dettame

[det-tà-me]
In sintesi
norma, regola, precetto
← dal lat. tardo dictāme(n), deriv. di dictāre ‘dettare’.
s.m.
(pl. -mi)

Detto autorevole; insegnamento, precetto, regola: i dettami della scienza, della religione; un d. della coscienza || Suggerimento: segue i dettami della moda

Citazioni
dubbio sulla sincerità della sua dichiarazione. Era dunque stabilito, ella gli disse, quel capitolo rimaneva intatto e per gli altri capitoli si sarebbe andati d’accordo nel modo istesso. E infatti nel modo istesso ma più facilmente si andò d’accordo per il secondo e per il terzo capitolo. Alfonso li fece cercando d’imitare Annetta e Annetta li rifece senza molto curarsi della prima versione. C’era in questa situazione una parte aggradevole per Alfonso. Conquistata e fatta riconoscere la sua superiorità, Annetta, essendosi accorta probabilmente che la sommissione costava molto ad Alfonso, volle compensarnelo dimostrandogli maggiore amicizia, talvolta anche una protezione commossa da persona superiore, una specie di affetto materno. Lo derideva per le sue debolezze, lo descriveva come un piccolo orso che non sapeva fare complimenti e che mancava di diplomazia; una sera disse agli amici del mercoledì, lui presente, che probabilmente c’erano già stati filosofi maggiori di Alfonso, ma nessuno che come lui avesse preso sul serio la filosofia e vivesse conformemente ai suoi dettami. Ne derivò – questo però quando furono a quattr’occhi – l’aggettivo di “rospo”. Rospo quando balbettava mezza frase e non sapeva dirla tutta, rospo quando diceva che un successo letterario valeva poco perché veniva fatto dagl’ignoranti, infine rospo gli diceva, quando egli le portava il suo abbozzo fatto per esser gettato via. Gli diceva questa parola con un sorriso così buono, guardandolo con ammirazione come un originale meritevole di venir studiato... ma non letto, sì che egli stava rigido, parlava poco, smozzicava le parole per meritarsi più volte tale qualifica. Ella rimase sempre ferma al suo primo giudizio, che Alfonso bensì disponesse di un maggior numero d’idee elevate, ma che non sapesse unirle a farne un buon romanzo. Era troppo greve e troppo grigio. Prima o poi si sarebbe conquistato un bel nome con qualche buona opera filosofica ma con romanzi no, era cosa troppo leggera per lui. Però le noie del lavoro non erano piccole. Al secondo capitolo c’era una scena coniugale terribile fra Clara e il marito nella stanza nuziale, ma al terzo già, e ciò per volere espresso di Annetta, ambidue gli sposi sapevano di amarsi, mentre una grande, immensa fierezza li teneva ancora divisi. Tutto il testo del romanzo doveva trattare di queste due fierezze che bisognava domare perché questo era l’argomento del romanzo. Almeno avesse trattato di queste due fierezze, ma Annetta voleva innestare al romanzo mille altre storielle che coll’argomento principale nulla avevano da fare. Entravano in scena il
Una vita di Italo Svevo