delibare

[de-li-bà-re]
delìbo
In sintesi
assaporare; riconoscere una sentenza
← dal lat. delibāre, comp. di - ‘de-’ e libāre ‘offrire una libazione’.
1
lett. Assaggiare, assaporare, spec. riferito a cosa gustosa, raffinata: d. un manicaretto, un vino pregiato || fig. Gustare: d. le gioie della vita
2
fig. Trattare, discutere senza approfondire: d. una questione, un argomento
3
DIR Riconoscere efficacia giuridica a una sentenza emessa da un tribunale straniero: d. una sentenza

Citazioni
tuttora) che ognuno possegga; pena a chiunque ne disponga senza il permesso di que’ signori, la perdita della derrata, e una multa di tre scudi per moggio. È, come ognun vede, la più onesta. Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo sproporzionato da quello del pane. Il carico di supplire all’enorme differenza era stato imposto alla città; ma il Consiglio de’ decurioni, che l’aveva assunto per essa, deliberò, lo stesso giorno 23 di novembre, di rappresentare al governatore l’impossibilità di sostenerlo più a lungo. E il governatore, con grida del 7 di dicembre, fissò il prezzo del riso suddetto a lire dodici il moggio: a chi ne chiedesse di più, come a chi ricusasse di vendere, intimò la perdita della derrata e una multa d’altrettanto valore, et maggior pena pecuniaria et ancora corporale sino alla galera, all’arbitrio di S.E., secondo la qualità de’ casi et delle persone. Al riso brillato era già stato fissato il prezzo prima della sommossa; come probabilmente la tariffa o, per usare quella denominazione celeberrima negli annali moderni, il maximum del grano e dell’altre granaglie più ordinarie sarà stato fissato con altre gride, che non c’è avvenuto di vedere. Mantenuto così il pane e la farina a buon mercato in Milano, ne veniva di conseguenza che dalla campagna accorresse gente a processione a comprarne. Don Gonzalo, per riparare a questo, come dice lui, inconveniente, proibì, con un’altra grida del 15 di dicembre, di portar fuori della città pane, per più del valore di venti soldi; pena la perdita del pane medesimo, e venticinque scudi,  et in caso di inhabilità, di due tratti di corda in publico, et maggior pena ancora, secondo il solito, all’arbitrio di S.E. Il 22 dello stesso mese (e non si vede perché così tardi), pubblicò un ordine somigliante per le farine e per i grani. La moltitudine aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e con l’incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo vedrà a momenti. È poi facile anche vedere, e non inutile l’osservare come tra quegli strani provvedimenti ci sia però una connessione necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell’antecedente, e tutti del primo, che fissava al pane un prezzo così lontano dal prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risultato naturalmente dalla proporzione tra il bisogno e la quantità. Alla moltitudine un tale espediente è sempre parso, e ha sempre dovuto parere, quanto conforme all’equità, altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: è quindi cosa natu-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto, Nobil’uomini, il dì che statuito Fu a risolver da voi. Su questa lega A cui Firenze con sì caldi preghi Incontro il Duca di Milan c’invita, Oggi il partito si porrà. Ma pria, Se alcuno è qui cui non sia noto ancora Che vile opra di tenebre e di sangue Sugli occhi nostri fu tentata, in questa Stessa Venezia, inviolato asilo Di giustizia e di pace, odami: al nostro Deliberar rileva assai che alcuno Qui non l’ignori. Un fuoruscito al Conte Di Carmagnola insidiò la vita Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi. Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo Ei l’ha nomato, ed è - quel Duca istesso Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora A chieder pace, a cui più nulla preme Che la nostra amistà. Tale arra intanto Ei ci da della sua. Taccio la vile Perfidia della trama, e l’onta aperta Che in un nostro soldato a noi vien fatta. Due sole cose avverto: egli odia dunque Veracemente il Conte, ella è fra loro Chiusa ogni via di pace, il sangue ha stretto Fra lor d’eterna inimicizia un patto. L’odia - e lo teme: ei sa che il può dal trono Quella mano sbalzar che in trono il pose, E disperando che più a lungo in questa Inonorata, improvida, tradita Pace restar noi consentiamo, ei sente Che sia per noi quest’uom; questo fra i primi Guerrier d’Italia il primo, e quel che monta
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro primo  � giochi di questa sera, non possendo ragionevolmente mancar d’obedirvi, delibero proporre un gioco, del qual penso dover aver poco biasmo e men fatica; e questo sarà ch’ognun proponga secondo il parer suo un gioco non più fatto; da poi si eleggerà quello che parerà esser più degno di celebrarsi in questa compagnia.” E così dicendo, si rivolse al signor Gaspar Pallavicino, imponendogli che ‘l suo dicesse: il qual sùbito rispose: “A voi tocca, signora, dir prima il vostro.” Disse la signora Emilia: “Eccovi ch’io l’ho detto, ma voi, signora Duchessa, commandategli ch’e’ sia obediente.” Allor la signora Duchessa ridendo, “Acciò,” disse, “che ognuno vi abbia ad obedire, vi faccio mia locotenente e vi dò tutta la mia autorità.” VII “Gran cosa è pur,” rispose il signor Gaspar, “che sempre alle donne sia licito aver questa esenzione di fatiche, e certo ragion saria volerne in ogni modo intender la cagione; ma per non esser io quello che dia principio a disobedire, lasserò questo ad un altro tempo e dirò quello che mi tocca”; e cominciò: “A me pare che gli animi nostri, sì come nel resto, così ancor nell’amare siano di giudicio diversi, e perciò spesso interviene che quello che all’uno è gratissimo, all’altro sia odiosissimo. Ma con tutto questo, sempre però si concordano in aver ciascuno carissima la cosa amata, talmente che spesso la troppo affezione degli amanti di modo inganna il loro giudicio, che estiman quella persona che amano essere sola al mondo ornata d’ogni eccellente virtù e senza diffetto alcuno; ma perché la natura umana non ammette queste così compite perfezioni, né si trova persona a cui qualche cosa non manchi, non si po dire che questi tali non s’ingannino e che lo amante non divenga cieco circa la cosa amata. Vorrei adunque che questa sera il gioco nostro fosse, che ciascun dicesse di che virtù precipuamente vorrebbe che fosse ornata quella persona ch’egli ama; e poiché così è necessario che tutti abbiano qualche macchia, qual vicio ancor vorrebbe che in essa  fosse,  per  veder  chi  saprà  ritrovare  più  lodevoli  ed  utili  virtù  e  più escusabili vicii, e meno a chi ama nocivi ed a chi è amato.” Avendo così detto il signor Gaspar, fece segno la signora Emilia a madonna Costanza Fregosa, per esser in ordine vicina, che seguitasse; la qual già s’apparechiava a dire; ma la signora Duchessa sùbito disse: “Poiché madonna Emilia non vole affaticarsi in trovar gioco alcuno, sarebbe pur ragione che l’altre donne partecipassino  di  questa  commodità,  ed  esse  ancor  fussino  esente  di  tal
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
borzachini, altri di berrette, altri di cuffie; e così intervien che quelle poche cose più culte paiono lor prestate, e tutte l’altre che sono sciocchissime si conoscono  per  le  loro.  E  questo  tal  costume  voglio  che  fugga  il  nostro cortegiano, per mio consiglio; aggiungendovi ancor che debba fra se stesso deliberar ciò che vol parere e di quella sorte che desidera esser estimato, della medesima vestirsi, e far che gli abiti lo aiutino ad esser tenuto per tale ancor da quelli che non l’odono parlare, né veggono far operazione alcuna.” XXVIII “A  me  non  pare,”  disse  allor  el  signor  Gaspar  Pallavicino,  “che  si convenga, né ancor che s’usi tra persone di valore giudicar la condicion degli  omini  agli  abiti,  e  non  alle  parole  ed  alle  opere,  perché  molti s’ingannariano; né senza causa dicesi quel proverbio che l’abito non fa ‘l monaco.”  “Non  dico  io,”  rispose  messer  Federico,  “che  per  questo  solo s’abbiano a far i giudici resoluti delle condizion degli omini, né che più non si conoscano per le parole e per l’opere che per gli abiti; dico ben che ancor l’abito non è piccolo argomento della fantasia di chi lo porta, avvenga che talor possa esser falso; e non solamente questo, ma tutti i modi e costumi, oltre all’opere e parole, sono giudicio delle qualità di colui in cui si veggono.” “E che cose trovate voi,” rispose il signor Gasparo, “sopra le quali noi possiam far giudicio, che non siano né parole né opere?” Disse allor messer Federico: “Voi sete troppo sottile loico. Ma per dirvi come io intendo, si trovano alcune operazioni che poi che son fatte restano ancora, come l’edificare, scrivere ed altre simili; altre non restano, come quelle di che io voglio ora intendere: però non chiamo in questo proposito che ‘l passeggiare, ridere, guardare e tai cose, siano operazioni; e pur tutto questo di fuori dà notizia spesso di quel dentro. Ditemi, non faceste voi giudicio che fosse un vano e legger omo quello amico nostro, del quale ragionammo pur questa mattina, sùbito che lo vedeste passeggiar con quel torzer di capo, dimenandosi tutto, ed invitando con aspetto benigno la brigata a cavarsegli la berretta? Così ancora quando vedete uno che guarda troppo intento con gli occhi stupidi a foggia d’insensato, o che rida così scioccamente come que’ mutoli gozzuti delle montagne di Bergamo, avvenga che non parli o faccia altro, non lo tenete voi per un gran babuasso? Vedete adunque che questi modi e costumi, che io non intendo per ora che siano operazioni, fanno in gran parte che gli omini siano conosciuti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LXXXVI Di questa sorte burle ogni dì veggiamo; ma tra l’altre quelle son piacevoli, che al principio spaventano e poi riescono in cosa sicura, perché il medesimo burlato si ride di se stesso, vedendosi aver avuto paura di niente. Come essendo io una notte alloggiato in Paglia, intervenne che nella medesima ostaria ov’ero io erano ancor tre altri compagni, dui da Pistoia, l’altro da Prato, i quali dopo cena si misero, come spesso si fa, a giocare: così non v’andò molto che uno dei dui Pistolesi, perdendo il resto, restò senza un quattrino, di modo che cominciò a desperarsi e maledire e biastemare fieramente; e così rinegando se n’andò a dormire. Gli altri dui, avendo alquanto giocato,  deliberarono  fare  una  burla  a  questo  che  era  ito  a  letto.  Onde, sentendo che esso già dormiva, spensero tutti e lumi e velarono il foco; poi si misero a parlar alto e far i maggiori romori del mondo, mostrando venire a contenzione del gioco, dicendo uno: “Tu hai tolto la carta di sotto’; l’altro negandolo, con dire: “E tu hai invitato sopra flusso; il gioco vadi a monte’; e cotai cose, con tanto strepito, che colui che dormiva si risvegliò; e sentendo che costoro giocavano e parlavano così come se vedessero le carte, un poco aperse gli occhi, e non vedendo lume alcuno in camera, disse: “E che diavol farete voi tutta notte di cridare?’ Poi sùbito se rimise giù, come per dormire. I dui compagni non li diedero altrimenti risposta, ma seguitarono l’ordine suo, di modo che costui, meglio risvegliato, cominciò a maravigliarsi, e  vedendo  certo  che  ivi  non  era  né  foco  né  splendor  alcuno  e  che  pur costoro giocavano e contendevano, disse: “E come potete voi veder le carte senza lume?’ Rispose uno delli dui: “Tu dèi aver perduto la vista insieme con li danari; non vedi tu, se qui abbiam due candele?’ Levossi quello che era in letto su le braccia e quasi adirato disse: “O ch’io sono ebriaco o cieco, o voi dite le bugie’. Li due levaronsi ed andorono a letto tentoni, ridendo e mostrando di credere che colui si facesse beffe di loro; ed esso pur replicava: “Io dico che non vi veggo’. In ultimo li dui cominciorono a mostrare di maravigliarsi forte e l’uno disse all’altro: “Oimè, parmi che ‘l dica da dovero; da’ qua quella candela, e veggiamo se forse gli si fosse inturbidata la vista’. Allor quel meschino tenne per fermo d’esser diventato cieco, e piangendo dirottamente disse: “O fratelli mei, io son cieco’; e sùbito cominciò a chiamar la Nostra Donna di Loreto e pregarla che gli perdonasse le biastemme e le maledizioni che gli avea date per aver perduto i denari. I dui compagni pur lo confortavano e dicevano: “È non è possibile che tu non ci vegghi;
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
vendo esprimere; e se in noi fosse tanta eloquenzia, quanto in essi era valore, non aremmo bisogno d’altro testimonio per far che alle parole nostre fosse da quelli che non l’hanno veduto dato piena fede. II Essendosi adunque ridutta il seguente giorno all’ora consueta la compagnia al solito loco e postasi con silenzio a sedere, rivolse ognun gli occhi a  messer  Federico  ed  al  Magnifico  Iuliano,  aspettando  qual  di  lor  desse principio a ragionare. Onde la signora Duchessa, essendo stata alquanto cheta, “Signor Magnifico,” disse, “ognun desidera veder questa vostra donna ben ornata; e se non ce la mostrate di tal modo che le sue bellezze tutte si veggano, estimaremo che ne siate geloso.” Rispose il Magnifico: “Signora, se io la tenessi per bella, la mostrarei senza altri ornamenti e di quel modo che volse veder Paris le tre dee; ma se queste donne, che pur lo san fare, non m’aiutano ad acconciarla, io dubito che non solamente il signor Gasparo e ‘l Frigio, ma tutti quest’altri signori aranno giusta causa di dirne male. Però, mentre che ella sta pur in qualche opinion di bellezza, forse sarà meglio tenerla occulta e veder quello che avanza a messer Federico a dir del cortegiano, che senza dubbio è molto più bello che non po esser la mia donna.” “Quello ch’io mi avea posto in animo,” rispose messer Federico, “non è tanto appertenente al cortegiano, che non si possa lassar senza danno alcuno; anzi è quasi diversa materia da quella che sin qui s’è ragionata.” “E  che  cosa  è  egli  adunque?”  disse  la  signora  Duchessa.  Rispose  messer Federico:  “Io  m’era  deliberato,  per  quanto  poteva,  dichiarir  le  cause  de queste compagnie ed ordini de cavalieri fatti da gran prìncipi sotto diverse insegne, com’è quel di San Michele nella casa di Francia; quel del Gartier, che è sotto il nome di San Georgio, nella casa d’Inghilterra; il Toison d’oro in quella di Borgogna; ed in che modo si diano queste dignità e come se ne privino quelli che lo meritano; onde siano nate, chi ne sian stati gli autori ed a che fine l’abbiano instituite; perché pur nelle gran corti son questi cavalieri sempre onorati. Pensavo ancor, se ‘l tempo mi fosse bastato, oltre alla diversità de’ costumi che s’usano nelle corti de’ prìncipi cristiani nel servirgli,  nel  festeggiare  e  farsi  vedere  nei  spettaculi  publici,  parlar medesimamente  qualche  cosa  di  quella  del  Gran  Turco,  ma  molto  più particularmente  di  quella  del  Sofi  re  di  Persia;  ché,  avendo  io  inteso  da mercatanti che lungamente son stati in quel paese, gli omini nobili di là
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
no e tanto hanno l’animo corrotto, veggendosi sempre obediti e quasi adorati con tanta riverenzia e laude, senza mai non che riprensione ma pur contradizione, che da questa ignoranzia passano ad una estrema persuasion di se stessi, talmente che poi non ammettono consiglio né parer d’altri; e perché credono che ‘l saper regnare sia facilissima cosa e per conseguirla non bisogni altr’arte o disciplina che la sola forza, voltan l’animo e tutti i suoi pensieri a mantener quella potenzia che hanno, estimando che la vera felicità sia il poter ciò che si vole. Però alcuni hanno in odio la ragione e la giustizia, parendo loro che ella sia un certo freno ed un modo che lor potesse ridurre in servitù e diminuir loro quel bene e satisfazione che hanno di regnare, se volessero servarla; e che il loro dominio non fosse perfetto né integro, se essi fossero constretti ad obedire al debito ed all’onesto, perché pensano che chi obedisce non sia veramente signore. Però andando drieto a questi princìpi e lassandosi trapportar dalla persuasione di se stessi divengon superbi, e col volto imperioso e costumi austeri, con veste pompose, oro e gemme, e col non lassarsi quasi mai vedere in publico, credono acquistar autorità tra gli omini ed esser quasi tenuti dèi; e questi sono, al parer mio, come i colossi che l’anno passato fur fatti a Roma il dì della festa di piazza d’Agone,  che  di  fori  mostravano  similitudine  di  grandi  omini  e  cavalli triunfanti e dentro erano pieni di stoppa e di strazzi. Ma i prìncipi di questa sorte sono tanto peggiori, quanto che i colossi per la loro medesima gravità ponderosa si sostengon ritti; ed essi, perché dentro sono mal contrapesati, e senza misura posti sopra basi inequali, per la propria gravità ruinano da se stessi e da uno errore incorrono in infiniti; perché la ignoranzia loro accompagnata da quella falsa opinion di non poter errare, e che la potenzia che hanno proceda dal lor sapere, induce loro per ogni via, giusta o ingiusta, ad occupar stati audacemente, pur che possano. VIII Ma  se  deliberassero  di  sapere  e  di  far  quello  che  debbono,  così contrastariano  per  non  regnare,  come  contrastano  per  regnare;  perché conosceriano quanto enorme e perniciosa cosa sia che i sudditi, che han da esser governati, siano più savi che i prìncipi, che hanno da governare. Eccovi che la ignoranzia della musica, del danzare, del cavalcare non nòce ad alcuno; nientedimeno, chi non è musico si vergogna né osa cantare in presenzia d’altrui, o danzar chi non sa, e chi non si tien ben a cavallo, di cavalcare; ma
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
155 Dicesi che chi non sa bene tutti e particulari non può giudicare bene. E  nondimeno  io  ho  visto  molte  volte  che  chi  non  ha  el  giudicio  molto buono, giudica meglio se ha solo notizia della generalità che quando gli sono  mostri  tutti  e  particulari:  perché  in  sul  generale  se  gli  apresenterà spesso la buona resoluzione; ma come ode tutti e particulari, si confonde. 156 Io sono stato di natura molto resoluto e fermo nelle azioni mie. E nondimeno, come ho fatto una resoluzione importante, mi accade spesso una certa quasi penitenza del partito che ho preso: il che procede non perché io creda che, se io avessi di nuovo a deliberare, io deliberassi altrimenti, ma perché innanzi alla deliberazione avevo più presente agli occhi le difficultà dell’una e l’altra parte, dove, preso el partito, né temendo più quelle che col deliberare ho fuggite, mi si apresentono solamente quelle con chi mi resta a combattere; le quali, considerate per se stesse, paiono maggiore che non parevano quando erano paragonate con l’altre. Donde séguita che a liberarsi da questo tormento bisogna con diligenza rimettersi innanzi agli occhi anche le altre difficultà che avevi poste da canto. 157 Non è bene vendicarsi nome di essere sospettoso, di essere sfiducciato nondimeno l’uomo è tanto fallace, tanto insidioso, procede con tante arte sì indirette, sì profonde, è tanto cupido dello interesse suo, tanto poco respettivo a quello di altri che non si può errare a credere poco, a fidarsi poco. 158 Veggonsi a ognora e benefici che ti fa l’avere buono nome, l’avere buona fama; ma sono pochi a comparazione di quelli che non si veggono, che vengono da per sé e sanza che tu ne sappia la causa, condotti da quella buona opinione che è di te. Però disse prudentissimamente colui: che più valeva el buono nome che molte ricchezze. 159 Non biasimo e digiuni, le orazione e simile opere pie che ci sono ordinate dalla Chiesa o ricordate da’ frati. Ma el bene de’ beni è - e a comOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ricordi di Francesco Guicciardini
questo, purch’egli avesse possuto contentare le sue volontà, ogni affezione vi mettea, come se nel Vangelo per la bocca di Cristo gli fosse comandato; e sempre avea per usanza d’andare sanza panni di gamba. Avvenne per caso che, arrivando nella detta terra uno Inquisitore dell’ordine di Santo Francesco, questo prete Juccio li fu accusato de’ suoi cattivi costumi; e fra l’altre cose, fu detto allo Inquisitore che elli non portava panni di gamba: — E questo, venendo a voi, il potrete fare vedere, e seretene certo; e secondo li vostri decreti senza brache non si puote cantar messa, ed elli la canta tutto dì. Udito l’Inquisitore gli accusatori, fece richiedere prete Juccio, il quale di presente comparì. Come lo Inquisitore il vide, disse: — Fatti in cià ad escusarti d’una inquisizione. E quelli accostasi a lui. Dice l’Inquisitore: — Èmmi detto che ci vai sanza brache. Dice prete Juccio: — Signor mio, egli è vero, che per questi caldi non le posso portare. Dice lo Inquisitore: — Anzi ci vai senz’esse, per esser più presto alli stimoli della lussuria. — Come che sia, io sono a’ vostri comandamenti. Dice lo Inquisitore: — Se’ tu prete Juccio, il quale fai tante cattivanze? E quelli rispose: — Non fe’ mai niuna cattività. E detto questo, dà di piglio alli testicoli con l’altre appartinenze dello Inquisitore, e dice: — Perché tenete voi questo pascipeco? questo è quello che va facendo le cattivanze, e contra li comandamenti di Dio —; e tirando quanto potea, dicendo: — Mai non ti lascerò il tuo pascipeco, se tu non mi prosciogli d’ogni cosa che lo mio pascipeco ha fatto. E tanto tirò che lo Inquisitore per forza l’assolveo della formata inquisizione.  E  partendosi  il  detto  Inquisitore,  prete  Juccio  ringraziò  il pascipeco dello Inquisitore, lo quale l’avea assoluto de’ suoi peccati, dicendo  quel  verso  delle  letane:  Propitius  esto,  parce  nobis  domine.  E  così  per nuovo  modo  fu  deliberato  prete  Juccio;  e  l’Inquisitore  se  n’andò  con  la borsa e col pascipeco molto ristretto e forte indolinzito, in forma ch’andando a cavallo, dalla sella era molestato più che non averebbe voluto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
non ha penato tanti secoli a uscire al giorno, perché lasciamo che la gente sia confusa e ingannata, e che la gioventù nostra stia in forse di quale delle due dottrine s’abbia a fidare? Confesso che un silenzio magnanimo pareva a me pure il meglio, anzi la sola cosa che convenisse ai veri savi in questa disputa: e l’esempio de’ veri savi che non ci aprono bocca, non mi confermava nella mia opinione nella quale era fermissimo, ma mi consolava il vedere che il giudizio loro concordava in questo particolare col mio. Nondimeno sì molte altre cose, come l’aver lette e considerate le Osservazioni del Cavaliere Lodovico di Breme intorno alla poesia moderna, secondoché la chiama egli, m’hanno indotto a pensare che se forse il commuoversi di un uomo illustre e il rompere quel silenzio disdegnoso potrebbe nuocere, il comparire di un uomo oscuro il quale dica non motti ma ragioni, non possa nuocere e possa giovare, perché né la sconfitta d’un fiacchissimo combattente potrà pregiudicare alla fama dell’esercito, e caso ch’egli paresse aver fatto qualche cosa, si potrà stimare quante e quanto più grandi ne farebbero i forti. Senz’altro le Osservazioni del Cavaliere a me paiono pericolose; e dico pericolose, perché sono per la più parte acute e ingegnose e profonde, e questo, se a noi non par vero quello che pare al Breme, dobbiamo giudicare che sia pericoloso, potendo persuadere a molti quello che secondo noi è falso, e che certamente è di tanto rilievo quanto le lettere e la poesia. Però così debole come sono, ho deliberato di vedere se l’affetto che porto focosissimo alla mia patria e molto più al vero, mi darà forza dicendo e per la patria e per quello ch’io credo vero. Userò, come ho detto, le ragioni, e niente altro che le ragioni: non so se saranno metafisiche, ma saranno ragioni; e se non tutte o non molte nuove, da questo stesso facilmente si potrà inferire che le opinioni di coloro che si chiamano romantici, posto che non sieno antiche, certo hanno radici antichissime, e con istrumenti d’antichissimo uso si possono abbattere e sradicare. E come mi terrò lontano da molte usanze di quei che per l’addietro sono venuti a quistione coi romantici, così massimamente non proccurerò né mi vanterò di non intendere, del qual costume si lagna il Breme a ragione, imperocché chi del continuo protesta di non intendere, quegli rifiuta ogni controversia. Ma, dirò pure quello che sento, a volere intender bene il Cavaliere e qualcheduno de’ romantici, forse alle volte non basta né il desiderio né l’ingegno, ma ci vuole un cuore che sappia aprirsi e diffondersi e palpitare d’altro che di paura o cose simili, e una mente non al tutto inesperta del
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
senza forza di necessità e senza altro concorso, fosse instrumento a disfarlo. Né si può facilmente dire quanto si maravigliassero che i loro doni fossero tenuti così vili ed abbominevoli, che altri dovesse con ogni sua forza spogliarseli e rigettarli parendo loro aver posta nel mondo tanta bontà e vaghezza, e tali ordini e condizioni, che quella stanza avesse ad essere, non che tollerata, ma sommamente amata da qualsivoglia animale, e dagli uomini massimamente, il qual genere avevano formato con singolare studio a maravigliosa eccellenza. Ma nel medesimo tempo, oltre all’essere tocchi da non mediocre pietà di tanta miseria umana quanta manifestavasi dagli effetti, dubitavano eziandio che rinnovandosi e moltiplicandosi quei tristi esempi, la stirpe umana fra poca età, contro l’ordine dei fati, venisse a perire, e le cose fossero private di quella perfezione che risultava loro dal nostro genere, ed essi di quegli onori che ricevevano dagli uomini. Deliberato per tanto Giove di migliorare, poiché parea che si richiedesse, lo stato umano, e d’indirizzarlo alla felicità con maggiori sussidi, intendeva che gli uomini si querelavano principalmente che le cose non fossero immense di grandezza, né infinite di beltà, di perfezione e di varietà, come essi da prima avevano giudicato; anzi essere angustissime, tutte imperfette, e pressoché di una forma; e che dolendosi non solo dell’età provetta, ma della natura, e della medesima gioventù, e desiderando le dolcezze dei loro primi anni, pregavano ferventemente di essere tornati nella fanciullezza, e in quella perseverare tutta la loro vita. Della qual cosa non potea Giove soddisfarli, essendo contraria alle leggi universali della natura, ed a quegli uffici e quelle utilità che gli uomini dovevano, secondo l’intenzione e i decreti divini, esercitare e produrre. Né anche poteva comunicare la propria infinità colle creature mortali, né fare la materia infinita, né infinita la perfezione e la felicità delle cose e degli uomini. Ben gli parve conveniente di propagare i termini del creato, e di maggiormente adornarlo e distinguerlo: e preso questo consiglio, ringrandì la terra d’ogn’intorno, e v’infuse il mare, acciocché, interponendosi ai luoghi abitati, diversificasse la sembianza delle cose, e impedisse che i confini loro non potessero facilmente essere conosciuti dagli uomini, interrompendo i cammini, ed anche rappresentando agli occhi una viva similitudine dell’immensità. Nel qual tempo occuparono le nuove acque la terra Atlantide, non solo essa, ma insieme altri innumerabili e distesissimi tratti, benché di quella resti memoria speciale, sopravvissuta alla moltitudine dei secoli. Molti luoghi depresse, molti ricolmò suscitando i monti e le col-
Operette morali di Giacomo Leopardi
quillità della quale, non che alla felicità, vedeva oramai per certo, niun provvedimento condurre, niuno stato convenire,niun luogo essere bastante; perché quando bene egli avesse voluto in mille doppi aumentare gli spazi e i diletti  della  terra,  e  l’università  delle  cose,  quella  e  queste  agli  uomini, parimente incapaci e cupidi dell’infinito, fra breve tempo erano per parere strette, disamene e di poco pregio. Ma in ultimo quelle stolte e superbe domande commossero talmente l’ira del dio, che egli si risolse, posta da parte ogni pietà, di punire in perpetuo la specie umana, condannandola per tutte le età future a miseria molto più grave che le passate. Per la qual cosa deliberò non solo mandare la Verità fra gli uomini a stare, come essi chiedevano, per alquanto di tempo, ma dandole eterno domicilio tra loro, ed esclusi di quaggiù quei vaghi fantasmi che egli vi avea collocati, farla perpetua moderatrice e signora della gente umana. E maravigliandosi gli altri Dei di questo consiglio, come quelli ai quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo innalzamento dello stato nostro e in pregiudizio della loro maggioranza, Giove li rimosse da questo concetto mostrando loro, oltre che non tutti i geni, eziandio grandi, sono di proprietà benefici, non essere tale l’ingegno della Verità, che ella dovesse fare gli stessi effetti negli uomini che negli Dei. Perocché laddove agl’immortali ella dimostrava la loro beatitudine, discoprirebbe agli uomini interamente e proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi agli occhi la loro infelicità; rappresentandola oltre a questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per niuno accidente e niuno rimedio non la possano campare, né mai, vivendo, interrompere. Ed avendo la più parte dei loro mali questa natura, che in tanto sieno mali in quanto sono creduti essere da chi li sostiene, e più o meno gravi secondo che esso gli stima; si può giudicare di quanto grandissimo nocumento sia per essere agli uomini la presenza di questo genio. Ai quali niuna cosa apparirà maggiormente vera che la falsità di tutti i beni mortali; e niuna solida, se non la vanità di ogni cosa fuorché dei propri dolori. Per queste cagioni saranno eziandio privati della speranza; colla quale dal principio insino al presente, più che con altro diletto o conforto alcuno, sostentarono la vita. E nulla sperando, né veggendo alle imprese e fatiche loro alcun degno fine, verranno in tale negligenza ed abborrimento da ogni opera industriosa, non che magnanima, che la comune usanza dei vivi sarà poco dissomigliante da quella dei sepolti. Ma in questa disperazione e lentezza non potranno fuggire che il desiderio di un’immensa felicità, congenito
Operette morali di Giacomo Leopardi
Brancaforte quel granchio era nomato, Scortese a un tempo e di servile aspetto; Dal qual veduto il conte e dimandato Chi fosse, onde venuto, a quale effetto, 165 Rispose che venuto era legato Del proprio campo, e ben legato e stretto Era più che mestier non gli facea, Ma scherzi non sostien l’alta epopea. E seguitò che s’altri il disciogliesse, 170 Mostrerebbe il mandato e le patenti. Per questo il General non gli concesse Ch’a strigarlo imprendessero i sergenti, E perché legger mai non gli successe, Eran gli scritti a lui non pertinenti, 175 Ma chiese da chi date ed in qual nome Assunte avesse l’oratorie some. E quel dicendo che de’ topi il regno, Per esser nella guerra il re defunto, E non restar di lui successor degno, 180 Deliberato avria sopra tal punto Popolarmente, e che di fede il segno Rubatocchi al mandato aveva aggiunto, Il qual per duce, e lui per messaggero Scelto aveva a suffragi il campo intero; 185 Gelò sotto la crosta a tal favella, Popol, suffragi, elezioni udendo, Il casto lanzo, al par di verginella A cui con labbro abbominoso orrendo Le orecchie tenerissime flagella 190 Fango intorno e corrotte aure spargendo, Oste impudico o carrozzier. Si tinge Ella ed imbianca, e in sé tutta si stringe.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte prima  deliberò farlo esercitare nelle lettere, e lo mandò a Santa Maria Novella a un maestro suo parente, il quale allora insegnava la gramatica ai novizii di quel convento; per il che Cimabue, che si sentiva non avere l’animo applicato a ciò, in cambio dello studio tutto il giorno andava dipignendo in su i libri o altri fogli, uomini, cavalli, casamenti e diverse fantasie, spinto dalla natura che le pareva ricever danno a non essere esercitata. Avvenne che in que’ giorni erano venuti di Grecia certi pittori in Fiorenza, chiamati da chi governava quella città non per altro che per introdurvi l’arte della pittura, la quale in Toscana era stata smarrita molto tempo. Laonde, avendo questi maestri presi molte opere per quella città, cominciorono infra l’altre la capella de’ Condi, allato a la principale in Santa Maria Novella, della quale oggi dal tempo la volta e le facciate son molto spente e consumate; per il che Cimabue, cominciato a dar principio a questa arte che gli piaceva, si fuggiva spesso da la scuola e tutto il giorno stava a vedere lavorare que’ maestri; per il che fu giudicato dal padre e da que’ Greci che, se egli attendessi alla pittura, senza alcun dubbio egli verrebbe perfetto in quella professione. Fu aconcio con non sua piccola satisfazione alla arte della pittura con que’ maestri e, di continuo esercitandosi, in poco tempo la natura lo aiutò talmente, che passò di gran lunga di disegno e di colorito e’ maestri che gl’insegnavano; nel che, inanimito per le lode che egli si sentiva dare, messosi a maggior studio avanzò la maniera ordinaria che egli aveva visto in coloro i quali, non si curando passar più innanzi, avevon fatto quelle opere nel modo che elle si veggono oggi; et ancora che egli imitassi i Greci, lavorò assai opere nella patria sua onorando quella con le fatiche che vi fece, et acquestò a se stesso nome et utile certo grandissimo. Ebbe costui per compagno et amico Caddo Caddi, il quale attese alla pittura con Andrea Taffi domestico suo, e levò da la pittura gran parte della maniera greca nelle figure dipinte da lui, come ne fanno fede in Fiorenza le prime opere che egli lavorò, come il dossale dello altare di Santa Cecilia et, in Santa Croce, una tavola dentrovi una Nostra Donna, che gli fu fatta dipignere da un guardiano di quel convento amicissimo suo, la quale fu appoggiata in un pilastro a man destra intorno al coro. La quale opera fu cagione che, avendolo servito benissimo, e’ lo condusse in Pisa in San Francesco lor convento, e quivi fece un San Francesco scalzo, il quale fu tenuto da que’ popoli cosa rarissima, conoscendosi nella maniera sua un certo che di nuovo e di miglior per l’aria delle teste e per le pieghe de’ panni, che  non avevon fatto qui infino allora que’ maestri greci nelle lor pitture sparse
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
soldi quindici; trovandosi uno stanziamento al libro di Migliore di Tommaso addì tre d’ottobre nel MCCCCXIX; et a uscita di Lorenzo Ghiberti lire CCC, per fatica e spesa fatta nel suo modello causato ciò dalla amicizia e favore che egli aveva, più che da utilità o bisogno che ne avesse la fabbrica. Durò  questo  tormento  in  su  gli  occhi  di  Filippo  perfino  al MCCCCXXVI, chiamando coloro Lorenzo, parimente che Filippo, inventori; lo qual disturbo era tanto potente nello animo di Filippo, che egli viveva con grandissima passione. Fatto adunque varie e nuove immaginazioni, deliberò al tutto di levarselo dattorno, conoscendo quanto e’ valesse poco in quell’opera. Aveva Filippo fatto voltare già intorno la cupola fra l’una volta e l’altra dodici braccia e quivi avevano a mettersi su le catene di pietra e di legno: le quali per essere cosa difficile, ne volle parlare con Lorenzo per tentare se egli avesse considerato questa difficultà. E trovollo tanto digiuno circa lo avere pensato a tal cosa, che e’ rispose che la rimetteva in lui come inventore. Piacque a Filippo la risposta di Lorenzo, parendoli che questa fusse la via  di  farlo  allontanare  dall’opera  e  da  scoprire  ch’e’  non  era  di  quella intelligenzia che lo tenevano gli amici suoi et il favore che lo aveva messo in quel luogo. Già erano fermi tutti i muratori de l’opera, aspettando di dovere cominciare sopra le dodici braccia e far le volte et incatenarle, e già cominciando a strignere la cupola da sommo, erano forzati fare i ponti, acciò che i manovali e muratori potessino lavorare senza pericolo, atteso che l’altezza era tale che guardando allo ingiù faceva paura e sbigottimento a ogni sicuro animo. Stavasi da i muratori e dagli altri maestri ad aspettare il modo della catena e de’ ponti: né resolvendosi niente per Lorenzo né per Filippo, nacque una mormorazione fra i muratori e gli altri maestri, non vedendo sollecitare come prima; et essi, che povere persone erano, vivevano sopra le lor braccia, e dubitando che né a l’uno né all’altro bastassi l’animo di andar più su con quella opera, il meglio ch’e’ sapevano e potevano, andavano trattenendosi per la fabrica, ristoppando e ripulendo tutto quel che era murato fino allora. Una mattina infra le altre, Filippo non capitò al lavoro, e fasciatosi il capo entrò nel letto, e continovamente gridando si fece scaldare taglieri e panni con una sollecitudine grande, fingendo avere mal di fianco. Inteso questo, i maestri che stavano aspettando l’ordine di quel che avevono a lavorare, dimandarono Lorenzo quel che avevono a seguire: rispose che l’ordine era di Filippo e che bisognava aspettare lui. Fu chi gli disse: “Oh non sai tu l’animo suo?” “Sì - disse Lorenzo - ma non farei niente senza esso”. E questo lo disse in escusazion sua, che non avendo visto il modello di Filippo e non gli avenOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
ottiene lo stesso effetto?... Credetemi che in tuttociò non c’è di vero la punta d’un chiodo, eppure sarà come fosse vero, perché questi patrizi non è necessario ammazzarli! Sono già belli e morti!» La Conferenza si radunò per la prima volta la sera del trenta aprile nelle camere private del Doge. Questi spifferò un esordio che principiava: “La gravità e l’angustia delle presenti circostanze”, ma le sciocchezze che vi si dissero poi, se designarono bassamente l’angustia, non corrisposero affatto all’accennata gravità delle circostanze. Si tornò a proporre di toccar il cuore del general Bonaparte per mezzo di certo Haller suo amicissimo. E il cavalier Dolfin fu ritrovatore d’un sì decisivo consiglio. Il Procuratore Antonio Cappello, da me conosciuto in casa Frumier, si levò a deriderne la puerilità; e con lui si strinse il Pesaro per far deliberare sulla costanza nella difesa e nulla più. Infatti le intenzioni dei Francesi non avean oggimai bisogno di esser chiarite, ed era inutile illudersi con vane chimere. Ma i Savi adoperarono in modo che si perdesse il filo di questo discorso; quando sul più bello giunse al Savio di settimana un piego dell’ammiraglio Tommaso Condulmer, che riferiva l’avanzarsi dei Francesi sulla laguna coll’aiuto di botti galleggianti. La costernazione fu subitanea e quasi generale; alcuni cercavano di cavarsela, altri proponevano si trattasse, o meglio si offrisse, la resa. Fu in quella circostanza che il Serenissimo Doge Lodovico Manin, passeggiando su e giù per la stanza e tirandosi la brachesse sul ventre, pronunciò quelle memorabili parole: “Sta notte no semo sicuri gnanca nostro letto”. Il Procurator Cappello mi assicurava che la maggior parte dei consiglieri uguagliava Sua Serenità in altezza d’animo ed in coraggio. Fu deciso a rompicollo che si proporrebbe al Maggior Consiglio la parte, per cui ai due deputati fosse concesso di trattare col Bonaparte sui cambiamenti nella forma del governo. Il Pesaro, indignato di sì vigliacca deliberazione, proruppe colle lagrime agli occhi in parole di compassione sulla rovina della patria, già sicura; e dichiarò di voler partire quella notte stessa da Venezia per ritirarsi fra gli Svizzeri. Il che egli non fece poi, e credo che l’andasse per le poste a Vienna. Davvero che a me non basta l’animo di palliare per un misero orgoglio nazionale la viltà buffonesca di tutte queste scene. Raccolgono esse un grande e severo insegnamento. Siate uomini se volete esser cittadini; credete alla virtù vostra, se ne avete; non all’altrui che vi può mancare, non all’indulgenza o alla giustizia d’un vincitore, che non ha più freno di paure e di leggi.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Ettore per poter ottener tanto dal proprio animo. L’alterigia piegava sbuffando sotto la forza inesorabile della volontà. La Pisana piangeva e una doppia vergogna le impediva di rivolgersi al pari al signor Ettore e a me. Questi ebbe compassione, non so bene se di me o di lei, e mi chiamò per qualche momento, diss’egli, fuori della stanza. Mi narrò com’era stato il suo primo abboccamento colla Pisana, com’ella sapendomi ufficiale al suo servigio si rivolgesse a lui per più certa contezza, e che ella era già delirante di gelosia, ed egli invaghito di lei al primo sguardo. Insomma mi confessò che, credendomi innamorato morto della mia greca, non aveva creduto illecito il giovarsi di quella fortuna che gli capitava in mano; tanto più soave e desiderata, quanto pochissime volte l’amore era penetrato nel suo duro petto di soldato. Si era perciò ingegnato di volgere a suo pro’ il furore della Pisana, e vi era infatti riescito in quei primi giorni. «Ma poi» soggiunse egli «non ci fu più verso ch’ella volesse ricordarsi di quei primi giorni d’ebbrezza. A Milano, a Firenze, a Roma mi seguì sempre muta, altera, insensibile; godendo delle mie smanie, rispondendo alle mie preghiere e alle minacce con questa acerba parola: «Mi son vendicata anche troppo!». Oh quanto soffersi, Carlo! Quanto soffersi! Ve lo giuro che foste vendicato anche voi! Pregava, supplicava, piangeva, faceva voti a Dio ed ai santi, non mi riconosceva proprio più!... Perfino alla corruzione ricorsi, e tentai coll’oro la sua cameriera, una certa veneziana dalla quale non volle mai separarsi...» «Chi?» esclamai io «come si chiamava?» «L’era una certa Rosa; una disgraziata che avrebbe venduto una sorella per dieci carlini. Ma oggi fu punita spaventosamente di ogni suo trascorso; e l’ho veduta fatta carbone fra le rovine del convento!... Or bene, neppure per l’infame intercessione di colei ottenni nulla; mi era avvilito abbastanza, mi sembra. La tolsi di Roma per menarla qui in questa solitudine, ove avea deliberato di ricorrere anche alla forza per ricondurla a’ miei desideri!... Vani pensieri, o Carlo!... La forza cade in ginocchio dinanzi ad un suo sguardo!... Io capiva che qualche suprema deliberazione, qualche passione invincibile me l’avea tolta per sempre dopo le concessioni quasi involontarie d’un momento di sorpresa!... Io vi scopersi tutta intera la verità, benché non debba esserne gran fatto vanitoso; traetene voi il vostro giudizio, e regolatevi a vostra posta. Il mio quartier generale sarà domani sera a Frascati, perché il general in capo Championnet ha ordinato una ritirata completa sopra tutta la linea.
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
49 E fece un tal dalmaggio in poco de ora, Che di quella canaglia maledetta Non vi è persona che faccia dimora Avanti al conte: tristo chi lo aspetta! Perché col brando in tal modo lavora, Che non si trova né pezzo né fetta De alcun, che morto al campo sia rimaso, Qual sia maggior che prima fosse il naso. 50 Onde lui restò solo in quel vallone, Ed era il giorno quasi tutto spento, Quando esso se adobbò sue guarnisone; E di mangiare avendo un gran talento, Venne alla mensa, a quelle imbandisone, Le qual mirando quasi ebbe spavento, Però che quelle gente disoneste Cotte avean bracie umane e piedi e teste. 51 Ben vi so dir che gli fuggì la fame A quel convito dispietato e fiero, Se ben ne avesse avuto maggior brame. Ma torna adietro e prende il suo destriero, Deliberato di cercar le dame, Ché ritrovarle avea tutto il pensiero. E diceva piangendo: “Or chi me aiuta Forza né ardir, se mia dama è perduta? 52 Se mia dama è perduta, or che mi vale Aver morto costor dal brutto viso? Che se io non la ritrovo, era men male Esser da lor con quei bastoni occiso. O Patre eterno! o Re celestiale! O Matre del Segnor del paradiso! Datime presto l’ultimo conforto, Ch’io la ritrovi, o che io presto sia morto.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
5 Più de due miglia andò la nave inversa, Che a ponto in ponto sta per affondare, La gente che vi è dentro è tutta persa: Se fa de’ voti, non lo adimandare. Ecco da canto gionse una traversa, Che a l’altra banda fece traboccare; Ciascadun crida e non se ode persona, Sì muggia il mare e il vento sì risona. 6 Questo se cangia e muta in uno istante, Ora batte davanti, or ne le sponde; Spiccosse al fine un groppo da levante Con furia tal, che il mar tutto confonde. Gionse alla poppa e pinse il legno avante, E fece entrar la prora sotto l’onde; Sotto acqua via ne andò più d’una arcata, Come va il mergo e l’oca alcuna fiata. 7 Pur fuore uscitte, e va con tal ruina Qual fuor de la balestra esce la vera. Da quella sera insino alla matina E da quella matina a l’altra sera, Via giorno e notte mai non se raffina, Sin che condotta è sopra alla riviera, Ove quel monte in Acquamorta bagna Il qual divide Francia dalla Spagna. 8 Quivi ad un capo che ha nome la Oruna, Smontarno con gran voglia in su la arena, E sì sbattuti son dalla fortuna, Che sendo in terra nol credono apena. Passò il mal tempo e quella notte bruna, Con l’alba insieme il cel se raserena, E già per tutto essendo chiaro il giorno, Deliberarno andar cercando intorno. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro III di Matteo Maria Boiardo
una occulta virtù che era in lui, che perché in quelle naturalmente dovesse essere più felicità. Di questi modi, adunque, se ne pratica assai, pochi se ne conduce alla pruova, e pochissimi ne riescono. Quanto allo acquistare le terre per dedizione, o le si danno volontarie, o forzate. La volontà nasce, o per qualche necessità estrinseca che gli costringe a rifuggirtisi sotto, come fece Capova ai Romani, o per desiderio di essere governati bene, sendo allettati da il governo buono che quel principe tiene in coloro che se gli sono, volontari, rimessi in grembo, come fecero i Rodiani, i Massiliensi ed altre simile cittadi, che si dettono al Popolo romano. Quanto alla dedizione forzata, o tale forza nasce da una lunga ossidione, come di sopra è detto; o la nasce da una continova oppressione di scorrerie, di predazioni, ed altri mali trattamenti; i quali volendo fuggire, una città si arrende. Di tutti i modi detti, i Romani usarono più questo ultimo che nessuno; ed attesono per più che quattrocento cinquanta anni a straccare  i  vicini  con  le  rotte  e  con  le  scorrerie,  e  pigliare,  mediante  gli accordi, riputazione sopra di loro, come altre volte abbiamo discorso. E sopra tale modo si fondarono sempre, ancora che gli tentassino tutti; ma negli altri trovarono cose o pericolose o inutili. Perché nella ossidione è la lunghezza e la spesa; nella espugnazione, dubbio e pericolo; nelle congiure, la incertitudine. E viddono che con una rotta di esercito inimico acquistavano un regno in un giorno; e, nel pigliare per ossidione una città ostinata, consumavano molti anni. XXXIII Come i Romani davano agli loro capitani degli eserciti le commissioni libere. Io estimo che sia da considerare, leggendo questa liviana istoria, volendone fare profitto, tutti e’ modi del procedere del Popolo e Senato romano. Ed intra le altre cose che meritano considerazione, sono: vedere con quale autorità ei mandavano fuori i loro Consoli, Dittatori ed altri capitani degli eserciti; de’ quali si vede l’autorità essere stata grandissima, ed il Senato  non  si  riservare  altro  che  l’autorità  di  muovere  nuove  guerre  e  di confirmare le paci; e tutte l’altre cose rimetteva nello arbitrio e potestà del Consolo.  Perché,  deliberata  ch’era  dal  Popolo  e  dal  Senato  una  guerra, verbigrazia  contro  a’  Latini,  tutto  il  resto  rimettevano  nello  arbitrio  del Consolo, il quale poteva o fare una giornata o non la fare, e campeggiare 194 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Capitolo IX Correva allora lo anno 1378, ed era il mese di aprile; e a messer Lapo non  pareva  di  differire,  affermando  niuna  cosa  nuocere  tanto  al  tempo quanto il tempo, e a loro massime, potendo nella seguente Signoria essere facilmente Salvestro de’ Medici gonfaloniere, il quale alla setta loro contrario cognoscevano. A Piero degli Albizzi, da l’altro canto, pareva da differire, perché  giudicava  bisognassero  forze,  e  quelle  non  essere  possibile,  sanza dimostrazione, raccozzare, e quando fussero scoperti, in manifesto pericolo incorrerebbono.  Giudicava  per  tanto  essere  necessario  che  il  propinquo San Giovanni si aspettasse; nel quale tempo, per essere il più solenne giorno della città assai moltitudine in quella concorre, intra la quale potrebbono allora quanta gente volessero nascondere, e per rimediare a quello che di Salvestro si temeva, si ammunisse; e quando questo non paresse da fare, si ammunisse uno di Collegio del suo quartiere, e ritraendosi lo scambio, per essere le borse vote, poteva facilmente la sorte fare che quello o qualche suo consorte fusse tratto, che gli torrebbe la facultà di potere sedere gonfaloniere. Fermorono  per  tanto  questa  deliberazione;  ancora  che  messer  Lapo  mal volentieri vi acconsentisse, giudicando il differire nocivo, e mai il tempo non essere al tutto commodo a fare una cosa, in modo che chi aspetta tutte le commodità, o e’ non tenta mai cosa alcuna, o, se la tenta, la fa il più delle volte a suo disavantaggio. Ammunirono costoro il collegio, ma non successe  loro  impedir  Salvestro,  perché,  scoperte  dagli  Otto  le  cagioni,  che  lo scambio non si ritraesse operorono. Fu tratto per tanto gonfaloniere Salvestro di messer Alamanno de’ Medici. Costui, nato di nobilissima famiglia popolana che il popolo fussi da pochi potenti oppresso sopportare non poteva, e avendo pensato di porre fine a questa insolenza, vedendosi il popolo favorevole e di molti nobili popolani compagni, comunicò i disegni suoi con Benedetto Alberti, Tomaso Strozzi e messer Giorgio Scali, i quali per condurgli ogni aiuto gli promissono. Fermorono adunque secretamente una legge, la quale innovava gli ordini della giustizia contro ai Grandi, e l’autorità de’ Capitani di parte diminuiva,  e  a  gli  ammuniti  dava  modo  di  potere  essere  alle  dignità  rivocati.  E perché quasi in un medesimo tempo si esperimentasse e ottenesse, avendosi prima infra i Collegi e di poi ne’ Consigli a deliberare, e trovandosi Salvestro proposto (il quale grado, quel tempo che dura, fa uno quasi che principe della città), fece in una medesima mattina il Collegio e il Consiglio ragunare;
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
accrebbono che le aggiunsono a ventuna; e furono di tanta potenza che le presono in pochi anni tutto il governo della città. E perché, intra quelle delle più e delle meno onorate si trovavano, in maggiori e minori si divisono; e sette ne furono chiamate maggiori e quattordici minori. Da questa divisione, e dalle altre cagioni che di sopra aviamo narrate, nacque l’arroganza de’ Capitani di parte; perché quelli cittadini che erano anticamente stati guelfi sotto il governo de’ quali sempre quello magistrato girava, i popolani delle maggiori Arti favorivano e quelli delle minori con i loro defensori perseguitavano; donde contro a di loro tanti tumulti quanti abbiamo narrati nacquono. Ma perché nello ordinare i corpi delle Arti molti di quelli esercizi in ne’ quali il popolo minuto e la plebe infima si affatica sanza avere corpi di Arti proprie restorono, ma a varie Arti, conformi alle qualità delli loro esercizi, si sottomessono, ne nasceva che quando erano o non sodisfatti delle fatiche loro, o in alcun modo dai loro maestri oppressati, non avevano altrove dove rifuggire che al magistrato di quella Arte che gli governava; dal quale non pareva loro fusse fatta quella giustizia che giudicavano si convenisse. E di tutte le Arti, che aveva e ha più di questi sottoposti, era ed è quella della lana; la quale, per essere potentissima, e la prima, per autorità, di tutte, con la industria sua la maggiore parte della plebe e popolo minuto pasceva e pasce. Capitolo XIII Gli uomini plebei adunque, così quelli sottoposti all’Arte della lana come  alle  altre,  per  le  cagioni  dette,  erano  pieni  di  sdegno:  al  quale aggiugnendosi la paura per le arsioni e ruberie fatte da loro, convennono di notte più volte insieme, discorrendo i casi seguiti e mostrando l’uno all’altro ne’ pericoli si trovavano. Dove alcuno de’ più arditi e di maggiore esperienza, per inanimire gli altri, parlò in questa sentenza: “Se noi avessimo a deliberare ora se si avessero a pigliare le armi, ardere e rubare le case de’ cittadini, spogliare le chiese, io sarei uno di quelli che lo giudicherei partito da pensarlo, e forse approverei che fusse da preporre una quieta povertà a uno pericoloso guadagno; ma perché le armi sono prese e molti mali sono fatti,  e’  mi  pare  che  si  abbia  a  ragionare  come  quelle  non  si  abbiano  a lasciare e come de’ mali commessi ci possiamo assicurare. Io credo certamente che, quando altri non ci insegnasse, che la necessità ci insegni. Voi vedete tutta questa città piena di rammarichii e di odio contro a di noi: i
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
assoluti; che agli onori tutti gli ammuniti si restituissero. Molte altre cose, oltre a queste, in beneficio dei loro particulari fautori domandorono, e così, per il contrario, che molti de’ loro nimici fussero confinati e ammuniti vollono. Le quali domande, ancora che alla republica disonorevoli e gravi, per timore di peggio, furono dai Signori, Collegi e Consiglio del popolo subito deliberate. Ma a volere che le avessero la loro perfezione, era necessario ancora nel Consiglio del comune si ottenessero; il che, non si potendo in uno giorno ragunare duoi Consigli, differire all’altro dì convenne. Non di meno parve che per allora le Arti contente e la plebe sodisfatta ne rimanesse; e promissono che, data la perfezione alla legge, ogni tumulto poserebbe. Venuta la mattina di poi, mentre che nel Consiglio del comune si deliberava,  la  moltitudine,  impaziente  e  volubile,  sotto  le  solite  insegne venne in Piazza, con sì alte voci e sì spaventevoli, che tutto il Consiglio e i Signori spaventorono. Per la qual cosa Guerriante Marignolli, uno de’ Signori, mosso più da il timore che da alcuna altra sua privata passione, scese, sotto colore di guardare la porta, da basso e se ne fuggì a casa. Né potette, uscendo fuora, in modo celarsi che non fusse da la turba ricognosciuto: né gli fu fatto altra ingiuria, se non che la moltitudine gridò, come lo vide, che tutti Signori il Palagio abbandonassero; se non, che ammazzerebbono i loro figliuoli e le loro case arderebbono. Era, in quel mezzo, la legge deliberata e i Signori nelle loro camere ridutti; e il Consiglio, sceso da basso e sanza uscire fuora, per la loggia e per la corte, desperato della salute della città, si stava, tanta disonestà vedendo in una moltitudine, e tanta malignità o timore  in  quelli  che  l’arebbono  possuta  o  frenare  o  opprimere.  I  Signori ancora erano confusi e della salute della patria dubi, vedendosi da uno di loro abbandonati e da niuno cittadino, non che di aiuto, ma di consiglio suvvenuti.  Stando  adunque  di  quello  potessero  o  dovessero  fare  incerti, messer Tommaso Strozzi e messer Benedetto Alberti, mossi o da propria ambizione, desiderando rimanere signori del Palagio, o perché pure così credevono essere bene, gli persuasono a cedere a questo impeto popolare e, privati, alle loro case tornarsene. Questo consiglio, dato da coloro che erano stati capi del tumulto, fece, ancora che gli altri cedessero, Alamanno Acciaiuoli e Niccolò del Bene, duoi de’ Signori, sdegnare; e tornato in loro un  poco  di  vigore,  dissono  che  se  gli  altri  se  ne  volevono  partire  non possevono rimediarvi, ma non volevono già, prima che il tempo lo permettesse, lasciare la loro autorità, se la vita con quella non perdevano. Questi dispareri raddoppiorono a’ Signori la paura e al popolo lo sdegno; tanto che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Capitolo XIV Era durata questa guerra da il ’22 al 27, ed erano stracchi i cittadini di Firenze delle gravezze poste infino allora, in modo che si accordorono a rinnovarle. E perché le fussero uguali secondo le ricchezze, si provide che le si  ponessero  a’  beni,  e  che  quello  che  aveva  cento  fiorini  di  valsente  ne avesse un mezzo di gravezza. Avendola pertanto a distribuire la legge, e non gli uomini, venne ad aggravare assai i cittadini potenti, e avanti che la si deliberassi era disfavorita da loro. Solo Giovanni de’ Medici apertamente la lodava; tanto che la si ottenne. E perché nel distribuirla si aggregavano i beni di ciascuno, il che i Fiorentini dicono accatastare, si chiamò questa gravezza catasto. Questo modo pose, in parte, regola alla tirannide de’ potenti;  perché  non  potevano  battere  i  minori  e  fargli  con  le  minacce  ne’ Consigli tacere, come potevano prima. Era adunque questa gravezza dall’universale accettata e da’ potenti con dispiacere grandissimo ricevuta. Ma come accade che mai gli uomini non si sodisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un’altra, il popolo, non contento alla ugualità della gravezza che dalla legge nasceva, domandava che si riandassero i tempi passati, e che si vedesse quello che i potenti, secondo il catasto, avevano pagato meno, e si facessero pagare tanto che gli andassero a ragguaglio di coloro che, per pagare quello che non dovevano, avevano vendute le loro possessioni. Questa domanda, molto più che il catasto, spaventò gli uomini grandi; e per difendersene non cessavano di dannarlo, affermando quello essere ingiustissimo, per essersi posto ancora sopra i beni mobili, i quali oggi si posseggono e domani si perdono; e che sono, oltra di questo, molte persone che hanno danari occulti, che il catasto non può ritrovare. A che aggiugnevano che coloro che, per governare la republica, lasciavano le loro faccende dovevano essere meno carichi da quella, dovendole bastare che con la persona si affaticassero, e che non era giusto che la città si godesse la roba e la industria loro, e degli altri solo i danari. Gli altri, a chi il catasto piaceva, rispondevano che, se i beni mobili variano, e possono ancora variare le gravezze, e con il variarle spesso si può a quello inconveniente rimediare; e di quelli che hanno danari occulti non era necessario tenere conto, perché quegli danari che non fruttono non è ragionevole che paghino, e fruttando conviene che si scuoprino; e se non piaceva loro durare fatica per la republica, lasciassilla da parte e non se ne travagliassino, perché la troverrebbe de’ cittadini amorevoli, a’ quali non parrebbe difficile aiutar-
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
poteva altrimenti di questo assicurarsi, se non con la sua rovina, facendo diventare  quello  stato  franzese.  E  che  al  contrario  interverrebbe  quando esso ne diventassi principe; perché, non temendo altro nimico che i Franzesi, era necessitato amare e carezzare e, non che altro, ubbidire a colui che a suoi nimici poteva aprire la via; e per questo il titolo del Regno verrebbe ad essere appresso ad Alfonso, ma l’autorità e la potenza appresso di Filippo. Sì che  molto  più  a  lui  che  a  sé  apparteneva  considerare  i  pericoli  dell’uno partito e l’utilità dell’altro, se già e’ non volesse più tosto sodisfare ad uno suo  appetito,  che  assicurarsi  dello  stato;  perché  nell’uno  caso  e’  sarebbe principe e libero, nell’altro, sendo in mezzo di duoi potentissimi principi, o ei  perderebbe  lo  stato,  o  e’  viverebbe  sempre  in  sospetto,  e  come  servo arebbe ad ubbidire a quelli. Poterono tanto queste parole nell’animo del Duca, che, mutato proposito, liberò Alfonso, e onorevolmente lo rimandò a Genova, e di quindi nel Regno. Il quale si transferì in Gaeta, la quale, subito che s’intese la sua liberazione, era stata occupata da alcuni signori suoi partigiani. Capitolo VI I Genovesi, veggendo come il Duca, sanza avere loro rispetto, aveva liberato il Re, e che quello de’ pericoli e delle spese loro si era onorato, e come  a  lui  rimaneva  il  grado  della  liberazione  e  a  loro  la  ingiuria  della cattura e della rotta, tutti si sdegnorono contro a quello. Nella città di Genova, quando la vive nella sua libertà, si crea per liberi suffragi uno capo, il quale chiamano Doge non perché sia assoluto principe, né perché egli solo deliberi, ma come capo preponga quello che dai magistrati e consigli loro si debba deliberare. Ha quella città molte nobili famiglie, le quali sono tanto potenti che difficilmente allo imperio de’ magistrati ubbidiscono. Di tutte l’altre, la Fregosa e la Adorna sono potentissime: da queste nascono le divisioni di quella città, e che gli ordini civili si guastono; perché, combattendo intra loro, non civilmente, ma il più delle volte con le armi, questo principato, ne segue che sempre è una parte afflitta e l’altra regge; e alcuna volta occorre che quelli che si truovano privi delle loro dignità, alle armi forestiere ricorrono, e quella patria che loro governare non possono allo imperio d’uno  forestiero  sottomettono.  Di  qui  nasceva  e  nasce  che  quelli  che  in Lombardia regnono, il più delle volte a Genova comandono, come allora, quando Alfonso d’Aragona fu preso, interveniva.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Fiorentini; i quali ancora non le vollono accettare, se il Papa non acconsentiva che le potessino rendere al Conte. Di che fu il Papa, dopo molte dispute, contento; ma volle che i Fiorentini gli promettessero di operare con il conte di Poppi che il Borgo gli restituisse. Fermo dunque per questa via lo animo del Papa, parve a’ Fiorentini, sendo il tempio cattedrale della loro città, chiamato Santa Reparata (la cui edificazione molto tempo innanzi si era cominciata) venuto a termine che vi si potevono i divini offizi celebrare, di richiederlo che personalmente lo consecrasse. A che il Papa volentieri acconsentì, e per maggiore magnificenza della città e del tempio, e per più onore del Pontefice, si fece un palco da Santa Maria Novella, dove il Papa abitava, infino al tempio che si doveva consecrare di larghezza di quattro e di altezza di dua braccia, coperto tutto di sopra e d’attorno di drappi ricchissimi, per il quale solo il Pontefice con la sua corte venne, insieme con quelli  magistrati  della  città  e  cittadini  i  quali  ad  accompagnarlo  furono deputati:  tutta  l’altra  cittadinanza  e  popolo  per  la  via,  per  le  case  e  nel tempio a veder tanto spettacolo si ridussono. Fatte adunque tutte le cerimonie che in simile consecrazione si sogliono fare, il Papa, per mostrare segno di maggiore amore, onorò della cavalleria Giuliano Davanzati, allora gonfaloniere di giustizia e di ogni tempo riputatissimo cittadino; al quale la Signoria, per non parere meno del Papa amorevole, il capitanato di Pisa per un anno concesse. Capitolo XVI Erano, in questi medesimi tempi, intra la Chiesa romana e la greca alcune differenze, tanto che nel divino culto non convenivano in ogni parte insieme; ed essendosi nell’ultimo concilio, fatto a Basilea, parlato assai, per i prelati della Chiesa occidentale, sopra questa materia, si deliberò che si usassi ogni diligenzia perché lo Imperadore e i prelati greci nel concilio a Basilea convenissero, per fare pruova se si potessino con la romana Chiesa accordare.  E  benché  questa  deliberazione  fusse  contro  alla  maiestà  dello imperio greco, e alla superbia de’ suoi prelati il cedere al Romano Pontefice dispiacesse, non di meno, sendo oppressi dai Turchi, e giudicando per loro medesimi non potere defendersi, per potere con più securtà agli altri domandare aiuti, deliberorono cedere. E così lo Imperadore, insieme con il Patriarca e altri prelati e baroni greci, per essere, secondo la deliberazione del  Concilio,  a  Basilea,  vennono  a  Vinegia;  ma,  sbigottiti  dalla  peste,
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro quinto oscurità, con la pratica del nimico, messe tanto sospetto nel Pontefice, che deliberò di assicurarsene, e la cura di questa impresa ad Antonio Rido da Padova, il quale era alla guardia del castello di Roma preposto, dette. Costui, come ebbe la commissione, parato ad ubbidire, che venisse la occasione aspettava. Aveva il Patriarca deliberato passare in Toscana; e volendo il dì seguente partire di Roma significò al Castellano che la mattina fusse sopra il ponte del castello, perché, passando, gli voleva di alcuna cosa ragionare. Parve  ad  Antonio  che  la  occasione  fusse  venuta;  e  ordinò  a’  suoi  quello dovessero fare; e al tempo aspettò il Patriarca sopra il ponte che, propinquo alla rocca, per fortezza di quella si può, secondo la necessità, levare e porre. E come il Patriarca fu sopra quello, avendolo prima con il ragionamento fermo, fece cenno a’ suoi che alzassero il ponte; tanto che il Patriarca in un tratto si trovò, di comandatore di eserciti, prigione di uno castellano. Le genti che erano seco prima romoreggiorono; di poi, intesa la volontà del Papa,  si  quietorono.  Ma  il  Castellano  confortando  con  umane  parole  il Patriarca, e dandogli speranza di bene, gli rispose che gli uomini grandi non si pigliavano per lasciargli, e quelli che meritavano di essere presi, non meritavano di essere lasciati. E così poco di poi morì in carcere; e il Papa alle sue genti Lodovico patriarca di Aquileia prepose. E non avendo mai voluto per lo adietro nelle guerre della lega e del Duca implicarsi, fu allora contento intervenirvi; e promisse essere presto per la difesa di Toscana, con quattro mila cavagli e dumila fanti. Capitolo XXVIII Liberati i Fiorentini da questa paura, restava loro il timore di Niccolò e della confusione delle cose di Lombardia, per i dispareri erano tra i Viniziani e il Conte; i quali per intenderli meglio, mandorono Neri di Gino Capponi e messer Giuliano Davanzati a Vinegia; a’ quali commissono che fermassero come l’anno futuro si avesse a maneggiare la guerra; e a Neri imposono che, intesa la opinione de’ Viniziani, se ne andassi dal Conte per intendere la sua e per persuaderlo a quelle cose che alla salute della lega fussero necessarie. Non erano ancora questi ambasciadori a Ferrara, ch’eglino intesono Niccolò Piccino con sei milia cavagli avere passato il Po; il che fece affrettare loro il cammino; e giunti a  Vinegia, trovorono quella Signoria tutta a volere che Brescia, sanza aspettare altro tempo, si soccorresse, perché quella città non poteva aspettare il soccorso al tempo nuovo, né che si fusse fabricata
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto primo 33 L’approvàr gli altri: esser sue parti denno deliberare e comandar altrui. Imponga a i vinti legge egli a suo senno, porti la guerra e quando vòle e a cui; gli altri, già pari, ubidienti al cenno siano or ministri de gl’imperii sui. Concluso ciò, fama ne vola, e grande per le lingue de gli uomini si spande. 34 Ei si mostra a i soldati, e ben lor pare degno de l’alto grado ove l’han posto, e riceve i saluti e ’l militare applauso, in volto placido e composto. Poi ch’a le dimostranze umili e care d’amor, d’ubidienza ebbe risposto, impon che ’l dì seguente in un gran campo tutto si mostri a lui schierato il campo. 35 Facea ne l’oriente il sol ritorno, sereno e luminoso oltre l’usato, quando co’ raggi uscì del novo giorno sotto l’insegne ogni guerriero armato, e si mostrò quanto poté più adorno al pio Buglion, girando il largo prato. S’era egli fermo, e si vedea davanti passar distinti i cavalieri e i fanti. 36 Mente, de gli anni e de l’oblio nemica, de le cose custode e dispensiera, vagliami tua ragion, sì ch’io ridica di quel campo ogni duce ed ogni schiera: suoni e risplenda la lor fama antica, fatta da gli anni omai tacita e nera; tolto da’ tuoi tesori, orni mia lingua ciò ch’ascolti ogni età, nulla l’estingua.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso