differire

[dif-fe-rì-re]
In sintesi
rinviare, rimandare, procrastinare
← dal lat. diffĕrre ‘rimandare, essere diverso’, comp. di dis- ‘dis-’ e fĕrre ‘portare’.
v.intr.

(aus. avere) Essere differente, diverso; differenziarsi: differiscono molto nei gusti; la tua idea non differisce molto dalla mia; d. per qualità, per quantità, per forma SIN. distinguersi, diversificarsi

Citazioni
Io son molte volte andato fantasticando sopra queste cose, e finalmente mi pare di poter ritrovar bene alcune delle cose che non sieno né possan esser nellaLuna ma non già veruna di quelle che io creda che vi sieno e possano essere, se non con una larghissima generalità, cioè cose che l’adornino, operando e movendo e vivendo e, forse con modo diversissimo dal nostro, veggendo ed ammirando la grandezza e bellezza del mondo e del suo Facitore e Rettore, e con encomii continui cantando la Sua gloria, ed in somma (che è quello che io intendo) facendo quello tanto frequentemente da gli scrittor sacri affermato, cioè una perpetua occupazione di tutte le creature in laudare Iddio. Queste sono delle cose che, generalissimamente parlando, vi possono essere; ma io sentirei volentieri ricordar di quelle che ella crede che non vi sieno né possano essere, le quali è forza che più particolarmente si possano nominare. Avvertite, signor Sagredo, che questa sarà la terza volta che noi così di passo in  passo,  non  ce  n’accorgendo,  ci  saremo  deviati  dal  nostro  principale instituto, e che tardi verremo a capo de’ nostri ragionamenti, facendo digressioni; però se vogliamo differir questo discorso tra gli altri che siam convenuti rimettere ad una particolar sessione, sarà forse ben fatto. Di grazia, già che siamo nella Luna, spediamoci dalle cose che appartengono a lei, per non avere a fare un’altra volta un sì lungo cammino. Sia come vi piace. E per cominciar dalle cose più generali, io credo che il globo  lunare  sia  differente  assai  dal  terrestre,  ancorché  in  alcune  cose  si veggano delle conformità: dirò le conformità, e poi le diversità. Conforme è sicuramente la Luna alla Terra nella figura, la quale indubitabilmente è sferica, come di necessità si conclude dal vedersi il suo disco perfettamente circolare, e dalla maniera del ricevere il lume del Sole, dal quale, se la superficie sua fusse piana, verrebbe tutta nell’istesso tempo vestita, e parimente poi tutta, pur in un istesso momento, spogliata di luce, e non prima le parti che riguardano verso il Sole e successivamente le seguenti, sì che giunta all’opposizione, e non prima, resta tutto l’apparente disco illustrato; di che, all’incontro, accaderebbe tutto l’opposito, quando la sua visibil superficie fusse concava, cioè la illuminazione comincierebbe dalle parti avverse al Sole. Secondariamente, ella è, come la Terra, per se stessa oscura ed opaca, per la quale opacità è atta a ricevere ed a ripercuotere il lume del Sole, il che, quando ella non fusse tale, far non potrebbe.  Terzo io tengo la sua materia densissima e solidissima non meno della Terra; di che mi è argomento assai chiaro l’esser la sua superficie per la maggior parte ineguale, per le molte eminenze e cavità che vi si scorgono mercé del telescopio: delle Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Resto capacissimo del tutto, ed intendo già benissimo che partendosi la Luna dall’opposizione del Sole, di dove ella non vedeva niente dell’illuminato della terrestre superficie, e venendo di giorno in giorno verso il Sole, incomincia a poco a poco a scoprir qualche particella della faccia della Terra illuminata,  e  questa  vede  ella  in  figura  di  sottil  falce,  per  esser  la  Terra rotonda; ed acquistando pur la Luna col suo movimento di dì in dì maggior vicinità al Sole, viene scoprendo più e più sempre dell’emisfero terrestre illuminato, sì che alla quadratura ne scuopre la metà giusto, sì come noi di lei veggiamo altrettanto; continuando poi di venir verso la congiunzione, scuopre successivamente parte maggiore della superficie illuminata, e finalmente  nella  congiunzione  vede  l’intero  emisferio  tutto  luminoso.  Ed  in somma comprendo benissimo che quello che accade a gli abitatori della Terra, nel veder le varietà della Luna, accaderebbe a chi fusse nella Luna nel veder la Terra, ma con ordine contrario: cioè che quando la Luna è a noi piena ed all’opposizion del Sole, a loro la Terra sarebbe alla congiunzion col Sole e del tutto oscura ed invisibile; all’incontro, quello stato che a noi è congiunzion della Luna col Sole, e però Luna silente e non veduta, là sarebbe  opposizion  della  Terra  al  Sole,  e  per  così  dire  Terra  piena,  cioè  tutta luminosa; e finalmente quanta parte a noi, di tempo in tempo, si mostra della  superficie  lunare  illuminata,  tanto  dalla  Luna  si  vedrebbe  esser nell’istesso tempo la parte della  erra oscura, e quanto a noi resta della Luna T privo di lume, tanto alla Luna è l’illuminato della Terra; sì che solo nelle quadrature questi veggono mezo cerchio della Luna luminoso, e quelli altrettanto della Terra. In una cosa mi par che differiscano queste scambievoli operazioni: ed è che, dato e non concesso che nella Luna fusse chi di là potesse rimirar la Terra, vedrebbe ogni giorno tutta la superficie terrestre, mediante il moto di essa Luna intorno alla Terra in ventiquattro o venticinque ore; ma noi non veggiamo mai altro che la metà della Luna, poiché ella non si rivolge in se stessa, come bisognerebbe per potercisi tutta mostrare. Purché questo non accaggia per il contrario, cioè che il rigirarsi ella in se stessa sia cagione che noi non veggiamo mai l’altra metà; ché così sarebbe necessario che fusse, quando ella avesse l’epiciclo. Ma dove lasciate voi un’altra differenza, in contraccambio di questa avvertita da voi?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � di velocità, un sol grado, onde glie ne rimanevano nove, mentre volava; e quando si fusse posato in terra, gli ritornavano i dieci comuni, a i quali co ‘l volar verso levante poteva aggiugnerne uno, e con li undici ritornar su la torre: ed in somma, se noi ben considereremo e più intimamente contempleremo  gli  effetti  del  volar  de  gli  uccelli,  non  differiscono  in  altro  da  i proietti verso tutte le parti del mondo, salvo che nell’esser questi mossi da un proiciente esterno, e quelli da un principio interno. E qui, per ultimo sigillo della nullità di tutte le esperienze addotte, mi par tempo e luogo di mostrar il modo di sperimentarle tutte facilissimamente. Riserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco un gran vaso d’acqua, e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto a basso: e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza; i pesci si vedranno andar notando indifferentemente per tutti i versi; le stille cadenti entreranno tutte nel vaso sottoposto; e voi, gettando all’amico alcuna cosa, non più gagliardamente la dovrete gettare verso quella parte che verso questa, quando le lontananze sieno eguali; e saltando voi, come si dice, a piè giunti, eguali spazii passerete verso tutte le parti. Osservate che avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia che mentre il vassello sta fermo non debbano succeder così, fate muover la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima  mutazione  in  tutti  li  nominati  effetti,  né  da  alcuno  di quelli potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma: voi saltando passerete nel tavolato i medesimi spazii che prima, né, perché la nave si muova velocissimamente, farete maggior salti verso la poppa che verso la prua, benché, nel tempo che voi state in aria, il tavolato sottopostovi scorra verso la parte contraria al vostro salto; e gettando alcuna cosa al compagno, non con più forza bisognerà tirarla, per arrivarlo, se egli sarà verso la prua e voi verso poppa, che se voi fuste situati per l’opposito; le gocciole cadranno come prima nel vaso inferiore, senza caderne pur una verso poppa, benché, mentre la gocciola è per aria, la nave scorra molti palmi; i pesci nella lor acqua  non  con  più  fatica  noteranno  verso  la  precedente  che  verso  la sussequente parte del vaso, ma con pari agevolezza verranno al cibo posto su qualsivoglia luogo dell’orlo del vaso; e finalmente le farfalle e le mosche continueranno  i  lor  voli  indifferentemente  verso  tutte  le  parti,  né  mai accaderà che si riduchino verso la parete che riguarda la poppa, quasi che fussero stracche in tener dietro al veloce corso della nave, dalla quale per lungo tempo, trattenendosi per aria, saranno state separate; e se abbruciando Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
ottocentosette miglia, e più dugent’undici quattromilanovantasettesimi”, e sopra queste tanto precise puntualità, dove si registrano tali minuzie, formiamo concetto che sia impossibil cosa che voi, che ne’ vostri calcoli tenete conto d’un dito, poteste in ultimo ingannarci di 100 miglia. Salviati Questa vostra ragione e scusa sarebbe accettabile quando in una distanza di migliaia di miglia un braccio di più o di meno fusse di gran rilievo, e quando le supposizioni che noi pigliamo per vere fusser così certe, che ci assicurassero che noi fussimo per ritrarre in ultimo un’indubitabil verità: ma qui voi vedete, nelle 12 indagini dell’autore le lontananze della stella, che da esse si raccolgono, esser differenti l’una dall’altra (e però lontane dal vero) di molte centinaia e migliaia di miglia; ora, mentre io sia più che sicuro che quel  ch’io  cerco  deve  necessariamente  differir  dal  giusto  di  centinaia  di miglia, a che proposito affannarsi nel calcolo, per la gelosia di non ismagliar d’un dito? Ma venghiamo finalmente all’operazione, la qual io risolvo in tal modo. Ticone, come si vede nella nota, osservò la stella nell’altezza polare di gr. 55.58 m.p.; e l’altezza polare del Landgravio fu 51.18 m.p.: l’altezza della stella nel meridiano, presa da Ticone, fu gr. 27.45 m.p.; il Landgravio la trovò alta gr. 23.3 m.p.: le quali altezze son queste notate qui appresso, come vedete: Ticone Polo Landgravio Polo Fatto questo, sottraggo le minori dalle maggiori, e restamo queste differenze qui sotto: Parallasse 55.58 m. p. 51.18 m. p. * 27.45 m. p. * 23. 3 m. p.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
per  indice  dove  si  debba  ricostituir  l’occhio  qualunque  volta  si  voglia reiterar l’osservazione: la prima delle quali osservazioni farò intorno al solstizio estivo, per continuar poi di mese in mese o quando più mi piacerà,  sino  all’altro  solstizio;  con  la  quale  osservazione  si  potrà  scoprir l’alzamento ed abbassamento della stella, per piccolo che egli sia. E se in tal operazione succederà il poter comprender mutazione alcuna, quale e quanto acquisto si farà in astronomia? poiché con tal mezo, oltre all’assicurarci del moto annuo, potremo venire in cognizione della grandezza e lontananza della medesima stella. Sagredo Io comprendo benissimo tutto il progresso, e parmi l’operazione tanto facile e accomodata al bisogno, che molto ragionevolmente si potrebbe credere che dall’istesso Copernico o da altro astronomo fusse stata messa in atto. A me par tutto l’opposito, perché non ha del verisimile che, se alcuno l’avesse sperimentata, non avesse fatto menzione dell’esito, se succedeva in favore di questa o di quella opinione; oltre che né per questo né per altro fine si trova che alcuno si sia valso di tal modo di osservare, il quale anco, senza telescopio esatto, malamente si potrebbe effettuare. Resto interamente quieto di quanto dite. Ma già che ci avanza gran tempo a notte, se voi desiderate ch’io possa trapassarla con quiete, non vi sia grave esplicarci quei problemi, la dichiarazione de i quali poco fa domandaste di poter  differire  a  dimane;  rendeteci  in  grazia  il  già  conceduto  indulto,  e lasciati tutti gli altri ragionamenti da banda, venite dichiarandoci come, posti i movimenti che il Copernico attribuisce alla Terra, e ritenendo immobile il Sole e le stelle fisse, ne possano seguire quei medesimi accidenti circa gli alzamenti ed abbassamenti del Sole, circa le mutazioni delle stagioni e le disequalità de i giorni e delle notti etc., nel medesimo modo appunto che nel sistema Tolemaico assai facilmente si apprendono. Non si deve né si può negare cosa che sia ricercata dal signor Sagredo: e la proroga da me domandata non era ad altro effetto, che per aver tempo di riordinarmi  nella  fantasia  quelle  premesse  che  servono  per  una  larga  ed aperta dichiarazione del modo col quale i nominati accidenti seguono tanto nella posizione copernicana quanto nella tolemaica, anzi con assai maggiore agevolezza e semplicità in quella che in questa; onde manifestamente si comprenda, quella ipotesi altrettanto esser facile ad effettuarsi dalla natura, quanto difficile ad esser compresa dall’intelletto. Tuttavia spero, con servirmi d’altra spiegatura che dell’usata dal Copernico, rendere anco la sua apprensione assai meno oscura; per lo che fare proporrò alcune supposizioni per sé note e manifeste, e saranno le seguenti
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Sarò a servirvi; ma più di una e di due sessioni bisognerà che facciamo, se, oltre  all’altre  quistioni  riserbate  a  trattarsi  appartatamente,  vorremo aggiugnerci  le  tante  attenenti  al  moto  locale,  tanto  de  i  mobili  naturali quanto de i proietti, materia diffusamente trattata dal nostro Accademico Linceo. Ma tornando al nostro primo proposito, dove eravamo su il dichiarare come de i mobili circolarmente da virtù motrice, che continuamente si conservi la medesima, i tempi delle circolazioni erano prefissi e determinati, ed impossibili a farsi più lunghi o più brevi, avendone dati esempi e portate esperienze sensate e fattibili da noi, possiamo la medesima verità confermare con le esperienze de i movimenti celesti de i pianeti, ne i quali si vede mantener l’istessa regola: che quelli che si muovono per cerchi maggiori, più tempo consumano in passargli. Speditissima osservazione di questo abbiamo da i pianeti Medicei, che in tempi brevi fanno lor revoluzioni intorno a Giove. Talché non è da metter dubbio, anzi possiamo tener per fermo e sicuro, che quando, per esempio, la Luna, seguitando di esser mossa dalla medesima facoltà movente, fusse ritirata a poco a poco in cerchi minori, ella acquisterebbe disposizione di abbreviare i tempi de i suoi periodi,  conforme  a  quel  pendolo  del  quale,  nel  corso  delle  sue  vibrazioni, andavamo abbreviando la corda, cioè scorciando il semidiametro delle circonferenze da lui passate. Sappiate ora che questo, che della Luna ho portato  per  esempio,  avviene  e  si  verifica  essenzialmente  in  fatto. Rammemoriamoci che già fu concluso da noi, insieme co ‘l Copernico, non esser possibile  separar la Luna dalla  Terra, intorno alla quale, senza controversia,  si  muove  in un  mese:  ricordiamoci  parimente  che  il globo terrestre,  accompagnato  pur  sempre  dalla  Luna,  va  per  la  circonferenza dell’orbe  magno  intorno  al  Sole  in  un  anno,  nel  qual  tempo  la  Luna  si rivolge intorno alla Terra quasi 13 volte; dal qual rivolgimento séguita che essa Luna talor si trovi vicina al Sole, cioè quando è tra ‘l Sole e la Terra, e talora assai più lontana, che è quando la Terra riman tra la Luna e il Sole: vicina, in somma, nel tempo della sua congiunzione e novilunio; lontana, nel plenilunio ed opposizione; e la massima lontananza e la massima vicinità differiscono per quanto è grande il diametro dell’orbe lunare. Ora se è vero che la virtù che muove la Terra e la Luna intorno al Sole si mantenga sempre del medesimo vigore; e se è vero che il medesimo mobile, mosso dalla medesima virtù, ma in cerchi diseguali, in tempi più brevi passi archi simili de i cerchi minori; bisogna necessariamente dire che la Luna quandoè in minor distanza dal Sole, cioè nel tempo della congiunzione, archi maggiori passi dell’orbe magno, che quando è in maggior lontananza, cioè nell’op-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
umane, e alle stesse bestie attribuirono origine umana, acciocché l’uomo trovasse in certa maniera per tutto, quello che non l’esempio né l’insegnamento né l’uso né la pedanteria né il gusto classico né le altre baie fantasticate dai romantici, ma la natura lo spinge irrepugnabilmente a cercare, dico enti simili a sé, né riguardasse veruna cosa con noncuranza; e il poeta potesse rivolgersi colle parole a checchessia, conforme ha per costume ingenito e naturale, non altrimenti che i fanciulli: secondariamente come stieno male in bocca d’un maestro di psicologia quelle parole, che il primo concetto d’avvivare la natura convertendola in individui di questa nostra specie,  da qualunque avvedimento sia proceduto, fu, anzichenò, immaginoso; appunto come se questo concetto fosse stato casuale e arbitrario, e non naturalissimo e necessarissimo, né venuto allo stesso Breme quando era bambino, e anche oggi mandato sovente ad effetto dalla sua propria immaginativa: ultimamente la vanità e stranezza di quella sentenza del Cavaliere, che abbiamo preso a discutere, vale a dire che il poeta volendo avvivar la natura, gli convenga avvivarla immediatamente, e non come gli antichi, trasformando le cose inanimate in persone. Il che quanto sia non dirò falso, ma peggio che ridicolo e intollerabile, apparisce non solo dalle cose che si son dette, ma in oltre primieramente da questo, che noi non fummo giammai né saremo tocchi, né prenderemo cura,  né  verremo,  per  così  dire,  a  parte  degli  affetti  o  delle  azioni,  o  di qualsivoglia altra cosa appartenente alle creature introdotte o comunque mentovate dal poeta, se queste non saranno simili a noi; e veruno al mondo non pianse né piangerà delle disgrazie d’un fiore o d’un pomo o d’un lago o d’un monte, né si rallegrò delle fortune di una stella, eccetto se prima non l’ebbe immaginando trasmutata in persona. E che questo sia vero (se bene chi ne dubita? o chi non avrà voglia di burlarsi di me vedendo ch’io quasi mi metto a provare una sentenza così rancida e triviale?) non solamente è dannosa anzi mortifera la dissomiglianza delle creature, ma anche degli uomini, tanto che c’importano assai meno le cose dei Neri che quelle de’ Bianchi, e tra i Bianchi assai meno quelle de’ Samoiedi o de’ Cinesi o di qualunque differisce grandemente da noi di costumi o di forme o d’altra cosa notabile, che quelle de’ nostrali; ond’è, lo dirò pure, propriamente matta la consuetudine dei romantici di pigliar soggetti e persone specialissimamente dai barbari cantando agl’inciviliti, o vero introdur gente il più che sanno straordinaria, e mostri di natura, coi quali ci convenga immedesimarci e rallegrarci e dolerci e provare quegli affetti che piaccia al poeta. E certamente che quello che
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
E la dispersion della sua schiatta Ebbe forse d’allor cominciamento, 195 La qual raminga in su la terra è fatta, Perduto il primo e proprio alloggiamento, Come il popol giudeo, che mal s’adatta Esule, sparso, a cento sedi e cento, E di Solima il tempio e le campagne 200 Di Palestina si rammenta e piagne. Ma il novello signor giurato ch’ebbe Servar esso e gli eredi eterno il patto, Incoronato fu come si debbe E il manto si vestì di pel di gatto, 205 E lo scettro impugnò, che d’auro crebbe Nella cui punta il mondo era ritratto, Perché credeva allor del mondo intero La specie soricina aver l’impero. Dato alla plebe fu cacio con polta, 210 E vin vecchio gittàr molte fontane, Gridando ella per tutto allegra e folta Viva la carta e viva Rodipane, Tal ch’eccheggiando quell’alpestre volta Carta per tutto ripeteva e pane, 215 Cose al governo delle culte genti, Chi le sa ministrar, sufficienti. Re de’ topi costui con nuovo nome, O suo trovato fosse o de’ soggetti, S’intitolò, non di Topaia, come 220 Propriamente in addietro s’eran detti I portatori di quell’auree some. Cosa molto a notar, che negli effetti Differisce d’assai, benché non paia, S’alcun sia re de’ topi o di Topaia.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
un ribaldo diventa povero, tutta la città si solleva per aiutarlo. La ragione si può intendere di leggeri: ed è che naturalmente noi siamo tocchi dalle sventure di chi ci è compagno e consorte, perché pare che sieno altrettante minacce a noi stessi; e volentieri, potendo, vi apprestiamo rimedio, perché il trascurarle pare troppo chiaramente un acconsentire dentro noi medesimi che, nell’occasione, il simile sia fatto a noi. Ora i birbanti, che al mondo sono i più di numero, e i più copiosi di facoltà, tengono ciascheduno gli altri birbanti, anche non cogniti a sé di veduta, per compagni e consorti loro, e nei bisogni si sentono tenuti a soccorrerli per quella specie di lega, come ho detto, che v’è tra essi. Ai quali anche pare uno scandalo che un uomo conosciuto per blrbante sia veduto nella miseria; perché questa dal mondo, che sempre in parole è onoratore della virtù, facilmente in casi tali è chiamata gastigo, cosa che ritorna in obbrobrio, e che può ritornare in danno, di tutti loro. Però in tor via questo scandalo si adoperano tanto efficacemente, che pochi esempi si vedono di ribaldi, salvo se non sono persone del tutto oscure, che caduti in mala fortuna, non racconcino le cose loro in qualche modo comportabile. All’opposto i buoni e i magnanimi, come diversi dalla generalità, sono tenuti dalla medesima quasi creature d’altra specie, e conseguentemente non solo non avuti per consorti né per compagni, ma stimati non partecipi dei diritti sociali, e, come sempre si vede, perseguitati tanto più o meno gravemente, quanto la bassezza d’animo e la malvagità del tempo e del popolo nei quali si abbattono a vivere, sono più o meno insigni; perché come nei corpi degli animali la natura tende sempre a purgarsi di quegli umori e di quei principii che non si confanno con quelli onde propriamente si compongono essi corpi, così nelle aggregazioni di molti uomini la stessa natura porta che chiunque differisce grandemente dall’universale di quelli, massime se tale differenza  è  anche  contrarietà,  con  ogni  sforzo  sia  cercato  distruggere  o discacciare. Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli; essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in parole ne sieno salvi.
Pensieri di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciassettesimo CLXXXII D’aver tanto travaglio invan perduto ala madre d’Amor forte rincrebbe e del fiero pronostico temuto l’infausto auspicio in lei sospetto accrebbe, ma temendo che troppo oltre il devuto tardi tornata a suo camin sarebbe, per ritrovarsi ala gran festa a tempo differì quell’affare a miglior tempo. Impon che ‘l corso il più che può spedito volga a Citera al corridor guizzante, ch’essendo posta insu l’estremo sito del paese di Pelope a levante, dal tempestoso e periglioso lito di Sicilia non è molto distante. Quegli ubbidisce e ‘n breve ecco ch’alfine del bel loco le spiagge ha pur vicine. Seben non pensò mai la dea d’Amore di far per tante vie camin sì torto, loda del mostro il dilettoso errore poiché in men che non crede è giunta in porto e con tanto paese in sì poche ore l’arcipelago tutto ha scorso e scorto; le Cicladi, le Sporadi e le rive pelasghe, eolie ed attiche ed argive. Per attuffarsi già nela marina l’auriga intanto lucido di Delo precipitoso i corridori inchina co’ morsi al’acqua e con le groppe al cielo. Vede stillar dal crin pioggia di brina, dale nari sbuffar nebbia di gelo, ma veder del bel carro altri non pote più che l’estremità del’auree rote.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
A questo gli risposi che io ero apparecchiato, non meno che fusse Cleandro, a fargli altrettanto di sopradote. Fu buona risposta. Aspetta, ché tu non sai ancora dove sta la difficultà. Difficultà? Dunque vi è peggio ancora? E come posso io, fingendomi figliuolo di Filogono, senza autoritade e consenso di quello, obligarmi a tal cosa? Tu hai più di me studiato. Né tu ancora hai perso el tempo; ma il quaderno che tu ti poni inanzi non tratta di queste cose. Lascia le ciancie e vieni al fatto. Io gli dissi che da mio padre avevo aute lettere, per le quali di giorno in giorno lo aspettavo in questa terra, e che da mia parte egli pregasse Damone che  per  quindici  giorni  ancora  volesse  differire  a  concludere  questo maritaggio; perché io speravo, anzi tenevo certissimo, che Filogono averia fermo e rato ciò che circa questo io avessi disposto. Utile è stato almeno in questo: che per quindici giorni ancora prolungherà la vita mia; ma che serà poi? Mio padre non verrà; e quando venisse ancora, non sarebbe forse al proposito nostro. Ah misero me! sie maledetto... Taci, non ti disperare: credi tu che io dorma quando io ho a fare cosa che sia a benefizio tuo? Ah! caro fratel mio, tornami vivo; che io sono stato, poi che queste pratiche si cominciarono, sempre peggio che morto. Or ascolta. Di’. Questa matina montai a cavallo et uscii de la porta del Leone, con animo di andare verso il Polesine per fare la faccenda che tu sai; ma un partito, che mi si offerse assai migliore, me lo ha fatto lasciare. Passato che io ebbi il Po, e cavalcato in là forse duo miglia, me incontrai in uno gentiluomo attempato e di buono aspetto, che ne veniva con tre cavalli in sua compagnia. Io lo saluto, egli mi risponde graziosamente: gli domando donde viene e dove va: mi dice venire da Vinegia, per ritornarsi ne la sua patria, che gli è sanese. Io subito con viso ammirativo gli replico: — Sanese! e come vieni tu a Ferrara, dunque? — Et egli mi risponde: — O perché
I Suppositi di Ludovico Ariosto
81 Di molte fila esser bisogno parme a condur la gran tela ch’io lavoro. E però non vi spiaccia d’ascoltarme, come fuor de le stanze il popul Moro davanti al re Agramante ha preso l’arme, che, molto minacciando ai Gigli d’oro, lo fa assembrare ad una mostra nuova, per saper quanta gente si ritruova. 82 Perch’oltre i cavallieri, oltre i pedoni ch’al numero sottratti erano in copia, mancavan capitani, e pur de’ buoni, e di Spagna e di Libia e d’Etiopia, e le diverse squadre e le nazioni givano errando senza guida propia; per dare e capo et ordine a ciascuna, tutto il campo alla mostra si raguna. 83 In supplimento de le turbe uccise ne le battaglie e ne’ fieri conflitti, l’un signore in Ispagna, e l’altro mise in Africa, ove molti n’eran scritti; e tutti alli lor ordini divise, e sotto i duci lor gli ebbe diritti. Differirò, Signor, con grazia vostra, ne l’altro canto l’ordine e la mostra.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
93 Il primo giorno e l’ultimo, che pugna mai ricusasse il re d’Algier, fu questo; ma tanto il desiderio che si giugna in soccorso al suo re gli pare onesto, che se credesse aver Ruggier ne l’ugna più che mai lepre il pardo isnello e presto, non se vorria fermar tanto con lui, che fêsse un colpo de la spada o dui. 94 Aggiungi che sapea ch’era Ruggiero che seco per Frontin facea battaglia, tanto famoso, ch’altro cavalliero non è ch’a par di lui di gloria saglia, l’uom che bramato ha di saper per vero esperimento quanto in arme vaglia; e pur non vuol seco accettar l’impresa: tanto l’assedio del suo re gli pesa. 95 Trecento miglia sarebbe ito e mille, se ciò non fosse, a comperar tal lite; ma se l’avesse oggi sfidato Achille, più fatto non avria di quel ch’udite: tanto a quel punto sotto le faville le fiamme avea del suo furor sopite. Narra a Ruggier perché pugna rifiuti; et anco il priega che l’impresa aiuti: 96 che facendol, farà quel che far deve al suo signore un cavallier fedele. Sempre che questo assedio poi si leve, avran ben tempo da finir querele. Ruggier rispose a lui: — Mi sarà lieve differir questa pugna, fin che de le forze di Carlo si traggia Agramante, pur che mi rendi il mio Frontino inante.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto ventiseiesimo � 113 Marfisa, che volea porgli d’accordo, dicea: — Signori, udite il mio consiglio: differire ogni lite è buon ricordo fin ch’Agramante sia fuor di periglio. S’ognun vuole al suo fatto essere ingordo, anch’io con Mandricardo mi ripiglio; e vo’ vedere al fin se guadagnarme, come egli ha detto, è buon per forza d’arme. 114 Ma se si de’ soccorrere Agramante, soccorrasi, e tra noi non si contenda. — — Per me non si starà d’andare inante (disse Ruggier), pur che ’l destrier si renda. O che mi dia il cavallo, a far di tante una parola, o che da me il difenda: o che qui morto ho da restare, o ch’io in campo ho da tornar sul destrier mio. — 115 Rispose Rodomonte: — Ottener questo non fia così, come quell’altro, lieve. — E seguitò dicendo: — Io ti protesto che, s’alcun danno il nostro re riceve, fia per tua colpa; ch’io per me non resto di fare a tempo quel che far si deve. — Ruggiero a quel protesto poco bada; ma stretto dal furor stringe la spada. 116 Al re d’Algier come cingial si scaglia, e l’urta con lo scudo e con la spalla; e in modo lo disordina e sbarraglia, che fa che d’una staffa il piè gli falla. Mandricardo gli grida: — O la battaglia differisci, Ruggiero, o meco fàlla; — e crudele e fellon più che mai fosse, Ruggier su l’elmo in questo dir percosse.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
pratichi, e, ancora che non avessero mai veduti nimici in viso, si possono chiamare soldati vecchi. E al contrario, quegli che non sanno tenere questi ordini, se si fussero trovati in mille guerre, si deono sempre istimare soldati nuovi. Questo è quanto al mettergli insieme, quando sono nelle file piccole, camminando. Ma messi che sono, e poi, essendo rotti per qualche accidente che nasca o dal sito o dal nimico, a fare che in uno subito si riordinino, questa è la importanza e la difficultà e dove bisogna assai esercizio ed assai pratica, e dove gli antichi mettevano assai studio.È necessario pertanto fare due cose: prima, avere questa battaglia piena di contrassegni; l’altra, tenere sempre questo ordine: che quegli medesimi fanti stieno sempre in quelle medesime file. Verbigrazia, se uno ha cominciato a stare nella seconda, ch’egli stia di poi sempre in quella; e non solamente in quella medesima fila, ma in quello medesimo luogo; a che osservare, come ho detto, sono necessarii gli assai contrassegni. In prima, è necessario che la bandiera sia in modo contrassegnata che, convenendo  con  l’altre  battaglie,  ella  si  conosca  da  loro.  Secondo,  che  il connestabole  e  i  centurioni  abbiano  pennacchi  in  testa,  differenti  e conoscibili;  e,  quello  che  importa  più,  ordinare  che  si  conoscano  i capidieci. A che gli antichi avevano tanta cura, che, non ch’altro, avevano  scritto  nella  celata  il  numero,  chiamandoli  primo,  secondo,  terzo, quarto, ecc. E non erano ancora contenti a questo; che de’ soldati ciascuno aveva scritto nello scudo il numero della fila e il numero del luogo che in quella fila gli toccava. Sendo dunque gli uomini contrassegnati così e assuefatti a stare tra questi termini, è facil cosa, disordinati che fussono,  tutti  riordinarli  subito;  perché,  ferma  che  è  la  bandiera,  i centurioni e i capidieci possono giudicare a occhio il luogo loro, e, ridottisi i sinistri da sinistra, i destri da destra con le distanze loro consuete, i fanti, guidati dalla regola loro e dalle differenze de’ contrassegni, possono essere subito ne’ luoghi propri; non altrimenti che, se tu scommetti le doghe d’una botte che tu abbi contrassegnata prima, con facilità grandissima la riordini; che non l’avendo contrassegnata, è impossibile a riordinarla. Queste cose con la diligenza e con l’esercizio s’insegnano tosto e tosto s’imparano, e, imparate, con difficultà si scordano, perché gli uomini nuovi sono guidati da’ vecchi, e con il tempo una provincia con questi esercizi diventerebbe tutta pratica nella guerra.È necessario ancora insegnare loro voltarsi in un tempo e fare quando egli accaggia, de’ fianchi e delle spalle fronte, e della fronte fianchi e spalle. Il che è facilissimo, perché basta che ogni uomo volti la sua persona verso quella  parte  che  gli  è  comandato;  e  dove  voltano  il  volto,  quivi  viene  ad essere la fronte. Vero è che quando si voltano per fianco, gli ordini tornano fuora della proporzione loro, perché dal petto alle spalle v’è poca Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
XLIV È si ottiene con l’impeto e con l’audacia molte volte quello che con modi ordinarii non si otterrebbe mai. Essendo i Sanniti assaltati dallo esercito di Roma, e non potendo con lo esercito loro stare alla campagna a petto ai Romani, diliberarono lasciare guardate le terre in Sannio e di passare con tutto lo esercito loro in Toscana, la quale era in triegua con i Romani; e vedere, per tale passata, se ei potessono con la presenzia dello esercito loro indurre i Toscani a ripigliare l’armi; il che avevano negato ai loro ambasciadori. E nel parlare che feciono i Sanniti ai Toscani, nel mostrare, massime, qual cagione gli aveva indotti a pigliare l’armi, usarono uno termine notabile, dove dissono:  “rebellasse, quod pax servientibus gravior, quam liberis bellum esset”. E così, parte con le persuasioni, parte con la presenza dello esercito loro, gl’indussono a ripigliare l’armi. Dove è da notare che quando uno principe desidera ottenere una cosa da uno altro, debbe, se la occasione lo patisce, non gli dare spazio a diliberarsi, e fare in modo che vegga la necessità della presta diliberazione; la quale è quando colui che è domandato vede che dal negare o dal differire ne nasca una subita e pericolosa indegnazione. Questo termine si è veduto bene usare ne’ nostri tempi da papa Iulio con  i  Franciosi,  e  da  monsignore  di  Fois  capitano  del  re  di  Francia  col marchese di Mantova: perché papa Iulio, volendo cacciare i Bentivogli di Bologna, e giudicando, per questo, avere bisogno delle forze franciose, e che i Viniziani stessono neutrali; ed avendone ricerco l’uno e l’altro, e traendo da loro risposta dubbia e varia; diliberò col non dare loro tempo fare venire  l’uno  e  l’altro  nella  sentenza  sua:  e  partitosi  da  Roma  con  quelle tante genti ch’ei poté raccozzare, ne andò verso Bologna; ed ai  Viniziani mandò a dire che stessono neutrali, ed al re di Francia, che gli mandasse le forze. Talché, rimanendo tutti distretti dal poco spazio di tempo, e veggendo come  nel  papa  doveva  nascere  una  manifesta  indegnazione  differendo  o negando, cederono alle voglie sue, ed il re gli mandò aiuto, ed i Viniziani si stettono  neutrali.  Monsignor  di  Fois,  ancora,  essendo  con  lo  esercito  in Bologna,  ed  avendo  intesa  la  ribellione  di  Brescia,  e  volendo  ire  alla ricuperazione di quella, aveva due vie; l’una per il dominio del re, lunga e tediosa; l’altra, breve, per il dominio di Mantova: e non solamente era necessitato passare per il dominio di quel marchese, ma gli conveniva entrare
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
tò, ma accrebbe; e pensò a guadagnarsi Bologna e spegnere e’ Viniziani e a cacciare e’ Franzesi di Italia: e tutte queste imprese li riuscirono; e con tanta più sua laude, quanto fece ogni cosa per accrescere la Chiesa e non alcuno privato. Mantenne ancora le parti Orsine e Colonnese in quelli termini che le trovò; e benché tra loro fussi qualche capo da fare alterazione, tamen dua cose li ha tenuti fermi: l’una, la grandezza della Chiesa, che gli sbigottisce; l’altra, el non avere loro cardinali, li quali sono origine de’ tumulti infra loro. Né mai staranno quiete queste parti, qualunque volta abbino cardinali, perché questi nutriscono, in Roma e fuora, le parti, e quelli baroni sono forzati a defenderle: e così dalla ambizione de’ prelati nascono le discordie e li tumulti infra e’ baroni. Ha trovato, adunque, la Santità di papa Leone questo pontificato potentissimo; il quale si spera, se quelli lo feciono grande con le arme, questo, con la bontà e infinite altre sue virtù, lo farà grandissimo e venerando. Capitolo XII Quot sint genera militiae et de mercenariis militibus. Avendo discorso particularmente tutte le qualità di quelli principati de’ quali nel principio proposi di ragionare, e considerato, in qualche parte, le cagioni del bene e del male essere loro, e mostro e’ modi con li quali molti hanno cerco di acquistarli e tenerli, mi resta ora a discorrere generalmente le offese e difese che in ciascuno de’ prenominati possono accadere. Noi abbiamo detto di sopra come a uno principe è necessario avere e’ sua fondamenti buoni; altrimenti, di necessità, conviene che ruini. È principali fondamenti che abbino tutti li stati, così nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme: e perché non può essere buone legge dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, io lascerò indrieto el ragionare delle legge e parlerò delle arme. Dico, adunque, che l’arme con le quali uno principe defende il suo stato, o le sono proprie o le sono mercenarie, o ausiliarie, o miste. Le mercenarie  e  ausiliarie  sono  inutile  e  periculose:  e  se  uno  tiene  lo  stato  suo fondato in sulle arme mercenarie, non starà mai fermo né sicuro; perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra gli amici; fra e’ nimici, vile; non timore di Dio, non fede con gli uomini; e tanto si differisce la ruina quanto si differisce lo assalto; e nella pace se’ spogliato da 32 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Principe di Niccolo Machiavelli
ficile; tanto che, sbigottito, con dispiacere del Legato, se ne tornò in Buemia; e  lasciò  solo  guardato  Reggio  e  Modona,  e  a  Marsilio  e  Piero  de’  Rossi raccomandò Parma, i quali erano in quella città potentissimi. Partito costui, Bologna si accostò con la lega, e i collegati si divisono infra loro le quattro città che restavano nella parte della Chiesa; e convennono che Parma pervenisse a quelli della Scala, Reggio a’ Gonzaga, Modona a quelli da Esti, e Lucca ai Fiorentini. Ma nelle imprese di queste terre seguirono molte guerre, le quali furono poi, in buona parte, dai Viniziani composte. E’ parrà forse ad alcuno cosa non conveniente che, infra tanti accidenti seguiti in Italia, noi abbiamo differito tanto a ragionare de’ Viniziani, sendo la loro una repubblica che, per ordine e per potenza, debbe essere sopra ogni altro principato di Italia celebrata; ma perché tale ammirazione manchi, intendendosene la cagione, io mi farò indietro assai tempo, acciò che ciascuno intenda  quali  fussero  i  principii  suoi,  e  perché  differirono  tanto  tempo nelle cose di Italia a travagliarsi. Capitolo XXIX Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poi che si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili, sopra molti scogli, i quali erano, nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovargli, tutte le loro cose mobili di più valore portorono dentro al medesimo mare, in uno luogo detto Rivo alto; dove mandorono ancora le donne, i fanciugli e i vecchi loro e la gioventù riserborono in Padova, per difenderla. Oltre a di questi, quegli di Monselice, con gli abitatori de’ colli allo intorno, spinti da il medesimo terrore, sopra scogli del medesimo mare ne andorono. Ma presa Aquileia, e avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, e i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo alto. Medesimamente tutti i popoli allo intorno, di quella provincia che anticamente si chiama Vinezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ridussero. Così, constretti da necessità lasciorono luoghi amenissimi e fertili, e in sterili, deformi, e privi di ogni commodità abitorono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo feciono quelli luoghi, non solo abitabili, ma dilettevoli; e constituite infra loro leggi e ordini, intra tante rovine di Italia,
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro sesto   alle  parole  di  costui,  né  differirono  punto  a  mandare  a  Firenze  loro cittadini a ricognoscere il giovane e operare con Cosimo e con Neri che fusse loro concesso. Era quello che si reputava padre di Santi morto, tanto che quel giovane sotto la custodia d’uno suo zio, chiamato Antonio da Cascese, viveva. Era Antonio ricco, e sanza figliuoli, e amico a Neri:  per  ciò  intesa  che  fu  questa  cosa,  Neri  giudicò  che  fussi  né  da sprezzarla né temerariamente da accettarla, e volle che Santi, alla presenzia di  Cosimo,  con  quelli  che  da  Bologna  erano  mandati  parlasse. Convennono costoro insieme; e Santi fu dai Bolognesi, non solamente onorato, ma quasi adorato: tanto poteva nelli animi di quelli lo amore delle parti. Né per allora si concluse alcuna cosa, se non che Cosimo chiamò Santi in disparte, e sì gli disse: “Niuno, in questo caso, ti può meglio consigliare che tu medesimo; perché tu hai a pigliare quel partito  a  che  l’animo  ti  inclina:  perché,  se  tu  sarai  figliuolo  di  Ercole Bentivogli,  tu  ti  volgerai  a  quelle  imprese  che  di  quella  casa  e  di  tuo padre  fieno  degne;  ma  se  tu  sarai  figliuolo  di  Agnolo  da  Cascese,  ti resterai in Firenze a consumare in una arte di lana vilmente la vita tua”. Queste parole commossono il giovane; e dove prima egli aveva quasi che negato di pigliare simile partito, disse che si rimetteva in tutto a quello  che  Cosimo  e  Neri  ne  deliberassi;  tanto  che,  rimasi  d’accordo con i mandati bolognesi, fu di veste, cavagli e servitori onorato; e poco di poi, accompagnato da molti, a Bologna condotto e al governo del figliuolo di Annibale e della città posto. Dove con tanta prudenzia si governò, che, dove i suoi maggiori erano stati tutti dai loro nimici morti, egli e pacificamente visse e onoratissimamente morì. Capitolo XI Dopo la morte di Niccolò Piccino e la pace seguita nella Marca, desiderava Filippo avere uno capitano il quale a’ suoi eserciti comandasse; e tenne pratiche secrete con Ciarpellone, uno de’ primi capi del conte Francesco; e fermo infra loro lo accordo, Ciarpellone domandò licenza al Conte di  andare  a  Milano,  per  entrare  in  possessione  di  alcune  castella  che  da Filippo gli erano nelle passate guerre state donate. Il Conte dubitando di quello che era, acciò che il Duca non se ne potessi contro a’ suoi disegni servire, lo fece prima sostenere e poco di poi morire, allegando di averlo trovato in fraude contro a di lui. Di che Filippo prese grandissimo dispiace-
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
empiere  con  la  grandezza  sua  l’ambizione  tua.  Ahimè!  che  a  coloro  che desiderano il tutto non puote la parte sodisfare. Tu promettesti che noi gli acquisti di poi da te fatti godessimo, perché sapevi bene come quello che in molte volte ci davi ci potevi in un tratto ritorre; come è stato dopo la vittoria di Caravaggio; la quale, preparata prima con il sangue e con i danari nostri, poi fu con la nostra rovina conseguita. O infelice quelle città che hanno contro alla ambizione di chi le vuole opprimere a difendere la libertà loro;  ma  molto  più  infelice  quelle  che  sono  con  le  armi  mercennarie  e infedeli, come le tue, necessitate a difendersi! Vaglia almeno questo nostro esemplo a’ posteri, poi che quello di Tebe e di Filippo di Macedonia non è valuto a noi: il quale, dopo la vittoria avuta de’ nimici, prima diventò, di capitano, loro nimico, e di poi principe. Non possiamo per tanto essere d’altra colpa accusati, se non di avere confidato assai in quello in cui noi dovavamo confidare poco; perché la tua passata vita, lo animo tuo vasto, non contento mai di alcuno grado o stato, ci doveva ammunire; né dovavamo porre speranza in colui che aveva tradito il signore di Lucca, taglieggiato i Fiorentini e Vinizani, stimato poco il Duca, vilipeso un Re, e sopra tutto Iddio  e  la  Chiesa  sua  con  tante  ingiurie  perseguitata;  né  dovavamo  mai credere che tanti principi fussero, nel petto di Francesco Sforza, di minore autorità che i Milanesi, e che si avessi ad osservare quella fede in noi, che si era negli altri più volte violata. Non di meno questa poca prudenza che ci accusa non scusa la perfidia tua, né purga quella infamia che le nostre giuste querele per tutto il mondo ti partoriranno, né farà che il giusto stimolo della  tua  conscienza  non  ti  perseguiti,  quando  quelle  armi,  state  da  noi preparate per offendere e sbigottire altri, verranno a ferire e ingiuriare noi; perché  tu  medesimo  ti  giudicherai  degno  di  quella  pena  che  i  parricidi hanno meritata. E quando pure l’ambizione ti accecassi, il mondo tutto, testimone della iniquità tua, ti farà aprire gli occhi; faratteli aprire Iddio, se i pergiurii, se la violata fede, se i tradimenti gli dispiacciono, e se sempre, come in fino ad ora per qualche occulto bene ha fatto, ei non vorrà essere de’ malvagi uomini amico. Non ti promettere adunque la vittoria certa, perché la ti fia dalla giusta ira di Dio impedita; e noi siamo disposti con la morte perdere la libertà nostra, la quale quando pure non potessimo difendere, ad ogni altro principe, prima che a te, la sottoporremo; e se pure i peccati nostri fussino tali che contro ad ogni nostra voglia ti venissimo in mano, abbi ferma fede che quel regno che sarà da te cominciato con inganno e infamia finirà, in te o ne’ tuoi figliuoli, con vituperio e danno”. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 245 Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro sesto   Capitolo XXI Il Conte, ancora che da ogni parte si sentisse da’ Milanesi morso, sanza dimostrare o con le parole o con i gesti alcuna estraordinaria alterazione, rispose che era contento donare agli loro adirati animi la grave ingiuria delle loro poco savie parole; alle quali risponderebbe particularmente, se fusse  davanti  ad  alcuno  che  delle  loro  differenze  dovesse  essere  giudice, perché si vedrebbe lui non avere ingiuriati i Milanesi, ma provedutosi che non potessero iniuriare lui. Perché sapevono bene come dopo la vittoria di Carafaggio si erano governati; perché, in scambio di premiarlo di Verona o Brescia, cercavano di fare pace con i Viniziani, acciò che solo apresso di lui restassero i carichi della inimicizia e apresso di loro i frutti della vittoria, con il grado della pace e tutto l’utile che si era tratto della guerra. In modo che  eglino  non  si  potevono  dolere,  se  li  aveva  fatto  quello  accordo  che eglino prima avevano tentato di fare; il qual partito se alquanto differiva a prendere, arebbe al presente a rimproverare a loro quella ingratitudine la quale ora eglino gli rimproverano. Il che se fusse vero o no, lo dimosterrebbe, con il fine di quella guerra, quello Iddio ch’eglino chiamavano per vendicatore delle loro ingiurie; mediante il quale vedranno quale di loro sarà più suo  amico,  e  quale  con  maggiore  giustizia  arà  combattuto.  Partitisi  gli ambasciadori, il Conte si ordinò a potere assaltare i milanesi, e questi si preparorono alla difesa; e con Francesco e Iacopo Piccinino, i quali per lo antico  odio  avieno  i  Bracceschi  con  li  Sforzeschi  erano  stati  a’  Milanesi fedeli, pensorono di difendere la loro libertà infino a tanto, almeno che potessero smembrare i Viniziani da il Conte, i quali non credevono dovessino esserli  fedeli  né  amici  lungamente.  Dall’altra  parte  il  Conte,  che  questo medesimo cognosceva, pensò che fusse savio partito, quando giudicava che l’obligo non bastasse, tenerli fermi con il premio. E per ciò, nel distribuire le imprese della guerra, fu contento che i Viniziani assalissero Crema, ed egli con l’altra gente assalirebbe il restante di quello stato. Questo pasto messo davanti ai Viniziani fu cagione ch’eglino durorono tanto nella amicizia del Conte, che il Conte aveva già occupato tutto il dominio a’ Milanesi, e in modo ristrettili alla terra, che non potevono di alcuna cosa necessaria provedersi;  tanto  che,  disperati  d’ogni  altro  aiuto,  mandorono  oratori  a Vinegia a pregarli che avessero compassione alle cose loro; e fussino contenti, secondo che debbe essere il costume delle republiche, favorire la loro libertà, non uno tiranno, il quale, se gli riesce insignorirsi di quella città,
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
cresceva ciascun dì la speranza di occupare Ferrara. Dall’altra parte, il Re e i Fiorentini facevano ogni opera per ridurre il Papa alla voglia loro, e non essendo succeduto di farlo cedere alle armi, lo minacciavano del concilio, il quale già dallo Imperadore era stato pronunziato per a Basilea; onde che, per mezzo degli  oratori  di  quello,  che  si  trovavano a  Roma,  e  de’  primi cardinali, i quali la pace desideravano, fu persuaso e stretto il Papa a pensare alla pace e alla unione di Italia. Onde che il Pontefice, per timore, e anche per vedere come la grandezza de’ Viniziani era la rovina della Chiesa e di Italia, si volse allo accordarsi con la lega; e mandò suoi nunzi a Napoli, dove per cinque anni feciono lega Papa, Re duca di Milano e Fiorentini, riserbando il luogo a’  Viniziani ad accettarla. Il che seguito fece il Papa intendere a’ Viniziani che si astenessero dalla guerra di Ferrara. A che i Viniziani non vollono acconsentire; anzi con maggiori forze si prepararono alla guerra, e avendo rotte le genti del Duca e del Marchese ad Argenta, si erano in modo appressati  a  Ferrara,  ch’eglino  avieno  posti  nel  parco  del  Marchese  gli alloggiamenti loro. Capitolo XXV Onde  che  alla  lega  non  parve  da  differire  più  di  porgere  gagliardi aiuti a quel signore, e feciono passare a Ferrara il duca di Calavria con le genti sue e con quelle del Papa; e similmente i Fiorentini tutte le loro genti vi mandorono. E per meglio dispensare l’ordine della guerra, fece la lega una dieta a Cremona, dove convenne il legato del Papa con il conte Girolamo, il duca di Calavria, il signore Lodovico e Lorenzo de’ Medici con molti altri principi italiani; nella quale intra questi principi si divisorono tutti i modi della futura guerra. E perché eglino giudicavano che Ferrara non si potesse meglio soccorrere che con il fare una diversione gagliarda, volevano che il signore Lodovico acconsentisse a rompere guerra a’ Viniziani per lo stato del duca di Milano; a che quel signore non voleva acconsentire, dubitando di non si tirare una guerra addosso da non la potere spegnere a sua posta. E per ciò si deliberò di fare alto con tutte le genti a Ferrara; e messo insieme quattro mila uomini d’arme e otto mila fanti, andorono a trovare i Viniziani, i  quali  avieno  dumiladugento  uomini  d’arme  e  sei  mila  fanti.  Alla  lega parve, la prima cosa, di assalire l’armata che i  Viniziani avieno nel Po; e quella assalita, appresso al Bondeno, ruppono con perdita di più che dugento legni;  dove  rimase  prigioniero  messer  Antonio  Iustiniano,  provveditore
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
tutta la montagna amica; e con le parti di Pistoia si governava in modo che ciascuna confidava in lui. Era allora quella città divisa, come fu sempre, in Bianchi e Neri. Capo de’ Bianchi era Bastiano di Possente, de’ Neri, Iacopo da Gia; de’ quali ciascuno teneva con Castruccio strettissime pratiche, e qualunque di loro desiderava cacciare l’altro; tanto che l’uno e l’altro, dopo molti sospetti, vennono alle armi. Iacopo si fece forte alla Porta Fiorentina, Bastiano alla Lucchese, e confidando l’uno e l’altro più in Castruccio che ne’  Fiorentini,  giudicandolo  più  espedito  e  più  presto  in  su  la  guerra, mandorono a lui secretamente, l’uno e l’altro, per aiuti; e Castruccio all’uno e all’altro gli promisse, dicendo a Iacopo che verrebbe in persona, e a Bastiano che manderebbe Pagolo Giunigi suo allievo. E dato loro il tempo a punto, mandò Pagolo per la via di Pescia, ed esso a dirittura se n’andò a Pistoia; e in su la mezza notte, ché così erano convenuti Castruccio e Pagolo, ciascuno fu a Pistoia, e l’uno e l’altro fu ricevuto come amico. Tanto che entrati dentro, quando parve a Castruccio, fece il cenno a Pagolo; dopo il quale l’uno uccise Iacopo da Gia e l’altro Bastiano di Possente; e tutti gli altri loro partigiani furono parte presi e parte morti; e corsono sanza altre opposizioni  Pistoia  per  loro;  e  tratta  la  Signoria  di  palagio,  costrinse Castruccio il popolo a dargli obedienza, faccendo a quello molte rimessioni di debiti vecchi e molte offerte; e così fece a tutto el contado, il quale era corso in buona parte a vedere il nuovo principe; tale che ognuno, ripieno di speranza, mosso in buona parte dalle virtù sue, si quietò. Occorse, in questi tempi, che il popolo di Roma cominciò a tumultuare per il vivere caro, causandone l’assenzia del pontefice che si trovava in Avignone, e biasimando i governi tedeschi in modo che e’ si facevano ogni dì  degli  omicidii  e  altri  disordini,  sanza  che  Enrico  luogotenente  dello imperadore vi potesse rimediare, tanto che ad Enrico entrò un gran sospetto, che i Romani non chiamassino el re Ruberto di Napoli, e lui cacciassero di Roma, e restituissenla al papa. Né avendo el più propinquo amico a chi ricorrere che Castruccio. Lo mandò a pregare fussi contento, non solamente mandare aiuti, ma venire in persona a Roma. Giudicò Castruccio che non  fussi  da  differire,  sì  per  rendere  qualche  merito  allo  imperadore,  sì perché giudicava, qualunche volta lo imperadore non fussi a Roma, non avere rimedio. Lasciato adunque Pagolo Guinigi a Lucca, se ne andò con secento cavagli a Roma, dove fu ricevuto da Enrico con grandissimo onore; e in brevissimo tempo la sua presenza rendé tanta riputazione alla parte
La vita di Castruccio Castracani di Niccolo Machiavelli
o col delirar d’intelletto, o col soccombere delle forze fisiche, sendomi ridotto a quasi nulla cibarmi, e pochissimo dormire. Nel maggio tuttavia, mercè la gran dieta, e il riposo, mi trovai bastantemente riavuto di forze; ma alcune circostanze particolari avendo impedito per allora la mia donna di  venire  in  villa,  e  dovendo  differire  la  consolazione  unica  per  me,  del vederla; entrai in un turbamento di spirito, che mi offuscò per più di tre mesi la mente, talché poco e male lavorai, fino al fin d’agosto, quando al riapparire dell’aspettata donna tutti questi miei mali di accesa e scontenta fantasia sparirono. Appena riavutomi di mente e di corpo, dati all’oblio i dolori di questa lontananza, che per mia buona sorte fu l’ultima, tosto mi rimisi al lavoro con ardore e furore. A segno che verso il mezzo decembre, che si partì poi insieme per Parigi, io mi trovai aver verseggiate l’Algide, la Sofonisba, e la Mirra; mi trovai stesi i due Bruti; escritta la prima satira. Questo nuovo genere, di cui avea già ideato e distribuiti i soggetti fin da nove anni prima in  Firenze,  l’aveva  anche  tentato  allora  in  esecuzione;  ma  scarso  ancora troppo di lingua e di padronanza di rima, mi ci era rotto le corna; talché dubbio del potervi riuscire quanto allo stile e verseggiatura, ne avea quasi deposto il pensiere. Ma il raggio vivificante della donna mia, mi ebbe allora restituito l’ardire e baldanza necessari da ciò; e postomi al tentativo, mi vi parve esser riuscito, a principiare almeno l’aringo, se non a percorrerlo. E così pure, avendo prima di partir per Parigi fatta una rassegna delle mie rime, e dettate e limate gran parte, me ne trovai in buon numero, e forse troppe. Capitolo decimosettimo Viaggio a Parigi. Ritorno in Alsazia, dopo aver fissato col Didot in Parigi la stampa di tutte le diciannove tragedie. Malattia fierissima in Alsazia, dove l’amico Caluso era venuto per passare l’estate con noi. Dopo quattordici e più mesi non interrotti di soggiorno in Alsazia, partii insieme con la signora alla volta di Parigi; luogo a me per natura sua e mia sempre spiacevolissimo, ma che mi si facea allor paradiso poiché lo abitava la mia donna. Tuttavia, essendo incerto se vi rimarrei lungamente, lasciai gli amati cavalli nella villa di Alsazia, e munito soltanto di alcuni libri, e di tutti i miei scritti mi ritrovai in Parigi. Alla prima, il rumore e la puzza di quel caos dopo una sì lunga villeggiatura, mi rattristarono assai. La
Vita di Vittorio Alfieri
ito la vergogna del tanto più male che avrò certamente fatto, e massime nell’arte mia; essendomi pienamente convinto che non era quasi in me il potere in quei dati tempi fare altrimenti. Capitolo quarto Fine del viaggio d’Italia, e mio primo arrivo a Parigi. Riuscitomi dunque il soggiorno in Venezia sul totale anzi noioso che no;  ed  essendo  perpetuamente  incalzato  dalla  smania  del  futuro  viaggio d’oltramonti, non ne cavai neppure il minimo frutto. Non visitai neppure la  decima  parte  delle  tante  maraviglie,  sì  di  pittura  che  d’architettura  e scoltura, riunite tutte in Venezia; basti dire con mio infinito rossore, che né pure l’Arsenale. Non presi nessunissima notizia, anco delle più alla grossa, su  quel  governo  che  in  ogni  cosa  differisce  da  ogni  altro;  e  che,  se  non buono, dee riputarsi almen raro, poiché pure per tanti secoli ha sussistito con tanto lustro, prosperità, e quiete. Ma io, digiuno sempre d’ogni bell’arte, turpemente vegetava, e non altro. Finalmente partii di Venezia al solito con mille volte assai maggior gusto che non c’era arrivato. Giunto a Padova, ella mi spiacque molto; non vi conobbi nessuno dei tanti professori di vaglia, i quali desiderai poi di conoscere molti anni dopo; anzi, allora al solo nome di professori, di studio, e di Università, io mi sentiva rabbrividire. Non mi ricordai (anzi neppur lo sapeva) che poche miglia distante da Padova giacessero le ossa del nostro gran luminare secondo, il Petrarca; e che m’importava egli di lui, io che mai non l’avea né letto, né inteso, né sentito, ma  appena  appena  preso  fra  le  mani  talvolta,  e  non  v’intendendo  nulla buttatolo? Perpetuamente così spronato e incalzato dalla noia e dall’ozio, passai Vicenza, Verona, Mantova, Milano, e in fretta in furia mi ridussi in Genova, città che da me veduta alla sfuggita qualch’anni prima, mi avea lasciato un certo desiderio di sé. Io avea delle lettere di raccomandazione in quasi tutte le suddette città, ma per lo più non le ricapitava, o se pur lo faceva, il mio solito era di non mi lasciar più vedere; fuorché quelle persone non mi venissero insistentemente a cercare; il che non accadea quasi mai, e non doveva in fatti accadere. Questa sì fatta selvatichezza era in me occasionata in parte da fierezza e inflessibilità d’ineducato carattere, in parte da una renitenza naturale e quasi invincibile al veder visi nuovi. Ed era pur cosa impossibile davvero di andar sempre cangiando paese senza che mi si cangiassero le persone. Avrei voluto per la parte del cuore convivere sempre
Vita di Vittorio Alfieri