contumacia

[con-tu-mà-cia]
In sintesi
condizione dell'imputato latitante
← dal lat. contumacĭa(m), deriv. di contŭmax -ācis ‘contumace’.
1
DIR Condizione dell'imputato in una causa penale o della parte in una causa civile, che senza valido motivo si astiene dal presentarsi al dibattimento || Giudizio, processo in contumacia, svolto in assenza della parte contumace || Condanna in contumacia, pronunciata contro la parte contumace || Purgare la contumacia, annullare gli effetti della contumacia presentandosi all'udienza prima della conclusione del processo civile
2
MED Isolamento, segregazione di cose o persone infette o ritenute tali, per un determinato periodo di tempo: mettere, tenere in c.
3
ant. Ostinata disubbidienza || Ribellione, rivolta arrogante

Citazioni
di qualcheduno che non lo conoscesse, né di vista né per descrizione) è un recinto quadrilatero e quasi quadrato, fuori della città, a sinistra della porta detta orientale, distante dalle mura lo spazio della fossa, d’una strada di circonvallazione, e d’una gora che gira il recinto medesimo. I due lati maggiori son lunghi a un di presso cinquecento passi; gli altri due, forse quindici meno; tutti, dalla parte esterna, son divisi in piccole stanze d’un piano solo; di dentro gira intorno a tre di essi un portico continuo a volta, sostenuto da piccole e magre colonne. Le stanzine eran dugent’ottantotto, o giù di lì; a’ nostri giorni, una grande apertura fatta nel mezzo, e una piccola, in un canto della facciata del lato che costeggia la strada maestra, ne hanno portate via non so quante. Al tempo della nostra storia, non c’eran che due entrature; una nel mezzo del lato che guarda le mura della città, l’altra di rimpetto, nell’opposto. Nel centro dello spazio interno, c’era, e c’è tuttora, una piccola chiesa ottangolare. La prima destinazione di tutto l’edifizio, cominciato nell’anno 1489, co’ danari d’un lascito privato, continuato poi con quelli del pubblico e d’altri testatori e donatori, fu, come l’accenna il nome stesso, di ricoverarvi, all’occorrenza, gli ammalati di peste; la quale, già molto prima di quell’epoca, era solita, e lo fu per molto tempo dopo, a comparire quelle due, quattro, sei, otto volte per secolo, ora in questo, ora in quel paese d’Europa, prendendone talvolta una gran parte, o anche scorrendola tutta, per il lungo e per il largo. Nel momento di cui parliamo, il lazzeretto non serviva che per deposito delle mercanzie soggette a contumacia. Ora, per metterlo in libertà, non si stette al rigor delle leggi sanitarie, e fatte in fretta in fretta le purghe e gli esperimenti prescritti, si rilasciaron tutte le mercanzie a un tratto. Si fece stender della paglia in tutte le stanze, si fecero provvisioni di viveri, della qualità e nella quantità che si poté; e s’invitarono, con pubblico editto, tutti gli accattoni a ricoverarsi lì. Molti vi concorsero volontariamente; tutti quelli che giacevano infermi per le strade e per le piazze, ci vennero trasportati; in pochi giorni, ce ne fu, tra gli uni e gli altri, più di tre mila. Ma molti più furon quelli che restaron fuori. O che ognun di loro aspettasse di veder gli altri andarsene, e di rimanere in pochi a goder l’elemosine della città, o fosse quella natural ripugnanza alla clausura, o quella diffidenza de’ poveri per tutto ciò che vien loro proposto da chi possiede le ricchezze e il potere (diffidenza sempre proporzionata all’ignoranza comune di chi la sente e di chi l’ispira, al numero de’
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
né a niente si mossono. I cittadini chiamarono per Podestà uno che era Capitano. E cominciorono ad accusare gli amici di Giano; e furonne condannati alcuni, chi in lire Vc chi in lire M, e alcuni ne furono contumaci. Giano e suo legnaggio si partì del paese: i cittadini rimasono in gran discordia; chi il lodava, e chi il biasimava. Messer  Giovanni  di  Celona,  venuto  a  petizione  de’  Grandi,  volendo fornire ciò che promesso aveva, e aquistare ciò che gli era stato promesso, domandava la paga sua di cavalli 500 che seco avea menati. Fugli dinegata, essendoli  detto  non  avea  atteso  quello  avea  promesso.  Il  cavaliere  era  di grande  animo:  andossene  ad  Arezo  agli  adversari  de’  Fiorentini,  a’  quali disse: “Signori, io sono venuto in Toscana a petizione de’ Guelfi da Firenze: ecco le carte: i patti mi niegano; ond’io e’ miei compagni saremo con voi a dar loro morte come a nimici”. Onde gli Aretini, i Cortonesi, e gli Ubertini, li feron onore. I Fiorentini, sentendo questo, mandarono a papa Bonifazio, pregandolo che si inframmettesse in fare tra loro accordo. E cosí fece: che giudicò i Fiorentini li dessono fiorini XXm; i quali gliel dierono; e rifatti suoi amici, vedendo che gli Aretini si fidavano di lui, ordinorono con lui che, tornando ad Arezo, si mostrasse nostro nimico, e che li conducesse a tôrci Saminiato, che dicea appartenersi a lui per vigore d’Inperio, per lo quale era venuto e aveane mandato. Ma uno, il quale sapea il segreto, il palesò per leggiereza d’animo, e per mostrare sapea le cose segrete; e colui, a cui lo disse, lo fece assapere  a  messer  Ceffo  de’  Lanberti;  onde  gli  Aretini  lo  sentirono,  e  al cavaliere dierono licenzia con tutta la sua gente. Capitolo XVIII I signori che cacciorono Giano della Bella, furono Lippo del  Velluto, Banchino di Giovanni beccaio, Gheri Paganetti, Bartolo Orlandini, messer Andrea  da  Cerreto,  Lotto  del  Migliore  Guadagni,  e  Gherardo  Lupicini gonfaloniere  di  giustizia,  che  entrorono  a  dì  XV  di  febraio  1294. Cominciorono i cittadini accusare l’un l’altro, e a condannarli, e a metterli in esilio; per modo che gli amici di Giano erano impauriti, e stavano suggetti. I loro adversari gli soprastavano con molto rigoglio, infamando Giano e’ suoi seguaci di grande arroganza, dicendo che avea messo scandalo in Pistoia, e arse ville e condannati molti, quando vi fu rettore. Delle quali cose dovea avere corona, perché avea puniti gli sbanditi e’ malfattori, i quali si raunavano sanza temere le leggi. E il fare giustizia, diceano lo facea per tirannia. Molti
Cronica di Dino Compagni
suo  bel  luogo,  quando  andava  a  uccellare  co’  suoi  baroni.  Il  quale  fece pigliare e poseli di taglia fiorini IIIIm, o lo manderebbe preso in Puglia. Pur,  per  preghiere  di  suoi  amici,  lo  lasciò  per  fiorini  VIIIc.  E  per  simil modo ritrasse molti danari. Grandissimi mali feciono i Donati, i Rossi, i Tornaquinci, e i Bostichi: molta gente sforzarono e ruborono. E spezialmente i figliuoli di Corteccione Bostichi: i quali presono a guardare i beni d’uno loro amico, ricco popolano, chiamato Geri Rossoni, e ebbono da lui per la guardatura fiorini C; e poi furono pagati, eglino il rubarono. Di che dolendosene, il padre loro gli disse, che, delle sue possessioni, gli darebbe tante delle sue terre egli sarebbe soddisfatto; e vollegli dare uno podere avea a San Sepolcro, che valea più che non gli aveano tolto. E volendo il soprapiù che valea, in danari contanti, Geri li rispose: “Dunque vuoi tu ch’io ti dia danari, acciò che i figliuoli tuoi mi tolgano la terra? questo non voglio io fare, ché sarebbe mala menda”. E così rimase. Questi  Bustichi  feciono  moltissimi  mali,  e  continuaronli  molto. Collavano gli uomini in casa loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezo della città; e di mezo dì li metteano al tormento. E volgarmente si dicea per la terra: “Molte corti ci sono”; e anoverando i luoghi dove si dava tormento, si dicea: “A casa i Bostichi in Mercato”. Capitolo XXI Molti disonesti peccati si feciono: di femmine vergini; rubare i pupilli; e uomini impotenti, spogliati de’ loro beni; e cacciavanli della loro città. E molti ordini feciono, quelli che voleano, e quanto e come. Molti furono accusati, e convenia loro confessare aveano fatta congiura, che non l’aveano fatta, e erano condannati in fiorini M per uno. E chi non si difendea, era accusato, e per contumace era condannato nell’avere e nella persona: e chi ubidia, pagava; e dipoi, accusati di nuove colpe, eran cacciati di Firenze sanza nulla piatà. Molti tesori si nascosono in luoghi segreti: molte lingue si canbiorono in pochi giorni: molte villanie furono dette a’ priori vecchi a gran torto, pur da quelli che poco innanzi gli aveano magnificati; molto gli vituperavano per piacere agli adversari: e molti dispiaceri ebbono. E chi disse mal di loro mentirono: perché tutti furono disposti al bene comune e all’onore della republica;  ma  il  combattere  non  era  utile,  perché  i  loro  adversari  erano pieni  di  speranza,  Iddio  gli  favoreggiava,  il  Papa  gli  aiutava,  Iddio  gli
Cronica di Dino Compagni
fisse, del tutto immobili, e viensi a sfuggire una quarta difficoltà, la qual bisogna necessariamente ammettere quando la sfera stellata si faccia mobile; e questa è la disparità immensa tra i moti di esse stelle, delle quali altre verranno  a  muoversi  velocissimamente  in  cerchi  vastissimi,  altre lentissimamente in cerchi piccolissimi, secondo che queste e quelle si troveranno più o meno vicine a i poli; che pure ha dell’inconveniente, sì perché noi veggiamo quelle, del moto delle quali non si dubita, muoversi tutte in cerchi massimi, sì ancora perché pare con non buona determinazione fatto il constituir corpi, che s’abbiano a muover circolarmente, in distanze immense dal centro, e fargli poi muovere in cerchi piccolissimi. E non pure le grandezze de i cerchi ed in conseguenza le velocità de i moti di queste stelle saranno diversissimi da i cerchi e moti di quell’altre, ma le medesime stelle andranno variando suoi cerchi e sue velocità (e sarà il quinto inconveniente),  avvengaché  quelle  che  due  mil’anni  fa  erano  nell’equinoziale,  ed  in conseguenza descrivevano col moto cerchi massimi, trovandosene a i tempi nostri lontane per molti gradi, bisogna che siano fatte più tarde di moto e ridottesi a muoversi in minori cerchi; e non è lontano dal poter accader che venga tempo nel quale alcuna di loro, che per l’addietro si sia mossa sempre, si riduca, congiugnendosi col polo, a star ferma, e poi ancora, dopo la quiete di qualche tempo, torni a muoversi: dove che l’altre stelle, che si muovono sicuramente, tutte descrivono, come si è detto, il cerchio massimo dell’orbe loro, ed in quello immutabilmente si mantengono. Accresce l’inverisimile (e sia il sesto inconveniente), a chi più saldamente discorre, l’essere inescogitabile qual deva esser la solidità di quella vastissima sfera, nella cui profondità sieno così tenacemente saldate tante stelle, che senza punto variar sito tra loro, concordemente vengono con sì gran disparità di moti portate in volta: o se pure il cielo è fluido come assai più ragionevolmente convien credere, sì che ogni stella per se stessa per quello vadia vagando, qual legge regolerà i moti loro ed a che fine, per far che, rimirati dalla  Terra, appariscano come fatti da una sola sfera? A me pare che per conseguir ciò, sia tanto più agevole ed accomodata maniera il costituirle immobili  che  ‘l  farle  vaganti,  quanto  più  facilmente  si  tengono  a  segno molte pietre murate in una piazza, che le schiere de’ fanciulli che sopra vi corrono.  E  finalmente,  per  la  settima  instanza,  se  noi  attribuiamo  la conversion diurna al cielo altissimo, bisogna farla di tanta forza e virtù, che seco porti l’innumerabil moltitudine delle stelle fisse, corpi tutti vastissimi e maggiori assai della Terra, e di più tutte le sfere de i pianeti, ancorché e questi e quelle per lor natura si muovano in contrario, ed oltre a questo è forza concedere che anco l’elemento del fuoco e la maggior parte dell’aria siano parimente rapiti e che il solo piccol globo della Terra resti contumace 102 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � rotto che l’abbiano, l’aria lo possa loro restituire, mi pare alquanto duretto: e massime che son corpi solidi e gravi; e noi, come di sopra s’è detto, veggiamo i sassi e gli altri corpi gravi restar contumaci contro all’impeto dell’aria, e quando pure si lascino superare, non acquistano mai tanta velocità quanto il vento che gli conduce.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
da decidere, tra il Sole, la Terra e la sfera stellata, tre cose: cioè la quiete, che apparisce esser della Terra; il movimento annuo sotto il zodiaco, che apparisce esser del Sole; e il movimento diurno, che apparisce esser della sfera stellata, con participarlo a tutto il resto dell’universo, eccettuatone la Terra. Ed essendo vero che tutti gli orbi de’ pianeti, dico di Mercurio,  Venere, Marte, Giove e Saturno, si muovono intorno al Sole, come centro loro, di esso Sole par tanto più ragionevole che sia la quiete che della Terra, quanto di sfere mobili è più ragionevole che il centro stia fermo, che alcun altro luogo da esso centro remoto: alla Terra, dunque, la qual resta costituita in mezo a parti mobili, dico tra Venere e Marte, che l’una fa la sua revoluzione in nove mesi e l’altro in due anni, molto acconciamente si può attribuire il movimento d’un anno, lasciando la quiete al Sole. E quando ciò sia, segue per  necessaria  conseguenza  che  anco  il  moto  diurno  sia  della  Terra: imperocché se, stando fermo il Sole, la Terra non si rivolgesse in se stessa, ma solo avesse il movimento annuo intorno al Sole, il nostro anno non sarebbe altro che un giorno ed una notte, cioè sei mesi di giorno e sei mesi di notte, com’altra volta s’è detto. Vedete poi quanto acconciamente vien levato dall’universo il precipitosissimo moto delle 24 ore, e come le stelle fisse, che sono tanti Soli, conforme al nostro Sole godono una perpetua quiete. Vedete in oltre quanta agevolezza si trovi in questo primo abbozzamento, per render le ragioni di apparenze tanto grandi ne’ corpi celesti. Sagredo Io la scorgo benissimo; ma sì come voi da questa simplicità raccogliete gran probabilità per la verità di cotal sistema, altri forse per l’opposito ne potrebbe far contrarie deduzioni, dubitando, non senza ragione, come, essendo tal costituzione antichissima de’ Pittagorici e tanto bene accomodata all’apparenze, abbia poi nelprogresso di migliaia d’anni auto così pochi seguaci, e sia sin da Aristotile medesimo stata rifiutata, e doppo l’istesso Copernico vadia continuando nell’istessa fortuna. Se voi, signor Sagredo, vi foste alcuna volta abbattuto, sì com’io molte e molte volte incontrato mi sono, a sentir quali sorte di scempiezze bastano a render contumace ed impersuasibile il vulgo al prestar l’orecchio, non che l’assenso, a queste novità, credo che assai in voi si diminuirebbe la meraviglia del trovarsi così pochi seguaci di tale opinione; ma poca stima, per mio parere, si deve fare di cervelli a i quali, per confermargli e fissamente ritenergli nell’immobilità della Terra, concludentissima dimostrazione è il vedere come stamani non saranno a desinar in Costantinopoli né stasera a cena nel Giappone, e che son certi che la Terra, come gravissima, non può montar su sopra il Sole e poi a rompicollo calare a basso. Di questi tali, il numero de’ quali è infinito, non bisogna tener conto né registrar le loro
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io mi conosco inabile a potermi intromettere in una decisione tanto importante; e quanto al concetto mio, me ne starò neutrale, con isperanza però che sia per venir tempo che, illuminati da più alte contemplazioni che non sono questi nostri umani discorsi, ci debba essere svelata la mente, e tolta via quella caligine che ora ce la tiene offuscata. Ottimo e santo è il consiglio al quale si attiene il signor Simplicio, e degno d’esser da tutti ricevuto e seguito come quello che, derivando dalla somma sapienza e suprema autorità, solo può con sicurezza essere abbracciato. Ma per quanto è permesso di penetrare al discorso umano, contenendomi dentro a i termini delle conietture e delle ragioni probabili, dirò bene, un poco più resolutamente che non fa il signor Simplicio, non aver, tra quante sottigliezze io mai mi abbia sentite, incontrato mai cosa di maggior maraviglia al mio intelletto, né che più strettamente m’abbia allacciata la mente (trattone  le  pure  geometriche  ed  aritmetiche  dimostrazioni),  di  queste  due conietture, prese l’una dalle stazioni e retrogradazioni de i cinque pianeti, e l’altra da queste stravaganze de i movimenti delle macchie solari: e perché mi pare cheelleno tanto facilmente e lucidamente rendan la vera cagione di apparenze tanto stravaganti, mostrando come un solo semplice moto, mescolato con tanti altri pur semplici, ma tra di loro differenti, senza introdur difficultà alcuna, anzi con levar tutte quelle ch’accompagnano l’altra posizione [...] vo meco medesimo concludendo, necessariamente bisognare che quelli che restano contumaci contro a questa dottrina, o non abbian sentite o non abbiano intese queste tanto manifestamente concludenti ragioni. Io non gli attribuirò titolo né di concludenti né di non concludenti, attesoché, come altre volte ho detto, l’intenzion mia non è stata di risolver cosa veruna sopra  così  alta  quistione,  ma  solo  di  proporre  quelle  ragioni  naturali  ed astronomiche le quali per l’una e per l’altra posizione possono da me addursi, lasciando ad altri la determinazione: la quale non dovrà in ultimo esser ambigua, attesoché, convenendo una delle due costituzioni esser necessariamente vera e l’altra necessariamente falsa, impossibil cosa è che (stando però tra i termini delle dottrine umane) le ragioni addotte per la parte vera non si manifestino altrettanto concludenti, quanto le in contrario vane ed inefficaci. Sarà dunque tempo che sentiamo le opposizioni del libretto delle conclusioni o disquisizioni, che il signor Simplicio ha riportato. Ecco il libro; ed ecco il luogo dove l’autore prima brevemente descrive il sistema mondano conforme alla posizion del Copernico, dicendo: Terram igitur una cum Luna totoque hoc elementari mundo Copernicus, etc.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
che vi assembra un rivolgersi in se stesso, essere un non si muovere ed un conservarsi del tutto immutabile rispetto a tutto quelloche fuor di voi e del vaso resta immobile: perché, se in quella palla segnerete qualche nota, e considererete verso qual parte del muro della stanza dove sete, o della campagna o del cielo, ella riguarda, vedrete tal nota, nel rivolgimento del vaso e vostro, riguardar sempre verso quella medesima parte; ma paragonandola al vaso ed a voi stesso, che sete mobili, ben apparirà ella andar mutando direzione, e con movimento contrario al vostro e del vaso andar ricercando tutti i punti del giro di quello; talché con maggior verità si può dire che voi ed il vaso giriate intorno alla palla immobile, che ch’essa si volga drento al vaso.  In  tal  guisa  la  Terra,  sospesa  e  librata  nella  circonferenza  dell’orbe magno, e situata in tal modo che una delle sue note, qual sarebbe per esempio il suo polo boreale, riguardi verso una tale stella o altra parte del firmamento, verso la medesima si mantien sempre diretta, benché portata co ‘l moto annuo per la circonferenza di esso orbe magno. Questo solo è bastante  a  far  cessare  la  maraviglia  e  rimuovere  ogni  difficultà:  ma  che  dirà  il signor Simplicio se a questa non indigenza di causa cooperante aggiugneremo una mirabile virtù intrinseca del globo terrestre, di riguardar con sue determinate parti verso determinate parti del firmamento? Parlo della virtù magnetica, participata costantissimamente da qualsivoglia pezzo di calamita. E se ogni minima particella di tal pietra ha in sé tal virtù, chi vorrà dubitare, la medesima più altamente risedere in tutto questo globo terreno, abbondante di tal materia, e che forse egli stesso, quanto alla sua interna e primaria sustanza, altro non è che un’immensa mole di calamita? Simplicio Salviati Adunque  voi  sete  di  quelli  che  aderiscono  alla  magnetica  filosofia  di Guglielmo Gilberto? Sono per certo, e credo d’aver per compagni tutti quelli che attentamente avranno letto il suo libro e riscontrate le sue esperienze; né sarei fuor di speranza che quello che è intervenuto a me in questo caso, potesse accadere a voi ancora, tuttavolta che una curiosità simile alla mia ed un conoscere che infinite cose restano in natura incognite a gl’intelletti umani, con liberarvi dalla schiavitudine di questo o di quel particolare scrittore delle cose naturali, allentasse il freno al vostro discorso e rammorbidisse la contumacia e renitenza del vostro senso, sì che ei non negasse tal ora di dare orecchio a voci non più sentite. Ma (siami permesso d’usar questo termine) la pusillanimità de gl’ingegni comuni è giunta a segno, che non solamente alla cieca fanno dono, anzi tributo, del proprio assenso a tutto quello che trovano scritto da quelli autori che nella prima infanzia de’ loro studii gli furono accreditati da i lor precettori, ma recusano di ascoltare, non che di esamina-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Per far una leggiadra sua vendetta Amor fu solo autor di sì gran moto; Amor fu ch’a pugnar con tanta fretta trasse turbini e nembi, africo e noto. Ma dela stanca e misera barchetta fu sempr’egli il poppiero, egli il piloto; fece vela del vel, vento con l’ali, e fur l’arco timon, remi gli strali. Dala madre fuggendo iva il figliuolo quasi bandito e contumace intorno, perché, com’io dicea, vinto dal duolo, di fanciullesca stizza arse e di scorno. Né perché poscia il richiamasse, il volo fermar volse giamai né far ritorno e ‘n tal dispetto, in tant’orgoglio salse che di vezzo o pregar nulla gli calse. Per gli spazi sen gia del’aria molle scioccheggiando con l’Aure Amor volante e dettava talor rabbioso e folle tragiche rime a più d’un mesto amante; talor lungo un ruscello o sovra un colle piegava l’ali e raccogliea le piante e, dovunque ne giva, il superbetto rubava un core o trapassava un petto. - Non è questo lo stral possente e fiero ch’al rettor dele stelle il fianco offese? per cui più volte dal celeste impero l’aureo scettro deposto in terra scese? quel ch’al quinto del ciel nume guerriero spezzò, passò l’adamantino arnese? quel che punse in Tessaglia il biondo dio, superbo sprezzator del valor mio?
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto quarto XXXIV Dela bella rubella in voce amara l’orgoglio e ‘l fasto a raccontar mi prende e come seco in baldanzosa gara contumace beltà pugna e contende. Distinto alfine il suo desir dichiara e quanto brama ad esseguir m’accende. Vuol che di stral villano il cor le punga, e ch’a sposo infelice io la congiunga. Uom, che povero d’or, colmo di mali e da Natura e da Fortuna oppresso, sia, cadavere vivo infra i mortali, sich’abbia invidia ai morti, odio a sestesso e senza essempio di miserie eguali tutto voti Pandora il vaso in esso. Ch’a tal consorte, in tal prigion la stringa mi comanda, mi prega e mi lusinga. Scorgemi intanto al loco, ove m’addita la meraviglia dele cose belle, che, circondata intorno e custodita da vago stuol di leggiadrette ancelle, par, tra le spine sue, rosa fiorita, par la luna, anzi il sole infra le stelle. “Mira colà, quella è la rea (mi dice) dele bellezze mie competitrice.” Dal carro, che con morso aureo l’affrena, scioglie, ciò detto, le canute guide e d’un delfino insu l’arcuta schiena solca le vie de’ pesci e ‘l mar divide. Così di Cipro ala nativa arena torna, che lieta al suo ritorno arride; ed io rimango a contemplar soletto quel sovruman, sovradivino oggetto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto quinto CII Soffrir dunque poss’io che dale braccia rapita, oimé, mi sia tanta bellezza, per darla a tal, che con l’artiglio straccia e col dente ferisce e la disprezza? O crude fere, o maledetta caccia, o ricetti d’orrore e di fierezza, indegne di mirar luci sì pure, contumaci del sol, foreste oscure, possiate sempre le rabbiose strida e i furori sentir d’Euro baccante. Fiero fulmine i rami a voi recida, sfrondi il crin, sfiori i fior, spianti le piante. Rigorosa secure in voi divida dal’amato arboscel l’arbore amante, sicome voi spietatamente il mio dividete da me dolce desio. Sovra tutto il timor m’agghiaccia e coce dela triforme dea, ch’è donna anch’ella; e seben tanto incrudelì feroce nela misera sua già ninfa or stella, lascio il suo loco al ver, corre pur voce che non fu sempre al mio figliuol rubella, e, coprendo il piacer con la vergogna, sa goder e tacere quando bisogna. Ma siasi pur qual i mortali sciocchi la fanno apunto, e santa e casta ed alma; che fia, s’egli averrà, che ‘l sen le tocchi quello stral che di me portò la palma? Fiamma di questo cor, sol di quest’occhi, vita dela mia vita, alma del’alma, sappi ch’un raggio sol de’ tuoi sembianti può romper marmi e calcinar diamanti. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Altre ne vedi ancor quassù dal mondo salir ador ador macchiate e brutte, lequai non pur di quel licore immondo corrono a ber, ma vi s’immergon tutte; genti son quelle che da basso fondo son per fortuna ad alto grado addutte, dove ciascun divien sì smemorato che più non gli sovien del primo stato. O de’ terreni onor perfida usanza con cui l’oblio di subito si beve, onde con repentina empia mutanza viensi l’uomo a scordar di quanto deve, e non solo d’altrui la rimembranza in lui s’offusca e si smarrisce in breve, ma sì deltutto ogni memoria ha spenta che di sestesso pur non si rammenta. Il paese de’ sogni è questo a cui pervenuti noi siamo a mano a mano. Vedi ch’apunto ne’ sembianti sui simile al sogno ha non so che del vano, ch’apparisce e sparisce agli occhi altrui e visibile apena è di lontano. Qui, da Giove scacciato, il Sonno nero, contumace del ciel, fondò l’impero. Ma per poter varcar l’onda soave sarà buon ch’alcun legno or si prepari. Ed ecco allora in pargoletta nave strania ciurma apparir di marinari; Itatone e Tarassio il remo grave e Plutocle e Morfeo movean del pari; era il vecchio Fantasio il galeotto, al mestier del timone esperto e dotto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto ventesimo CDXXXIII Così cessar le leggi inique e sozze, del pazzo abuso s’annullaro i riti, furon le guerre e le discordie mozze, le contumaci donne ebber mariti, ottenne Austrasio le bramate nozze, passò Tigrina agl’imenei graditi, concepinne a suo tempo e partorio pargoletta bambina e fui quell’io. Nacqui, né fui però sì tosto nata che strano caso e portentoso avenne. Aquila bianca, d’oro incoronata, dal ciel battendo l’argentate penne, per le finestre dela stanza entrata dritto ala cuna, ov’io giacea, ne venne e mentr’io tra le fasce ancor vagia, mi ghermì con gli artigli e portò via. Io non so se fu Giove in forma tale ch’aver volse di me pietosa cura o del grand’avo mio l’ombra immortale, già difensor dele troiane mura, che la rapace augella imperiale per insegna portò nel’armatura. Opra più tosto fu d’un mago antico che dela stirpe mia fu sempre amico. Ella al vecchion dela Foresta Nera, così si nominava il negromante, l’aure trattando rapida e leggera, senza alcun mal depositommi avante. Vita mena costui dura ed austera là dela folta Ercinia infra le piante, e ‘n quelle solitudini silvestri gli sono i libri suoi muti maestri.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
do uficio de’ priori; e venne loro fatto, e trassesi fuori prima che ’l tempo usato. E ciò fatto, come furono all’uficio, sì ordinarono col capitano del popolo, e feciono formare una notificagione e inquisizione contro al detto Giano  de  la  Bella  e  altri  suoi  consorti  e  seguaci,  e  di  quegli  che  furono caporali a mettere fuoco nel palagio, opponendo com’egli aveano messa la terra a romore, e turbato il pacifico stato, e assalita la podestà contro agli ordini della giustizia; per la qual cosa il popolo minuto molto sì conturbò, e andavano a casa Giano della Bella, e proffereagli d’esser co·llui in arme a difenderlo, o combattere la terra. E il suo fratello trasse in Orto Sammichele uno gonfalone dell’arme del popolo; ma Giano ch’era uno savio uomo, se non ch’era alquanto presuntuoso, veggendosi tradito e ingannato da coloro medesimi  ch’erano  stati  co·llui  affare  il  popolo,  e  veggendo  che·lla  loro forza con quella de’ grandi era molto possente, e già raunati a casa i priori armati, non si volle mettere alla ventura della battaglia cittadinesca, e per non guastare la terra, e per tema di sua persona non volle ire dinanzi, ma cessossi,  e  partì  di  Firenze  a  dì  V  di  marzo,  isperando  che  ’l  popolo i·rimetterebbe ancora in istato; onde per la detta accusa, overo notificagione, fu per contumace condannato nella persona e isbandito, e in esilio morì in Francia (ch’avea a·ffare di là, ed era compagno de’ Pazzi), e tutti i suoi beni disfatti, e certi altri popolani accusati co·llui; onde di lui fu grande danno alla nostra cittade, e massimamente al popolo, però ch’egli era il più leale e diritto popolano e amatore del bene comune che uomo di Firenze, e quegli che  mettea  in  Comune  e  non  ne  traeva.  Era  presuntuoso  e  volea  le  sue vendette fare, e fecene alcuna contra gli Abati suoi vicini col braccio del Comune, e forse per gli detti peccati fu, per le sue medesime leggi fatte, a torto e sanza colpa da’ non giusti giudicato. E nota che questo è grande esemplo a que’ cittadini che sono a venire, di guardarsi di non volere essere signori di loro cittadini né troppo presuntuosi, ma istare contenti a la comune cittadinanza, che quegli medesimi che·ll’aveano aiutato a farlo grande per invidia il tradiranno e penseranno d’abattere; esse n’è veduta isperienza vera in Firenze per antico e per novello, che chiunque s’è fatto caporale di popolo o d’università è stato abattuto, però che·llo ’ngrato popolo mai non rende altri meriti. Di questa novitade ebbe grande turbazione e mutazione il popolo e la cittade di Firenze, e d’allora innanzi gli artefici e’ popolani minuti poco podere ebbono in Comune, ma rimase al governo de’ popolani grassi e possenti.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
decretali ch’egli fece comporre, molto cattolico e utile, e per papa Bonifazio si trovava molto esaltata la santa Chiesa e le sue ragioni; e ancora più, del collegio de’ cardinali v’avea di quegli ch’avea fatti papa Bonifazio, e ’l cardinale  da  Prato  intra  gli  altri  era  uno  di  quegli;  e  se  la  memoria  di  papa Bonifazio fosse dannata, conveniva che fossono disposti del cardinalato. Per la qual cosa, così la setta de’ cardinali ch’aveano tenuto col re di Francia in questo caso erano contro a·llui, come quegli della setta del nipote di papa Bonifazio. E stando la Chiesa in questa contumacia e perseguizione fatta per lo re, il papa non sapea che si fare, che male gli parea a rompere il suo saramento e promessa fatta al re, e peggio gli parea a corrompere e guastare la Chiesa di Roma. A la fine strignendosi di ciò a segreto consiglio col savio cardinale  da  Prato,  che  sapea  le  sue  segrete  promesse,  sì  gli  disse:  “Qui nonn-ha che uno rimedio, cioè che ti conviene dissimulare col re, e che tu gli dichi che, perché quello ch’egli domanda di papa Bonifazio sia forte caso a passare per la Chiesa, e parte del collegio de’ cardinali non vi s’accordino, conviene di necessità, e ancora più acconcio del suo intendimento, e più abbominazione de la memoria di papa Bonifazio, che le pruove degli articoli ch’egli gli oppone si facciano in concilio generale, e fia più autentico e fermo. E per non avere contasto, sì metterai dinanzi al collegio che per più grandi e utili cose, in bene e istato di santa Chiesa e de’ Cristiani che bisogni si faccia in concilio generale; e che in quello farai pienamente quello che domanda. E ’l detto concilio ordina e componi a la città di Vienna, per più comune luogo a’ Franceschi, e Inghilesi, e Tedeschi, e Italiani, e a quegli di Linguadoco; e a questo non ti potrà opporre né contradiare: e ciò faccendo, tu e la Chiesa sarai in tua libertà; e partendoti di qui e andando a Vienna, sì sarai fuori de le sue forze e di suo reame”. Al papa piacque molto il consiglio, e miselo a seguizione, e fece la risposta al re: onde il re si tenne forte gravato, ma non potendo il re a·cciò bene contradire, promettendogli il papa  che  bene  il  servirebbe,  e  faccendogli  molte  altre  grazie  e  richeste, acconsentìe, credendosi sì adoperare al concilio a Vienna, che gli verrebbe fatto il suo intendimento. E così si tornò a Parigi, e mandò Luis suo primo figliuolo in Navarra con grande compagnia di baroni e cavalieri, e fecelo a la città di Pampalona coronare del reame di Navarra; e ’l papa piuvicato di fare concilio, e diterminatolo d’ivi a tre anni a Vienna, con tutta la corte poco tempo appresso uscì del reame di Francia, e venne a Vignone in Proenza nelle terre del re Ruberto.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
CCXLIV Come i Perugini coll’aiuto de’ Toscani ebbono la città di Spuleto. Nel detto anno, a dì VIIII d’aprile, essendo la città di Spuleto assediata per gli Perugini e per lo duca di Spuleto che v’era per la Chiesa, per II anni e  più,  e  aveavi  intorno  XIIII  battifolli,  per  tale  modo  l’aveano  afflitta  e distretta di vittuaglia, che s’arenderono liberamente a la Chiesa e al Comune di Perugia sanza nullo patto, salve le persone; e i primi per patti che entrarono nella città, acciò che non si corresse né guastasse, furono i cavalieri ch’erano nella detta oste del Comune di Firenze e di quello di Siena, ch’erano CCL, i quali guarentirono la terra; poi v’entrarono i Perugini sanza nullo malificio fare; e riformarono la terra a·lloro signoria in parte guelfa, e sì come terra loro distrettuale, e come loro suditi. CCXLV Di certi ordini fatti in Firenze contra gli ornamenti delle donne, e di trarre di bando li sbanditi. Nel detto anno MCCCXXIIII, del mese d’aprile, albitri furono fatti in Firenze,  i  quali  feciono  molti  capitoli  e  forti  ordini  contra  i  disordinati ornamenti de le donne di Firenze. Feciono dicreto ch’ogni isbandito potesse uscire di bando pagando certa piccola cosa al Comune, e rimanendo in bando al suo nimico, salvo i rubelli, e quegli che furono condannati per la venuta ch’aveano fatta a le porte l’agosto dinanzi per essere ribanditi. Non fu  per  gli  più  lodato  il  dicreto,  però  che  la  città  non  era  in  bisogno  né iscadimento, ch’e’ bisognasse ribandire i malfattori. Ma fecesi per la promessa fatta loro nell’oste a Prato, come dinanzi si fece menzione. CCXLVI Come il papa scomunicò il vescovo d’Arezzo. Nel detto anno, dì XII d’aprile, papa Giovanni apo  Vignone in piuvico concestoro scomunicò e privò il vescovo d’Arezzo, ch’era di quegli della casa da Pietramala d’Arezzo, a condizione, se infra due mesi non avesse fatta ristituire la Città di Castello nel primo stato a parte di Chiesa e guelfa, e lasciata la signoria temporale d’Arezzo, e venuto personalmente in sua presenza fra tre mesi; la qual cosa non attenne, e rimase in contumacia della Chiesa. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
CCLXXXIII Come in Firenze ebbe mutazione per cagione de le sette. Nel detto anno, del mese di gennaio, essendo per setta accusato Bernardo Bordoni e altri suoi compagni a l’esecutore della giustizia ch’avessono fatta baratteria a l’oficio della condotta di soldati, i suoi compagni comparirono e scusarsi; ma il detto Bernardo essendo a Carmignano per ambasciadore del Comune, il detto esecutore volendolo condannare, e parte dell’uficio de’ priori il contastavano che l’aveano mandato in pruova a Carmignano, e Chele  Bordoni  suo  fratello  col  favore  e  famiglia  de’  priori  comparì  a  la condannagione, protestando a l’esecutore; zuffa e romore si cominciò tra la famiglia de’ priori e quella de l’esecutore, onde tutta la città quasi romì. A la fine l’esecutore il condannò in libbre MM, e che non avesse mai uficio; e  forse  non  sanza  giusta  cagione.  E  prese  il  detto  Chele  e  più  altri  loro seguaci, e condannogli grossamente, e mandogli a’ confini a torto, sanza altra ragione, con tutto ne fossono degni; non per questa cagione, ma per la loro soperchia arroganza, ch’erano i più prosuntuosi popolani di Firenze, e aveano guidata la terra assai tempo. Ma per abbattere loro e la loro setta, ch’erano chiamati Serraglini, fu loro fatto più che per giustizia. E per cagione di ciò uno che allora era de’ priori loro amico e vicino, che gli aveva favorati, uscito del priorato, fu condannato da l’esecutore per contumacia sotto inquisizione di baratteria in libbre MVc a torto e sanza ragione, in abassamento e disinore dell’uficio del priorato. E tutto fu per cagione de le sette,  però  che  ’l  detto  esecutore  favoreggiava  coloro  ch’erano  tornati  in istato in Comune. Per la qual cosa l’uficio del detto esecutore, ch’avea nome Pietro Landolfo da Roma, montò in tanta audacia e tracotanza, che l’uficio de’ priori avea per niente; e tanto crebbe, ch’avrebbe guasta la città a modo d’uno bargello; e già l’avea follemente cominciata, se non che poi raveduti i buoni popolani che guidavano la città che l’opera andava male, vi misono freno, e feciono dicreto che’ priori potessono privare dell’uficio, podestà, e capitano, e esecutore, che non si portassono bene; per la qual cosa il detto esecutore si ritenne del suo folle intendimento. Di ciò avemo fatta menzione non tanto per lo piccolo fatto de’ Bordoni, quanto per la mutazione che ne seguì, e per le sette di Firenze, e per assempro per l’avenire; però che per la cagione di questa novità al tutto fue atterrata quella setta de’ Serraglini, e non fu piccola mutazione tra’ popolani di Firenze.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
rocca di Fiesole, però che n’avea minacciati i Fiorentini, e avea grande volontà di riporre Fiesole per assediare meglio la città; e avrebbelo fatto, se’ signori Ubaldini l’avessono seguito, come aveano promesso. E ancora per paura di Castruccio i Fiorentini feciono afforzare la badia di Samminiato a Monte, e in ciascuno luogo misono gente e guernigione; e ancora per tema che gli sbanditi non facessono raunata né rubellazione dentro a la città o di fuori d’alcuno castello feciono ordine e dicreto che ciascuno potesse uscire di bando chente e per che misfatto si fosse, pagando al Comune certa piccola gabella, salvo quegli delle case escettati per Ghibellini o Bianchi rubelli. E feciono capitano di guerra messer Oddo da Perugia, ch’era venuto per lo suo Comune capitano, e messer Guasta da Radicofani a la guardia de la città. E così come gente ismarrita e sconfitta si sostentaro, intendendo solamente a la guardia della città, ogni onori abandonando. CCCXXI Come il conte Ugo da Battifolle ritolse certo contado a’ Fiorentini in Mugello. Nel detto anno, in calen di ottobre, essendo ancora i Fiorentini in tanto affanno  e  pericolo,  il  conte  Ugo  figliuolo  del  conte  Guido  da  Battifolle riprese per suoi cinque popoli e villate di sotto ad Ampinana in Mugello, i quali s’erano renduti più tempo addietro al Comune di Firenze, e succedeano al Comune di ragione per compera fatta quando s’ebbe Ampinana, secondo che si diceva. Onde il popolo di Firenze forte si tennero gravati dal conte Ugo, e maggiormente perch’era stato il padre e egli amico, e faccendo sì fatta novità veggendo i Fiorentini in tanta aversità: con tutto che il detto conte dicea ch’erano suoi per retaggio e di ragione, opponendo che la vendita che fece il conte Manfredi quando vendé Ampinana fu solamente per lasciare il castello di fatto a Fiorentini, e voleala commettere di ragione in giudice comune, ma per lo modo sconcio non s’acettò per gli Fiorentini. Ma ragione o non ragione ch’avesse il conte, fue condannato per l’esecutore degli ordinamenti de la giustizia, a l’uscita del mese di dicembre del detto m anno, in libbre XXX , a condizione se non avesse ristituiti i detti popoli ne lo stato primo infra X dì; la qual cosa perciò non fece, e rimase in bando e in contumace del Comune di Firenze, con tutto che fosse sostenuta sua parte in Firenze per suoi amici e parenti grandi e popolani. Ma poi a la venuta del duca in Firenze il conte Ugo il venne a servire in persona con XX cavalieri e CC pedoni per III mesi; per la qual cosa il duca il fece cancellare di bando, ma i più de’ Fiorentini ne furono crucciosi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
LXIX Di certe leggi che fece in Roma Lodovico di Baviera sì come imperadore. Negli  anni  di  Cristo  MCCCXXVIII,  a  dì  XIIII  del  mese  d’aprile, Lodovico di Baviera, il quale si facea chiamare imperadore e re de’ Romani, congregato parlamento nella piazza dinanzi a Santo Pietro in Roma, ove avea  grandi  pergami  in  su  i  gradi  de  la  detta  chiesa,  dove  stava  il  detto Lodovico parato come imperadore, acompagnato di molti cherici e parlati e religiosi romani, e altri di sua setta che l’aveano seguito, e di molti giudici e avogadi, in presenza del popolo di Roma fece pubblicare e confermò le ’nfrascritte nuove leggi per lui nuovamente fatte, la sustanzia in brieve de le quali è questa: che qualunque Cristiano fosse trovato in eresia contro a Dio e contra a la ’mperiale maestà, che secondo ch’è anticamente per le leggi, dovesse essere morto, così confermò che fosse; e di ciò potesse essere giudicato e sentenziato per ciascuno giudice competente, o fosse stato richesto o non richesto; incontanente trovato in quello peccato dell’eretica pravità o de la lesa maestà, fosse e dovesse essere morto, nonostante le leggi fatte per gli predecessori suoi, le quali negli altri casi rimanessono in loro fermezza. E questa legge volle s’intenda a le cose passate e a le presenti, e a quelle che fossono pendenti, e che debbono avenire. Ancora fece comandare che ciascuno notaio dovesse mettere in ciascuna carta ch’egli facesse, posti gli anni Domini,  e  indizione,  e  il  dì:  “Fatta  al  tempo  dell’eccellente  e  magnifico domino nostro Lodovico imperadore de’ Romani, anno suo etc.”, e che altrimenti non valesse la carta. Item, che ciascuno si guardasse di dare aiuto o consiglio ad alcuno ribello o contumace del sacro imperadore o del popolo di Roma, sotto la pena de’ suoi beni, e che piacesse a la sua corte. Queste leggi furono pensatamente fatte e ordinate per lo detto Bavero e per lo suo maculato consiglio a fine che sotto queste volle partorire lo suo iniquo e pravo intendimento contra papa Giovanni e la diritta Chiesa, come apresso faremo menzione. LXX Sì come il detto Lodovico diede sentenzia, e come potéo dispuose papa Giovanni XXII. Apresso, i·lunidì vegnente, a dì XVIII d’aprile del detto anno, il detto Lodovico per simile modo ch’avea fatto il giuovidì dinanzi fece parlamento, e congregare il popolo di Roma, cherici e laici, ne la piazza di San Piero, e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
suo subietto potesse, volendo, appellare a Roma. Le quali cose furono tutte da Elrico accettate; e sottomessesi a quello iudizio un tanto re, che oggi uno uomo privato si vergognerebbe a sottomettervisi. Nondimeno, mentre che il Papa aveva tanta autorità ne’ principi longinqui, non poteva farsi ubbidire dai Romani; dai quali non potette impetrare di potere stare in Roma, ancora  che  promettesse  d’altro  che  dello  ecclesiastico  non  si  travagliare: tanto le cose che paiono sono più di scosto che da presso temute. Era tornato, in questo tempo Federigo in Italia, e mentre che si preparava a fare nuova guerra al Papa, tutti i suoi prelati e baroni gli feciono intendere che lo abbandonerebbono, se non si riconciliava con la Chiesa, di modo che fu constretto andare ad adorarlo a Vinegia, dove si pacificarono insieme; e nello accordo il Papa privò lo Imperadore d’ogni autorità che gli avesse sopra Roma, e nominò Guglielmo re di Sicilia e di Puglia per suo confederato. E Federigo, non potendo stare senza fare guerra, ne andò alla impresa di Asia, per sfogare la sua ambizione contro a Maumetto, la quale contro a’ vicari di Cristo sfogare non aveva potuto. Ma arrivato sopra il fiume..., allettato dalla chiarezza delle acque, vi si lavò dentro, per il quale disordine morì. E così l’acque fecero più favore a’ Maumettisti, che le scomuniche a’ Cristiani, perché queste frenorono l’orgoglio suo, e quelle lo spensono. Capitolo XX Morto  Federigo,  restava  solo  al  Papa  a  domare  la  contumacia  de’ Romani;  e  dopo  molte  dispute  fatte  sopra  la  creazione  de’  consoli, convennono che i Romani secondo il costume loro gli eleggessero; ma non potessero pigliare il magistrato, se prima non giuravano di mantenere la fede alla Chiesa. Il quale accordo fece che Giovanni antipapa se ne fuggì in Monte  Albano,  dove,  poco  di  poi,  si  morì.  Era  morto  in  questi  tempi, Guglielmo re di Napoli, e il Papa disegnava di occupare quel regno, per non avere lasciati quel re altri figliuoli che Tancredi, suo figliuolo naturale; ma i baroni non consentirono al Papa, ma vollono che Tancredi fusse re. Era papa, allora, Celestino III, il quale, desideroso di trarre quel regno dalle mani  di  Tancredi,  operò  che  Elrico  figliuolo  di  Federigo  fusse  fatto imperadore, e gli promisse il regno di Napoli, con questo, che restituisse alla  Chiesa  le  terre  che  a  quella  appartenevano.  E  per  facilitare  la  cosa, trasse di munistero Gostanza, già vecchia, figliuola di Guglielmo, e gliene dette per moglie. E così passò il regno di Napoli da’ Normandi, che ne
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
il re Carlo vicario imperiale di Toscana. Mantenendo adunque i Fiorentini, per virtù  di  questo  nuovo  governo,  dentro  con  le  leggi  e  fuora  con  le  armi,  la reputazione loro, morì il Pontefice; e dopo una lunga disputa, passati duoi anni, fu eletto papa Gregorio X. Il quale, per essere stato lungo tempo in Soria, ed esservi ancora nel tempo della sua elezione, e discosto da gli umori delle parti, non stimava quelle nel modo che dagli suoi antecessori erano state stimate. E per ciò, sendo venuto in Firenze per andare in Francia, stimò che fusse ufficio di uno ottimo pastore riunire la città; e operò tanto che i Fiorentini furono contenti ricevere i sindachi de’ Ghibellini in Firenze per praticare il modo del ritorno loro; e benché lo accordo si concludesse, furono in modo i Ghibellini spaventati, che non vollono tornare. Di che il Papa dette la colpa alla città, e, sdegnato, scomunicò quella; nella quale contumacia stette quanto visse il Pontefice; ma dopo la sua morte fu da papa Innocenzio V ribenedetta. Era venuto il pontificato in Niccolò III, nato di casa Orsina; e perché i pontefici temevano sempre colui la cui potenzia era diventata grande in Italia, ancora che la fussi con i favori della Chiesa cresciuta, e perché ei cercavano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e le spesse variazioni che in quella seguivono; perché la paura di uno potente faceva crescere uno debile; e cresciuto ch’egli era, temere, e temuto, cercare di abbassarlo: questo fece trarre il Regno di mano a Manfredi e concederlo a Carlo; questo fece di poi avere paura di lui, e cercare la rovina sua. Niccolao III per tanto, mosso da queste cagioni, operò tanto che a Carlo, per mezzo dello Imperadore, fu tolto il governo di Toscana, e in quella provincia mandò, sotto nome dello Imperio, messer Latino suo legato. Capitolo XI Era Firenze allora in assai mala condizione, perché la nobilità guelfa era diventata insolente e non temeva i magistrati; in modo che ciascuno dì si facevano assai omicidii e altre violenze, sanza essere puniti quegli che le commettevano, sendo da questo e quell’altro nobile favoriti. Pensorono per tanto i capi del popolo, per frenare questa insolenzia, che fusse bene rimettere i fuori usciti; il che dette occasione al Legato di riunire la città; e i Ghibellini tornorono. E in luogo de’ dodici governatori ne feciono quattordici,  d’ogni  parte  sette,  che  governassero  uno  anno  e  avessero  ad  essere eletti dal papa. Stette Firenze in questo governo duoi anni, infino che venne al pontificato papa Martino, di nazione franzese, il quale restituì al re Carlo tutta quella autorità che da Niccola gli era stata tolta; talché subito
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
deravano: tale che molti reputati cittadini lo odiavano; e vedevasi crescere in modo questo odio, che la parte de’ Neri veniva in aperta divisione, perché  messer  Corso  delle  forze  e  autorità  private  si  valeva,  e  gli  avversarii dello  stato;  ma  tanta  era  l’autorità  che  la  persona  sua  seco  portava,  che ciascuno lo temeva. Pure nondimeno per torgli il favore popolare, il quale per questa via si può facilmente spegnere, disseminorono che voleva occupare la tirannide: il che era a persuadere facile, perché il suo modo di vivere ogni civile misura trapassava. La quale opinione assai crebbe poi che gli ebbe tolta per moglie una figliuola di Uguccione della Faggiuola, capo di parte ghibellina e bianca e in Toscana potentissimo. Capitolo XXIII Questo parentado, come venne a notizia, dette animo ai suoi avversarii; e presono contro a di lui le armi; e il popolo, per le medesime cagioni, non lo  difese;  anzi  la  maggior  parte  di  quello  con  gli  nimici  suoi  convenne. Erano capi de suoi avversarii messer Rosso della Tosa, messer Pazzino de’ Pazzi messer Geri Spini e messer Berto Brunelleschi. Costoro, con i loro seguaci  e  la  maggior  parte  del  popolo,  si  raccozzorono  armati  a  piè  del palagio de’ Signori, per l’ordine de’ quali si dette una accusa a messer Piero Branca capitano del popolo contro a messer Corso, come uomo che si volesse con lo aiuto di Uguccione fare tiranno: dopo la quale fu citato, e di poi, per contumace, giudicato ribello: né fu più dalla accusa alla sentenzia che uno spazio di due ore. Dato questo giudizio, i Signori, con le Compagnie del popolo sotto le loro insegne, andorono a trovarlo. Messer Corso dall’altra parte, non per vedersi da molti de’ suoi abbandonato, non per la sentenzia data, non per la autorità de’  Signori né per la moltitudine de’ nimici sbigottito, si fece forte nelle sue case, sperando potere difendersi in quelle tanto che Uguccione, per il quale aveva mandato, a soccorrerlo venisse. Erano le sue case e le vie intorno a quelle state sbarrate da lui, e di poi di uomini suoi partigiani affortificate; i quali in modo le difendevano, che il popolo, ancora che fusse gran numero, non poteva vincerle. La zuffa per tanto fu grande, con morte e ferite d’ogni parte; e vedendo il popolo di non potere  dai  luoghi  aperti  superarlo,  occupò  le  case  che  erano  alle  sue propinque; e quelle rotte, per luoghi inaspettati gli entrò in casa. Messer Corso per tanto veggendosi circundato da’ nimici, né confidando più negli aiuti di Uguccione, deliberò, poi che gli era disperato della vittoria, vedere
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli