieme con tutta la sfera elementare, andasse in un anno intorno al Sole, ed insieme insieme si movesse l’istessa Luna ogni mese intorno alla  Terra. Qui è forza esclamar un’altra volta ed esaltare l’ammirabil perspicacità del Copernico ed insieme compiagner la sua disavventura, poiché egli non vive al nostro tempo, quando, per tòr via l’apparente assurdità del movimento in conserva della Terra e della Luna, vediamo Giove, quasi un’altra Terra, non in conserva di una Luna, ma accompagnato da quattro Lune, andare intorno al Sole in 12 anni, con tutto quello che può esser contenuto dentro a gli orbi delle quattro stelle Medicee. Per qual cagione chiamate voi Lune i quattro pianeti gioviali? Tali si rappresentan elleno a chi stando in Giove le riguardasse. Imperocché esse per se stesse son tenebrose, e dal Sole ricevono il lume, il che è manifesto dal suo rimaner eclissate quando entrano nel cono dell’ombra di Giove; e perché di esse vien solamente illuminato l’emisferio che riguarda verso il Sole, a noi, che siamo fuor de i loro orbi e più vicini al Sole, si mostrano sempre tutte lucide; ma a chi fusse in Giove si mostrerebbero tutte luminose quando fussero nelle parti superiori de i lor cerchi, ma nelle parti inferiori, cioè tra Giove e ‘l Sole, da Giove si scorgerebbon falcate: ed in somma farebbero a i Gioviali le mutazioni stesse di figure che a noi Terrestri fa la Luna.  Vedete  ora  quanto  mirabilmente  si  accordano  co  ‘l  sistema Copernicano queste tre prime corde, che da principio parevan sì dissonanti. Di qui potrà intanto il signor Simplicio vedere con quanta probabilità si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Sii  come  la  si  vuole,  io  non  voglio  discostarmi  dal  parer  de  gli  antichi, perché, dice il saggio, nell’antiquità è la sapienza. E soggionge: in molti anni la prudenza. Si voi intendeste bene quel che dite, vedreste, che dal vostro fondamento s’inferisce il contrario di quel che pensate: voglio dire, che noi siamo più vecchi ed abbiamo più lunga età, che i nostri predecessori: intendo, per quel che appartiene in certi giudizii, come in proposito. Non ha possuto essere sì maturo il giodicio d’Eudosso, che visse poco dopo la rinascente astronomia, se pur in esso non rinacque come quello di Calippo, che visse trent’anni dopola morte d’Alessandro magno; il quale come giunse anniad anni, possea giongere ancora osservanze ad osservanze. Ipparco, per la medesma raggione, dovea saperne più di Calippo, perché vedde la mutazione fatta sino a centononantasei anni dopo la morte d’Alessandro. Menelao, romano geometra, perché vedde la differenza  de  moto  quatrocentosessantadui  anni  dopo  Alessandro  morto,  è raggione che n’intendesse più ch’Ipparco. Più ne dovea vedere Macometto Aracense milleducento e dui anni dopo quella. Più n’ha veduto il Copernico  quasi  a  nostri  tempi  appresso  la  medesma  anni milleottocentoquarantanove. Ma che di questi alcuni, che son stati appresso,  non  siino  però  stati  più  accorti,  che  quei  che  furon  prima,  e  che  la moltitudine di que’ che sono a nostri tempi, non ha però più sale, questo accade per ciò che quelli non vissero, e questi non vivono gli anni altrui, e, quel che è peggio, vissero morti quelli e questi ne gli anni proprii. Dite  quel  che  vi  piace,  tiratela  a  vostro  bel  piacer  dove  vi  pare:  io  sono amico de l’antiquità; e quanto appartiene a le vostre opinioni o paradossi, non credo che sì molti e sì saggi sien stati ignoranti, come pensate voi ed altri amici di novità. Bene, maestro Prudenzio; si questa volgare e vostra opinione per tanto è vera in quanto che è antica, certo era falsa quando la fu nova. Prima che fusse  questa  filosofia  conforme  al  vostro  cervello,  fu  quella  degli  caldei, egizii, maghi, orfici, pitagorici ed altri di prima memoria, conforme al nostro  capo;  da’  quali  prima  si  ribbellorno  questi  insensati  e  vani  logici  e matematici, nemici non tanto de la antiquità, quanto alieni da la verità. Poniamo dunque da canto la raggione de l’antico e novo, atteso che non è cosa nova che non possa esser vecchia, e non è cosa vecchia che non sii stata nova, come ben notò il vostro Aristotele. S’io non parlo, scoppiarò, creparò certo. Avete detto il vostro Aristotele, parlando a mastro Prudenzio. Sapete, come intendo, che Aristotele sii suo, idest lui sii peripatetico? (Di grazia, facciamo questo poco di digressione per  modo  di  parentesi).  Come  di  dui  ciechi  mendichi  a  la  porta  de Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
urti? Per quali animali si rapresenta la nobiltà del geno umano nell’orrido giorno del giudizio, eccetto che per gli agnelli e gli capretti? Or questi son que’ virili, intrepidi ed animosi, de’ quali gli uni da gli altri non saran divisi, come oves ab haedis; ma, qual più venerandi, feroci ed urtativi, saran distinti, come gli padri de gli agnelli da’ padri di capretti. Di questi però i primi nella corte celestiale hanno quel favore, che non hanno gli secondi; e se non il credete, alzate un poco gli occhi, e guardate chi è stato posto per capo de la vanguardia di segni celesti: chi è quello, che con la sua cornipotente scossa ne apre l’anno? Prudenzio Teofilo Aries primo; post ipsum, Taurus. Appresso a questo gran capitano e primiero prencipe de le mandre, chi è stato  degno  d’essergli  prossimo  e  secondo,  eccetto  ch’il  granduca  de  gli armenti, a cui s’aggiongono, come per doi paggi o doi Ganimedi, que’ bei gemegli  garzoni?  Considerate  dunque,  quale  e  quanta  sia  cotal  razza  di persone, che tengono il primato altrove che dentro un’arca infracidita. Certo, non saprei trovar differenza alcuna tra costoro e quel geno d’animali, eccetto che quelli urtano di testa ed essi urtano di spalla ancora. Ma, lasciate queste digressioni, e tornate al proposito di quel ch’avvenne in questo residuo del viaggio, in questa sera. Or dopo ch’il Nolano ebbe riscosse da vinti in circa di queste spuntonate, particolarmente alla piramide vicina al palazzo in mezzo di tre strade, ne si ferno  incontro  sei  galantuomini,  de’  quali  uno  gli  ne  dié  una  sì  gentile  e gorda, che sola possea passar per diece; e gli ne fe’ donar un’altra al muro, che possea certo valer per altre dice. Il Nolano disse: Tanchi, maester. Credo che lo ringraziasse perché li dié di spalla, e non di quella punta ch’è posta per centro del brocchiero o per cimiero de la testa. Questa fu l’ultima borasca; perché poco oltre, per la grazia di San Fortunnio, dopo aver discorsi sì mal triti sentieri, passati sì dubbiosi divertigli, varcati sì rapidi fiumi, tralasciati sì arenosi lidi, superati sì limosi fanghi, spaccati sì turbidi pantani, vestigate sì pietrose lave, trascorse sì lubriche strade, intoppato in sì ruvidi sassi, urtato in sì perigliosi scogli, gionsemo per grazia del cielo vivi al porto, idest alla porta; la  quale,  subito  toccata,  ne  fu  apperta.  Entrammo,  trovammo  a  basso  de molti e diversi personaggi, diversi e molti servitori i quali, senza cessar, senza chinar la testa e senza segnoalcun di riverenza, mostrandone spreggiar co’ la suagesta, ne ferno questo favore de monstrarne la porta. Andiamo dentro, montamo su, trovamo che, dopo averci molto aspettato, desperatamente s’erano posti a tavola a sedere. Dopo fatti i saluti e i resaluti — Vicissim.
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
cariche nell’autunno di bei grappoli d’oro corteggiati da tutte le vespe del vicinato; più in là campagne verdeggianti di rape e di sorgoturco, e finalmente oltre ad un muricciuolo di cinta cadente e frastagliato, delle vaste e ondeggianti praterie piene di rigagnoli argentini, di fiori e di grilli! Ecco il mondo posteriore al castello di Fratta. Quanto a quello che gli si stendeva dinanzi ed ai lati ho dovuto accontentarmi di conoscerlo più tardi; mi tenevano tanto alla catena col loro Fulgenzio, col loro piovano, col loro spiedo, che perfino nel mondo dell’aria libera e delle piante, perfino nel gran tempio della natura, mi toccò entrarvi di sfuggita e per la porta di dietro. Ora una digressione in riguardo allo spiedo; ché da un pezzo ne ho addebitato la coscienza. Nel castello di Fratta tutti facevano ogni giorno il loro dovere, meno il girarrosto che non vi si piegava che nelle circostanze solenni. Per le due pollastre usuali non si stimava conveniente incommodarlo. Ora, quando Sua Eccellenza girarrosto godeva i suoi ozii muti e polverosi, il girarrosto era io. — La cuoca infilava le pollastre nello spiedo, indi passava la punta di questo in un traforo degli alari e ne affidava a me il manico perché lo girassi con buon metodo e con isocrona costanza fino alla perfetta doratura delle vittime. I figli d’Adamo, forse Adamo stesso aveva fatto così; io, come figlio d’Adamo, non aveva alcun diritto di lamentarmi per questa incombenza che m’era affidata. Ma quante cose non si fanno non si dicono e non si pensano senza una giusta ponderazione dei propri diritti! — A me talvolta pareva financo che, poiché c’era un grandissimo menarrosto sul focolare, si aveva torto marcio a mutar in un menarrosto me. Non era martirio bastevole pei miei denti che di quel benedetto arrosto dovessi poi rodere e leccare le ossa, senza farmi abbrustolir il viso nel voltarlo di qua e di là, di qua e di là con una noia senza fine? — Qualche volta mi toccò girare qualche spiedata di uccelletti i quali nel volgersi a gambe in su pencolavano ad ogni giro fin quasi sulle bragie, colle loro testoline scorticate e sanguinose. — La mia testa pencolava in cadenza al pencolar delle loro; e credo che vorrei essere stato uno di quei fringuelli per trar vendetta del mio tormento attraversandomi nella gola di chi avrebbe dovuto mangiarmi. Quando questi pensierucci tristarelli mi raspavano nel cuore, io rideva d’un gusto maligno, e mi metteva a girare lo spiedo più in fretta che mai. Accorreva ciabattando la cuoca, e mi pestava le mani dicendomi: «Adagio, Carlino! gli uccelletti vanno trattati con delicatezza!»Se la stizza e la paura m’avessero permesso di parlare, avrei domandato a quella vecchiaccia unta perché anche Carlino non lo trattava almeno come un fringuello. La
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
maniere. Ma ritrovandosi già oltre l’anno sessagesimo di sua età, ancorché fosse vegeto e robusto, tuttavia quello strapazzo continuo, non badando egli né a rigor di stagione né ad altro, fe’ sì che riscaldatosi un giorno oltre modo in quella sua periodica visita che mi faceva, si prese una puntura di cui in pochi giorni morì. Io non compiva allora per anco il primo anno della mia vita. Rimase mia madre incinta di un altro figlio maschio, il quale morì poi nella sua prima età. Le restavano dunque un maschio e una femmina di mio padre, e due femmine ed un maschio del di lei primo marito, marchese di Cacherano. Ma essa, benché vedova due volte, trovandosi pure assai giovine ancora, passò alle terze nozze col cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano,  cadetto  di  una  casa  dello  stesso  nome  della  mia,  ma  di  altro ramo. Questo cavalier Giacinto, per la morte poi del di lui primogenito che non  lasciò  figli,  divenne  col  tempo  erede  di  tutto  il  suo,  e  si  ritrovò agiatissimo.  La  mia  ottima  madre  trovò  una  perfetta  felicità  con  questo cavalier Giacinto, che era di età all’incirca alla sua, di bellissimo aspetto,di signorili ed illibati costumi; onde ella visse in una beatissima ed esemplare unione con lui; e ancora dura, mentre io sto scrivendo questa mia vita in età di anni quarantuno. Onde da più di trentasette anni vivono questi due coniugi vivo esempio di ogni virtù domestica, amati, rispettati, e ammirati da  tutti  i  loro  concittadini;  e  massimamente  mia  madre,  per  la  sua ardentissima eroica pietà con cui si è assolutamente consecrata al sollievo e servizio dei poveri. Ella ha successivamente in questo decorso di tempo perduti e il primo maschio del primo marito e la seconda femmina; così pure i due soli maschi del terzo onde nella sua ultima età io solo di maschi le rimango; e per le fatali mie circostanze non posso star presso lei; cosa di cui mi rammarico spessissimo; ma assai più mi dorrebbe, ed a nessun conto ne vorrei stare continuamente lontano, se non fossi ben certo ch’ella e nel suo forte e sublime carattere, e nella sua vera pietà ha ritrovato un amplissimo compenso a questa sua privazione dei figli. Mi si perdoni questa forse inutile digressione, in favor d’una madre stimabilissima. Capitolo secondo Reminiscenze dell’infanzia. Ripigliando dunque a parlare della mia primissima età, dico che di quella stupida vegetazione infantile non mi è rimasta altra memoria se non quella d’uno zio paterno, il quale avendo io tre in quattr’anni mi facea por
Vita di Vittorio Alfieri