concilio

[con-cì-lio]
In sintesi
assembrea dei vescovi della Chiesa Cattolica per decidere su problemi dottrinali
← dal lat. concilĭu(m) ‘convocazione, convegno’, comp. di m ‘con’ e un deriv. di calāre ‘chiamare’.
1
ECCL Adunanza solenne di vescovi per discutere e deliberare su questioni di fede, di culto o di disciplina ecclesiastica || Concilio ecumenico, o universale, quello a cui partecipano tutti i vescovi della Chiesa, convocati per ordine del papa || Concilio particolare, assemblea dei vescovi di una regione || Concilio plenario, assemblea dei primari delle province ecclesiastiche di una regione o di una o più nazioni || Concilio provinciale, assemblea degli ordinari di una provincia ecclesiastica convocati dal vescovo della metropoli || Spirito del concilio, nuovo orientamento adottato dalla Chiesa dopo il Concilio Vaticano II
2
estens. Adunanza, riunione di più persone, spec. solenne: tenere c.; adunarsi in c. || iron., scherz. Un concilio di vecchie pettegole

Citazioni
Attraversato è, nudo, ne la via, come tu vedi, ed è mestier ch’el senta 120 qualunque passa, come pesa, pria. E a tal modo il socero si stenta in questa fossa, e li altri dal concilio che fu per li Giudei mala sementa”. Allor vid’io maravigliar Virgilio 125 sovra colui ch’era disteso in croce tanto vilmente ne l’etterno essilio. Poscia drizzò al frate cotal voce: “Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci s’a la man destra giace alcuna foce
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto XXI La sete natural che mai non sazia se non con l’acqua onde la femminetta samaritana domandò la grazia, 5 mi travagliava, e pungeami la fretta per la ’mpacciata via dietro al mio duca, e condoleami a la giusta vendetta. Ed ecco, sì come ne scrive Luca che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, già surto fuor de la sepulcral buca, 10 ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, dal piè guardando la turba che giace; né ci addemmo di lei, sì parlò pria, dicendo; “O frati miei, Dio vi dea pace”. Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. Poi cominciò: “Nel beato concilio ti ponga in pace la verace corte che me rilega ne l’etterno essilio”. 20 “Come!”, diss’elli, e parte andavam forte: “se voi siete ombre che Dio sù non degni, chi v’ha per la sua scala tanto scorte?”. E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni che questi porta e che l’angel profila, ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. 25 Ma perché lei che dì e notte fila non li avea tratta ancora la conocchia che Cloto impone a ciascuno e compila, l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, venendo sù, non potea venir sola, però ch’al nostro modo non adocchia.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Quivi si vive e gode del tesoro che s’acquistò piangendo ne lo essilio 135 di Babillòn, ove si lasciò l’oro. Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio di Dio e di Maria, di sua vittoria, e con l’antico e col novo concilio, colui che tien le chiavi di tal gloria.
Divina Commedia di Dante Alighieri
— La dipintura sta per forma che ’l dipintore v’ha ben servito alla ’ndreto. — O come sta? Fugli detto. E volendone esser certo, l’andò a vedere; e veduta che l’ebbe, venne in tanta ira che gli fece dar bando dell’avere e della persona, e insino a Firenze il mandò a minacciare. E Buonamico rispose a quelli che ’l minacciava per sua parte: — Di’ al vescovo che mi faccia il peggio che puote; ché se mi vorrà, converrà che mi mandi la mitera. E così avendo veduto il vescovo i costumi di Buonamico e avendoli dato bando, ripensandosi poi, come savio signore, che ciò che Buonamico avea fatto, avea fatto bene e saviamente, lo ribandì e riconciliollo a sé; e mandando per lui spesse volte, mentre che visse lo trattò come suo intimo e fedele servidore. E così avviene spesse volte che gli uomeni da meno con diverse astuzie vincono quelli che sono da più, e fannoseli benivoli quando più attendano a nimicarli.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
alla nostra somma infelicità, propose agl’immortali se alcuno di loro fosse per indurre l’animo a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a se, indegni della sciagura universale. Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l’ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo; donde egli mai per l’avanti non si era tolto; non sofferendo il concilio degl’immortali, per averlo indicibilmente caro, che egli si partisse, anco per piccolo tempo, dal loro commercio. Se bene di tratto in tratto molti antichi uomini, ingannati da trasformazioni e da diverse frodi del fantasma chiamato collo stesso nome, si pensarono avere non dubbi segni della presenza di questo massimo iddio. Ma esso non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti all’imperio della Verità. Dopo il qual tempo, non suole anco scendere se non di rado, e poco si ferma; così per la generale indegnità della gente umana, come che gli Dei sopportano molestissimamente la sua lontananza. Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l’uno e l’altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l’essere pieni del suo nume vince per se qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo  Giove,  né  potendo  essere  vietato  dalla  Verità,  quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell’animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di contrastare agli Dei. E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu
Operette morali di Giacomo Leopardi
i frati ne gli Agnoli le mani di esso come reliquie per memoria di lui. Tenne fra’ Lorenzo la maniera di Taddeo e de gli altri maestri e fu diligentissima persona, come appare ancora oggidì nella infinita quantità di libri da esso miniati nel monastero di detti Agnoli, et all’eremo di Camaldoli, oltra le molte tavole ancora che egli fece in quel luogo colorite a tempera. Nelli Agnoli di Fiorenza fece la tavola dello altar maggiore finita nel MCCCCXIII, et indusse i frati suoi ad esercitarsi nella pittura, de’ quali lasciò alcuni suoi discepoli che di molte pitture accomodarono il monistero loro e di libri miniati e scritti, così come vi fu di quegli che ricamavano paramenti e storie di figure divinissimamente, come ne fanno fede oggi in quel luogo le opere che vi feciono. Egli in Santa Trinita di Fiorenza dipinse a fresco la cappella e la tavola de gli Ardinghelli, la quale al suo tempo era molto lodata, nella quale ritrasse di naturale i nostri Dante e Petrarca. Et ancora in detto luogo lavorò la cappella de’ Bartolini. A costui nocevano molto i cibi et i digiuni, a i quali per la regola monastica et eremitica era obligato. Per il che da Papa Eugenio, che dimorava allora in Fiorenza per lo Concilio et ebbe compassione a tanta virtù, benignamente fu dispensato; et egli per questo fece un messale, il quale è ancora oggidì nella cappella papale di Roma. Fece poi una tavola in San Iacopo sopr’Arno et un’altra in San Pietro Scheraggio, et in Santo Michele di Pisa loro convento, et in Camaldoli di Fiorenza un Crocifisso in tavola et un San Giovanni. Finalmente per lo star chinato e col petto appoggiato, gli venne una postema crudele, la quale in lungo termine lo condusse al fine di sua vita di età d’anni LV. Insegnò costui a Francesco Fiorentino suo discepolo, il quale dopo la morte sua fece il tabernacolo che è sul canto di Santa Maria Novella, nella piazza a sommo alla via della Scala per ire alla sala del papa. Fu pianto fra’ Lorenzo assai da’ suoi monaci, e nella solita loro sepultura pietosamente riposto, giudicandosi per la maggior parte, per le buone qualità sue, che e’ fusse ito a vita migliore, come benefattore della sua religione e come persona che del continovo visse nelle miserie di qua con grandissimo timore di non incorrere nell’offese di Dio. Né gli mancò dopo la morte chi lo onorasse con questo epitaffio:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
prezzo, cosa molto eccellente. E così una mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole tutte tonde che furon tenute bellissime. E ne acquistò, oltra al nome, una utilità grande da la liberalità di quel pontefice. Venne in Fiorenza l’anno MCCCCXXXIX Papa Eugenio, per unire la discordia fra la Chiesa Greca e la Romana, dove si fece il Concilio. E visto l’opere di Lorenzo, e piaciutogli non manco la presenzia sua, che si facessino quelle, gli fece fare una mitera d’oro, di peso di libre quindici e le perle di libre cinque e mezzo, le quali erano stimate con le gioie in essa ligate trenta mila ducati d’oro. Dicono che in detta opera erano sei perle come nocciuole avellane, e non si può imaginare, secondo che s’è visto poi  un disegno di quella, le più belle bizzarrie di legami nelle gioie e nella varietà di molti putti et altre figure, che servivano a molti varii e graziati ornamenti. De la quale ricevé infinite grazie e per sé e per gli amici da quel pontefice, oltra il primo pagamento. Aveva Fiorenza ricevute tante lode, per le opere eccellenti di questo ingegnosissimo artefice, che e’ fu deliberato da i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti di farli allogazione della terza porta di San Giovanni di metallo medesimamente. E quantunque quella che prima aveva fatta, l’avessi per ordine loro seguitata e condotta con l’ornamento che segue intorno alle figure e che fascia il telaio di tutte le porte, simile a quello di Andrea Pisano; visto quanto Lorenzo l’aveva avanzato, risolverono i Consoli a mutare la porta di mezzo, dove era quella di Andrea, e metterla a l’altra porta, che è dirimpetto alla Misericordia. E che Lorenzo facessi quella di nuovo, per porsi nel mezzo giudicando ch’egli avesse a fare tutto quello sforzo, che egli poteva maggiore in quella arte. E se gli rimessono nelle braccia, dicendo che gli davon licenzia, che e’ facessi in quel modo ch’e’ voleva o che pensassi, ch’ella tornassi più ornata, più ricca, più perfetta e più bella che e’ potessi o sapessi imaginarsi. Né guardassi a tempo, né a spesa, acciò che così come egli aveva superato gli altri statuarii per infino allora, superassi e vincessi tutte l’opere sue. Cominciò Lorenzo detta opera mettendovi tutto quel sapere maggiore ch’egli poteva; e così scompartì detta porta in X quadri, cinque per parte, che rimaseno i vani delle storie un braccio et un terzo, et attorno per ornamento del telaio che ricigne le storie, sono nicchie in quella parte ritte, e piene di figure quasi tonde, il numero delle quali è XX e tutte bellissime; come uno Sansone ignudo, che abbracciato una colonna, con una mascella in mano, mostra quella perfezzione che maggior può mostrare cosa fatta nel tempo de gli antichi ne’ loro Ercoli, o di bronzi o di marmi. E come fa Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
centro della terra che fra le fessure di quello usciva fuori alcuna fiamma di fuoco e di solfo; et in Lucifero incotto et arso nelle membra con incarnazione  di  diverse  tinte  si  scorgeva  tutte  le  sorte  della  collera  che  la  superbia invelenisce e gonfia contra chi opprime la grandezza di chi è privo di regno dove sia pace, e certo di avere a·pprovare continovamente pena. Il contrario si  scorge  nel  San  Michele,  che  ancora  che  e’  sia  fatto  con  aria  celeste acompagnato dalle armi di ferro e di oro, gli dà bravura e forza e terrore, avendo già fatto cader Lucifero, e quello con una zagaglia abbatte a rovescio, senza che egli è dipinto d’una maniera che tanto quanto l’angelo getta splendore; tanto più cresce e multiplica paura e tenebre guardando Lucifero, che l’uno e l’altro fu talmente fatto da lui che egli ne ebbe dal re onoratissimo premio. Ritrasse Beatrice Ferrarese et altre donne e particularmente quella sua et altre infinite. Era Rafaello persona molto amorosa et affezzionata alle donne, e di continuo presto a i servigi loro. La qual cosa era cagione che, continuando egli i diletti carnali, era con rispetto da’ suoi grandissimi amici osservato, per essere egli persona molto sicura. Onde facendogli Agostin Ghigi, amico suo caro, allora ricchissimo mercante sanese, dipignere nel palazzo suo la prima loggia, egli non poteva molto attendere a lavorare per lo amore che e’ portava ad una sua donna; per il che Agostino si disperava di sorte, che per via d’altri e da sé, e di mezzi ancora, operò sì che appena ottenne che questa sua donna venne a stare con esso in casa continuamente, in quella parte dove Rafaello lavorava, il che fu cagione che il lavoro venisse a fine. Fece in questa opera tutti i cartoni e molte figure colorì di sua mano in fresco. E nella volta fece il concilio degli iddei in cielo; dove si veggono nelle loro forme abiti e lineamenti cavati da lo antico, con bellissima grazia e disegno espressi; e così fece le nozze di Psiche con ministri che servon Giove e le Grazie che spargono i fiori per la tavola; e ne’ peducci della volta fece molte storie, fra le quali in una è Mercurio col flauto, che volando par che scenda da ‘l cielo, et in un’altra è Giove con gravità celeste che bacia Ganimede; e così di sotto nell’altra il carro di Venere e le Grazie che con Mercurio tirano al ciel Pandora, e molte altre storie poetiche negli altri peducci. E negli spicchi della volta, sopra gl’archi fra peduccio e peduccio, sono molti putti che scortano bellissimi, che volando portano tutti gli strumenti de gli dèi: di Giove il fulmine e le saette, di Marte gli elmi, le spade e le targhe, di Vulcano
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
CXV – Come i  Viniziani furono sconfitti a Ferrara ............................................................................................ 132 CXVI – De la guerra de’  Volterrani e que’ di San Gimignano ............................................................................ 133 CXVII – Come gli Orsini di Roma furono sconfitti da’ Colonnesi ..................................................................... 133 CXVIII – Come gente d’Arezzo furono sconfitti dal maliscalco de’ Fiorentini ................................................... 134 CXIX – Come i Fiorentini feciono oste ad Arezzo ............................................................................................. 134 CXX – Come gli ambasciadori d’Arrigo re de’ Romani vennero in Firenze ....................................................... 135 CXXI – Di miracolosa gente che s’andarono battendo in Italia .......................................................................... 135 Libro  decimo I – Qui comincia il libro X: come Arrigo conte di Luzzimborgo fu fatto imperadore ........................................ 136 II – Come parte guelfa fu cacciata di Vinegia ..................................................................................................... 136 III – De le profezie di maestro Arnaldo da Villanuova ........................................................................................ 137 IV – Come in Ferrara si fece congiura per ribellare la terra a la Chiesa ............................................................. 137 V – Come i Todini furono sconfitti da’ Perugini ................................................................................................. 137 VI – Come i Guelfi furono cacciati di Spuleto .................................................................................................... 138 VII – Come Arrigo imperadore si partì de la Magna per passare in Italia .......................................................... 138 VIII – Come il re Ruberto venne in Firenze tornando da la sua coronazione ..................................................... 139 IX – Come Arrigo imperadore entròe in Italia, e ebbe la città di Milano .......................................................... 139 X – Come i Fiorentini chiusono di fossi le nuove cerchie della cittade .............................................................. 140 XI – Come quegli de la  Torre furono cacciati di Milano..................................................................................... 140 XII – Come in Firenze ebbe grande caro, e altre novitadi .................................................................................. 141 XIII – Come in Firenze vennono orlique di santo Barnaba ................................................................................ 142 XIV – Come lo ’mperadore assediò Chermona, e sua gente ebbe  Vincenza ....................................................... 142 XV – Come lo ’mperadore ebbe la città di Chermona ........................................................................................ 142 XVI – Come i Fiorentini per la venuta dello ’mperadore trassono di bando tutti i Guelfi .................................. 143 XVII – Come i Fiorentini con tutte le terre guelfe di Toscana feciono lega insieme contra lo  ’mperadore ...................................................................................................................................................... 143 XVIII – Come il re Ruberto fece pigliare per inganno i Ghibellini di Romagna ................................................. 144 XIX – Come il marchese del papa prese Fano e Pesaro ...................................................................................... 144 XX – Come lo ’mperadore Arrigo ebbe la città di Brescia per assedio................................................................ 144 XXI – Come i Fiorentini e’ Lucchesi guernirono le frontiere per la venuta dello ’mperadore ............................ 145 XXII – Come papa Chimento diede legati a lo ’mperadore Arrigo che ’l coronassono ....................................... 146 XXIII – Come papa Chimento fece concilio a Vienna in Borgogna, e canonizzò santo Lodovico figliuolo del re Carlo............................................................................................................................ 146 XXIV – Come lo ’mperadore Arrigo venne nella città di Genova ........................................................................ 147 XXV – Come in Arezzo venne vicario d’imperio ................................................................................................ 147 XXVI  –  Come  in  Firenze  vennero  ambasciadori  dello  ’mperadore,  e  furonne  cacciati ....................................... 147 XXVII – Come i Fiorentini mandarono loro masnade in Lunigiana per contradiare i passi a  lo  ’mperadore .................................................................................................................................................... 148 XXVIII – Come in Genova morì la ’mperadrice ................................................................................................. 148 XXIX  –  Come  lo  ’mperadore  fece  suo  processo  contra  i  Fiorentini.................................................................... 148 XXX – Di scandalo ch’ebbe in Firenze tra’ lanaiuoli ........................................................................................... 149 XXXI – Come il re Ruberto mandò gente a’ Fiorentini per contastare lo ’mperadore ........................................ 149 XXXII – Come la città di Brescia si rubellò a lo ’mperadore .............................................................................. 149 XXXIII – Come in Firenze ebbe grande novità per la morte di messere Pazzino de’ Pazzi ................................. 149 XXXIV – Come la città di Chermona si rubellò dallo imperadore ...................................................................... 150 XXXV – Come il maliscalco dello ’mperadore giunse in Pisa, e cominciò guerra a’  Fiorentini .......................... 150 XXXVI – Come i Padovani si rubellarono dalla signoria dello ’mperadore ......................................................... 150 XXXVII – Come lo ’mperadore Arrigo venne nella città di Pisa ......................................................................... 151
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
e fecesi al tutto nimico del re di Francia. E in prima per giustificare sue ragioni fece richiedere tutti i grandi parlati di Francia che dovessono venire a corte; ma il re di Francia contradisse, e non gli lasciò partire, onde il papa maggiormente s’inanimò contro al re, e trovò per sue ragioni e decreti che ’l re di Francia, come gli altri signori cristiani, dovea riconoscere da la sedia appostolica la signoria del temporale, come dello spirituale: e per questo mandò in Francia per suo legato uno cherico romano arcidiacano di Nerbona, che protestasse e amonisse lo re sotto pena di scomunicazione di ciò fare, e di riconoscere da·llui, e se ciò non facesse, lo scomunicasse, e lasciasse lo ’nterdetto. E ’l detto legato vegnendo nella città di Parigi, il re non gli lasciò piuvicare le sue lettere e privilegi, anzi gliele tolse la gente del re, e accomiatarlo del reame. E venute le dette lettere papali innanzi al re e suoi baroni al tempio, il conte d’Artese, ch’allora vivea, per dispetto le gittò nel fuoco e arsele, onde grande giudicio glie n’avenne, e lo re ordinò di fare guardare tutti i passi di suo reame, che messo o lettere di papa non entrasse in Francia. Sentendo ciò papa Bonifazio, iscomunicò per sentenzia il detto Filippo re di Francia. E lo re di Francia per giustificare sé, e per fare suo appello, fece in Parigi uno grande concilio di cherici e prelati e di tutti i suoi baroni, discusando sé, e opponendo a papa Bonifazio più accuse con più articoli di resia, e simonia, e omicidia, ed altri villani peccati, onde di ragione dovea esser  disposto  del  papato.  Ma  l’abate  di  Cestella  non  volle  consentire all’apello, anzi si partì, e tornossi in Borgogna, male del re di Francia: e per così fatto modo si cominciò la discordia da papa Bonifazio al re di Francia, la quale ebbe poi male fine; onde poi nacque grande discordia tra·lloro, e seguìne molto male, come appresso faremo menzione. In questi tempi avenne in Firenze una cosa bene notabile, che avendo papa Bonifazio presentato al Comune di Firenze uno giovane e bello leone, ed essendo nella corte del palagio de’ priori legato con una catena, essendovi venuto uno asino carico di legne, veggendo il detto leone, o per paura che n’avesse, o per lo miracolo, incontanente assalì ferocemente il leone; con calci tanto il percosse, che l’uccise, non valendoli l’aiuto di molti uomini ch’erano presenti. Fu tenuto segno di grande mutazione e cose a venire, ch’assai n’avennero in questi tempi alla nostra città. Ma certi alletterati dissono ch’era adempiuta la profezia di Sibilla, ove disse: “Quando la bestia mansueta ucciderà il re delle bestie, allora comincerà la disoluzione della Chiesa etc.”; e tosto si mostrò in papa Bonifazio medesimo, come si troverrà nel seguente capitolo.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
preso lo palazzo, però che ’l presente assalto fu improviso al papa e a’ suoi, e non prendeano guardia. Papa Bonifazio sentendo il romore, e veggendosi abandonato da tutti i cardinali, fuggiti e nascosi per paura o chi da mala parte, e quasi da’ più de’ suoi famigliari, e veggendo che’ suoi nimici aveano presa la terra e il palazzo ove egli era, si cusò morto, ma come magnanimo e valente, disse: “Da che per tradimento, come Gesù Cristo, voglio esser preso e mi conviene morire, almeno voglio morire come papa”; e di presente si fece parare dell’amanto di san Piero, e colla corona di Gostantino in capo, e colle chiavi e croce in mano, in su la sedia papale si puose a sedere. E giunto a·llui Sciarra e gli altri suoi nimici, con villane parole lo scherniro, e arrestarono lui e la sua famiglia, che co·llui erano rimasi: intra gli altri lo schernì  messer  Guiglielmo  di  Lunghereto,  che  per  lo  re  di  Francia  avea menato il trattato, dond’era preso, e minacciollo di menarlo legato a Leone sopra Rodano, e quivi in generale concilio il farebbe disporre e condannare. Il magnanimo papa gli rispuose ch’era contento d’essere condannato e disposto per gli paterini com’era egli, e ’l padre e·lla madre arsi per paterini; onde messer Guiglielmo rimase confuso e vergognato. Ma poi, come piacque a Dio, per conservare la santa dignità papale, niuno ebbe ardire o non piacque loro di porgli mano adosso, ma lasciarlo parato sotto cortese guardia, e intesono a rubare il tesoro del papa e della Chiesa. In questo dolore, vergogna  e  tormento  istette  il  valente  papa  Bonifazio  preso  per  gli  suoi nimici per III dì; ma come Cristo al terzo dì risucitò, così piacque a·llui che papa Bonifazio fosse dilibero, che sanza priego o altro procaccio, se non per opera divina, il popolo d’Anagna raveduti del loro errore, e usciti de la loro cieca ingratitudine, subitamente si levaro a l’arme, gridando: “Viva il papa, e muoiano i traditori!”; e correndo la terra ne cacciarono Sciarra della Colonna e’ suoi seguaci, con danno di loro di presi e de’ morti, e liberato il papa e sua famiglia. Papa Bonifazio vedendosi libero e cacciati i suoi nimici, per ciò non si rallegrò niente, però ch’avea conceputo e addurato  nell’animo  il  dolore  della  sua  aversità: incontanente si partì d’Anagna con tutta la corte, e venne a Roma a Santo Pietro per fare concilio, con intendimento di sua offesa e di santa Chiesa fare grandissima vendetta contra il re di Francia, e chi offeso l’avea; ma come piacque a Dio, il dolore impetrato nel cuore di papa Bonifazio per la ’ngiuria ricevuta gli surse, giunto in Roma, diversa malatia, che tutto si rodea come rabbioso, e in questo staOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
decretali ch’egli fece comporre, molto cattolico e utile, e per papa Bonifazio si trovava molto esaltata la santa Chiesa e le sue ragioni; e ancora più, del collegio de’ cardinali v’avea di quegli ch’avea fatti papa Bonifazio, e ’l cardinale  da  Prato  intra  gli  altri  era  uno  di  quegli;  e  se  la  memoria  di  papa Bonifazio fosse dannata, conveniva che fossono disposti del cardinalato. Per la qual cosa, così la setta de’ cardinali ch’aveano tenuto col re di Francia in questo caso erano contro a·llui, come quegli della setta del nipote di papa Bonifazio. E stando la Chiesa in questa contumacia e perseguizione fatta per lo re, il papa non sapea che si fare, che male gli parea a rompere il suo saramento e promessa fatta al re, e peggio gli parea a corrompere e guastare la Chiesa di Roma. A la fine strignendosi di ciò a segreto consiglio col savio cardinale  da  Prato,  che  sapea  le  sue  segrete  promesse,  sì  gli  disse:  “Qui nonn-ha che uno rimedio, cioè che ti conviene dissimulare col re, e che tu gli dichi che, perché quello ch’egli domanda di papa Bonifazio sia forte caso a passare per la Chiesa, e parte del collegio de’ cardinali non vi s’accordino, conviene di necessità, e ancora più acconcio del suo intendimento, e più abbominazione de la memoria di papa Bonifazio, che le pruove degli articoli ch’egli gli oppone si facciano in concilio generale, e fia più autentico e fermo. E per non avere contasto, sì metterai dinanzi al collegio che per più grandi e utili cose, in bene e istato di santa Chiesa e de’ Cristiani che bisogni si faccia in concilio generale; e che in quello farai pienamente quello che domanda. E ’l detto concilio ordina e componi a la città di Vienna, per più comune luogo a’ Franceschi, e Inghilesi, e Tedeschi, e Italiani, e a quegli di Linguadoco; e a questo non ti potrà opporre né contradiare: e ciò faccendo, tu e la Chiesa sarai in tua libertà; e partendoti di qui e andando a Vienna, sì sarai fuori de le sue forze e di suo reame”. Al papa piacque molto il consiglio, e miselo a seguizione, e fece la risposta al re: onde il re si tenne forte gravato, ma non potendo il re a·cciò bene contradire, promettendogli il papa  che  bene  il  servirebbe,  e  faccendogli  molte  altre  grazie  e  richeste, acconsentìe, credendosi sì adoperare al concilio a Vienna, che gli verrebbe fatto il suo intendimento. E così si tornò a Parigi, e mandò Luis suo primo figliuolo in Navarra con grande compagnia di baroni e cavalieri, e fecelo a la città di Pampalona coronare del reame di Navarra; e ’l papa piuvicato di fare concilio, e diterminatolo d’ivi a tre anni a Vienna, con tutta la corte poco tempo appresso uscì del reame di Francia, e venne a Vignone in Proenza nelle terre del re Ruberto.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
Giovanni Villani   Nuova cronica. Volume II   Libro nono tornando il detto legato in Toscana, venne in Firenze, e per li Fiorentini gli fu fatto grande onore, e presentargli IIm  fiorini d’oro, e ’l carroccio gli andò incontro con grande processione; per la qual cosa e servigio fatto il detto legato assolvette i Fiorentini de la ’nterdizione e scomunica, e riconciliogli colla Chiesa della discordia dove gli aveva messi messer Nepoleone, come adietro si fece menzione, e rendé l’oficio a’ Fiorentini a dì XXVI di settembre, anno detto. CXVI De la guerra de’ Volterrani e que’ di San Gimignano. Nel  detto  anno  MCCCVIIII,  del  mese  d’agosto,  si  cominciò  grande guerra tra’ Volterrani e que’ di San Gimignano per quistione di loro confini; e ciascuno fece suo isforzo di più di VIIc cavalieri per parte, e durò la guerra più mesi con grande spendio e dammaggio dell’una parte e dell’altra, d’arsioni e di guasto e di più avisamenti. I Fiorentini e’ Sanesi assai si travagliaro d’aconciargli insieme; quando volea l’uno non volea l’altro, che si tenea soverchiato. A la fine i Fiorentini vi cavalcaro con grande isforzo, dicendo d’esser contra la parte che non volesse l’acordo. Quegli dibattuti di spese  e  della  guerra,  si  rimisono  ne’  Fiorentini;  e  per  gli  Fiorentini  fue giudicata e terminata la quistione, e messi i termini a’ confini, e ciascuno a’ suoi termini fece una fortezza, e fu fatta la pace. E nel detto mese d’agosto, scurò tutta la luna; e po’ l’ultimo dì di gennaio scurò gran parte del sole, e ’l febbraio seguente ancora scurò la luna. Nel detto anno fu grande dovizia di pane e vino: valse lo staio del grano in Firenze soldi VIII, e ’l cogno del mosto in certe parti meno di soldi XL. CXVII Come gli Orsini di Roma furono sconfitti da’ Colonnesi. Nel detto anno, del mese d’ottobre, si riscontraro certi degli Orsini e di Colonnesi e di loro seguaci, in quantità di CCCC a cavallo, fuori di Roma, e combatterono insieme, e’ Colonnesi furono vincitori, e fuvi morto il conte  dell’Anguillara,  e  presi  VI  degli  Orsini,  e  messer  Riccardo  de  la  Rota degli Anibaldeschi ch’era in loro compagnia.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
XXII Come papa Chimento diede legati a lo ’mperadore Arrigo che ’l coronassono. Negli  anni  di  Cristo  MCCCXI  papa  Chimento  a  la  richesta  de  lo ’mperadore, non potendo in persona venire a Roma a coronarlo per cagione del concilio ordinato, mandò il vescovo d’Ostia cardinale da Prato legato, che potesse in ciò come la persona del papa; il quale fu co·llui in Genova del mese...; e mandò il detto papa legato in Ungheria messer Gentile da... cardinale per coronare Carlo Rimberto, figliuolo che fu di Carlo... nipote del re Ruberto, del reame d’Ungheria, e per dargli ... favore della Chiesa. E così fece, e dimorovvi più tempo in Ungheria il detto cardinale, tanto ch’ebbe conquistato quasi tutto il paese il detto Carlo, e lui coronato paceficamente. E alla sua tornata in Italia del detto cardinale ebbe comandamento dal papa che tutto il tesoro della Chiesa ch’era a Roma e in altre terre del Patrimonio conducesse di là da’ monti a·llui, il quale così fece infino a la città di Lucca. Di là no·llo potéo più innanzi conducere per terra né per mare, perché la riviera di Genova così per terra come per mare era tutta scommossa a guerra per le parti, Guelfi e Ghibellini, per la venuta dello ’mperadore. Lasciollo in Lucca nella sagrestia di San Friano, il quale tesoro fu poi rubato per gli Ghibellini, come innanzi faremo menzione. XXIII Come papa Chimento fece concilio a Vienna in Borgogna, e canonizzò santo Lodovico figliuolo del re Carlo. Nel detto anno MCCCXI, per calen di novembre, il detto papa Chimento celebrò concilio a Vienna in Borgogna per la promessa fatta al re di Francia, per cagione della quistione mossa per lo detto re contra la memoria di papa Bonifazio, come adietro facemmo menzione, ov’ebbe più di CCC vescovi, sanza gli abati e prelati; e durò infino... In quello concilio si dichiarò che papa Bonifazio era stato cattolico, e non in caso di resia ove il re di Francia gli mettea adosso, e trovossi modo per contentare il re di Francia, e fecesi dicreto che per offesa che ’l re di Francia avesse fatta al detto papa Bonifazio o a la Chiesa mai a·llui né a sue rede potesse essere opposto né dato briga; e ordinossi  che  tutti  i  beni  e  possessioni  ch’erano  state  della  magione  del Tempio,  fossono  della  magione  dello  Spedale,  le  quali  convenne  che  la magione dello Spedale ricomperasse grandissimo tesoro da·re e da’ signori Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
che·ll’aveano  occupate;  onde  la  magione  dello  Spedale  si  credette  essere ricca, e per lo grande debito venne in male stato. Al detto concilio fu il re di Francia e più signori, e fecionvisi più costituzioni, e si cominciò il settimo libro de’ decretali. E compiuto il concilio, il papa se n’andò a Bordello. In quello concilio fu canonizzato a santo Lodovico arcivescovo di Tolosa, frate minore, figliuolo del re Carlo e primogenito, e fratello del re Ruberto, e per essere religioso lasciò l’onore mondano e la corona del reame. Fu uomo benigno e di santa vita, e molti miracoli mostrò Iddio per lui, e prima a sua vita e poi. XXIV Come lo ’mperadore Arrigo venne nella città di Genova. Nel detto anno MCCCXI, a dì XXI d’ottobre, lo ’mperadore venne di Lombardia a Genova con VIc cavalieri di sua gente oltramontani, sanza i Lombardi. Per gli Genovesi fu ricevuto come loro signore onorevolemente, e fattagli gran festa, e datogli al tutto la signoria della terra; che fu tenuto grande cosa, essendo la libertà e la potenza de’ Genovesi sì grande, come nulla città de’ Cristiani in mare e in terra. Il detto imperadore pacificò tutte le discordie de’ Genovesi, e rimisevi messer Ubizzino Spinoli e’ suoi seguaci, che n’erano fuori per rubegli, e fece fare pace tra·lloro e gli Ori e loro parte: donargli i Genovesi alla sua venuta Lm fiorini d’oro, e alla ’mperadrice XXm. XXV Come in Arezzo venne vicario d’imperio. Negli anni MCCCXI, del mese d’ottobre, venne ad Arezzo vicaro dello ’mperadore  uno  gentile  uomo  di  Padova:  pacificò  gli  Aretini  insieme,  e rimisevi dentro i Guelfi, e poco appresso vi morì di rema. XXVI Come in Firenze vennero ambasciadori dello ’mperadore, e furonne cacciati. Nel detto anno e mese d’ottobre venieno a Firenze messer Pandolfo Savelli di Roma e altri cherici per ambasciadori dello ’mperadore; furono a la Lastra sopra Montughi, i priori di Firenze mandarono loro che non entrassono in Firenze, e si partissono. I detti non volendosi partire, furono rubati per Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
CCXVII Come X galee de’ Genovesi furono prese da’ Turchi per tradimento. Nel detto anno e mese di luglio X galee di Genovesi guelfi andarono in corso in Romania rubando amici e nimici, e presono tanta roba che si  stimava  III c  milia  fiorini  d’oro,  e  feciono  compagnia  col  cerabi  di Sinopia, uno grande amiraglio di  Turchia; e corseggiato tutto il mare Maggiore, tornati al porto di Sinopia, per quello amiraglio nobilemente ricevuti, e fatta gran festa e conviti per trargli in terra, e dato loro uno ricco  desinare,  al  levare  delle  tavole  gli  fece  assalire  a’  suoi  Turchi,  e uccidere e prendere, e simigliante le galee e la roba ch’era in porto; e così perderono l’avere male acquistato, e le persone: che de le X galee e di tutta la ciurma non iscamparono che III galee; e rimasorvi XL e più de’ maggiori nobili di Genova, e bene MD altri per lo tradimento del detto Saracino. CCXVIII Come santo Tommaso d’Aquino fue canonizzato da papa Giovanni. Nel detto anno MCCCXXIII, all’uscita di luglio, per lo sopradetto papa Giovanni e per gli suoi cardinali apo Vignone, fue canonizzato per santo frate Tommaso d’Aquino dell’ordine di san Domenico, maestro in divinità e in filosofia, e uomo eccellentissimo di tutte scienze, e che più dichiarò le sacre Scritture che uomo che fosse da santo Agostino in qua, il quale vivette al tempo di Carlo primo re di Cicilia. E andando lui a corte di papa al concilio a Leone, si dice che per uno fisiziano del detto re, per veleno gli mise in confetti, il fece morire, credendone piacere  al  re  Carlo,  però  ch’era  del  legnaggio  de’  signori  d’Aquino  suoi ribelli, dubitando che per lo suo senno e virtù non fosse fatto cardinale; onde  fu  grande  dammaggio  a  la  chiesa  di  Dio:  morì  a  la  badia  di Fossanuova in Campagna, dì... E quando venne alla sua fine, prendendo  Corpus  Domini,  fece  questa  santa  orazione  con  grande  divozione “Ave pretio mee redemptionis, ave viatico mee peregrinationis, ave premio future vite in cui mano commendo anima et spiritum meum”; e passò in Cristo.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
Romani, però ch’avea mandato aiuto di sua gente a Galeasso  Visconti e frategli, che teneano la città di Milano e più altre città di Lombardia contra la Chiesa, opponendogli che non gli era licito d’usare l’uficio dello imperio infino che non fosse approvato degno e confermato per la Chiesa, dandogli termine tre mesi, ch’egli dovesse avere rinunziata la sua elezione dello imperio, e personalmente venuto a scusarsi di ciò, ch’avea favoreggiati gli eretici e sismatici e ribegli di santa Chiesa: e privò tutti i cherici che al detto Lodovico dessono consiglio, aiuto o favore, se disubbidisse. Il quale Lodovico com’ebbe il detto processo, con savio consiglio appellò al detto papa o suo successore e al concilio generale, quando egli fosse a la sedia di San Piero a Roma; e mandò a corte grande ambasceria di prelati e d’altri signori scusandosi al papa, e faccendo promettere di non essere contra la Chiesa; gli fu prolungato termine tre altri mesi, e secondo che aoperasse, così si procederebbe contra lui. CCXXVIII D’una grande tempesta che fu nel mare Maggiore. Nel detto anno e mese d’ottobre fu sì grande tempesta nel mare Maggiore di là da Gostantinopoli, che ben cento legni grossi vi periro; onde fue grande danno a’ mercatanti di Vinegia e di Genova e di Pisa e ancora de’ Greci, che molto avere e mercatantia e gente vi si perdero. CCXXIX Di novità che furono in Firenze per cagione degli ufici e de le sette. Nel detto anno, a l’uscita d’ottobre, i priori e gonfaloniere che allora erano a la signoria di Firenze, e erano de’ maggiori popolani de la città, presono balìa di fare priori per lo tempo avenire, e feciongli per XLII mesi avenire, e mischiarono de la gente che non avea retta la terra dal tempo del conte a Battifolle allora, due in tre per uficio di priorato, per mostrare di raccomunare la terra per la novità degli sbanditi ch’era stata l’agosto dinanzi, e’ detti eletti priori misono i bossoli ordinati di trargli di due in due mesi; onde poi nacque novità innanzi che finisse l’anno, come innanzi farà menzione.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
CCLXXIV Dell’appello che l’eletto di Baviera fece contro al papa. Nel detto anno, del mese d’ottobre, Lodovico di Baviera eletto re de’ Romani, per cagione del processo e scomunica e privazione che papa Giovanni avea fatta contro a·llui, sì fece in Alamagna uno grande parlamento, nel quale si discusò del processo che ’l papa avea fatto contra lui, come gli facea torto, e appellò a le dette sentenzie al concilio generale a Roma, opponendo contra il detto papa XXXVI capitoli, come non era degno papa; e ’l detto appello mandò del mese di novembre a la corte a Vignone; onde il detto papa e tutta la Chiesa ebbe grande turbazione. CCLXXV Come i marchesi da Esti tolsono Argenta a la Chiesa. Nel detto anno, a dì XXXI d’ottobre, i marchesi da Esti, che teneano Ferrara, tolsono per tradimento la terra d’Argenta in Romagna a la Chiesa di Roma, sanza fare danno o micidio niuno ne la terra. CCLXXVI De la venuta de’ cavalieri franceschi in Firenze. Nel detto anno MCCCXXIIII, a dì XX di novembre, giunsono in Firenze Vc cavalieri franceschi, i quali il Comune di Firenze avea fatti soldare in Francia, e furono molto bella gente e nobili, tutti gentili uomini, intra’ quali avea più di LX cavalieri di corredo. I capitani e conostaboli furono il siri di Basentino, il siri di Ciavigni, il siri d’Ipria, il siri di Giaconte, messer Miles d’Alzurro, messer Guiglielmo di Noren messer Gian di Curri, messer Uttaso d’Ombrieres, Raolino Lanieri, messer Prezzivalle di..., Rinaldo di Fontana, Raolino di Rocciaforte, e vennono per Lombardia armati e con bandiere levate. E messer Passerino signore di Mantova, che tenea la città di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
Gli animali e le piante e i campi e l’onde. Allora il buon villan sorge dal caro Letto cui la fedel sposa, e i minori Suoi figlioletti intepidìr la notte; Poi sul collo recando i sacri arnesi Che prima ritrovàr Cerere, e Pale, Va col bue lento innanzi al campo, e scuote Lungo il piccol sentier da’ curvi rami Il rugiadoso umor che, quasi gemma, I nascenti del Sol raggi rifrange. Allora sorge il Fabbro, e la sonante Officina riapre, e all’opre torna L’altro dì non perfette, o se di chiave Ardua e ferrati ingegni all’inquieto Ricco l’arche assecura, o se d’argento E d’oro incider vuol giojelli e vasi Per ornamento a nuove spose o a mense. Ma che? tu inorridisci, e mostri in capo, Qual istrice pungente, irti i capegli Al suon di mie parole? Ah non è questo, Signore, il tuo mattin. Tu col cadente Sol non sedesti a parca mensa, e al lume Dell’incerto crepuscolo non gisti Ieri a corcarti in male agiate piume, Come dannato è a far l’umile vulgo. A voi celeste prole, a voi concilio Di Semidei terreni altro concesse Giove benigno: e con altr’arti e leggi Per novo calle a me convien guidarvi. Tu tra le veglie, e le canore scene, E il patetico gioco oltre più assai Producesti la notte; e stanco alfine In aureo cocchio, col fragor di calde Precipitose rote, e il calpestìo Di volanti corsier, lunge agitasti Il queto aere notturno, e le tenèbre
Il Giorno di Giuseppe Parini
Durato un pezzo, onde l’uom servo intenda Per quanto immensa via natura il parta Dal suo Signore. I miei precetti intanto Io seguirò; che varie al tuo mattino Portar dee cure il variar dei giorni. Tal dì ti aspetta d’eloquenti fogli Serie a vergar, che al Rodano, al Lemano All’Amstel, al Tirreno, all’Adria legga Il Librajo che Momo, e Citerea Colmàr di beni, o il più di lui possente Appaltator di forestiere scene Con cui per opra tua facil donzella Sua virtù merchi, e non sperato ottenga Guiderdone al suo canto. O di grand’alma Primo fregio ed onor Beneficenza Che al merto porgi, ed a virtù la mano! Tu il ricco e il grande sopra il vulgo innalzi, Ed al concilio de gli Dei lo aggiugni. Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forse Den qualch’ore serbarsi al molle ferro Che il pelo a te rigermogliante a pena D’in su la guancia miete, e par che invidj, Ch’altri fuor che lui solo esplori o scopra Unqua il tuo sesso. Arroge a questi il giorno Che di lavacro universal convienti Bagnar le membra, per tua propria mano, O per altrui con odorose spugne Trascorrendo la cute. È ver che allora D’esser mortal ti sembrerà; ma innalza Tu allor la mente, e de’ grand’avi tuoi Le imprese ti rimembra e gli ozj illustri Che insino a te per secoli cotanti Misti scesero al chiaro altero sangue, E l’ubbioso pensier vedrai fuggirsi Lunge da te per l’aere rapito Su l’ale de la Gloria alto volanti; Et indi a poco sorgerai qual prima
Il Giorno di Giuseppe Parini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giuseppe Parini   Il Giorno (I redazione) 1240 1245 1250 1255 1260 1265 1270 Quinci vien l’altro che pur oggi al cocchio Dai casali pervenne, e già s’ascrive Al concilio de’ numi. Egli oggi impara A conoscere il vulgo, e già da quello Mille miglia lontan sente rapirsi Per lo spazio de’ cieli. A lui davanti Ossequiosi cadono i cristalli De’ generosi cocchi oltrepassando; E il lusingano ancor perchè sostegno Sia de la pompa loro. Altri ne viene Che di compro pur or titol si vanta; E pur s’affaccia, e pur gli orecchi porge, E pur sembragli udir da tutti i labbri Sonar le glorie sue: Mal abbia il lungo De le rote stridore, e il calpestìo De’ ferrati cavalli, e l’aura, e il vento Che il bel tenor de le bramate voci Scender non lascia a dilettargli ‘l core. Di momento in momento il fragor cresce, E la folla con esso. Ecco le vaghe A cui gli amanti per lo dì solenne Mendicarono i cocchi. Ecco le gravi Matrone che gran tempo arser di zelo Contro al bel Mondo, e dell’ignoto Corso La scelerata polvere dannàro; Ma poi che la vivace amabil prole Crebbe, e invitar sembrò con gli occhi Imene, Cessero alfine; e le tornite braccia, E del sorgente petto i rugiadosi Frutti prudentemente al guardo aprìro Dei nipoti di Giano. Affrettan quindi Le belle cittadine, ora è più lustri Note a la Fama, poi che ai tetti loro Dedussero gli Dei; e sepper meglio, E in più tragico stil da la toilette Ai loro amici declamar l’istoria
Il Giorno di Giuseppe Parini
Mattino Sorge il mattino in compagnia dell’alba Dinanzi al sol che di poi grande appare Su l’estremo orizzonte a render lieti Gli animali e le piante e i campi e l’onde. Allora il buon villan sorge dal caro Letto cui la fedel moglie e i minori Suoi figlioletti intiepidìr la notte: Poi sul dorso portando i sacri arnesi Che prima ritrovò Cerere o Pale Move seguendo i lenti bovi, e scote Lungo il picciol sentier da i curvi rami Fresca rugiada che di gemme al paro La nascente del sol luce rifrange. Allora sorge il fabbro, e la sonante Officina riapre, e all’opre torna L’altro dì non perfette; o se di chiave Ardua e ferrati ingegni all’inquieto Ricco l’arche assecura; o se d’argento E d’oro incider vuol gioielli e vasi Per ornamento a nova sposa o a mense. Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo Qual istrice pungente irti i capelli Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino Signor questo non è. Tu col cadente Sol non sedesti a parca cena, e al lume Dell’incerto crepuscolo non gisti Ieri a posar qual nei tugurj suoi Entro a rigide coltri il vulgo vile. A voi celeste prole a voi concilio Almo di semidei altro concesse Giove benigno: e con altr’arti e leggi Per novo calle a me guidarvi è d’uopo. Tu tra le veglie e le canore scene E il patetico gioco oltre più assai Producesti la notte: e stanco alfine
Il Giorno di Giuseppe Parini
Scenderai quindi a poco a bear gli occhi De la cara tua patria a cui dell’avo Il forte braccio e il viso almo celeste Del nipote dovean portar salute. Non vedi omai qual con solerte mano Rechin di vesti a te pubblico arredo I damigelli tuoi? Rodano e Senna Le tesserono a gara; e qui cucille Opulento sartor cui su lo scudo Serpe intrecciato a forbici eleganti Il titol di monsù: nè sol dà leggi A la materia la stagion diverse, Ma qual più si conviene al giorno e all’ora Varj sono il lavoro e la ricchezza. Vieni o fior de gli eroi vieni; e qual suole Nel più dubbio de’ casi alto monarca Avanti al trono suo convocar lento Di satrapi concilio a cui nell’ampia Calvizie de la fronte il senno appare; Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo Grave t’assidi, e lor sentenza ascolta. Un giacendo al tuo piè mostri qual deggia Liscia e piana salir su per le gambe La docil calza: un sia presente al volto, Un dietro al capo: e la percossa luce Quinci e quindi tornando, a un tempo solo Tutto al giudizio de’ tuoi guardi esponga L’apparato dell’arte. Intanto i servì A te sudino intorno; e qual piegate Le ginocchia in sul suol prono ti stringa Il molle piè di lucidi fermagli; E qual del biondo crin che i nodi eccede Su le schiene ondeggiante in negro velo I tesori raccoglia; e qual già pronto Venga spiegando la nettarea veste. Fortunato garzone a cui la moda
Il Giorno di Giuseppe Parini
145 Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi, Che per mille d’onore ardenti prove Colà fra gli astri a sfolgorar salìro. Svegliati a i grandi esempi; e meco affretta. Loco è, ben sai, ne la città famoso, 150 Che splendida matrona apre al notturno Concilio de’ tuoi pari, a cui la vita Fora senza di ciò mal grata e vile. Ivi le belle, e di feconda prole Inclite madri ad obliar sen vanno 155 Fra la sorte del gioco i tristi eventi De la sorte d’amore, onde fu il giorno Agitato e sconvolto. Ivi le grandi Avole auguste e i genitor leggiadri De’ già celebri eroi il senso e l’onta 160 Volgon de gli anni a rintuzzar fra l’ire Magnanime del gioco. Ivi la turba De la feroce gioventù divina Scende a pugnar con le mutabil’arme Di vaghi giubboncei, d’atti vezzosi, 165 Di bei modi del dir stamane appresi; Mentre la vanità fra il dubbio marte Nobil furor ne’ forti petti inspira; E con vario destin dando e togliendo La combattuta palma alto abbandona 170 I leggeri vessilli all’aure in preda. Ecco che già di cento faci e cento Gran palazzo rifulge. Multiforme Popol di servi baldanzosamente Sale scende s’aggira. Urto e fragore 175 Di rote di flagelli e di cavalli Che vengono che vanno, e stridi e fischi Di gente, che domandan che rispondono, Assordan l’aria all’alte mura intorno. Tutto è strepito e luce. O tu, che porti 180 La dama e il cavalier dolci mie cure,
Il Giorno di Giuseppe Parini
Eterna primavera una stagione sempre è ne’ lochi dilettosi et belli, né per volger di cielo han mutatione; 35 le fronde sempre verdi e’ fior’ novelli come producer primavera suole; di primavera il canto delli uccelli. Phebo ancora ama il loco, e ancora cole il lauro suo, s’egl’è: qual maraviglia, se ‘l verno temperato è, men caldo il sole? 40 Del padre ambo le rive occupa e piglia Daphne, et talhor piangendo crescon l’onde, tanto che toccan pur l’amata figlia. Nell’acque all’ombra delle sacre fronde canton candidi cigni dolcemente: l’acqua riceve il canto, e poi risponde. Poi che le fronde amò sempre virente Phebo, lasciaro il fonte pegaseo i cigni, e ‘l canto loro hor qui si sente. 50 Sopra a ogni altro loco Apollo deo questo amò in terra, dal surgente fonte fin dove perde il nome di Penneo; ma più, dopo l’excidio di Phetonte, che lui per la vendetta del suo filio fece passar a Sterope Acheronte. 55 Onde irato il rector del gran concilio, per punir giustamente il grave errore, li die’ del ciel per alcun tempo exilio. Alhora habito prese di pastore; ma poca differentia si comprende da la pastoral forma al primo honore.
Poemetti in terzine di Lorenzo de Medici
Se non ti piace ancora, perché nol merta l’anima ancora, almeno, noi ti preghiamo, mostra la via della salute aperta. Concedi che ingannare non ne lasciamo 155 da mondane lusinghe corruptibile, né ‘l certo per l’incerto et vano perdiamo. Fortificando il core contra il terribile impero di Fortuna et sua minaccia, a cui cede talor l’huom ch’è sensibile, 160 monstra benigna a noi la sancta faccia; o Padre a’ tua figli indulgentissimo la tua misericordia apra le braccia. Recrea quei che creasti, o Bene amplissimo, aiuta noi, perché di te solo nati 165 siamo, Padre omnipotente et clementissimo. Gl’intellecti et disiri nostri assetati tua verità sol empie et bontà intègra, né la cagione  che n’ha creati. Miserere alla figlia infecta e egra 170 alma, dalla celeste patria lunge, ch’exula in questa selva obscura et negra. Leva dal cuore quel che da te il disiunge; miserere del pianto lachrimoso pel disio della patria, che ‘l cor punge. 175 Ov’è la patria, ivi è vero riposo; ov’è il padre et la patria, posa il filio; quivi è ben sommo, vero et copioso. Inquietudine è dov’è l’exilio et falso bene, anzi male vero et aperto: 180 però fa’ noi del tuo divin concilio.
Poemetti in terzine di Lorenzo de Medici
1 Soviemmi che cantare io vi dovea (già lo promisi, e poi m’uscì di mente) d’una sospizion che fatto avea la bella donna di Ruggier dolente, de l’altra più spiacevole e più rea, e di più acuto e venenoso dente, che, per quel ch’ella udì da Ricciardetto, a devorare il cor l’entrò nel petto. 2 Dovea cantarne, et altro incominciai, perché Rinaldo in mezzo sopravenne; e poi Guidon mi diè che fare assai, che tra camino a bada un pezzo il tenne. D’una cosa in un’altra in modo entrai, che mal di Bradamante mi sovenne: sovienmene ora, e vo’ narrarne inanti che di Rinaldo e di Gradasso io canti. 3 Ma bisogna anco, prima ch’io ne parli, che d’Agramante io vi ragioni un poco, ch’avea ridutte le reliquie in Arli, che gli restâr del gran notturno fuoco, quando a raccor lo sparso campo e a darli soccorso e vettovaglie era atto il loco: l’Africa incontra, e la Spagna ha vicina, et è in sul fiume assiso alla marina. 4 Per tutto ’l regno fa scriver Marsilio gente a piedi e a cavallo, e trista e buona. Per forza e per amore ogni navilio atto a battaglia s’arma in Barcelona. Agramante ogni dì chiama a concilio; né a spesa né a fatica si perdona. Intanto gravi esazioni e spesse tutte hanno le città d’Africa oppresse.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose come già s’intese, per relazione, di alcuno santissimo uomo, la cui vita, apresso qualunque in quelli tempi viveva, era celebrata, che, standosi abstratto nelle sue orazioni, vide mediante quelle come, andando infinite anime di quelli miseri mortali, che nella disgrazia di Dio morivano, all’inferno, tutte o la maggior parte si dolevono, non per altro, che per avere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte. Donde che Minos e Radamanto insieme con gli altri infernali giudici ne avevano maraviglia grandissima. E, non potendo credere, queste calunnie, che costoro al sesso femmineo davano, essere vere, e crescendo ogni giorno le querele, e avendo di tutto fatto a Plutone conveniente rapporto, fu deliberato per lui di avere sopra questo caso con tutti gl’infernali principi maturo essamine, e pigliarne dipoi quel partito che fussi giudicato migliore per scoprire questa fallacia, o conoscerne in tutto la verità. Chiamatogli adunque a concilio, parlò Plutone in questa sentenza: “Ancora che io, dilettissimi miei, per celeste disposizione e fatale sorte al tutto irrevocabile possegga questo regno, e che per questo io non possa essere obligato ad alcuno iudicio  o  celeste  o  mondano,  nondimeno,  perché  gli  è  maggiore prudenza di quelli che possono più, sottomettersi più alle leggi e più stimare l’altrui iudizio, ho deliberato essere consigliato da voi come, in uno caso, il quale potrebbe seguire con qualche infamia del nostro imperio, io mi debba governare. Perché, dicendo tutte l’anime degli uomini, che vengono nel nostro regno, esserne stato cagione la moglie, e parendoci questo impossibile, dubitiamo che, dando iudizio sopra questa relazione, ne possiamo essere calunniati come troppo creduli, e, non ne dando, come manco severi e poco amatori della iustizia. E perché l’uno peccato è da uomini leggieri, e l’altro da ingiusti, e volendo fuggire quegli carichi, che da l’uno e  l’altro  potrebbono  dependere,  e  non  trovandone  il  modo,  vi  abbiamo chiamati, acciò che, consigliandone, ci aiutiate e siate cagione che questo regno,  come  per  lo  passato  è  vivuto  sanza  infamia,  così  per  lo  avvenire viva”. Parve a ciascheduno di quegli principi il caso importantissimo e di molta considerazione; e, concludendo tutti come egli era necessario scoprirne  la  verità,  erano  discrepanti  del  modo,  perché,  a  chi  pareva  che  si mandassi uno, a chi più nel mondo, che sotto forma di uomo conoscessi personalmente questo vero; a molti altri occorreva potersi fare sanza tanto disagio, costringendo varie anime con varii tormenti a scoprirlo. Pure, la maggior parte consigliando che si mandassi, s’indirizorno a questa opinio-
Belfagor arcidiavolo di Niccolo Machiavelli
di dominare: perché, essendo molte comunità a participare di quel dominio, non stimano tanto tale acquisto quanto fa una republica sola, che spera di goderselo tutto. Governonsi, oltra di questo, per concilio, e conviene che sieno più tardi ad ogni diliberazione, che quelli che abitono drento a uno medesimo cerchio. Vedesi ancora per sperienza, che simile modo di procedere ha un termine fisso, il quale non ci è esemplo che mostri che si sia trapassato: e questo è di aggiugnere a dodici o quattordici comunità; dipoi, non cercare di andare più avanti: perché, sendo giunti a grado che pare loro potersi difendere da ciascuno, non cercono maggiore dominio; sì perché la necessità non gli stringe di avere più potenza; sì per non conoscere utile negli acquisti, per le cagioni dette di sopra. Perché gli arebbono a fare una delle due cose; o a seguitare di farsi compagni, e questa moltitudine farebbe confusione; o egli arebbono a farsi sudditi, e perché e’ veggono in questo difficultà, e non molto utile nel tenergli, non lo stimano. Pertanto, quando e’ sono venuti a tanto numero che paia loro vivere sicuri, si voltono a due cose: l’una a ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; e per questi mezzi trarre da ogni parte danari, i quali facilmente infra loro si possono distribuire: l’altra è militare per altrui, e pigliare soldo da questo e da quel principe che per sue imprese gli solda; come si vede che fanno oggi i Svizzeri, e come si legge che facevano i preallegati. Di che n’è testimone Tito Livio, dove dice che, venendo a parlamento Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio Flaminio, e ragionando d’accordo alla presenza d’uno pretore degli Etoli, e venendo a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato la avarizia e la infidelità dicendo che gli Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi mandare loro uomini ancora a servigio del nimico; talché molte  volte  intra  due  contrari  eserciti  si  vedevano  le  insegne  di  Etolia. Conoscesi,  pertanto,  come  questo  modo  di  procedere  per  leghe,  è  stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi è stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati tosto. E se questo modo di fare sudditi è inutile nelle republiche armate, in quelle che sono disarmate è  inutilissimo:  come  sono  state  ne’  nostri  tempi  le  republiche  d’Italia. Conoscesi,  pertanto,  essere vero  modo  quello  che  tennono  i  Romani,  il quale è tanto più mirabile, quanto e’ non ce n’era innanzi a Roma esemplo, e dopo Roma non è stato alcuno che gli abbi imitati. E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svezia che gli imita. E, come nel fine di
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
forza, gli fe’ occupare il suo regno; e non conchiude altro, per tale azione, se non che a un principe che voglia fare gran cose, è necessario imparare a ingannare. Fegli ingannare, oltra di questo, Ciassare, re de’ Medii, suo zio materno, in più modi; sanza la quale fraude mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. Né credo che si truovi mai alcuno, costituto in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio solo con la forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo con la fraude: come fece Giovan Galeazzo per tôrre lo stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio. E quel che sono necessitati fare i principi ne’ principii degli augumenti loro, sono ancora necessitate a fare le republiche, infino che le siano diventate potenti, e che basti la forza sola. E perché Roma tenne in ogni parte, o per sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò ancora di questo. Né poté usare, nel principio, il maggiore inganno, che pigliare il modo, discorso di sopra da noi, di farsi compagni; perché sotto questo nome se gli fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli a lo intorno. Perché prima si valse dell’armi loro in domare i popoli convicini, e pigliare  la  riputazione  dello  stato;  dipoi,  domatogli,  venne  in  tanto augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avvidono mai, di essere al tutto servi, se non poi che vidono dare due rotte ai Sanniti, e  constrettigli  ad  accordo.  La  quale  vittoria,  come  ella  accrebbe  gran riputazione ai Romani co’ principi longinqui, che mediante quella sentirono il nome romano, e non l’armi, così generò invidia e sospetto in quelli che vedevano e sentivano l’armi, intra i quali furono i Latini. E tanto poté questa invidia e questo timore, che non solo i Latini ma le colonie che essi avevano in Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanzi difesi, congiurarono  contro  a  il  nome  romano.  E  mossono  questa  guerra  i  Latini  nel modo che si dice di sopra che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma difendendo i Sidicini contro ai Sanniti; a’ quali i Sanniti facevano guerra con licenza de’ Romani. E che sia vero che i Latini si movessono per avere conosciuto questo inganno, lo dimostra Tito Livio nella bocca di Annio Setino pretore latino, il quale nel concilio loro disse queste parole: “Nam si etiam nunc sub umbra foederis aequi servitutem pati possumus etc.”. Vedesi pertanto i Romani ne’ primi augumenti loro non essere mancati etiam della fraude; la quale fu sempre necessaria a usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi gradi salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa de’ Romani.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
XIV Ingannansi molte volte gli uomini, credendo con la umiltà vincere la superbia. Vedesi  molte  volte  come  l’umiltà  non  solamente  non  giova  ma nuoce,  massimamente  usandola  con  gli  uomini  insolenti,  che,  o  per invidia o per altra cagione, hanno concetto odio teco. Di che ne fa fede lo istorico nostro in questa cagione di guerra intra i Romani e i Latini. Perché, dolendosi i Sanniti con i Romani che i Latini gli avevano assaltati, i Romani non vollono proibire ai Latini tale guerra, disiderando non gli irritare: il che non  solamente non gli irritò  ma gli fece diventare più animosi  contro  a  loro,  e  si  scopersono  più  presto  inimici.  Di  che  ne fanno fede le parole usate dal prefato Annio pretore latino nel medesimo  concilio,  dov’e’  dice:  “Tentastis  patientiam  negando  militem:  quis dubitat exarsisse eos? Pertulerunt tamen hunc dolorem. Exercitus nos parare adversus Samnites, foederatos suos, audierunt, nec moverunt se ab urbe. Unde  haec  illis  tanta  modestia,  nisi  conscientia  virium,  et  nostrarum  et suarum?”. Conoscesi, pertanto, chiarissimo per questo testo, quanto la pazienza  de’  Romani  accrebbe  l’arroganza  de’  Latini.  E  però,  mai  un principe debbe volere mancare del grado suo, e non debbe mai lasciare alcuna cosa d’accordo, volendola lasciare onorevolmente, se non quando e’ la può, o ei si crede che la possa tenere: perché gli è meglio, quasi sempre, sendosi condotta la cosa in termine che tu non la possa lasciare nel  modo  detto,  lasciarsela  tôrre  con  le  forze,  che  con  la  paura  delle forze. Perché, se tu la lasci con la paura, lo fai per levarti la guerra, ed il più delle volte non te la lievi: perché colui a chi tu arai con una viltà scoperta concesso  quella,  non  istarà  saldo,  ma  ti  vorrà  tôrre  delle  altre  cose,  e  si accenderà più contro a di te, stimandoti meno; e, dall’altra parte, in tuo favore troverrai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o debole o vile: ma se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari le forze, ancora che le siano inferiori a lui, quello ti comincerà a stimare; stimanti più gli altri principi allo intorno; e a tale viene voglia di aiutarti, sendo in su l’armi, che, abbandonandoti, non ti aiuterebbe mai. Questo s’intende quando tu abbia uno inimico; ma quando ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi a alcuno di loro per riguadagnarselo, ancora che fussi di già scoperta la guerra, e per ismembrarlo dagli altri confederati tuoi nimici, fia sempre partito prudente.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
XV Gli stati deboli sempre fiano ambigui nel risolversi: e sempre le diliberazioni lente sono nocive. In questa medesima materia, ed in questi medesimi principii di guerra intra i Latini ed i Romani, si può notare come in ogni consulta è bene venire allo individuo di quello che si ha a diliberare, e non stare sempre in ambiguo né in su lo incerto della cosa. Il che si vede manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando ei pensavano alienarsi dai Romani. Perché, avendo i Romani presentito questo cattivo umore che ne’ popoli latini era entrato, per certificarsi della cosa, e per veder se potevano sanza mettere mano alle armi riguadagnarsi quegli popoli, fecero loro intendere, come e’ mandassono a Roma otto cittadini perché avevano a consultare con loro. I Latini, inteso questo, ed avendo coscienza di molte cose fatte contro alla voglia de’ Romani, fecioro concilio per ordinare chi dovesse ire a Roma e darli commissione di quello ch’egli avesse a dire. E stando nel concilio in questa disputa, Annio loro pretore disse queste parole: “Ad summam rerum nostrarum pertinere arbitror, ut cogitetis magis, quid agendum nobis, quam quid loquendum sit. Facile erit, explicatis consiliis, accommodare rebus verba”. Sono, sanza dubbio, queste parole verissime e debbono essere da ogni principe e da ogni republica gustate: perché, nella ambiguità e nella incertitudine di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole, ma, fermo una volta l’animo, e diliberato quello sia da esequire, è facil cosa trovarvi le parole. Io ho notata questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle publiche azioni, con danno e con vergogna della republica nostra. E sempre mal avverrà che ne’ partiti dubbi e dove bisogna animo a diliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbiano a essere consigliati e diliberati da uomini deboli. Non sono meno nocive ancora le diliberazioni lente e tarde, che le ambigue; massime quelle che si hanno a diliberare in favore di alcuno amico; perché con la lentezza loro non si aiuta persona, e nuocesi a sé medesimo. Queste diliberazioni così fatte procedono o da debolezza d’animo e di forze, o da malignità di coloro che hanno a diliberare i quali, mossi dalla passione propria di volere rovinare lo stato o adempiere qualche altro loro disiderio,  non  lasciano  seguire  la  diliberazione,  ma  la  impediscono  e  la attraversono. Perché i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga popo-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
solamente l’impedissino lo acquistare ma gli togliessino lo acquistato, e che il  re  ancora  non  li  facessi  el  simile.  Degli  Orsini  ne  ebbe  uno  riscontro quando dopo la espugnazione di Faenza, assaltò Bologna, che li vidde andare freddi in quello assalto: e circa il re, conobbe l’animo suo quando, preso il ducato di Urbino, assaltò la  Toscana; dalla quale impresa el re lo fece desistere. Onde che il duca deliberò non dependere più dalle arme e fortuna di altri. E la prima cosa, ’ndebolì le parti Orsine e Colonnese in Roma; perché tutti gli aderenti loro che fussino gentili uomini, se li guadagnò, faccendoli suoi gentili uomini e dando loro grandi provvisioni; e onorolli, secondo le loro qualità, di condotte e di governi; in modo che in pochi mesi negli animi loro l’affezione delle parti si spense, e tutta si volse nel duca. Dopo questa, aspettò la occasione di spegnere e’ capi Orsini, avendo dispersi quelli di casa Colonna; la quale li venne bene, e lui la usò meglio. Perché, avvedutisi gli Orsini, tardi, che la grandezza del duca e della Chiesa era la loro ruina, feciono una dieta alla Magione, nel Perugino; da quella nacque la rebellione di Urbino e li tumulti di Romagna e infiniti periculi del duca; li quali tutti superò con lo aiuto de’ Franzesi. E ritornatogli la reputazione, né si fidando di Francia né di altre forze esterne, per non le avere a cimentare, si volse agli inganni. E seppe tanto dissimulare l’animo suo, che gli Orsini medesimi, mediante el signor Paulo, si riconciliorono seco; con il quale el duca non mancò d’ogni ragione di offizio per assicurarlo, dandogli danari, veste e cavalli; tanto che la simplicità loro li condusse a Sinigaglia nelle sue mani. Spenti, adunque, questi capi, e ridotti li partigiani loro amici sua, aveva il duca gittati assai buoni fondamenti alla potenzia sua, avendo tutta la Romagna con il ducato di Urbino, parendogli, massime, aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi tutti quelli popoli, per avere cominciato a gustare el bene essere loro. E perché questa parte è degna di notizia e da essere imitata da altri, non la voglio lasciare indrieto. Preso che ebbe il duca la Romagna, e trovandola suta comandata da signori impotenti, li quali più presto avevano spogliato e’ loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione, non di unione, tanto che quella provincia era tutta piena di latrocinii, di brighe e di ogni altra ragione di insolenzia, iudicò fussi necessario, a volerla ridurre pacifica e obediente al braccio regio, darli buon governo. Però vi prepose messer Remirro de Orco uomo crudele ed espedito, al quale dette pienissima potestà. Costui in poco tempo la ridusse pacifica e unita, con grandissi-
Il Principe di Niccolo Machiavelli
Capitolo XIV Era allora governata Italia parte dai popoli, parte dai principi, parte dai mandati dallo imperadore, de’ quali il maggiore, e a cui gli altri riferivano si chiamava Cancellario. Intra i principi il più potente era Gottifredi e la contessa  Mattelda  sua  donna,  la  quale  era  nata  di  Beatrice,  sirocchia  di Errico II. Costei e il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio e Mantova, con tutto quello che oggi si chiama il Patrimonio. A’ pontefici faceva allora assai guerra l’ambizione del popolo romano, il quale, in prima, si era servito della autorità di quelli per liberarsi dagli imperadori; di poi che gli ebbe preso il dominio della città, e riformata quella secondo che a lui parve, subito diventò nimico a’ pontefici; e molte più ingiurie riceverno quegli da quel popolo, che da alcuno altro principe cristiano. E ne’ tempi che i papi facevono tremare con le censure tutto il Ponente,  avevono  il  popolo  romano  ribelle,  né  qualunque  di  essi  aveva altro intento che torre la reputazione e la autorità l’uno all’altro. Venuto, adunque, al pontificato Niccolao II, come Gregorio V tolse ai Romani il potere creare lo imperadore, così Niccolao gli privò di concorrere alla creazione del papa, e volle che, solo la elezione di quello appartenessi ai cardinali. Né fu contento a questo, ché convenuto con quelli principi che governavano la Calavria e la Puglia, per le cagioni che poco di poi direno, costrinse tutti  gli  ufficiali  mandati  dai  Romani  per  la  loro  iurisdizione  a  rendere ubidienzia al papa, e alcuni ne privò del loro ufizio. Capitolo XV Fu, dopo la morte di Niccolao, scisma nella Chiesa, perché il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro II, eletto a Roma, e creò Cadolo da Parma antipapa. Errico che aveva in odio la potenzia de’ pontefici, fece intendere a papa Alessandro che renunziasse al pontificato, e ai cardinali che andassero nella Magna a creare uno nuovo pontefice. Onde che  fu  il  primo  principe  che  cominciasse  a  sentire  di  quale  importanza fussero le spirituali ferite, perché il Papa fece uno concilio a Roma, e privò Errico dello Imperio e del regno. E alcuni popoli italiani seguirono il Papa, e alcuni Errico; il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciò che la Italia, mancate le inundazioni barbare, fusse dalle guerre intestine lacerata. Errico adunque, sendo scomunicato, fu costretto da’ suoi popoli a venire in Italia e, scalzo, inginocchiarsi al Papa e domandargli perdono: il che seguì
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
per opera e favore di Ecelino, prese Verona e Mantova, e disfece Vicenza occupò Padova, e ruppe lo esercito delle terre collegate, e di poi se ne venne verso Toscana. Ecelino, intanto, aveva sottomesso tutta la Marca trivigiana: non potette espugnare Ferrara, perché fu difesa da Azzone da Esti e dalle genti che il Papa aveva in Lombardia; donde che, partita la obsidione, il Papa dette quella città in feudo ad Azzone Estense, dal quale sono discesi quelli i quali ancora oggi la signoreggiano. Fermossi Federigo a Pisa, desideroso di insignorirsi di Toscana; e nel ricognoscere gli amici e nimici di quella provincia seminò tanta discordia che fu cagione della rovina di tutta Italia; perché le parti guelfe e ghibelline multiplicorono, chiamandosi Guelfi quelli  che  seguivono  la  Chiesa,  e  Ghibellini  quelli  che  seguivono  gli imperadori; e a Pistoia in prima fu udito questo nome. Partito Federigo da Pisa, in molti modi assaltò e guastò le terre della Chiesa, tanto che il Papa, non avendo altro rimedio, gli bandì la crociata contro, come avevono fatto gli antecessori suoi contro a’ Saraceni. E Federigo, per non essere abandonato dalle sue genti ad un tratto, come erano stati Federigo Barbarossa e altri suoi maggiori, soldò assai Saraceni; e per obligarseli, e per fare uno ostaculo in Italia fermo contro alla Chiesa, che non temessi le papali maledizioni, donò loro Nocera nel Regno, acciò che, avendo uno proprio refugio, potessero con maggiore securità servirlo. Capitolo XXII Era venuto al pontificato Innocenzio IV; il quale, temendo di Federigo, se ne andò a Genova, e di quivi in Francia; dove ordinò uno concilio, a Lione, al quale Federigo deliberò di andare. Ma fu ritenuto dalla rebellione di Parma; dalla impresa della quale sendo ributtato, se ne andò in Toscana, e di quivi in Sicilia, dove si morì. E lasciò in Svevia Currado suo figliuolo, e  in  Puglia  Manfredi,  nato  di  concubina,  il  quale  aveva  fatto  duca  di Benevento. Venne Currado per la possessione del Regno, e arrivato a Napoli si morì; e di lui rimase Curradino piccolo, che si trovava nella Magna. Pertanto Manfredi, prima, come tutore di Curradino, occupò quello stato; di poi, dando nome che Curradino era morto, si fece re, contro alla voglia del Papa e de’ Napoletani, i quali fece acconsentire per forza. Mentre che queste cose nel Regno si travagliavano, seguirono in Lombardia assai movimenti  intra  la  parte  guelfa  e  ghibellina.  Per  la  guelfa  era  uno  legato  del Papa; per la ghibellina Ecelino, il quale possedeva quasi tutta la Lombardia
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
cosa i  Vicentini, che sotto le insegne de’  Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del signore di Padova, si dierono a’ Viniziani; mediante  i  quali  i  Viniziani  presono  la  guerra  contro  a  di  lui,  e  prima  gli tolsono Verona, e di poi Padova. Capitolo XXXV In questo mezzo Bonifazio papa morì, e fu eletto Innocenzio VII; al quale il popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli  la  sua  libertà;  a  che  il  Papa  non  volle  acconsentire;  donde  che  il popolo chiamò in suo aiuto Ladislao re di Napoli. Di poi, nato intra loro accordo, il Papa se ne tornò a Roma, che per paura del popolo se ne era fuggito a Viterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca. Morì di poi, e fu creato Gregorio XII, con obligo che dovesse renunziare al papato, qualunche volta ancora l’Antipapa renunziasse. E per conforto de’ cardinali, per fare pruova se la Chiesa si poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto  Venere, e Gregorio a Lucca, dove praticorono cose assai e non  ne  conclusono  alcuna,  di  modo  che  i  cardinali  dell’uno  e  dell’altro papa gli abbandonorono, e dei papi, Benedetto se ne andò in Ispagna e Gregorio a Rimini. I cardinali dall’altra parte, con il favore di Baldassare Cossa cardinale e legato di Bologna, ordinorono uno concilio a Pisa dove creorono Alessandro V, il quale, subito, scomunicò il re Ladislao e investì di quel regno Luigi d’Angiò; e insieme con i Fiorentini, Genovesi e Viniziani, e con Baldassare Cossa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsono Roma. Ma nello ardore di questa guerra morì Alessandro, e fu creato papa Baldassare Cossa, che si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui partì da Bologna, dove fu creato, e ne andò a Roma, dove trovò Luigi d’Angiò, che era venuto con la armata di Provenza; e venuti alla zuffa con Ladislao, lo ruppono. Ma per difetto de’ condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Re, dopo poco tempo, riprese le forze, e riprese Roma; e il Papa se ne fuggì a Bologna,  e  Luigi  in  Provenza.  E  pensando  il  Papa  in  che  modo  potesse diminuire  la  potenza  di  Ladislao,  operò  che  Sigismondo  re  di  Ungheria fusse eletto imperadore e lo confortò a venire in Italia, e con quello si abboccò a Mantova; e convennono di fare uno concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa; la quale, unita, facilmente potrebbe opporsi alle forze de’ suoi nemici.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Capitolo XXXVI Erano, in quel tempo, tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni; i quali tenevano la Chiesa debile e sanza reputazione. Fu eletto il luogo del concilio Gostanza, città della Magna, fuora della intenzione di papa Giovanni; e benché fusse, per la morte del re Ladislao, spenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica del concilio, nondimeno, per essersi obligato, non potette rifiutare lo andarvi; e condotto a Gostanza, dopo non molti mesi, cognoscendo tardi lo errore suo, tentò di fuggirsi; per la qual cosa fu messo in carcere, e constretto rifiutare il papato. Gregorio, uno degli antipapi ancora, per uno suo mandato, rinunziò; e Benedetto, l’altro antipapa, non volendo rinunziare, fu condennato per eretico. Alla fine, abbandonato dai suoi  cardinali,  fu  constretto  ancora  egli  a  rinunziare;  e  il  Concilio  creò pontefice Otto, di casa Colonna, chiamato di poi papa Martino V. E così la Chiesa si unì, dopo quaranta anni che l’era stata in più pontefici divisa. Capitolo XXVII Trovavasi,  in  questi  tempi,  come  abbiamo  detto,  Filippo  Visconti nella rocca di Pavia; ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne’ travagli di Lombardia si era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, e aveva ragunate assai ricchezze, non avendo figliuoli, lasciò erede degli stati suoi Beatrice sua moglie, e ordinò con i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo. Per il quale matrimonio diventato Filippo potente, riacquistò Milano e tutto lo stato di Lombardia. Di poi, per essere grato de’ benefizi grandi, come sono quasi sempre tutti i principi, accusò Beatrice sua moglie di stupro, e la fece morire. Diventato pertanto potentissimo, cominciò a pensare alle guerre di Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre. Capitolo XXXVIII Aveva  Ladislao  re  di  Napoli,  morendo,  lasciato  a  Giovanna  sua sirocchia,  oltre  al  Regno,  uno  grande  esercito,  capitanato  dai  principali condottieri di Italia, intra i primi de’ quali era Sforza da Cotignuola reputato, secondo quelle armi, valoroso. La Reina, per fuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfello, il quale aveva allevato, tolse per marito Iacopo della Marcia, francioso, di stirpe regale, con queste condizioni, che fussi
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
con poca prudenza fatta, fu dallo universale con grande odio ricevuta; e di nimico ai Ghibellini diventò loro inimicissimo; donde al tutto ne nacque, con il tempo, la rovina loro. E avendo, per le necessità del Regno il conte Giordano a tornare a Napoli, lasciò in Firenze per regale vicario il conte Guido Novello, signore di Casentino. Fece costui uno concilio di Ghibellini ad Empoli, dove per ciascuno si concluse che, a volere mantenere potente la parte ghibellina in Toscana, era necessario disfare Firenze, sola atta per avere il popolo guelfo, a fare ripigliare le forze alle parti della Chiesa. A questa sì crudel sentenzia, data contra ad una sì nobile città, non fu cittadino né amico, eccetto che messer Farinata degli Uberti, che si opponesse, il quale apertamente e senza alcuno rispetto la difese, dicendo non avere con tanta fatica corsi tanti pericoli, se non per potere nella sua patria abitare; e che non era allora per non volere quello che già aveva cerco, né per rifiutare quello che dalla fortuna gli era stato dato; anzi per essere non minore nimico di coloro che disegnassero altrimenti, che si fusse stato ai Guelfi; e se di loro alcuno temeva della sua patria, la rovinasse, perché sperava, con quella virtù che ne aveva cacciati i Guelfi, difenderla. Era messer Farinata uomo di grande  animo,  eccellente  nella  guerra,  capo  de’  Ghibellini,  e  apresso  a Manfredi assai stimato: la cui autorità pose fine a quello ragionamento; e pensorono altri modi a volersi lo stato perservare. Capitolo VIII I Guelfi, i quali si erano fuggiti a Lucca, licenziati dai Lucchesi per le minacce del Conte, se ne andorono a Bologna. Di quivi furono dai Guelfi di Parma chiamati contro ai Ghibellini; dove, per la loro virtù superati gli avversarii, furno loro date tutte le loro possessioni; tanto che, cresciuti in ricchezze e in onore, sapiendo che papa Clemente aveva chiamato Carlo d’Angiò per torre il Regno a Manfredi, mandorono al Pontefice oratori ad offerirgli le loro forze. Di modo che il Papa, non solamente gli ricevé per amici, ma dette loro la sua insegna; la quale sempre di poi fu portata da’ Guelfi in guerra, ed è quella che ancora in Firenze si usa. Fu di poi Manfredi da Carlo spogliato del Regno, e morto; dove sendo intervenuti i Guelfi di Firenze, ne diventò la parte loro più gagliarda, e quella de’ Ghibellini più debole, donde che quelli che insieme col conte Guido Novello governavono Firenze giudicorono che fussi bene guadagnarsi con qualche benefizio quel popolo che prima avevano con ogni ingiuria aggravato; e quelli rimedi che,
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Fiorentini; i quali ancora non le vollono accettare, se il Papa non acconsentiva che le potessino rendere al Conte. Di che fu il Papa, dopo molte dispute, contento; ma volle che i Fiorentini gli promettessero di operare con il conte di Poppi che il Borgo gli restituisse. Fermo dunque per questa via lo animo del Papa, parve a’ Fiorentini, sendo il tempio cattedrale della loro città, chiamato Santa Reparata (la cui edificazione molto tempo innanzi si era cominciata) venuto a termine che vi si potevono i divini offizi celebrare, di richiederlo che personalmente lo consecrasse. A che il Papa volentieri acconsentì, e per maggiore magnificenza della città e del tempio, e per più onore del Pontefice, si fece un palco da Santa Maria Novella, dove il Papa abitava, infino al tempio che si doveva consecrare di larghezza di quattro e di altezza di dua braccia, coperto tutto di sopra e d’attorno di drappi ricchissimi, per il quale solo il Pontefice con la sua corte venne, insieme con quelli  magistrati  della  città  e  cittadini  i  quali  ad  accompagnarlo  furono deputati:  tutta  l’altra  cittadinanza  e  popolo  per  la  via,  per  le  case  e  nel tempio a veder tanto spettacolo si ridussono. Fatte adunque tutte le cerimonie che in simile consecrazione si sogliono fare, il Papa, per mostrare segno di maggiore amore, onorò della cavalleria Giuliano Davanzati, allora gonfaloniere di giustizia e di ogni tempo riputatissimo cittadino; al quale la Signoria, per non parere meno del Papa amorevole, il capitanato di Pisa per un anno concesse. Capitolo XVI Erano, in questi medesimi tempi, intra la Chiesa romana e la greca alcune differenze, tanto che nel divino culto non convenivano in ogni parte insieme; ed essendosi nell’ultimo concilio, fatto a Basilea, parlato assai, per i prelati della Chiesa occidentale, sopra questa materia, si deliberò che si usassi ogni diligenzia perché lo Imperadore e i prelati greci nel concilio a Basilea convenissero, per fare pruova se si potessino con la romana Chiesa accordare.  E  benché  questa  deliberazione  fusse  contro  alla  maiestà  dello imperio greco, e alla superbia de’ suoi prelati il cedere al Romano Pontefice dispiacesse, non di meno, sendo oppressi dai Turchi, e giudicando per loro medesimi non potere defendersi, per potere con più securtà agli altri domandare aiuti, deliberorono cedere. E così lo Imperadore, insieme con il Patriarca e altri prelati e baroni greci, per essere, secondo la deliberazione del  Concilio,  a  Basilea,  vennono  a  Vinegia;  ma,  sbigottiti  dalla  peste,
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Cornelia degli Alessandri e con Piero la Lucrezia de’ Tornabuoni congiunse; e delle nipoti nate di Piero la Bianca a Guglielmo de’ Pazzi, e la Nannina a Bernardo Rucellai sposò. Degli stati de’ principi e civili governi niuno altro al suo tempo per intelligenza lo raggiunse: di qui nacque che in tanta varietà di fortuna, e in si varia città e volubile cittadinanza, tenne uno stato trentuno anno; perché, sendo prudentissimo, cognosceva i mali discosto e per ciò era a tempo, o a non li lasciare crescere, o a prepararsi in modo che cresciuti, non lo offendessero: donde non solamente vinse la domestica e civile ambizione, ma quella di molti principi superò con tanta felicità e prudenza che qualunque seco e colla sua patria si collegava, rimaneva o pari o superiore al nimico, e qualunque se gli opponeva, o e’ perdeva il tempo e’ denari, o lo stato. Di che ne possono rendere buona testimonianza i Viniziani; i quali, con quello, contro al duca Filippo sempre furono superiori, e disiunti da lui, sempre furono, e da Filippo prima, e da Francesco poi, vinti e battuti; e quando con Alfonso contro alla republica di Firenze si collegorono, Cosimo con il credito suo vacuò Napoli e Vinegia di danari in modo che furono constretti a prendere quella pace che fu voluta concedere loro. Delle dificultà  adunque  che  Cosimo  ebbe,  dentro  alla  città  e  fuori,  fu  il  fine glorioso per lui e dannoso per gli inimici; e per ciò sempre le civili discordie gli accrebbono in Firenze stato, e le guerre di fuora potenza e reputazione: per  il  che  allo  imperio  della  sua  republica  il  Borgo  a  San  Sipolcro, Montedoglio, il Casentino e Val di Bagno aggiunse. E così la virtù e fortuna sua spense tutti i suoi nimici, e gli amici esaltò. Capitolo VI Nacque nel 1389, il giorno di Santo Cosimo e Damiano. Ebbe la sua prima età piena di travagli, come lo esilio, la cattura, i pericoli di morte dimostrano; e da il concilio di Gostanza, dove era ito con papa Giovanni, dopo la rovina di quello, per campare la vita, gli convenne fuggire travestito. Ma passati i quaranta anni della sua età, visse felicissimo, tanto che, non solo quelli che si accostorono a lui nelle imprese publiche, ma quelli ancora che  i  suoi  tesori  per  tutta  la  Europa  amministravano  della  felicità  sua participorono: da che molte eccessive ricchezze in molte famiglie di Firenze nacquono, come avvenne in quella de’ Tornabuoni, de’ Benci, de’ Portinari e de’ Sassetti; e dopo questi, tutti quelli che da il consiglio e fortuna sua dependevono arricchirono: talmente che, ben che negli edifizi de’ templi e
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
rebbe quello, che loro la patria perdessero. E perché le opere corrispondessero  alle  parole,  alla  custodia  del  corpo  suo  di  certo  numero  di  armati publicamente providono, acciò che dalle domestiche insidie lo defendessero. Capitolo XI Di poi si prese modo alla guerra, mettendo insieme genti e danari in quella  somma  poterono  maggiore.  Mandorono  per  aiuti,  per  virtù  della lega, al duca di Milano e a’ Viniziani; e poi che il Papa si era dimostro lupo e non pastore, per non essere come colpevoli devorati, con tutti quelli modi potevono la causa loro giustificavano, e tutta la Italia del tradimento fatto contro allo stato loro riempierono, mostrando la impietà del Pontefice e la ingiustizia sua; e come quello pontificato che gli aveva male occupato, male esercitava; poi che gli aveva mandato quelli che alle prime prelature aveva tratti, in compagnia di traditori e parricidi, a commettere tanto tradimento in nel tempio, nel mezzo del divino officio, nella celebrazione del Sacramento; e da poi, perché non gli era successo ammazzare i cittadini, mutare lo stato della loro città e quella a suo modo saccheggiare, la interdiceva e con  le  pontificali  maledizioni  la  minacciava  e  offendeva.  Ma  se  Dio  era giusto, se a Lui le violenzie dispiacevono, gli dovevono quelle di questo suo vicario dispiacere; ed essere contento che gli uomini offesi, non trovando presso a quello luogo, ricorressero a Lui. Per tanto, non che i Fiorentini ricevessero lo interdetto e a quello ubbidissero, ma sforzorono i sacerdoti a celebrare il divino oficio, feciono un concilio, in Firenze, di tutti i prelati toscani che allo imperio loro ubbidivono, nel quale appellorono delle ingiurie  del  Pontefice  al  futuro  Concilio.  Non  mancavano  ancora  al  Papa ragioni da giustificare la causa sua; e per ciò allegava appartenersi ad uno pontefice spegnere le tirannide, opprimere i cattivi, esaltare i buoni; le quali cose ei debbe con ogni opportuno rimedio fare; ma che non è già l’uficio de’ principi seculari detinere i cardinali, impiccare i vescovi, ammazzare, smembrare e strascinare i sacerdoti, gli innocenti e i nocenti sanza alcuna differenzia uccidere. Capitolo XII Non di meno, intra tante querele e accuse, i Fiorentini il Cardinale, ch’eglino avieno in mano, al Pontefice restituirono; il che fece che il Papa, sanza rispetto, con tutte le forze sue e del Re gli assalì. Ed entrati gli duoi
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
cresceva ciascun dì la speranza di occupare Ferrara. Dall’altra parte, il Re e i Fiorentini facevano ogni opera per ridurre il Papa alla voglia loro, e non essendo succeduto di farlo cedere alle armi, lo minacciavano del concilio, il quale già dallo Imperadore era stato pronunziato per a Basilea; onde che, per mezzo degli  oratori  di  quello,  che  si  trovavano a  Roma,  e  de’  primi cardinali, i quali la pace desideravano, fu persuaso e stretto il Papa a pensare alla pace e alla unione di Italia. Onde che il Pontefice, per timore, e anche per vedere come la grandezza de’ Viniziani era la rovina della Chiesa e di Italia, si volse allo accordarsi con la lega; e mandò suoi nunzi a Napoli, dove per cinque anni feciono lega Papa, Re duca di Milano e Fiorentini, riserbando il luogo a’  Viniziani ad accettarla. Il che seguito fece il Papa intendere a’ Viniziani che si astenessero dalla guerra di Ferrara. A che i Viniziani non vollono acconsentire; anzi con maggiori forze si prepararono alla guerra, e avendo rotte le genti del Duca e del Marchese ad Argenta, si erano in modo appressati  a  Ferrara,  ch’eglino  avieno  posti  nel  parco  del  Marchese  gli alloggiamenti loro. Capitolo XXV Onde  che  alla  lega  non  parve  da  differire  più  di  porgere  gagliardi aiuti a quel signore, e feciono passare a Ferrara il duca di Calavria con le genti sue e con quelle del Papa; e similmente i Fiorentini tutte le loro genti vi mandorono. E per meglio dispensare l’ordine della guerra, fece la lega una dieta a Cremona, dove convenne il legato del Papa con il conte Girolamo, il duca di Calavria, il signore Lodovico e Lorenzo de’ Medici con molti altri principi italiani; nella quale intra questi principi si divisorono tutti i modi della futura guerra. E perché eglino giudicavano che Ferrara non si potesse meglio soccorrere che con il fare una diversione gagliarda, volevano che il signore Lodovico acconsentisse a rompere guerra a’ Viniziani per lo stato del duca di Milano; a che quel signore non voleva acconsentire, dubitando di non si tirare una guerra addosso da non la potere spegnere a sua posta. E per ciò si deliberò di fare alto con tutte le genti a Ferrara; e messo insieme quattro mila uomini d’arme e otto mila fanti, andorono a trovare i Viniziani, i  quali  avieno  dumiladugento  uomini  d’arme  e  sei  mila  fanti.  Alla  lega parve, la prima cosa, di assalire l’armata che i  Viniziani avieno nel Po; e quella assalita, appresso al Bondeno, ruppono con perdita di più che dugento legni;  dove  rimase  prigioniero  messer  Antonio  Iustiniano,  provveditore
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
1 Mentre son questi a le bell’opre intenti, perché debbiano tosto in uso porse, il gran nemico de l’umane genti contra i cristiani i lividi occhi torse; e scorgendogli omai lieti e contenti, ambo le labra per furor si morse, e qual tauro ferito il suo dolore versò mugghiando e sospirando fuore. 2 Quinci, avendo pur tutto il pensier vòlto a recar ne’ cristiani ultima doglia, che sia, comanda, il popol suo raccolto (concilio orrendo!) entro la regia soglia; come sia pur leggiera impresa, ahi stolto!, il repugnare a la divina voglia: stolto, ch’al Ciel s’agguaglia, e in oblio pone come di Dio la destra irata tuone. 3 Chiama gli abitator de l’ombre eterne il rauco suon de la tartarea tromba. Treman le spaziose atre caverne, e l’aer cieco a quel romor rimbomba; né sì stridendo mai da le superne regioni del cielo il folgor piomba, né sì scossa giamai trema la terra quando i vapori in sen gravida serra. 4 Tosto gli dèi d’Abisso in varie torme concorron d’ogn’intorno a l’alte porte. Oh come strane, oh come orribil forme! quant’è ne gli occhi lor terrore e morte! Stampano alcuni il suol di ferine orme, e ’n fronte umana han chiome d’angui attorte, e lor s’aggira dietro immensa coda che quasi sferza si ripiega e snoda.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Or avvenne che i due viaggiatori, i quali m’aveano parlato nel cortile, passarono nel frangente di quella crisi, ed osservando la nostra dimestichezza s’avvisarono naturalmente che noi fossimo marito e moglie almeno; però soprastando su l’uscio della rimessa, l’un d’essi, ed era il viaggiatore curioso, c’interrogò: E domattina partirete voi per Parigi? – Posso rispondere per me solo, diss’io: e la signora soggiunse che andava a Amiens. Vi abbiamo desinato ieri, disse il semplice viaggiatore – E voi andando a Parigi, mi disse l’altro, vi passerete propriamente per mezzo. Poco mancò ch’io non gli rendessi infinite grazie della notizia che Amiens fosse su la strada di Parigi; ma avvedendomi ch’io pigliava appunto allora tabacco nella scatoletta di corno del mio frate dabbene – risposi pacificamente con un inchino, ed augurai loro un tragitto prospero a Douvre – Ci lasciarono soli. Or chi pregasse quest’afflitta gentildonna perch’ella accetti la metà del suo sterzo? – e che male ci sarebb’egli? dissi tra me; e che infortunio tremendo ne verrebb’egli? Ogni sordida passione e trista propensione della mia natura gridarono all’arme, mentr’io proponeva il partito – Ci vorrà il terzo cavallo, dicea l’AVARIZIA; e ti trarrà di tasca un’altra ventina di lire – Tu non sai chi mai sia costei, dicea la DIFFIDENZA – Nè in che brighe questo imbroglio può avvilupparti, bisbigliava la CODARDIA. Fa  conto,  Yorick!  dicea  la  CIRCOSPEZIONE,  ch’e’  si  dirà  che  tu viaggi con l’amica, e che vi siete data la posta a Calais – Tu  non  potrai  più  d’oggi  in  poi,  gridò  strepitando  l’IPOCRISIA, mostrar  la  tua  faccia  al  popolo  –  Nè  promuoverti,  aggiunse  la MEDIOCRITA1, nelle dignità della Chiesa – E finchè tu campi, disse l’ORGOGLIO, ti rimarrai prebendario cencioso. –  Ma  io  fo  pure  una  gentilezza,  diss’io  –  E  perchè  per  lo  più  mi governo col primo impulso, e perciò quasi mai non do retta a cotali cabale che non ti giovano a nulla, ch’io sappia, fuorchè a smaltarti il cuor di diamante – mi volsi tosto alla dama... – Ma mentre il concilio mio disputava, la dama se n’era ita, nè me n’accorsi; anzi nel punto ch’io pronunziava la mia sentenza, ella avea fatto da dieci o dodici passi lungo la via; e m’affrettai dietro a lei per farle con bella maniera la mia proferta: ma notai ch’ella se n’andava con la guancia appoggiata alla palma – col tardo e misurato portamento della meditazione, e  con  gli  occhi  fitti  di  passo  in  passo  sul  suolo;  onde  venni  in  pensiero 20 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo