confutare

[con-fu-tà-re]
In sintesi
dimostrare la falsità di un argomento; contestare oppugnare
← dal lat. confutāre, affine a refutāre ‘respingere’.
v.tr.

(cònfuto, raro confùto) Ribattere un'affermazione per dimostrarla erronea o infondata: c. una tesi; c. con l'evidenza dei fatti; pochissime parole bastano a confutar tutta quest'opera (Galilei) || DIR Contraddire in giudizio le affermazioni della parte avversa

Citazioni
Se noi non vogliamo che ci intervenga come ieri, ritornisi, di grazia, nella materia, ed il signor Simplicio cominci a produr quelle difficultà che gli paiono contrarianti a questa nuova disposizione del mondo. La disposizione non è nuova, anzi antichissima, e che ciò sia vero, Aristotile la confuta, e le sue confutazioni son queste. “Prima, se la Terra si movesse o in  se  stessa,  stando  nel  centro,  o  in  cerchio,  essendo  fuor  del  centro,  è necessario che violentemente ella si movesse di tal moto, imperò che e’ non è suo naturale; ché s’e’ fusse suo, l’avrebbe ancora ogni sua particella; ma ognuna di loro si muove per linea retta al centro: essendodunque violento e preternaturale, non potrebbe essere sempiterno: ma l’ordine del mondo è sempiterno: adunque etc. Secondariamente, tutti gli altri mobili di moto circolare par che restino indietro e si muovano di più di un moto, trattone però il primo mobile: per lo che sarebbe necessario che la Terra ancora si movesse di due moti; e quando ciò fosse, bisognerebbe di necessità che si facessero mutazioni nelle stelle fisse: il che non si vede, anzi senza variazione alcuna le medesime stelle nascono sempre da i medesimi luoghi, e ne i medesimi tramontano. Terzo, il moto delle parti e del tutto è naturalmente al  centro  dell’universo,  e  per  questo  ancora  in  esso  si  sta.  Muove  poi  la dubitazione se il moto delle parti è per andare naturalmente al centro dell’universo, o pure al centro della Terra; e conclude, esser suo instinto proprio di andare al centro dell’universo, e per accidente al centro della Terra del qual dubbio si discorse ieri a lungo. Conferma finalmente l’istesso col quarto argomento preso dall’esperienza de’ gravi, li quali, cadendo da alto a basso,  vengono  a  perpendicolo  sopra  la  superficie  della  Terra;  e medesimamente i proietti tirati a perpendicolo in alto, a perpendicolo per le  medesime  linee  ritornano  a  basso,  quando  bene  fussero  stati  tirati  in immensa altezza: argomenti necessariamente concludenti, il moto loro esser  al  centro  della  Terra,  che  senza  punto  muoversi  gli  aspetta  e  riceve. Accenna  poi  in  ultimo,  esser  da  gli  astronomi  prodotte  altre  ragioni  in confermazione  dell’istesse conclusioni,  dico  dell’esser la  Terra  nel  centro dell’universo ed immobile; ed una sola ne produce, che è il risponder tutte le apparenze, che si veggono ne’ movimenti delle stelle, alla posizione di
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
E‘  pur  bene  che  noi  sentiamo  le  risposte  del  signor  Salviati:  le  quali  se saranno vere, è forza che sieno ancora più belle e infinitamente più belle, e che quelle sien brutte, anzi bruttissime, se è vera la proposizion metafisicale che  ‘l  vero  e  ‘l  bello  sono  una  cosa  medesima,  come  ancora  il  falso  e  ‘l brutto. Però, signor Salviati, non perdiamo più tempo. Fu, se ben mi ricorda, il primo argomento prodotto dal signor Simplicio questo:  La  Terra  non  si  può  muover  circolarmente,  perché  tal  moto  gli sarebbe violento, e però non perpetuo: dell’esser poi violento la ragione era, perché quando fosse naturale, le parti sue ancora si moverebbero naturalmente in giro, il che è impossibile, perché naturale delle parti è il muoversi di moto retto all’ingiù. Qui rispondo che averei auto caro che Aristotile si fosse  meglio  dichiarato,  quando  disse:  “Le  parti  ancora  si  moverebber circolarmente”, imperocché questo muoversi circolarmente può intendersi in due modi: uno è, che ogni particella separata dal suo tutto si movesse circolarmente  intorno  al  suo  proprio  centro,  descrivendo  i  suoi  piccoli cerchiettini; l’altro è, che movendosi tutto ‘l globo intorno al suo centro in ventiquattr’ore,  le  parti  ancora  girassero  intorno  al  medesimo  centro  in ventiquattr’ore. Il primo sarebbe una impertinenza non minore che se altri dicesse che di una circonferenza di cerchio ogni parte bisogna che sia un cerchio, o vero perché la Terra è sferica, ogni parte di Terra bisogna che sia una palla, perché così richiede l’assioma eadem est ratio totius et partium. Ma s’egli intese nell’altro, cioè che le parti, a imitazion del tutto si moverebbero naturalmente intorno al centro di tutto il globo in ventiquattr’ore, io dico che lo fanno; ed a voi, in vece d’Aristotile, toccherà a provar che no. Questo è provato da Aristotile nel medesimo luogo, mentre dice che naturale delle parti è il moto retto al centro dell’universo, onde il circolare non gli può naturalmente competere. Ma non vedete voi che nelle medesime parole vi è anco la confutazione di questa risposta? In che modo? e dove? Non dic’egli che ‘l moto circolare alla Terra sarebbe violento? e però non eterno? e che questo è assurdo, perché l’ordine del mondo è eterno? Dicelo. Ma se quello che è violento non può esser eterno, pel converso quello che non può esser eterno non potrà esser naturale: ma il moto della Terra all’ingiù non può essere altramente eterno: adunque meno può esser naturale, né gli potrà esser naturale moto alcuno che non gli sia anco eterno. Ma se noi faremo la Terra mobile di moto circolare, questo potrà esser eterno ad essa ed alle parti, e però naturale. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
eterna,  tuttavia,  per  non  essere  il  moto  retto  di  sua  natura  eterno,  ma terminatissimo, non può naturalmente competere alla Terra, anzi, come pure ieri si disse, Aristotile medesimo è costretto a far il globo della Terra eternamente stabile. Quando poi voi dite che le parti della Terra sempre si moveranno all’ingiù rimossi gli impedimenti, equivocate gagliardamente, perché  all’incontro  bisogna  impedirle,  contrariarle  e  violentarle,  se  voi volete ch’elle si muovano; perché, cadute ch’elle sono una volta, bisogna con violenza rigettarle in alto, acciò tornino a cader la seconda: e quanto a gli impedimenti, questi gli tolgono solamente l’arrivare al centro; ché quando ci fosse un pozzo che passasse oltre al centro, non però una zolla diterra si moverebbe oltre a quello, se non in quanto traportata dall’impeto  lo  trapassasse,  per  ritornarvi  poi  e  finalmente  fermarvisi.  Quanto dunque al poter sostenere che il movimento per linea retta convenga o possa  convenir  naturalmente  né  alla  Terra  né  ad  altro  mobile,  mentre l’universo resti nel suo ordine perfetto, toglietevene pur giù del tutto, e fate pur forza (se voi non le volete concedere il moto circolare) di mantenerle e difenderle l’immobilità. Simplicio Quanto all’immobilità, gli argomenti di Aristotile, e più gli altri prodotti da voi, mi par che la concludano necessariamente sin ora, e gran cose ci vorranno, per mio giudizio, a confutargli. Venghiamo dunque al secondo argomento: che era che quei corpi de i quali noi siam sicuri che circolarmente si muovono, hanno più d’un moto, trattone  il  primo  mobile;  e  però  quando  la  Terra  si  movesse  circolarmente, dovrebbe muoversi di due moti, dal che ne seguirebbe mutazione circa gli orti e gli occasi delle stelle fisse; il che non si vede seguire; adunque etc. La risposta semplicissima e propriissima a questa instanza è nell’argomento stesso, ed Aristotile medesimo ce la mette in bocca, e non può essere che voi, signor Simplicio, non l’abbiate veduta. Né l’ho veduta, né ancor la veggo. Non può essere, perché ella vi è troppo chiara. Io voglio, con vostra licenza, dare un’occhiata al testo. Faremo portare il testo adesso adesso. Io lo porto sempre in tasca. Eccolo qui; e so per appunto il luogo, che è nel secondo  del  Cielo,  al  cap.  14.  Eccolo:  testo  97:  Praeterea,  omnia  quae feruntur  latione  circulari,  subdeficere  videntur,  ac  moveri  pluribus  una latione, praeter primam sphaeram; quare et  Terram necessarium est, sive circa  medium  sive  in  medio  posita  feratur,  duabus  moveri  lationibus:  si
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Rimossa l’azione del mezo, non veggo che si possa ricorrere ad altro che alla facultà impressa dal movente. Sarà bene, per levare il più che sia possibile le cause dell’andarsene in infinito con le altercazioni, che voi quanto si può distintamente spianiate qual sia l’operazione del mezo nel continuar il moto al proietto. Il proiciente ha il sasso in mano; muove con velocità e forza il braccio, al cui moto si muove non più il sasso che l’aria circonvicina, onde il sasso, nell’esser abbandonato dalla mano, si trova nell’aria che già si muove con impeto, e da quella vien portato: che se l’aria non operasse, il sasso cadrebbe dalla mano al piede del proiciente. E voi sete stato tanto credulo che vi sete lasciato persuader queste vanità, mentre in voi stesso avevi i sensi da confutarle e da intenderne il vero? Però ditemi: quella gran pietra e quella palla d’artiglieria che, posata solamente sopra una tavola, restava immobile contro a qualsivoglia impetuoso vento, secondo che voi poco fa affermaste, se fusse stata una palla di sughero o altrettanta bambagia, credete che il vento l’avesse mossa di luogo? Anzi so certo che l’averebbe portata via, e tanto più velocemente, quanto la materia fusse stata più leggiera; ché per questo veggiamo noi le nugole esser portate con velocità pari a quella del vento stesso che le spigne. E ‘l vento che cosa è? Il vento si definisce, non esser altro che aria mossa. Adunque l’aria mossa molto più velocemente e ‘n maggior distanza traporta le materie leggierissime che le gravissime? Sicuramente. Ma quando voi aveste a scagliar col braccio un sasso, e poi un fiocco di bambagia, chi si moverebbe con più velocità e in maggior lontananza? La pietra assaissimo; anzi la bambagia mi cascherebbe a i piedi. Ma se quel che muove il proietto, doppo l’esser lasciato dalla mano, non è altro che l’aria mossa dal braccio e l’aria mossa più facilmente spigne le materie leggiere che le gravi, come dunque il proietto di bambagia non va più lontano e più veloce di quel di pietra? bisogna pure che nella pietra resti qualche cosa, oltre al moto dell’aria. Di più, se da quella trave pendessero due spaghi lunghi egualmente, e in capo dell’uno fusse attaccata una palla di  piombo,  e  una  di  bambagia  nell’altro,  ed  amendue  si  allontanassero egualmente dal perpendicolo, e poi si lasciassero in libertà, non è dubbio che l’una e l’altra si moverebbe verso ‘l perpendicolo, e che spinta dal proOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Ora, che tale stoltissimo pensiero (dico di credere che quelli che ammettono il moto della Terra, l’abbiano prima creduta stabile dalla sua creazione sino al tempo di Pitagora, e solo fattola poi mobile dopo che Pitagora la stimò tale) trovi luogo nelle menti de gli uomini vulgari e di senso leggiero, io non me ne maraviglio; ma che gli Aristoteli e i Tolomei siano essi ancora incorsi in questa puerizia, mi par veramente assai più strana ed inescusabil semplicità. Sagredo Adunque, signor Salviati, voi credete che  Tolomeo pensasse di dover, disputando, mantener la stabilità della Terra contro a uomini li quali, concedendo quella essere stata immobile sino al tempo di Pitagora, allora solamente affermassero essersi ella fatta mobile, quando esso Pitagora le attribuì il moto? Non si può credere altrimenti, se noi ben consideriamo la maniera ch’e’ tiene  in  confutare  il  detto  loro:  la  confutazione  del  quale  consiste  nella demolizion delle fabbriche, e nello scagliamento delle pietre, de gli animali e de gli uomini stessi verso il cielo; e perché tal rovina e sbalestramento non si può fare di edifizii e di animali che prima non sieno in Terra, né in Terra possono collocarsi uomini e fabbricarsi edifizii se non quando ella stesse ferma, di qui dunque è manifesto che Tolomeo procede contro a quelli che avendo per alcun tempo conceduto la quiete alla Terra, cioè allora che gli animali, le pietre e i muratori potetter dimorarvi, e fabbricar i palazzi e le città, la fanno poi precipitosamente mobile, alla rovina e distruzione delle fabbriche e de gli animali, etc. Ché quando egli avesse preso assunto di disputar contro a chi avesse attribuito alla Terra tal vertigine dalla sua prima creazione, l’avrebbe confutata co ‘l dire che se la Terra si fusse sempre mossa, mai non si sarebbe potuto costituir in essa né fiere né uomini né pietre, e molto meno fabbricare edifizii e fondar città, etc. Non resto ben capace di questa Aristotelica e Tolemaica sconvenevolezza. Tolomeo o arguisce contro a quelli che hanno stimata la Terra mobile sempre, o contro a chi ha stimato che ella sia stata per alcun tempo ferma e che poi si è messa in moto: se contro a i primi, doveva dire: “La Terra non si è mossa sempre, perché mai non sarebbero stati uomini né animali né edifizii in Terra, non permettendo loro la terrestre vertigine il dimorarvi”; ma già che egli argumentando dice: “La Terra non si muove,  perché le fiere  gli uomini e le fabbriche, già poste in Terra, precipiterebbono”, suppone la Terra essersi una volta trovata in tale stato, che abbia ammesso alle fiere e a gli uomini il dimorarvi e ‘l fabbricarvi; il che si tira in conseguenza l’essere stata ella alcun tempo ferma, cioè atta alla dimora de gli animali ed alla fabbrica de gli edifizii. Restate voi ora capace di quanto io ho voluto dire? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Appunto sono arrivati i libri. Pigliate, signor Simplicio, e trovate il luogo del quale si dubita. Eccolo  qui,  dove  egli  incomincia  ad  argumentar  contro  al  moto  diurno della  Terra,  avendo  egli  prima  confutato  l’annuo:  Motus  Terrae  annuus asserere Copernicanos cogit conversionem eiusdem quotidianam; alias idem Terrae hemispherium continenter ad Solem esset conversum, obumbrato semper averso; e così la metà della Terra non vedrebbe mai il Sole. Parmi, per questo primo ingresso, che quest’uomo non si sia ben figurata la posizion del Copernico; perché s’egli avesse avvertito, come e’ fa star l’asse del globo terrestre perpetuamente parallelo a se stesso, non arebbe detto che la metà della Terra non vedrebbe mai il Sole, ma che l’anno sarebbe stato un sol giorno naturale, cioè che per tutte le parti della Terra si sarebbe auto sei mesi di giorno e sei mesi di notte, come ora accade a gli abitatori sotto ‘l polo. Ma questo siagli perdonato, e venghiamo al resto. Segue: Hanc autem gyrationem Terrae impossibilem esse, sic demonstramus. Questo appresso è ladichiarazione della seguente figura, dove si veggono dipinti molti gravi descendenti, e leggieri ascendenti, e uccelli che si trattengono per aria, etc. Mostrate, di grazia. Oh che belle figure, che uccelli, che palle, e che altre belle cose son queste? Queste son palle che vengono dal concavo della Luna.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io credo che a tutte queste instanze ci sieno risposte, benché per ora non mi sovvengano. Ma comunque ciò sia, continua l’autor di domandar da qual principio dependa questo moto circolare de i gravi e de i leggieri, cioè se da principio interno o esterno, e seguendo dimostra che non può esser né l’uno né l’altro, dicendo: Si ab externo, Deusne illum excitat per continuum miraculum? an vero angelus? an aer? Et hunc quidem multi assignant. Sed contra... Non vi affaticate in legger l’instanze, perch’io non son di quelli che attribuisca tal principio all’aria ambiente. Quanto poi al miracolo o all’angelo,  più  tosto  inclinerei  in  quella  parte;  perché  quello  che  comincia  da divino miracolo o da operazione angelica, qual è la trasportazione d’una palla d’artiglieria nel concavo della Luna, non ha dell’improbabile che in virtù del medesimo principio faccia anco il resto. Ma quanto all’aria, a me basta che ella non impedisca il moto circolare de i mobili che per essa si dice che si muovono; e per ciò fare, basta (né più si ricerca) che essa si muova  dell’istesso  moto,  e  che  con  la  medesima  velocità  finisca  le  sue circolazioni che il globo terrestre. Ed  egli  insurgerà  parimente  contro  a  questo,  domandando  chi  conduce intorno l’aria, la natura o la violenza? e confuta la natura, con dire che ciò è contro alla verità, all’esperienza, all’istesso Copernico. Contro  al  Copernico  non  è  altrimenti,  il  quale  non  scrive  tal  cosa,  e quest’autor glie l’attribuisce con troppo eccesso di cortesia: anzi egli dice, e per mio parer dice bene, che la parte dell’aria vicina alla Terra, essendo più presto evaporazion terrestre, può aver la medesima natura, e naturalmente seguire il suo moto, o vero, per essergli contigua, seguirla in quella maniera che i Peripatetici dicono che la parte superiore e l’elemento del fuoco seguono il moto del concavo della Luna; sì che a loro tocca a dichiarare se cotal moto sia naturale o violento. Replicherà l’autore, che se ‘l Copernico fa muovere una parte dell’aria inferiore solamente, mancando di cotal moto la superiore, non potrà render ragione, come quell’aria quieta sia per poter condur seco i medesimi gravi e fargli secondare il moto della Terra. Il Copernico dirà che questa propension naturale de i corpi elementari di seguire il moto terrestre ha una limitata sfera, fuor della quale cesserebbe tal naturale inclinazione; oltreché, come ho detto, non è l’aria quella che porta seco i mobili, i quali, sendo separati dalla Terra, seguano il suo moto; sì che cascano tutte le instanze che questo autor produce per provar che l’aria può non cagionar cotali effetti.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Avvertite che voi equivocate, e dite il contrario di quello che bisogna che sia scritto nel libretto: imperocché bisogna dire che quel tale autore veniva a fare il globo terrestre troppo piccolo o l’orbe magno troppo grande, e non il terrestre troppo grande e l’annuo troppo piccolo. L’equivoco non è altrimenti mio: ecco qui le parole del libretto: Non videt quod vel circulum annuum aequo minorem, vel orbem terreum iusto multo fabricet maiorem. Se il primo autore abbia errato, io non lo posso sapere, poiché l’autor del libretto non lo nomina; ma ben è manifesto e inescusabile l’error del libretto, abbia o non abbia errato quel primo seguace del Copernico, poiché quel del libretto trapassa senza accorgersi un error sì materiale, e non lo nota e non lo emenda. Qui è attribuito l’errore all’autor del libretto, ma veramente l’errore non vi è. Ma questo siagli perdonato, come errore più tosto d’inavertenza che d’altro. Oltre che se non ch’io sono omai stracco e sazio di più lungamente occuparmi  e  consumare  il  tempo  con  assai  poca  utilità  in  queste  molto leggieri altercazioni, potrei mostrare come non è impossibile che un cerchio, anco non maggior d’una ruota d’un carro, co ‘l dar non pur 365, ma anco meno di 20 revoluzioni, può descrivere o misurare la circonferenza non pur dell’orbe magno, ma di uno mille volte maggiore: e questo dico per mostrare che non mancano sottigliezze assai maggiori di questa, con la quale quest’autore nota l’error del Copernico. Ma, di grazia, respiriamo un poco, per venir poi a quest’altro filosofo, oppositor del medesimo Copernico. Veramente ne ho bisogno io ancora, benché abbia solamente affaticato gli orecchi; e quando io pensassi di non aver a sentir cose più ingegnose in quest’altro autore, non so s’io mi risolvessi a andarmene a i freschi in gondola. Credo  che  sentirete  cose  di  maggior  polso,  perché  quest’è  filosofo consumatissimo, e anco gran matematico, ed ha confutato Ticone in materia delle comete e delle stelle nuove. E‘ egli forse l’autor medesimo dell’Antiticone? E‘  quello  stesso:  ma  la  confutazione  contro  alle  stelle  nuove  non  è nell’Antiticone, se non in quanto e’ dimostra che elle non erano progiudiziali all’inalterabilità ed ingenerabilità del cielo, sì come già vi dissi: ma doppo l’Antiticone, avendo trovato per via di parallasse modo di dimostrare che esse ancora son cose elementari e contenute dentro al concavo della Luna, ha scritto quest’altro libro: De tribus novis stellis etc., ed inseritovi anco gli argomenti contro al Copernico. Io l’altra volta vi produssi quello ch’egli aveva scritto circa queste stelle nuove nell’Antiticone, dove egli non negava Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Simplicio Salviati Sagredo Simplicio Salviati Simplicio 210 Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � che le fussero nel cielo, ma dimostrava che la lor produzione non alterava l’inalterabilità  del  cielo,  e  ciò  facev’egli  con  discorso  puro  filosofico,  nel modo ch’io vi dissi; e non mi sovvenne di dirvi come di poi aveva trovato modo di rimuoverle dal cielo, perché, procedendo egli in questa confutazione per via di computi e di parallassi, materie poco o niente comprese da me, non l’avevo lette, e solo avevo fatto studio sopra queste instanze contro al moto della Terra, che son pure naturali.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Il più proporzionato gastigo al lor demerito sarebbe veramente il silenzio, se non fusser altre ragioni per le quali è forse quasi necessario il risentirsi: l’una delle quali è, che noi altri Italiani ci facciamo spacciar tutti per ignoranti e diamo da ridere a gli oltramontani, e massime a quelli che son separati dalla nostra religione; ed io potrei mostrarvene di tali assai famosi, che si burlano del nostro Accademico e di quanti matematici sono in Italia, per aver lasciato uscire in luce e mantenervisi senza contradizione le sciocchezze di un tal Lorenzini contro gli astronomi. Ma questo pur anco si potrebbe passare, rispetto ad altra maggior occasione di risa che si potesse porger loro, dependente dalla dissimulazione de gl’intelligenti intorno alle leggerezze di questi simili oppositori alle dottrine da loro non intese. Io non voglio maggior esempio della petulanzia di costoro e dell’infelicità d’un pari del Copernico, sottoposto ad esser impugnato da chi non intende né anco la primaria sua posizione, per la quale gli è mossa la guerra. Voi non meno resterete maravigliato della maniera del confutar gli astronomi che affermano, le stelle nuove essere state superiori a gli orbi de’ pianeti, e per avventura nel firmamento stesso. Ma come potete voi in sì breve tempo aver esaminato tutto cotesto libro, che pure è un gran volume, ed è forza che le dimostrazioni sieno in gran numero? Io mi son fermato su queste prime confutazioni sue, nelle quali con dodici dimostrazioni, fondate sopra le osservazioni di dodici astronomi, che tutti stimarono che la stella nuova del 72, apparsa in Cassiopea, fusse nel firmamento, prova per l’opposito lei essere stata sullunare, conferendo a due a due l’altezze meridiane prese da diversi osservatori in luoghi di differente latitudine, procedendo nella maniera che appresso intenderete: e perché mi par,  nell’esaminar  questo  primo  suo  progresso,  d’avere  scoperto  in  quest’autore una gran lontananza dal poter concluder nulla contro a gli astronomi,  in  favor  de’  filosofi  peripatetici,  e  che  molto  e  molto  più concludentemente si confermi l’opinion loro, non ho volsuto applicarmi con una simil pazienza nell’esaminar gli altri suo’ metodi, ma gli ho dato una scorsa assai superficiale, sicuro che quella inefficacia che è in queste prime impugnazioni, sia parimente nell’altre: e sì come vedrete in fatto, pochissime parole bastano a confutar tutta quest’opera, benché construtta con tanti e tanti laboriosi calcoli, come voi vedete. Però sentite il mio progresso. Piglia quest’autore, per trafigger, come dico, gli avversarii con le lor proprie armi, un numero grande d’osservazioni fatte da lor medesimi, che pur sono da 12 o 13 autori in numero, e sopra una parte di quelle fa suoi calcoli, e conclude tali stelle essere state inferiori alla Luna. Ora, perché il proceder per interrogazioni mi piace assai, già che non ci è l’autore stesso, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � Salviati Fermate un poco, signor Simplicio, ché mi pare che questo autore in questo  primo  ingresso  si  dichiari  molto  poco  intelligente  della  posizione  la quale egli intraprende a voler confutare, mentre dice che il Copernico fa che la Terra insieme con la Luna va descrivendo in un anno l’orbe magno, movendosi da oriente verso occidente; cosa che, sì come è falsa ed impossibile, così non fu mai profferita da quello; ma ben la fa egli andare al contrario, dico da occidente verso oriente, cioè secondo l’ordine de i segni, onde tale apparisce  poi  esser  il moto  annuo  del  Sole,  costituito  immobile  nel centro del zodiaco.  Vedete troppa ardita confidenza di uno! mettersi alla confutazione della dottrina di un altro, ed ignorare i suoi primi fondamenti, sopra i quali s’appoggia la maggiore e più importante parte di tutta la fabrica. Questo è un cattivo principio per guadagnarsi credito appresso il lettore. Ma seguitiamo più avanti. Esplicato l’universal sistema, comincia a propor sue instanze contro a questo movimento annuo: e le prime son queste, ch’e’ profferisce ironicamente ed in derisione del Copernico e de’ suoi seguaci, scrivendo che in questa fantastica  costituzione  del  mondo  convien  dir  solennissime  sciocchezze; cioè che ‘l Sole,  Venere e Mercurio son sotto alla Terra, e che le materie gravi  vanno  naturalmente  all’in  su  e  le  leggiere  all’in  giù,  e  che  Cristo, nostro Signore e Redentore, salì a gli inferi e scese in cielo, quando s’avvicinò al Sole, e che quando Iosuè comandò al Sole che si fermasse, la Terra si fermò o vero il Sole si mosse al contrario della Terra, e che quando il Sole è in Cancro, la Terra scorre per il Capricorno, e che i segni iemali fanno la state e gli estivali il verno, e che non le stelle alla Terra, ma la Terra alle stelle nasce  e  tramonta,  e  che  l’oriente  comincia  in  occidente  e  l’occidente  in oriente, ed in somma che quasi tutto ‘l corso del mondo si travolge. Ogni cosa mi piace, fuor che l’aver mescolati luoghi della Sacra Scrittura, sempre veneranda e tremenda, tra queste puerizie pur troppo scurrili, e volsuto ferire con cose sacrosante chi, per ischerzo e da burla filosofando, non afferma né nega, ma, fatti alcuni presupposti o ipotesi, familiarmente ragiona. Veramente ha scandalezato me ancora e non poco, e massime co ‘l soggiugner poi, che se bene i Copernichisti rispondono, benché assai stravoltamente, a queste e simili altre ragioni, non però potranno sodisfare e rispondere alle cose che seguono. Quest’è poi peggio di tutto, perché mostra d’aver cose più efficaci e concludenti che le autorità delle Sacre Lettere. Ma, di grazia, riveriamo queste, e passiamo a i discorsi naturali ed umani: anzi pure, quando e’ non produca tra  le  ragioni  naturali  cose  di  miglior  senso  che  queste  sin  qui  addotte, potremo lasciar da banda tutta questa impresa, perché io sicuramente non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � re, qual si sia nuova proposizione o problema, benché non solamente non sia stato confutato, ma né pure esaminato né considerato, da i loro autori: de’ quali uno è questo, di investigare qual sia la vera, propria, primaria, interna e general materia e sustanza di questo nostro globo terrestre; che, benché né ad Aristotile né ad altri, prima che al Gilberto, sia caduto in mente  di  pensare  se  possa  esser  calamita,  non  che  né  Aristotile  né  altri abbiano confutata una tale opinione, tuttavia mi son io incontrato in molti che al primo motto di questo, quasi cavallo che adombri, si sono ritirati in dietro e sfuggito di trattarne, spacciando un tal concetto per una vana chimera,  anzi  per  una  solenne  pazzia;  e  forse  il  libro  del  Gilberto  non  mi sarebbe venuto nelle mani, se un filosofo peripatetico di gran nome, credo per assicurar la sua libreria dal contagio, non me n’avesse fatto dono. Simplicio Io, che liberamente confesso essere stato uno de gl’ingegni comuni, e solamente da questi pochi giorni in qua, che mi è stato conceduto d’intervenire a i ragionamenti vostri, conosco di essermi alquanto sequestrato dalle strade trite e popolari, non però mi sento per ancora sollevato tanto, che le scabrosità di questa nuova fantastica opinione non mi sembrino molto ardue e difficili da superarsi. Se quello che scrive il Gilberti è vero, non è opinione, ma suggetto di scienza; non è cosa nuova, ma antichissima quanto la Terra stessa; né potrà (essendo vera) esser aspra né difficile, ma piana ed agevolissima; ed io, quando vi piaccia, vi farò toccar con mano come voi da per voi stesso vi fate ombra, ed avete in orrore cosa che nulla tiene in sé di spaventoso, quasi piccolo fanciullo che ha paura della tregenda senza sapere di lei altro che il nome, come quella che oltre al nome non è nulla. Avrò piacere d’esser illuminato e tratto d’errore. Rispondetemi dunque alle domande ch’io vi farò. E prima, ditemi se voi credete che questo nostro globo, che noi abitiamo e nominiamo Terra, consti di una sola e semplice materia, o pur sia un aggregato di materie diverse tra di loro. Io  lo  veggo  composto  di  sustanze  e  corpi  molto  diversi;  e  prima,  per  le maggiori parti componenti, veggo l’acqua e la terra, sommamente tra di loro differenti. Lasciamo  da  parte  per  ora  i  mari  e  l’altr’acque,  e  consideriamo  le  parti solide; e ditemi s’elle vi paiono tutte una cosa stessa, o pur cose diverse. Quanto all’apparenza, io le veggo diverse, trovandosi grandissime campagne  di  infeconda  arena,  ed  altre  di  terreni  fecondi  e  fruttiferi,  veggonsi
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
legge l’Avarchide dell’Alamanni perch’è un’immagine fedelissima dell’Iliade? Ma l’avere queste cose in dispregio, e il ricercare quelle che ho dette più sopra, non ce l’hanno insegnato i romantici. Non hanno insegnato i romantici al Parini che si aprisse una nuova strada, al Metastasio e all’Alfieri che non somigliassero il Rucellai lo Speroni il Giraldi il Gravina, al Monti che non imitasse Dante ma l’emulasse. Sappiano i nuovi filosofi che oramai lo scagliarsi contro i pedanti è verissima e formale pedanteria, che o non essendoci più pedanti, o se ci sono non potendo più nulla, e il tartassargli essendo vano, perché ad essi non giova, agli altri non occorre, o le voci o le risa dei savi si volgeranno contro i successori de’ pedanti che sono i romantici, non per giovare a loro, che anche questo è impossibile, ma per rispetto degli altri, quantunque il bisogno sia poco; sappiano che la pedanteria non ha per natura d’essere quanto agli oggetti del suo culto o greca o latina o italiana soltanto, ma può essere, come in fatti è presentemente, inglese tedesca europea mondiale; ch’è del pari pedantesco l’abborrire ciecamente uno scrittore, e l’amarlo ciecamente; ch’è molto più pazzo e intollerabile il dispregiare uno scrittore insigne e venerato da tutto il mondo, che non l’adorarlo; si vergognino d’esser pronti a lodare chiunque citi in materia di poesia lo Schlegel il Lessing la Staël, e di schernire chi cita Aristotele Orazio Quintiliano; avvertano che se altri ride e se essi ridono di amplificazione di prosopopea di metonimia di protasi di epitasi e cose tali, non si sa perché non s’abbia da ridere di analogia di... e di idee che armonizzano insieme, e d’altre inarmoniche, e d’altre che simpatizzano; e chi vuole andar dietro a contare i vocaboli o i modi o le cose pedantesche e ridicole de’ libri romantici? i quali non va messo in dubbio che non sia più ristretto assunto il confutare che il deridere. Ma lasciamo queste inezie. Quanto debba o possa concedere il poeta alle credenze e ai costumi presenti, è un soggetto che ha mestieri d’essere trattato da altri filosofi, o chiarito da altri poeti che non sono i romantici e non sono io. Però non ci pongo bocca. E queste pochissime cose sieno dette intorno allo studio degli antichi; la qual materia vastissima e rilevantissima, non nego, anzi confesso e affermo spontaneamente che, non a caso, ma a bello studio, perché questo discorso non si trasmuti in un libro, lascio poco meno che intatta. Ma i romantici e fra i romantici il Cavaliere s’appoggiano forte a quello che il Cavaliere chiama patetico, distinguendolo con ragione dal tristo e lugubre o sia dal malinconico proprio, quantunque esso patetico abbia ordinariamente o sempre un colore di malinconia; e volendo che consista nel
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi