concertare

[con-cer-tà-re]
concèrto
In sintesi
accordare; organizzare, combinare, ordire
← dal lat. concertāre ‘contendere, competere’, comp. di m ‘con’ e certāre ‘combattere’.

A
v.tr.

1
Stabilire di comune accordo, combinare, concordare, spesso segretamente: c. una truffa, un piano, una gita, uno scherzo SIN. ordire
2
MUS Ordinare, accordare insieme le varie parti strumentali e vocali di una composizione sinfonica od operistica: c. una sinfonia || Accordare gli strumenti tra loro prima di eseguire un pezzo musicale

B
v.rifl.

concertàrsi Accordarsi, mettersi d'accordo

Citazioni
soggiacquero da molti secoli ad una forza ordinatrice, il mondo spirituale ed interno aspetti forse ancora nello stato di caos la virtù che lo incardini. Intanto è un contrasto di sentimenti di forze di giudizi; un’accozzaglia informe e tumultuosa di passioni, di assopimenti, e d’imposture; un subbollimento di viltà, di ardimenti, di opere magnanime, e di lordure; un vero caos di spiriti non bene sviluppati ancora dalla materia, e di materia premente a sbaraglio sugli spiriti. Tutto si agita, si move, si cangia; ma torno ancora a ripeterlo, il nocciuolo dell’ordine futuro si è già composto, e ad ogni giorno agglomera intorno a sé nuovi elementi, come quelle nebulose che aggirandosi ingrandiscono,  spesseggiano  e  diminuiscono  densità  e  confusione  all’atmosfera atomistica che le circonda. Quanti secoli bisognarono a quella nebulosa per crescere da atomo a stella? Ve lo dicano gli astronomi. Quanti secoli ci vollero  al  sentimento  umano  per  concertarsi  in  coscienza?  Lo  dicano  gli antropologi. — Ma come quella stella matura forse agli ultimi e scomposti confini dell’universo un altro sistema solare, così la coscienza promette al disordine interno dei sentimenti un’armonia stabile e veramente morale. Vi sono spazii di tempo che si confondono coll’eternità nel pensiero d’un uomo: ma ciò che si toglie al pensiero non è vietato alla speranza. L’Umanità è uno spirito che può sperar lungamente, e aspettar con pazienza. Ma anche il povero Leopardo, benché non avesse dinanzi la vita dei secoli, dovette aspettar con pazienza primaché la Doretta mostrasse accorgersi delle sue premure e sapergliene grado. La vanità, io credo, fu quella che la persuase. Prima di tutto Leopardo era bello; poi era uno dei più agiati partiti del territorio, e infine le dava tante prove di amore quasi devoto che sarebbe stata vera sciocchezza il non approfittarne. Del resto se egli la divertiva assai volte colla sua semplicità, la ammaliava anche sovente con quel suo fare di animo valoroso e sereno. La si era accorta che mite e tollerante colle donne anche quando si prendevano giuoco di lui, non lo era poi niente affatto verso ai giovinastri lì intorno. Una sua occhiata bastava a far loro calare le ali, e a lei non era piccola gloria l’aver pronto a’ suoi cenni chi tanto facilmente frenava la caparbietà degli altri. La Doretta adunque si lasciò trovare sempre più spesso alla fontana; s’intrattenne sempre più amichevolmente con essolui nelle ragunanze festive, e dall’accogliere le sue cortesie al ricambiarle, il tratto fu sì abbastanza lungo, ma dàlli e dàlli ne vennero a capo. Allora Leopardo non si accontentò più di vederla il mattino quando capitava, o le feste in mezzo alla baraonda della sagra, ma tutte le sere andava a Venchieredo e là o
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo