chiosa

[chiò-ʃa]
In sintesi
nota di spiegazione; glossa
1
Annotazione aggiunta a un testo per spiegare una parola o un passo oscuro; postilla, glossa: fare una c. sul margine del libro
2
fig. Commento: fare la c. di un fatto || Osservazione, per lo più maligna ‖ dim. chiosétta; chiosettìna; chioserèlla

Citazioni
Non più di questo, ché parrebbe che voi ancora voleste servire a la causa: e’ fiorentini sono maestri della lingua; e non solamente le nobili donne, ma quelle nate nel contado potrebbono riconoscere i forastieri a la favella, come fu già conosciuto Teofrasto in Atene. Dialogo.  Mi  ricordo  d’aver  letto  che  la  bontà  e  virtù  della  locuzione primieramente consiste nel muover gli affetti ed in generar maraviglia e diletto, come avete detto, nell’animo di colui che legge, senza recargli sazietà. Risposta. La bontà e la virtù della locuzione consiste principalmente nella chiarezza, e nella brevità, e nell’efficacia. Avete  voi  osservato  nelle  risposte  quel  ch’a  me  pare  di  conoscere?  che  ‘l chiosatore si veste la persona di giudice, e riprovando senza ragione e senza autorità, dà la sentenza? A questo pensava pur ora. Or vogliancene appellare ad Aristotele, e vedere quel ch’egli ne dica? Ma senza ricorrere al testo, qui di nuovo invoco la memoria: ecco, son esaudito:  questo  è  ‘l  concetto,  se  pur  non  fosser  queste  le  parole:  “La  virtù dell’elocuzione  è  ch’ella  sia  chiara,  non  umile:  quella,  dunque,  che  sarà composta di  propri  nomi,  sarà  chiara,  ma  umile,  come,  per  esempio,  la poesia di Cleofonte e di Stenelo; l’altra, ch’usa le voci peregrine, venerabile, ch’escluderà tutto quel che c’è di plebeo”. E nella Retorica: “Pongasi che la virtù del parlare sia lo esser chiaro; e vaglia per argomento che, s’egli non dichiara, non fa l’ufficio suo; e oltre di ciò che non sia umile, né si alzi più che non dee, ma sia convenevole: perché l’elocuzion poetica non è umile peraventura, ma non conviene a l’oratore; e i nomi chiari e i verbi rendono chiara l’orazione, ma umile; e gli altri nomi, de’ quai si ragiona nella Poetica, ornata”. Da le quali parole mi par che si raccolga chiaramente che l’altezza e l’ornamento sian proprii del parlar poetico; e ‘l chiosatore l’uno e l’altro tralascia, ed aggiunge la terza condizione; la quale non so bene se pur sia quella stessa ch’Aristotele chiama atto, perché ella pone le cose sotto gli occhi, e conviene al poeta oltre tutte l’altre. Dialogo.  E  se  ciò  è  vero,  che  importa  ch’egli  ciò  faccia  più  tosto  con  parlar commune che con modi di dir peregrini? Anzi, è più loda d’un poeta che fa nascer la maraviglia da locuzione chiara e natia più che da altra peregrina ed oscura: poi ch’in queste daran maraviglia peraventura le frasi nuove e l’artificio ricercato; e in quella, la collocazione solamente delle voci, e il numero onde risulta l’armonia, che rapisce altrui quasi con occulto miracolo. Risposta. Questo è un mescuglio d’energie, maraviglie e armonie, ed un zibaldone tanto disordinato e confuso, e tanto fuor di proposito che non accade rispondergli.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso