corroborare

[cor-ro-bo-rà-re]
corròboro
In sintesi
rinforzare, avvalorare; fortificarsi
← dal lat. corroborāre, deriv. di bur -bŏris ‘forza, vigore’.

A
v.tr.

1
Dare forza, vigore, rinfrancare, tonificare: riposo che corrobora lo spirito
2
fig. Avvalorare, convalidare, rinsaldare: c. con valide prove una testimonianza; dichiarazioni corroborate dai fatti SIN. confermare

B
v.rifl.

corroboràrsi Rafforzarsi, rinvigorirsi, rinfrancarsi: andremo qualche giorno in Riviera per corroborarci

Citazioni
alli 21 su l’aurora, havesse unto i muri di una contrada posta in Porta  icinese, T chiamata la Vetra de’ Cittadini.” E l’uomo degno di fede, messo lì subito per corroborar l’autorità delle donne, aveva detto d’aver rintoppato il Piazza, il quale io salutai, et lui mi rese il saluto. Questo era stato aggravarlo! come se il delitto imputatogli fosse stato d’essere entrato in via della Vetra. Non parla poi il capitano di giustizia della visita fatta da lui per riconoscere il corpo del delitto; come non se ne parla più nel processo. “Fu dunque”, prosegue, “incontinente preso costui.” E non parla della visita fattagli in casa, dove non si trovò nulla di sospetto. “Et essendosi maggiormente nel suo esame aggravato,” (s’è visto!) “fu messo ad una graue tortura, ma non confessò il delitto.” Se qualcheduno avesse detto allo Spinola, che il Piazza non era stato interrogato punto intorno al delitto, lo Spinola avrebbe risposto: - Sono positivamente informato del contrario: il capitano di giustizia mi scrive, non questa cosa appunto, ch’era inutile; ma un’altra che la sottintende, che la suppone necessariamente; mi scrive che, messo ad una grave tortura, non lo confessò. - Se l’altro avesse insistito, - come! - avrebbe potuto dire l’uomo celebre e potente, - volete voi che il capitano di giustizia si faccia beffe di me, a segno di raccontarmi, come una notizia importante, che non è accaduto quello che non poteva accadere? - Eppure era proprio così: cioè, non era che il capitano di giustizia volesse farsi beffe del governatore; era che avevan fatta una cosa da non potersi raccontare nella maniera appunto che l’avevan fatta; era, ed è, che la falsa coscienza trova più facilmente pretesti per operare, che formole per render conto di quello che ha fatto. Ma sul punto dell’impunità, c’è in quella lettera un altro inganno che lo Spinola avrebbe potuto, anzi dovuto conoscer da sé, almeno per una parte, se avesse pensato ad altro che a prender Casale, che non prese. Prosegue essa così: “finché d’ordine del Senato (anco per esecutione della grida ultimamente fatta in questo particolare pubblicare da V.E.), promessa dal Presidente della Sanità a costui l’impunità, confessò finalmente, etc.”. Nel capitolo XXXI dello scritto antecedente, s’è fatto menzione d’una grida, con la quale il tribunale della Sanità prometteva premio e impunità a chi rivelasse gli autori degl’imbrattamenti trovati sulle porte e sui muri delle case, la mattina del 18 di maggio; e s’è anche accennata una lettera del tribunale suddetto al governatore, su quel fatto. In essa, dopo aver protestato che
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Molte cose sarebbon da dirsi e da considerarsi intorno alla testura di questo argomento; ma già che noi lo possiamo in brevi parole risolvere, non voglio per ora senza necessità diffondermi, e tanto più, quanto la risposta mi vien dal medesimo autore somministrata, mentre egli dice nell’animale da un sol principio esser prodotte diverse operazioni: onde io per ora gli rispondo, con un simil modo da un sol principio derivare nella Terra diversi movimenti. A questa risposta non si quieterà punto l’autore dell’instanza, anzi vien pur ella totalmente atterrata da quello che ei soggiugne immediatamente per maggiore stabilimento dell’impugnazion fatta, sì come voisentirete. Corrobora, dico, l’argomento con altra dignità, che è questa: che la natura non manca,  né  soprabbonda,  nelle  cose  necessarie.  Questo  è  manifesto  a  gli osservatori  delle  cose  naturali  e  principalmente  degli  animali,  ne’  quali, perché dovevano muoversi di molti movimenti, la natura ha fatte loro molte flessure,  e  quivi  acconciamente  ha  legate  le  parti  per  il  moto,  come  alle ginocchia, a i fianchi, per il camminar de gli animali e per coricarsi a lor piacimento; in oltre nell’uomo ha fabbricate molte flessioni e snodature al gomito ed alla mano, per poter esercitar molti moti. Da queste cose si cava
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica perché grandissima parte delle opinioni del popolo è falsa, ingannarlo positivamente, e riempiergli la testa d’errori e di fandonie, e conficcarci meglio quelle che ci sono, e confortarlo alle fanciullaggini, e accrescergli le superstizioni e gli spauracchi, e corroborargli l’ignoranza; o seguendo altre opinioni e costumi, fingere in maniera che il volgo abbia sì bene da tali finzioni quel diletto ch’è il fine della poesia, ma non le creda fuorché coll’immaginativa, e quindi senza nessun danno. Imperocché, tratta materia di poesia dalla religione e dalle opinioni e dai costumi presenti, di necessità deve accadere una di queste tre cose; o che il poeta non menta mai, e non sia più poeta; o che mentendo  inganni  gl’intelletti  del  volgo,  e  gli  noccia  veramente  ed empiamente, sopraccaricandolo di credenze vane e malvage, atteso ch’in materia di religione, secondo noi, qualunque credenza falsa è malvagia; o che gl’inganni solamente le immaginative, e da questo (conceduto che possa avvenire, che certo non avverrebbe se non di rarissimo, perché il volgo per lo più crederebbe da vero) discendo a quello ch’io voleva dire in secondo luogo, cioè che potendo il poeta ingannare le fantasie anche quando non s’attenga alle credenze e agli usi moderni, quello che s’è detto in proposito degl’intelligenti, dee valere anche per gl’idioti; sì che per questi parimente andrebbero scelte quelle finzioni che dilettassero meglio, più o meno che ingannassero, stante ch’il fine della poesia non è l’ingannare ma il dilettare: l’inganno pel poeta è un mezzo, capitalissimo certo, ma basta l’inganno dell’immaginazione, se no nessuno degl’intelligenti sarebbe dilettato dalla poesia, e quell’inganno che può stare col vero e proprio diletto poetico. Queste cose che ho dette del popolo, bisogna intenderle dirittamente, il che avverto perché quasi pare ch’io tenga contro i romantici che la poesia non debba esser popolare, quando e noi la vogliamo popolarissima, e i romantici la vorrebbero metafisica e ragionevole e dottissima e proporzionata al sapere dell’età nostra del quale il volgo partecipa poco o niente. Ma già ho notato due volte questa contraddizione dei romantici, e di contraddizioni la nuova filosofia ne ribocca; talmente che forse in progresso mi toccherà qualche altra volta di combattere due opinioni contrarie, l’una delle quali s’avvicini alla nostra, e se il lettore non ci guarderà molto per minuto, gli dovrà parere ch’io combatta me medesimo. Ora cerchiamo quello che ho detto, cioè quale delle due maniere sia più naturale nella poesia e più sodamente dilettevole tanto agl’intelligenti che agl’idioti, voglio dire o l’antica o la moderna. E l’esperienza e la conversazione scambievole e lo studio e mille altre cagioni che non occorre dire, ci hanno fatti col tempo tanto diversi da quei Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
per rispetto di questo non ne potranno più somministrare legittimamente. La seconda cagione del diletto recato dai romantici è la rozzezza e durezza di molti cuori e di molte fantasie che di rado e appena s’accorgono dei tasti delicatissimi della natura: ci vogliono urtoni e picchiate e spuntonate romantiche per iscuoterle e svegliarle: gente alla quale i diletti fini e purissimi sono come il rasoio alle selci: palati da sale e aceto, che par ch’abbiano fatto il callo ai cibi e liquori gentili. Questa durezza molti l’hanno da natura, molti dall’incivilimento, moltissimi da ambedue, corroborata potentemente o aiutata la disposizione ingenita, che forse avrebbe potuto cedere e illanguidire, dai costumi e dagli abiti e dalla snaturatezza cittadinesca. Nella fantasia di costoro fa molto più caso qualche lampada mezzo morta fra i colonnati d’un chieson gotico dipinta dal poeta, che non la luna su di un lago o in un bosco; più l’eco e il rimbombo di un appartamento vasto e solitario, che non il muggito de’ buoi per le valli; più qualche processione o spettacolo o festa o altra opera di città, che non messe o battitura o vendemmia o potagione o tagliatura di legne, o pastura di greggi o d’armenti, o cura d’api o di fratte o di fossi o di rivi o d’orti, o uccellagione o altra faccenda di agricoltori o di pastori o di cacciatori; più lo stile corrotto e cittadinesco e moderno, che non il semplice e primitivo. Non già che questi non sieno capaci di nessuna dolcezza naturale e fina, né che la natura di quando in quando non li solletichi e diletti senza ch’essi ci badino, ma nella poesia per un torpore d’immaginazione che a smuoverla ci bisognano gli argani, e che pena a strascinarsi lontano una spanna, vogliono oggetti presenti, che la fantasia non abbia da fare un passo per trovargli, e si contentano del piacere secco e grosso di quelle tali immagini, lasciando il sugoso e sostanzioso e squisito della natura e della poesia naturale. E oltreché l’imitazione dell’incivilimento e dell’arte a petto all’imitazione della natura è soprammodo grossolana per se medesima, e perciò meglio atta a fare impressione in quei cuori e in quelle immaginative, i romantici poi, cercando avidamente, e scegliendo con infinito amore le cose straordinarie e pellegrine, e le sterminatezze e gli eccessi anche dove imitano veramente la natura, menano a quelle fantasie manrovesci tali che la crosta ch’hanno dintorno, per dura che sia, non ci può reggere che non ne sbalzi via qualche pezzo, restandone scoperto il vivo, o più tosto, quantunque gli oggetti  sieno  lontani,  tuttavia  con  quelle  stranezze  a  marcia  forza  le spoltroniscono, e comeché sia ce le tirano: onde quelle immaginazioni che resistono eccellentemente ai sospiri d’un poeta tenero e infelice per una don-
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Sicilia; Coriolano, inimico alla fazione popolare, consigliò come egli era venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torle quella autorità che ella si aveva in pregiudicio della Nobilità presa; tenendola affamata, e non gli distribuendo il frumento: la quale sentenzia sendo venuta agli orecchi del Popolo, venne in tanta indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se gli Tribuni non lo avessero citato a comparire, a difendere la causa sua. Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra si è detto, quanto sia utile e necessario che le republiche con  le  leggi  loro,  diano  onde  sfogarsi  all’ira  che  concepe  la  universalità contro a uno cittadino: perché quando questi modi ordinari non vi siano, si ricorre agli straordinari; e sanza dubbio questi fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli. Perché,  se  ordinariamente  uno  cittadino  è  oppresso,  ancora  che  li fusse fatto torto, ne séguita o poco o nessuno disordine in la republica; perché la esecuzione si fa sanza forze private, e sanza forze forestieri, che sono quelle che rovinano il vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro particulari, né trascendono a cosa che rovini la republica. E quanto a corroborare questa opinione con gli esempli, voglio che degli antiqui mi basti questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri,  quanto  male  saria  risultato  alla  republica  romana,  se tumultuariamente ei fusse stato morto: perché ne nasceva offesa da privati a privati, la quale offesa genera paura; la paura cerca difesa; per la difesa si procacciano partigiani; da’ partigiani nascono le parti nelle cittadi, dalle parti  la  rovina  di  quelle.  Ma  sendosi  governata  la  cosa  mediante  chi  ne aveva autorità si vennero a tor via tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata. Noi avemo visto ne’ nostri tempi quale novità ha fatto alla republica di Firenze non potere la moltitudine sfogare l’animo suo ordinariamente contro a un suo cittadino, come accadde ne’ tempi che Francesco Valori era come principe della città; il quale sendo giudicato ambizioso da molti, e uomo che volesse con la sua audacia e animosità transcendere il vivere civile; e non essendo nella republica via a potergli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che, non avendo paura quello se non di modi straordinari, si cominciò a fare fautori che lo difendessono; dall’altra parte, quelli che lo oppugnavano non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove, quando per
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
non si era affaticato per altro che per acquistare onore, acciò che e’ suoi cittadini vedessino come non aveva speso el tempo in vano, voleva venire onorevole e accompagnato da cento cavalli di sua amici e servidori; e pregavalo fussi contento ordinare che da’ Firmani fussi ricevuto onoratamente; il che non solamente tornava onore a lui, ma a sé proprio, sendo suo allievo. Non mancò, pertanto, Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote, e fattolo ricevere da’ Firmani onoratamente, si alloggiò nelle case sua: dove, passato alcuno giorno, e atteso ad ordinare secretamente quello che alla sua futura scelleratezza era necessario, fece uno convito solennissimo, dove invitò Giovanni Fogliani e tutti li primi uomini di Fermo. E consumate che furono le vivande e tutti gli altri intrattenimenti che in simili conviti si usano, Liverotto, ad arte, mosse certi ragionamenti gravi, parlando della grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo, e delle imprese loro. A’ quali ragionamenti respondendo Giovanni e gli altri, lui a un tratto si rizzò, dicendo quelle essere cose da parlarne in loco più secreto; e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti gli altri cittadini gli andorono  drieto.  Né  prima  furono  posti  a  sedere,  che  de’  luoghi  secreti  di quella uscirono soldati, che ammazzorono Giovanni e tutti gli altri. Dopo il quale omicidio, montò Liverotto a cavallo, e corse la terra, e assediò nel palazzo el supremo magistrato; tanto che, per paura, furono costretti obedirlo, e fermare uno governo del quale si fece principe. E morti tutti quelli che, per essere mal contenti, lo potevono offendere, si corroborò con nuovi ordini civili e militari; in modo che, in spazio d’uno anno che tenne el principato, non solamente lui era sicuro nella città di Fermo, ma era diventato pauroso a tutti e’ sua vicini. E sarebbe suta la sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si fussi lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigaglia, come di sopra si disse, prese gli Orsini e  Vitelli; dove, preso ancora lui, in uno anno dopo el commisso parricidio, fu, insieme con Vitellozzo, il quale aveva avuto maestro delle virtù e scelleratezze sua, strangolato. Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle e alcuno simile, dopo infiniti tradimenti e crudeltà, possé vivere lungamente sicuro nella sua patria e defendersi dagli inimici esterni, e da’ suoi cittadini non gli fu mai cospirato contro; con ciò sia che molti altri, mediante la crudeltà non abbino, etiam ne’ tempi pacifici, possuto mantenere lo stato, non che ne’ tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo avvenga dalle crudeltà male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle (se del male è licito dire bene) che si fanno a uno tratto, per la necessità dello assicurarsi,
Il Principe di Niccolo Machiavelli
contennendo:  la  quale  è  una  di  quelle  infamie  dalle  quali  il  principe  si debbe guardare, come di sotto si dirà; perché da uno armato a uno disarmato non è proporzione alcuna; e non è ragionevole che chi è armato obedisca volentieri a chi è disarmato, e che il disarmato stia securo intra servitori armati; perché, sendo nell’uno sdegno, e nell’altro sospetto, non è possibile operino bene insieme. E però uno principe che della milizia non si intenda, oltre alle altre infelicità, come è detto, non può essere stimato da’ sua soldati né fidarsi di loro. Debbe, pertanto, mai levare el pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra: il che può fare in duo modi; l’uno con le opere, l’altro con la mente. E, quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati ed esercitati li suoi, debbe stare sempre in sulle cacce, e mediante quelle assuefare el corpo a’ disagi; e parte imparare la natura de’ siti, e conoscere come surgono e’ monti, come imboccano le valle, come iacciono e’ piani, ed intendere la natura de’ fiumi e de’ paduli; e in questo porre grandissima cura. La qual cognizione è utile in due modi: prima, si impara a conoscere el suo paese, e può meglio intendere le difese di esso: di poi, mediante la cognizione e pratica di quelli siti, con facilità comprendere ogni altro sito che di nuovo li sia necessario speculare. Perché li poggi, le valli, e’ piani, e’ fiumi, e’ paduli che sono, verbigrazia, in Toscana, hanno con quelli delle altre provincie certa similitudine; tal che, dalla cognizione del sito di una provincia, si può facilmente venire alla cognizione dell’altre. E quel principe che manca di questa perizia, manca della prima parte che vuole avere uno capitano; perché, questa, insegna trovare il nimico, pigliare gli alloggiamenti, condurre gli eserciti, ordinare le giornate, campeggiare le terre con tuo vantaggio. Filipomene, principe degli Achei, in tra le altre laude che dagli scrittori gli sono date, è che ne’ tempi della pace non pensava mai se non a’ modi della guerra e quando era in campagna con gli amici, spesso si fermava e ragionava con quelli: — Se li nimici fussino in su quel colle, e noi ci trovassimo qui col nostro esercito, chi di noi arebbe vantaggio? come si potrebbe ire, servando gli ordini, a trovarli? se noi volessimo ritirarci, come aremmo a fare? se loro si ritirassino, come aremmo a seguirli? — e proponeva  loro,  andando,  tutti  e’  casi  che  in  uno  esercito  possono  occorrere; intendeva la opinione loro, diceva la sua, corroboravala con le ragioni: tal che, per queste continue cogitazioni, non posseva mai, guidando gli eserci- 39 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Principe di Niccolo Machiavelli
Delle tirannidi antiche, paragonate colle moderne Le cagioni stesse hanno certamente in ogni tempo e luogo, con picciolissime differenze,  prodotto  gli  stessi  effetti.  Tutti  i  popoli  corrottissimi  hanno soggiaciuto ai tiranni, fra’ quali ve ne sono stati dei pessimi, dei cattivi, dei mezzani, e perfino anco dei buoni. Nei moderni tempi i Caligoli, i Neroni, i Dionigi, i Falaridi etc8, rarissimi sono: e se anche vi nascono, assumono costoro fra noi una tutt’altra maschera. Ma meno feroce d’assai è anche il popolo moderno: quindi la ferocia del tiranno sta sempre in proporzione di quella dei sudditi. Le nostre tirannidi, in oltre, differiscono dalle antiche moltissimo; ancorchè di queste e di quelle la milizia sia il nervo, la ragione, e la base. Nè so, che questa differenza ch’io sto per notare, sia stata da altri osservata. Quasi tutte le antiche tirannidi, e principalmente la romana imperiale, nacquero e si corroborarono per via della forza militare stabilita senza nessunissimo rispetto su la rovina totale d’ogni preventiva forza civile e legale. All’incontro le tirannidi moderne in Europa sono cresciute e si sono corroborate per via d’un potere, militare sì e violento, ma pure fatto, per così dir, scaturire da quell’apparente  o  reale  potere  civile  e  legale,  che  si  trovava  già  stabilito presso a quei popoli. Servirono a ciò di plausibil pretesto le ragioni di difesa d’uno stato contro all’altro; la conseguenza ne riuscì più sordamente tirannica che fra gli antichi; ma ella ne è pur troppo più funesta e durevole, perchè in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza. I Romani erano educati fra il sangue; i loro crudeli spettacoli, che a tempo di repubblica virtuosamente feroci li rendevano, al cessar d’esser liberi non li faceano cessare per ciò di essere sanguinarj. Nerone, Caligola, etc8, etc8, trucidavano la madre, la moglie, i fratelli, e chiunque a lor dispiacesse: ma Nerone, Caligola, e i simili a loro, morivano pur sempre di ferro. I nostri tiranni non uccidono mai apertamente i loro congiunti; rarissimamente versano senza necessità il sangue dei sudditi, e ciò non fanno se non sotto il manto della giustizia: ma anche i tiranni nostri se ne muojono in letto. Non negherò, che a raddolcire gli universali costumi non poco contribuisse la religione cristiana; benchè da Costantino fino a Carlo VI tanti tratti di stupida ignorante e non grandiosa ferocia si possono pur leggere nelle storie di tutti quei popoli intermediarj, che storia a dir vero non meritavano. Nondimeno attribuire si debbe in qualche parte il raddolcimento universale dei costumi, e una certa urbanità nella tirannide diversamente modificata, alla influenza della cristiana religione. Il tiranno, anch’egli ignorante per lo più Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
più inferociti per la loro perduta potenza effettiva, lo tiranneggiano quanto più sanno e possono con i flagelli stessi del tiranno, se egli lo permette; e se egli lo vieta, (il che di rado accadeva fino allo stabilimento della perpetua milizia) non lasciano pure di opprimere il popolo di furto con quanta prepotenza più possono. Ma, dallo stabilimento in poi dei perpetui eserciti in Europa, i tiranni vedendosi armati e effettivamente potenti, hanno incominciato a tenere in assai minor conto la nobiltà e a sottoporla anch’essa alla giustizia non meno che  il  popolo,  allor  quando  ad  essi  così  giova,  o  piace,  di  fare.  La  vista politica  del  tiranno  nel  volersi  mostrare  imparziale  pe’  nobili,  è  stata  di riguadagnarsi il popolo, e di riaddossare ai nobili l’odiosità degli antecedenti governi. Ed io mi fo a credere, che se il tiranno potesse amare una qualche classe dei sudditi suoi, ove fossero egualmente vili e obbedienti i nobili ed il popolo, egli pure inclinerebbe più per il popolo; ancorchè pur sempre sentisse, che a tenere il popolo a freno egli è, in un certo modo, necessarissimo il naturale argine della nobiltà, cioè, dei più ricchi ed illustri. E di questo semi–amore, o sia minore odio del tiranno pel popolo, ne assegnerei la seguente ragione. La nobiltà, per quanto sia ignorante e mal educata, pure, come alquanto meno oppressa e più agiata, ella ha il tempo ed i mezzi di riflettere alquanto più che il popolo; ella si avvicina molto più al tiranno; ella ne studia e ne conosce più l’indole, i vizj, e la nullità. Si aggiunga a questa ragione, il bisogno che il tiranno ancora pur crede di avere talvolta dei nobili; e da questo tutto si verrà facilmente ad intendere quell’innato odio contr’essi, che sta nel cuor del tiranno; il quale non può nè dee voler che si pensi; nè può, molto meno, aggradire chiunque lo spia e conosce. Nasce da questo intrinseco odio quella pompa di popolarità, che molti dei moderni tiranni europei van facendo; come anche le tante mortificazioni, che vanno compartendo ai lor nobili. Il popolo, soddisfatto di vedere abbassati i suoi signorotti, ne sopporta più volentieri il comune oppressore, e la  divisa  oppressione.  I  nobili  rodono  la  catena;  ma  troppo  corrotti, effemminati,  e  deboli  sono,  per  romperla.  Il  tiranno  se  ne  sta  fra’  due, distribuendo ad entrambi a vicenda, frammiste a molte battiture, alcune fallaci dolcezze; e così vie più sempre corrobora egli e perpetua la tirannide. Non distrugge egli i nobili, se non se a minuto i più antichi, per riprocrearne dei nuovi, non meno orgogliosi col popolo, ma più soggetti e arrendevoli a lui: e non li distrugge il tiranno, perchè li crede (ed il sono) essenzialissima parte della tirannide. Non li teme, perch’egli è armato: non gli stima, perchè Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
in pochi ricchissimi, in moltissimi agiati, ed in pochi pezzenti.  Tuttavia, questa divisione non può quasi mai nascere, o almeno sussistere, se non in una repubblica; in vece che la divisione in alcuni ricchissimi, e in moltissimi  pezzenti,  dee  nascere,  e  tutto  dì  si  vede  sussistere,  nelle  tirannidi,  le quali di una tale disproporzione si corroborano. Il secondo mezzo di rettificare il lusso, e diminuirne la maligna influenza sul dritto vivere civile, sarà di non permetterlo nelle cose private, e d’incoraggirlo e onorarlo nelle pubbliche. Di questi due mezzi le poche repubbliche d’Europa si vanno pur prevalendo, ma debolmente ed invano; come quelle che sono corrottissime anch’esse dal fastoso e pestifero vivere delle vicine tirannidi. E questi altresì sono i due mezzi, che i nostri tiranni non adoprano e non debbono adoprar mai  contro  al  lusso;  come  quelli  che  in  esso  ritrovano  uno  dei  più  fidi satelliti della tirannide. Un popolo misero e molle, che si sostenta col tessere drappi d’oro e di seta, onde si cuoprano poi i pochi ricchi orgogliosi; di necessità un tal popolo viene a stimar maggiormente coloro, che più consumandone, gli dan più guadagno. Così, viceversa, il popolo romano che solea ritrarre il suo vitto dalle terre conquistate coll’armi, e fra lui distribuite poi dal senato, sommamente stimava quel console o quel tribuno, per le di cui vittorie più larghi campi gli venivano compartiti. Essendo dunque dal privato lusso sovvertite in tal modo le opinioni tutte del vero e del retto; un popolo, che onora e stima maggiormente coloro, che con maggiore ostentazione di lusso lo insultano, e che effettivamente lo spogliano, benchè in apparenza lo pascano; un tal popolo, potrà egli avere idea, desiderio, diritto, e mezzi, di riassumere libertà? E que’ grandi, (cioè chiamati tali) che i loro averi a gara profondono, e spesso gli altrui, per vana pompa assai più, che per vero godimento; quei grandi, o sia ricchi, a cui tante superfluità si son fatte insipide, ma necessarie; que’ ricchi in somma, che a mensa, a veglia, a’ festini, ed a letto, traggono fra gli orrori della sazietà la loro effemminata, tediosa, ed inutile vita; que’ ricchi, potrann’eglino, più che la vilissima feccia del popolo, innalzarsi a  conoscere,  a  pregiare,  desiderare,  e  volere  la  libertà?  Costoro  primi  ne piangerebbero; e assumere non saprebbero esistenza nessuna, se non avessero un intero ed unico tiranno, che perpetuando il dolce loro ozio, alla lor dappocaggine comandasse. Inevitabile dunque, e necessario è il lusso nelle tirannidi. E crescono in esse tutti i vizj in proporzione del lusso, che è il principe loro; del lusso, che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
volli io lasciar chiedere per me quella che mi avrebbe pur forse voluto, e che sì per l’indole, che per ogni altra ragione mi sarebbe convenuta, e mi piaceva anche non poco. Ma ott’anni di più ch’io m’aveva, e tutta l’Europa quasi ch’io avea o bene o male veduta, e l’amor della gloria che m’era entrato addosso, e la passion dello studio, e la necessità di essere, o di farmi libero, per poter essere intrepido e veridico autore, tutti questi caldissimi sproni mi facean passar oltre, e gridavanmi ferocemente nel cuore, che nella tirannide basta bene ed è anche troppo il viverci solo, ma che mai, riflettendo, vi si può né si dee diventare marito né padre. Perciò passai l’Arno, e mi trovai tosto in Siena. E sempre ho benedetto quel punto in cui ci capitai, perché in codesta città combinai un crocchietto di sei o sette individui dotati di un senno, giudizio, gusto e cultura, da non credersi in così picciol paese. Fra questi  poi  primeggiava  di  gran  lunga  il  degnissimo  Francesco  Gori Gandellini, di cui più d’una volta mi è occorso di parlare in vari miei scritti, e la di cui dolce e cara memoria non mi uscirà mai dal cuore. Una certa somiglianza nei nostri caratteri, lo stesso pensare e sentire (tanto più raro e pregevole in lui che in me, attese le di lui circostanze tanto diverse dalle mie) ed un reciproco bisogno di sfogare il cuore ridondante delle passioni stesse, ci riunirono ben tosto in vera e calda amicizia. Questo santo legame della schietta amicizia era, ed è tuttavia, nel mio modo di pensare e di vivere un bisogno di prima necessità: ma la mia ritrosa e difficile e severa natura mi rende e renderà finch’io viva, poco atto ad inspirarla in altrui, e oltre modo  ritenuto  nel  porre  in  altri  la  mia.  Perciò  nel  corso  del  mio  vivere pochissimi amici avrò avuti; ma mi vanto di averli avuti tutti buoni e stimabili assai più di me. Né io mai altro ho cercato nell’amicizia se non se il reciproco sfogo delle umane debolezze, affinché il senno e amorevolezza dell’amico venisse attenuando in me e migliorando le non lodevoli e corroborando all’incontro e sublimando le poche lodevoli, e dalle quali l’uomo può trarre utile per altri ed onore per sé. Tale è la debolezza del volersi far autore. Ed in questa principalmente, i consigli generosi ed ardenti del Gandellini mi hanno certo prestato non piccolo soccorso ed impulso. Il desiderio vivissimo ch’io contrassi di meritarmi la stima di codesto raro uomo, mi diede subito una  quasi  nuova  elasticità  di  mente,  un’alacrità  d’intelletto,  che  non  mi lasciava trovarluogo né pace, s’io non procreava prima qualche opera che fosse o mi paresse degna di lui. Né mai io ho goduto dell’intero esercizio delle mie facoltà intellettuali e inventive, se non se quando il mio cuore si ritrovava ripieno e appagato, e l’animo mio per così dire appoggiato o sorOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
retto da un qualche altro ente gradito e stimabile. Che all’incontro quand’io mi vedeva senza un sì fatto appoggio quasi solo nel mondo, considerandomi come inutile a tutti e caro a nessuno, gli accessi di malinconia, di disinganno e disgusto d’ogni umana cosa, eran tali e sì spessi, ch’io passava allora dei giorni interi, e anco delle settimane senza né volere né potere toccar libro né penna. Per ottenere dunque e meritare la lode di un uomo così stimabile agli occhi miei quanto era il Gori, io mi posi in quell’estate a lavorare con un ardore assai maggiore di prima. Da lui ebbi il pensiero di porre in tragedia la  congiura  de’ Pazzi.  Il  fatto  m’era  affatto  ignoto,  ed  egli  mi  suggerì  di cercarlo nel Machiavelli, a preferenza di qualunque altro storico. Così, per una  strana  combinazione,  quel  divino  autore  che  dovea  poi  in  appresso farmisi una delle mie più care delizie, mi veniva per la seconda volta posto in mano da un altro veracissimo amico, simile in molte cose al già tanto o me caro D’Acunha, ma molto più erudito e colto di lui. Ed in fatti, benché il mio terreno non fosse preparato abbastanza per ricevere e fruttificare un tal  seme,  pure  in  quel  luglio  ne  lessi  di  molti  squarci  qua  e  là,  oltre  la narrazione del fatto della congiura. Quindi, non solo la tragedia ne ideai immediatamente, ma invasato di quel suo dire originalissimo e sugoso, di lì a pochi giorni mi sentii costretto a lasciare ogni altro studio, e come inspirato e sforzato a scrivere d’un sol fiato i due libri della Tirannide; quasi per l’appunto quali poi molti anni appresso gli stampai. Fu quello uno sfogo di un animo ridondante e piagato fin dall’infanzia dalle saette dell’abborrita e universale oppressine. Se in età più matura io avessi dovuto trattar di nuovo un tal tema, l’avrei forse trattato alquanto più dottamente, corroborando l’opinione mia colla storia. Ma nello stamparlo non ho però voluto, col gelo degli anni e la pedanteria del mio poco sapere, indebolire in quel libro la fiamma di gioventù e di nobile e giusto sdegno, che ad ogni pagina d’esso mi parve avvampare, senza scompagnarsi da un certo vero e incalzante raziocinio che mi vi par dominare. Che se poi vi ho scorti degli sbagli, o delle amplificazioni, come figli d’inesperienza e non mai di mal animo, ce li ho voluti lasciare. Nessun fine secondo, nessuna privata vendetta mi inspirò quello scritto. Forse ch’io avrò o male, o falsamente sentito, ovvero con troppa passione. Ma e quando mai la passione pel vero e pel retto fu troppa, allorché massimamente si tratta di immedesimarla in altrui? Non ho detto che quanto ho sentito, e forse meno che più. Ed in quella bollente età il giudicare e raziocinare non eran fors’altro che un puro e generoso sentire. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri