chimera

[chi-mè-ra]
In sintesi
mostro mitologico; illusione, sogno, desiderio irrealizzabile
← dal lat. chimāera(m), che è dal gr. chímaira, propr. ‘capra’.
1
Nella mitologia greca, mostro con corpo e testa di leone vomitante fuoco dalla bocca, con coda di drago e una testa di capra sporgente dalla schiena
2
fig. Strana fantasticheria, vana illusione, utopia: insegue da anni una c. SIN. fantasia, sogno
3
BIOL Organismo costituito dall'innesto di due o più specie diverse

Citazioni
interrogato più tardi se sa o ha inteso dire in che modo il detto commissario ongesse le dette muraglie et case, risponde: sentei che una donna di quelle che stanno sopra il portico che traversa la detta  Vedra, quale non so come habbi nome, disse che detto commissario ongeva con una penna, havendo un vasetto in mano. Potrebb’esser benissimo che quella Caterina avesse parlato d’una penna da lei vista davvero in mano dello sconosciuto; e ognuno indovina troppo facilmente qual altra cosa poté esser da lei battezzata per vasetto; ché, in una mente la qual non vedeva che unzioni, una penna doveva avere una relazione più immediata e più stretta con un vasetto, che con un calamaio. Ma pur troppo, in quel tumulto di chiacchiere, non andò persa una circostanza vera, che l’uomo era un commissario della Sanità; e, con quest’indizio, si trovò anche subito ch’era un Guglielmo Piazza,  genero della comar Paola, la quale doveva essere una levatrice molto nota in que’ contorni. La notizia si sparse via via negli altri quartieri, e ci fu anche portata da qualcheduno che s’era abbattuto a passar di lì nel momento del sottosopra. Uno di questi discorsi fu riferito al senato, che ordinò al capitano di giustizia, d’andar subito a prendere informazioni, e di procedere secondo il caso. È stato significato al Senato che hieri mattina furno onte con ontioni mortifere le mura et porte delle case della Vedra de’ Cittadini, disse il capitano di giustizia al notaio criminale che prese con sé in quella spedizione. E con queste parole, già piene d’una deplorabile certezza, e passate senza correzione dalla bocca del popolo in quella de’ magistrati, s’apre il processo. Al veder questa ferma persuasione, questa pazza paura d’un attentato chimerico, non si può far a meno di non rammentarsi ciò che accadde di simile in varie parti d’Europa, pochi anni sono, nel tempo del colera. Se non che, questa volta, le persone punto punto istruite, meno qualche eccezione, non parteciparono della sciagurata credenza, anzi la più parte fecero quel che potevano per combatterla; e non si sarebbe trovato nessun tribunale che stendesse la mano sopra imputati di quella sorte, quando non fosse stato per sottrarli al furore della moltitudine. È, certo, un gran miglioramento; ma se fosse anche più grande, se si potesse esser certi che, in un’occasion dello stesso genere, non ci sarebbe più nessuno che sognasse attentati dello stesso genere, non si dovrebbe perciò creder cessato il pericolo d’errori somiglianti nel modo, se non nell’oggetto. Pur troppo, l’uomo può ingannarsi, e ingannarsi terribilmente, con molto minore stravaganza. Quel sospetto e quella esasperazion medesima nascono ugualmente all’occasion di mali che possono esser benis-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
coscienza”. E il Bossi, criminalista del secolo XVI, e senator di Milano: “Arbitrio non vuol dir altro (in hoc consistit) se non che il giudice non ha una regola certa dalla legge, la quale dice soltanto non doversi cominciar dai tormenti, ma da argomenti verisimili e probabili. Tocca dunque al giudice a esaminare se un indizio sia verisimile e probabile”. Ciò ch’essi chiamavano arbitrio, era in somma la cosa stessa che, per iscansar quel vocabolo equivoco e di tristo suono, fu poi chiamata poter discrezionale: cosa pericolosa, ma inevitabile nell’applicazion delle leggi, e buone e cattive; e che i savi legislatori cercano, non di togliere, che sarebbe una chimera, ma di limitare ad alcune determinate e meno essenziali circostanze, e di restringere anche in quelle più che possono. E tale, oso dire, fu anche l’intento primitivo, e il progressivo lavoro degl’interpreti, segnatamente riguardo alla tortura, sulla quale il potere lasciato dalla legge al giudice era spaventosamente largo. Già Bartolo, dopo le parole che abbiam citate sopra, soggiunge: “ma io darò le regole che potrò”. Altri ne avevan date prima di lui; e i suoi successori ne diedero di mano in mano molte più, chi proponendone qualcheduna del suo, chi ripetendo e approvando le proposte da altri; senza lasciar però di ripeter la formola ch’esprimeva il fatto della legge, della quale non erano, alla fine, che interpreti. Ma con l’andar del tempo, e con l’avanzar del lavoro, vollero modificare anche il linguaggio; e n’abbiam l’attestato dal Farinacci, posteriore ai citati qui, anteriore però all’epoca del nostro processo, e allora autorevolissimo. Dopo aver ripetuto, e confermato con un subisso d’autorità, il principio, che “l’arbitrio non si deve intender libero e assoluto, ma legato dal diritto e dall’equità”; dopo averne cavate, e confermate con altre autorità, le conseguenze, che “il giudice deve inclinare alla parte più mite, e regolar l’arbitrio con la disposizion generale delle leggi, e con la dottrina de’ dottori approvati, e che non può formare indizi a suo capriccio”; dopo aver trattato, più estesamente, credo, e più ordinatamente che nessuno avesse ancor fatto, di tali indizi, conclude: “puoi dunque vedere che la massima comune de’ dottori gl’indizi alla tortura sono arbitrari al giudice - è talmente, e anche concordemente ristretta da’ dottori medesimi, che non a torto molti giurisperiti dicono doversi anzi stabilir la regola contraria, cioè che gl’indizi non sono arbitrari al giudice”. E cita questa sentenza di Francesco Casoni: “è error comune de’ giudici il credere che la tortura sia arbitraria; come se la natura avesse creati i corpi de’ rei perché essi potessero straziarli a loro capriccio”.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Gli uomini lasciano per lo più in abbandono i più importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli, l’interesse de’ quali è di opporsi alle più provide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicità e dall’altra tutta la debolezza e la miseria. Perciò se non dopo esser passati framezzo mille errori nelle cose più essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una stanchezza di soffrire i mali, giunti all’estremo, non s’inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono, e a riconoscere le più palpabili verità, le quali appunto sfuggono per la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, più per tradizione che per esame. Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo più che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero. Felici  sono  quelle  pochissime  nazioni,  che  non  aspettarono  che  il  lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio dall’oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi lungamente infruttuosi delle utili verità. Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano e i sudditi, e fralle diverse nazioni; il commercio si è animato all’aspetto delle verità filosofiche rese comuni colla stampa, e si è accesa fralle nazioni una tacita guerra d’industria la più umana e la più degna di uomini ragionevoli. Questi sono frutti che si debbono alla luce di questo secolo, ma pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltà delle pene e l’irregolarità delle procedure criminali, parte di legislazione così principale e così trascurata in quasi tutta l’Europa,  pochissimi,  rimontando  ai  principii  generali,  annientarono  gli errori accumulati di più secoli, frenando almeno, con quella sola forza che hanno le verità conosciute, il troppo libero corso della mal diretta potenza, che ha dato fin ora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocità. E pure i gemiti dei deboli, sacrificati alla crudele ignoranza ed alla ricca indolenza, i barbari tormenti con prodiga e inutile severità moltiplicati per deOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 8 Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � litti o non provati o chimerici, la squallidezza e gli orrori d’una prigione, aumentati dal più crudele carnefice dei miseri, l’incertezza, doveano scuotere quella sorta di magistrati che guidano le opinioni delle menti umane. L’immortale Presidente di Montesquieu ha rapidamente scorso su di questa materia. L’indivisibile verità mi ha forzato a seguire le tracce luminose di questo grand’uomo, ma gli uomini pensatori, pe’ quali scrivo, sapranno distinguere i miei passi dai suoi. Me fortunato, se potrò ottenere, com’esso, i segreti ringraziamenti degli oscuri e pacifici seguaci della ragione, e se potrò inspirare quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi della umanità!
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Diritto di punire Ogni  pena  che  non  derivi  dall’assoluta  necessità,  dice  il  grande Montesquieu,  è  tirannica;  proposizione  che  si  può  rendere  più  generale così:  ogni  atto  di  autorità  di  uomo  a  uomo  che  non  derivi  dall’assoluta necessità  è  tirannico.  Ecco  dunque  sopra  di  che  è  fondato  il  diritto  del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poichè non è da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell’uomo. Qualunque legge devii da questi incontrerà sempre una resistenza contraria che vince alla fine, in quella maniera che una forza benchè minima, se sia continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo. Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertà in vista del ben pubblico; questa chimera non esiste che ne’ romanzi; se fosse possibile, ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri, non ci legassero; ogni uomo si fa centro di tutte le combinazioni del globo. La  moltiplicazione  del  genere  umano,  piccola  per  se  stessa,  ma  di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre più s’incrocicchiavano tra di loro, riunì i primi  selvaggi.  Le  prime  unioni  formarono  necessariamente  le  altre  per resistere alle prime, e così lo stato di guerra trasportossi dall’individuo alle nazioni. Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto. Osservate che la parola diritto non è contradittoria alla parola forza, ma la prima è piuttosto una modificazione della seconda, cioè la modificazione più utile al maggior numero. E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbono nell’antico stato d’insociabilità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � Capitolo XXXI Delitti di prova difficile In vista di questi principii strano parrà, a chi non riflette che la ragione non è quasi mai stata la legislatrice delle nazioni, che i delitti o più atroci o più oscuri e chimerici, cioè quelli de’ quali l’improbabilità è maggiore, sieno  provati  dalle  conghietture  e  dalle  prove  più  deboli  ed  equivoche; quasichè le leggi e il giudice abbiano interesse non di cercare la verità, ma di provare il delitto; quasichè di condannare un innocente non vi sia un tanto maggior pericolo quanto la probabilità dell’innocenza supera la probabilità del reato. Manca nella maggior parte degli uomini quel vigore necessario egualmente per i grandi delitti che per le grandi virtù, per cui pare che gli uni vadan sempre contemporanei colle altre in quelle nazioni che più si sostengono per l’attività del governo e delle passioni cospiranti al pubblico bene  che  per  la  massa  loro  o  la  costante  bontà  delle  leggi.  In  queste  le passioni indebolite sembran più atte a mantenere che a migliorare la forma di governo. Da ciò si cava una conseguenza importante, che non sempre in una nazione i grandi delitti provano il suo deperimento. Vi sono alcuni delitti che sono nel medesimo tempo frequenti nella società e difficili a provarsi, e in questi la difficoltà della prova tien luogo della probabilità dell’innocenza, ed il danno dell’impunità essendo tanto meno valutabile quanto la frequenza di questi delitti dipende da principii diversi dal pericolo dell’impunità, il tempo dell’esame e il tempo della prescrizione devono diminuirsi egualmente. E pure gli adulterii, la greca libidine, che sono delitti di difficile prova, sono quelli che secondo i principii ricevuti ammettono le tiranniche presunzioni, le quasi-prove, le semi-prove (quasi  che  un  uomo  potesse  essere  semi-innocente  o  semi-reo,  cioè  semipunibile e  semi-assolvibile), dove la tortura esercita il crudele suo impero nella persona dell’accusato, nei testimoni, e persino in tutta la famiglia di un infelice, come con iniqua freddezza insegnano alcuni dottori che si danno ai giudici per norma e per legge. L’adulterio è un delitto che, considerato politicamente, ha la sua forza e la sua direzione da due cagioni: le leggi variabili degli uomini e quella fortissima attrazione che spinge l’un sesso verso l’altro; simile in molti casi alla  gravità  motrice  dell’universo,  perchè  come  essa  diminuisce  colle  distanze, e se l’una modifica tutt’i movimenti de’ corpi, così l’altra quasi tutti quelli dell’animo, finchè dura il di lei periodo; dissimile in questo, che la gravità si mette in equilibrio cogli ostacoli, ma quella per lo più prende forza e vigore col crescere degli ostacoli medesimi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Se questo di  che  si  disputa  fusse  qualche  punto  di legge  o  di  altri  studi umani, ne i quali non è né verità né falsità, si potrebbe confidare assai nella sottigliezza dell’ingegno e nella prontezza del dire e nella maggior pratica ne gli scrittori, e sperare che quello che eccedesse in queste cose fusse per far apparire  e  giudicar  la  ragion  sua  superiore;  ma  nelle  scienze  naturali,  le conclusioni delle quali son vere e necessarie né vi ha che far nulla l’arbitrio umano, bisogna guardarsi di non si porre alla difesa del falso, perché mille Demosteni e mille Aristoteli resterebbero a piede contro ad ogni mediocre ingegno che abbia auto ventura di apprendersi al vero. Però, signor Simplicio, toglietevi pur giù dal pensiero e dalla speranza che voi avete, che possano esser uomini tanto più dotti, eruditi e versati ne i libri, che non siamo noi altri, che al dispetto della natura sieno per far divenir vero quello che è falso. E già che tra tutte le opinioni che sono state prodotte sin qui intorno all’essenza di queste macchie solari, questa esplicata pur ora da voi vi par la vera, resta (se questo è) che l’altre tutte sien false; ed io per liberarvi ancora da questa, che pure è falsissima chimera, lasciando mill’altre improbabilità che vi sono, due sole esperienze vi arreco in contrario. L’una è, che molte di tali macchie si veggono nascere nel mezo del disco solare, e molte parimente dissolversi e svanire pur lontane dalla circonferenza del Sole; argumento necessario che le si generano e si dissolvono: ché se senza generarsi e corrompersi comparissero quivi per solo movimento locale, tutte si vedrebbero entrare e uscire per la estrema circonferenza. L’altra osservazione a quelli che non son costituiti nell’infimo grado d’ignoranza di prospettiva, dalla mutazione dell’apparenti figure, e dall’apparente mutazion di velocità di moto, si conclude necessariamente che le macchie son contigue al corpo solare, e che, toccando la sua superficie, con essa o sopra di essa si muovono,  e  che  in  cerchi  da  quello  remoti  in  verun  modo  non  si  raggirano. Concludelo il moto, che verso la circonferenza del disco solare apparisce tardissimo, e verso il mezo più veloce; concludonlo le figure delle macchie, le quali verso la circonferenza appariscono strettissime in comparazione di quello che si mostrano nelle parti di mezo, e questo perché nelle parti di mezo si veggono in maestà e quali elle veramente sono, e verso la circonferenza,  mediante  lo  sfuggimento  della  superficie  globosa,  si  mostrano  in iscorcio: e l’una e l’altra diminuzione, di figura e di moto, a chi diligentemente l’ha sapute osservare e calculare, risponde precisamente a quello che apparir  deve  quando  le  macchie  sien  contigue  al  Sole,  e  discorda inescusabilmente dal muoversi in cerchi remoti, benché per piccoli intervalli,  dal  corpo  solare;  come  diffusamente  è  stato  dimostrato  dall’amico nostro nelle Lettere delle Macchie Solari al signor Marco Velseri. Raccogliesi dalla medesima mutazion di figura che nissuna di esse è stella o altro corpo
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Perché noi chiaramente veggiamo e tocchiamo con mano, che tutte le generazioni, mutazioni, etc., che si fanno in Terra, tutte, o mediatamente o immediatamente, sono indrizzate all’uso, al comodo ed al benefizio dell’uomo, per comodo de gli uomini nascono i cavalli, per nutrimento de’ cavalli produce la  Terra  il  fieno,  e  le  nugole  l’adacquano,  per  comodo  e nutrimento  de  gli  uomini  nascono  le  erbe,  le  biade,  i  frutti,  le  fiere,  gli uccelli, i pesci; ed in somma, se noi anderemo diligentemente esaminando e risolvendo tutte queste cose, troveremo, il fine al quale tutte sono indrizzate esser il bisogno, l’utile, il comodo e il diletto de gli uomini. Or di quale uso potrebber esser mai al genere umano le generazioni che si facessero nella Luna o in altro pianeta? se già voi non voleste dire che nella Luna ancora fussero uomini, che godesser de’ suoi frutti; pensiero, o favoloso, o empio. Che nella Luna o in altro pianeta si generino o erbe o piante o animali simili a i nostri, o vi si facciano pioggie, venti, tuoni, come intorno alla Terra, io non lo so e non lo credo, e molto meno che ella sia abitata da uomini: ma non intendo già come tuttavolta che non vi si generino cose simili alle nostre, si deva di necessità concludere che niuna alterazione vi si faccia, né vi possano essere altre cose che si mutino, si generino e si dissolvano,  non  solamente  diverse  dalle  nostre,  ma  lontanissime  dalla  nostra immaginazione, ed in somma del tutto a noi inescogitabili. E sì come io son sicuro che a uno nato e nutrito in una selva immensa, tra fiere ed uccelli, e che  non  avesse  cognizione  alcuna  dell’elemento  dell’acqua,  mai  non  gli potrebbe cadere nell’immaginazione essere in natura un altro mondo diverso dalla  erra, pieno di animali li quali senza gambe e senza ale velocemente T camminano,  e  non  sopra  la  superficie  solamente,  come  le  fiere  sopra  la terra, ma per entro tutta la profondità, e non solamente camminano, ma dovunque piace loro immobilmente si fermano, cosa che non posson fare gli uccelli per aria, e che quivi di più abitano ancora uomini, e vi fabbricano palazzi e città, ed hanno tanta comodità nel viaggiare, che senza niuna fatica vanno con tutta la famiglia e con la casa e con le città intere in lontanissimi paesi, sì come, dico, io son sicuro che un tale, ancorché di perspicacissima immaginazione, non si potrebbe già mai figurare i pesci, l’oceano, le navi, le flotte e le armate di mare; così, e molto più, può accadere che nella Luna, per tanto intervallo remota da noi e di materia per avventura molto diversa dalla Terra, sieno sustanze e si facciano operazioni non solamente  lontane,  ma  del  tutto  fuori,  d’ogni  nostra  immaginazione,  come quelle che non abbiano similitudine alcuna con le nostre, e perciò del tutto inescogitabili, avvengaché quello che noi ci immaginiamo bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute; ché tali sono le sfingi, le sirene, le chimere, i centauri, etc.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
possa concludere che non la Terra, ma il Sole, sia nel centro delle conversioni de i pianeti: e poiché la  Terra vien collocata tra i corpi mondani che indubitatamente si muovono intorno al Sole, cioè sopra Mercurio e Venere, e sotto a Saturno, Giove e Marte, come parimente non sarà probabilissimo e forse necessario concedere che essa ancora gli vadia intorno? Simplicio Questi accidenti son tanto grandi e cospicui, che non è possibile che Tolomeo e gli altri suoi seguaci non ne abbiano avuto cognizione; ed avendol auta, è pur necessario che abbiano ancor trovata maniera di render di tali e così sensate apparenze sufficiente ragione, ed anco assai congrua e verisimile, poiché per sì lungo tempo è stata ricevuta da tanti e tanti. Voi  molto  ben  discorrete;  ma  sappiate  che  il  principale  scopo  de  i  puri astronomi è il render solamente ragione delle apparenze ne i corpi celesti, ed ad esse ed a i movimenti delle stelle adattar tali strutture e composizioni di  cerchi,  che  i  moti  secondo  quelle  calcolati  rispondano  alle  medesime apparenze, poco curandosi di ammetter qualche esorbitanza che in fatto, per altri rispetti, avesse del difficile: e l’istesso Copernico scrive, aver egli ne’ primi suoi studii restaurata la scienza astronomica sopra le medesime supposizioni di Tolomeo, e in maniera ricorretti i movimenti de i pianeti, che molto aggiustatamente rispondevano i computi all’apparenze e l’apparenze a i calcoli, tuttavia però che si prendeva separatamente pianeta per pianeta; ma soggiugne che nel voler poi comporre insieme tutta la struttura delle fabbriche particolari, ne risultava un mostro ed una chimera composta di membra tra di loro sproporzionatissime e del tutto incompatibili, sì che, quantunque si sodisfacesse alla parte dell’astronomo puro calcolatore, non però ci era la sodisfazione e quiete dell’astronomo filosofo. E perché egli molto ben intendeva, che se con assunti falsi in natura si potevan salvar le apparenze celesti, molto meglio ciò si sarebbe potuto ottenere dalle vere supposizioni, si messe a ricercar diligentemente se alcuno tra gli antichi uomini segnalati avesse attribuita al mondo altra struttura che la comunemente ricevuta di Tolomeo; e trovando che alcuni Pitagorici avevano in particolare attribuito alla Terra la conversion diurna, ed altri il movimento annuo  ancora,  cominciò  a  rincontrar  con  queste  due  nuove  supposizioni  le apparenze e le particolarità de i moti de i pianeti, le quali tutte cose egli aveva prontamente alle mani, e vedendo il tutto con mirabil facilità corrisponder con le sue parti, abbracciò questa nuova costituzione ed in essa si quietò. Ma quali esorbitanze sono nella costituzione tolemaica, che maggiori non ne sieno in questa copernicana? Sono in Tolomeo le infermità, e nel Copernico i medicamenti loro. E prima non chiameranno tutte le sette de i filosofi grande sconvenevolezza che un Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
me, dire che dependeva da quella stella. Di più, chi vorrà dire che lo spazio che costoro chiamano troppo vasto ed inutile, tra Saturno e le stelle fisse, sia privo d’altri corpi mondani? forse perché non gli vediamo? adunque i quattro pianeti Medicei e i compagnidi Saturno vennero in cielo quando noi  cominciammo  a  vedergli,  e  non  prima?  e  così  le  altre  innumerabili stelle  fisse  non  vi  erano  avanti  che  gli  uomini  le  vedessero?  le  nebulose erano prima solamente piazzette albicanti, ma poi noi co ‘l telescopio l’aviamo fatte diventare drappelli di molte stelle lucide e bellissime? Prosuntuosa, anzi temeraria, ignoranza de gli uomini! Salviati Non occorre, signor Sagredo, distendersi più in queste infruttuose esagerazioni: seguitiamo il nostro instituto, che è di esaminare i momenti delle ragioni  portate  dall’una  e  dall’altra  parte,  senza  determinar  cosa  alcuna, rimettendone poi il giudizio a chi ne sa più di noi. E tornando su i nostri discorsi naturali ed umani, dico che questo grande, piccolo, immenso, minimo, etc., son termini non assoluti, ma relativi, sì che la medesima cosa, paragonata a diverse, potrà ora chiamarsi immensa, e tal ora insensibile, non che piccola. Stante questo, io domando in relazione a chi la sfera stellata del Copernico si può chiamare troppo vasta. Questa, per mio parere, non può paragonarsi né dirsi tale se non in relazione a qualche altra cosa del medesimo genere: or pigliamo la minima del medesimo genere, che sarà l’orbe lunare; e se l’orbe stellato si deve sentenziare per troppo vasto rispetto a quel della Luna, ogn’altra grandezza che con simile o maggior proporzione ecceda un’altra del medesimo genere, doverà dirsi troppo vasta, ed anco,  per  questa  ragione,  negarsi  che  ella  si  ritrovi  al  mondo:  e  così  gli elefanti e le balene saranno senz’altro chimere e poetiche immaginazioni, perché quelli, come troppo vasti in relazione alle formiche, le quali sono animali terrestri, e quelle rispetto alle spillancole, che sono pesci, e veggonsi di sicuro essere in rerum natura, sarebbono troppo smisurati, perché assolutamente l’elefante e la balena superano la formica e la spillancola con assai maggior proporzione che non fa la sfera stellata quella della Luna, figurandoci noi detta sfera tanto grande quanto basta per accomodarsi al sistema Copernicano. Di più, quanto è grande la sfera di Giove, quanto quella di Saturno, assegnate per recettacolo di una stella sola, e ben piccola, in comparazione di una fissa? certo che se a ciascuna fissa si dovesse consegnar per suo ricetto tal parte dello spazio mondano, bisognerebbe far l’orbe, dove stanzia l’innumerabil moltitudine di quelle, molte e molte migliaia di volte maggiore di quello che basta per il bisogno del Copernico. In oltre, non chiamate voi una stella fissa, piccolissima, dico anco delle più apparenti, non che di quelle che fuggono la nostra vista? e le chiamiamo così in comparazione dello spazio circonfuso. Ora, quando tutta la sfera stellata fusse
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � re, qual si sia nuova proposizione o problema, benché non solamente non sia stato confutato, ma né pure esaminato né considerato, da i loro autori: de’ quali uno è questo, di investigare qual sia la vera, propria, primaria, interna e general materia e sustanza di questo nostro globo terrestre; che, benché né ad Aristotile né ad altri, prima che al Gilberto, sia caduto in mente  di  pensare  se  possa  esser  calamita,  non  che  né  Aristotile  né  altri abbiano confutata una tale opinione, tuttavia mi son io incontrato in molti che al primo motto di questo, quasi cavallo che adombri, si sono ritirati in dietro e sfuggito di trattarne, spacciando un tal concetto per una vana chimera,  anzi  per  una  solenne  pazzia;  e  forse  il  libro  del  Gilberto  non  mi sarebbe venuto nelle mani, se un filosofo peripatetico di gran nome, credo per assicurar la sua libreria dal contagio, non me n’avesse fatto dono. Simplicio Io, che liberamente confesso essere stato uno de gl’ingegni comuni, e solamente da questi pochi giorni in qua, che mi è stato conceduto d’intervenire a i ragionamenti vostri, conosco di essermi alquanto sequestrato dalle strade trite e popolari, non però mi sento per ancora sollevato tanto, che le scabrosità di questa nuova fantastica opinione non mi sembrino molto ardue e difficili da superarsi. Se quello che scrive il Gilberti è vero, non è opinione, ma suggetto di scienza; non è cosa nuova, ma antichissima quanto la Terra stessa; né potrà (essendo vera) esser aspra né difficile, ma piana ed agevolissima; ed io, quando vi piaccia, vi farò toccar con mano come voi da per voi stesso vi fate ombra, ed avete in orrore cosa che nulla tiene in sé di spaventoso, quasi piccolo fanciullo che ha paura della tregenda senza sapere di lei altro che il nome, come quella che oltre al nome non è nulla. Avrò piacere d’esser illuminato e tratto d’errore. Rispondetemi dunque alle domande ch’io vi farò. E prima, ditemi se voi credete che questo nostro globo, che noi abitiamo e nominiamo Terra, consti di una sola e semplice materia, o pur sia un aggregato di materie diverse tra di loro. Io  lo  veggo  composto  di  sustanze  e  corpi  molto  diversi;  e  prima,  per  le maggiori parti componenti, veggo l’acqua e la terra, sommamente tra di loro differenti. Lasciamo  da  parte  per  ora  i  mari  e  l’altr’acque,  e  consideriamo  le  parti solide; e ditemi s’elle vi paiono tutte una cosa stessa, o pur cose diverse. Quanto all’apparenza, io le veggo diverse, trovandosi grandissime campagne  di  infeconda  arena,  ed  altre  di  terreni  fecondi  e  fruttiferi,  veggonsi
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Se corpo ha il ciel, dunque materia tiene; s’egli è material, dunque è composto; se composto me ‘l dai, ne segue bene ch’è de’ contrari ale discordie esposto; se soggiace a’ contrari, ancor conviene ch’ala corrozzion sia sottoposto; e pur, del ciel parlando, udito ho sempre ch’egli abbia incorrottibili le tempre. Tace e ‘n tal suono ai detti apre la via il dotto timonier del carro aurato: - Negar non vo’ che corpo il ciel non sia di palpabil materia edificato, ché far col moto suo quell’armonia non potrebbe ch’ei fa mentr’è girato; è tutto corporal ciò che si move e ciò ch’ha il quale e ‘l quanto, il donde e ‘l dove. Ma sappi che non sempre è da natura la materia a tal fin temprata e mista perch’abbia a generar cotal mistura quelche perde mutando in quelch’acquista, ma perché quantità prenda e figura e del corpo ala forma ella sussista né di material quanto è prodotto dee necessariamente esser corrotto. Materia dar questa materia suole al discorso mortal, che sovent’erra: chi fabricata la celeste mole di foco e fumo tien, chi d’acqua e terra; s’arrivassero al ver sì fatte fole, sarebbe quivi una perpetua guerra. Così, di quelche l’uom non sa vedere, favoleggiando va mille chimere.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo Q CXXXVIII tutte queste che vedi e d’altri estrani fantasmi ancor prodigiose schiere, sono i capricci degl’ingegni umani, fantasie, frenesie pazze e chimere. V’ha molini e palei mobili e vani, girelle, argani e rote in più maniere; altri forma han di pesci, altri d’uccelli, vari sicome son vari i cervelli. Or mira al’ombra dela sacra pianta, fregiata il crin del’onorate foglie, la Poesia, che mentre scrive e canta il fior d’ogni scienza insieme accoglie. La Favola è con lei, ch’orna ed ammanta le vaghe membra di pompose spoglie; l’accompagna l’Istoria, ignuda donna, senza vel, senza fregio e senza gonna. Vedi la Gloria che qual sol risplende, vedi l’Applauso poi, vedi la Lode, vedi l’Onor ch’a coronarla intende di luce eterna, onde trionfa e gode. Ma vedi ancor coppia di furie orrende che di rabbia per lei tutta si rode: la persegue l’Invidia empia e crudele, ch’ha le vipere in mano, in bocca il fiele; la maligna Censura ognor l’è dietro e quant’ella compone emenda e tassa; col vaglio ogni suo accento, ogni suo metro crivella e poi per la trafila il passa; posticci ha gli occhi in fronte e son di vetro, or segli affige, or gli ripone e lassa; nota con questi gli altrui lievi errori, né scorge intanto i suoi molto maggiori. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo Q CCLXXXII Qual’uom che pigro e sonnacchioso dorme, giace col corpo insu le piume molli, con l’alma del pensier seguendo l’orme, varca fiumi e foreste e piani e colli, tal, rivolgendo Adon gli occhi ale forme, dela cui vista ancor non son satolli, non sa se vede o pargli di vedere tra lumi ed ombre imagini e chimere. Mentrech’ei pur de’ simulacri accolti nel mondo cristallin l’opre rimira, del silenzio in tal guisa i nodi ha sciolti l’alto inventor dela celeste lira: - Sappi che dietro a molti corsi e molti del gran pianeta che ‘l quart’orbe gira, pria ch’abbia effetto il ver, staranno ascose le qui tante da te vedute cose. Ma que’ successi ch’ancor chiude il fato t’ho voluto mostrar come presenti, accioché miri alcun fatto onorato dele più degne e gloriose genti. Fin qui Giove permette; e non m’è dato più in là scoprirti de’ futuri eventi; or tempo è da fornir l’opra che resta; vedi il sol che nel mar china la testa. Vedi ch’armata d’argentati lampi per le campagne del suo ciel serene la stella inferior, ch’omai degli ampi spazi del’orizonte il mezzo tiene, mentre del’aria negli aperti campi a combatter col dì la notte viene, prende a schierar dele guerriere ardenti i numerosi esserciti lucenti.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Con quel parlar che morte altrui minaccia, la giovenil simplicità spaventa; ala lingua mendace il fren dislaccia e ‘l periglio vicin ti rappresenta per veder scolorir la bella faccia e provar se ‘l tuo cor sene sgomenta. Ma che? quand’egli ancor non parli a gioco, i pronostici suoi curar dei poco. Di tai chimere io vo’ che tu ti rida; ancorché d’empio ciel raggio ti tocchi, qual sì cruda sarà stella omicida che ‘l rigor non deponga a’ tuoi begli occhi? Folle chi, troppo credulo, confida nel vano profetar di questi sciocchi, che presenti non san le lor sciagure e dansi a specolar l’altrui future. Spesso la notte infra i più ciechi ingegni, più del’altrui che del suo mal presago, i moti ad osservar de’ nostri regni stassi astrologo egizzio, arabo mago, e, figurando con più linee e segni ogni casa celeste ed ogni imago, l’immenso ciel di tanti cerchi onusto vuol misurar con oricalco angusto. Giudica i casi e, del’altrui natale mercenario indovin, calcola il punto, né s’accorge talor, miser, da quale non previsto accidente è sovragiunto; e mentre cerca pur d’ogni fatale congiunzion, come si trova apunto, l’influenze esplorar benigne o felle, quasi notturno can, latra ale stelle.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
ché allor chiamavi come ancor richiami, alle tue rosse fragole ed ai bianchi tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api: sciami, àlbatro, e branchi. Gente raminga sorveniva, e guerra era con loro; si sentian mugliare corni di truce bufalo da terra, conche dal mare concave, piene d’iride e del vento della fortuna. Al lido navi nere volgean gli aplustri con d’opaco argento grandi Chimere; che avean portato al sacro fiume ignoto un errabondo popolo nettunio dalla città vanita su nel vuoto d’un plenilunio.
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Odi e inni – Inni 60 Ciò fu nei tempi che ai monti stridevano ancor le Chimere, quando nei foschi tramonti Centauri calavano a bere... IV Altri, altri tempi, che prischi chiama lo stanco sorriso nostro! Egli dorme in un’isola, immemore di cavalcate: dorme, ed intorno la stridula estate riempie i lentischi. Dorme. Ma come, o guerrieri, come l’udiste la voce sua, così dolce e feroce, gridare: “Qui, figli, si muore?” Fratti, qual vita viveva il tuo cuore cui oggi fu l’ieri? Fratti, se morti non erano i morti per l’alto tuo cuore, anche tu vivi. Non muoiono i forti già, come si muore. Altri si piega e distende, ma in piedi altri resta e dimora, come una statua che accende nel bronzo perenne l’aurora.
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giuseppe Parini   Il Giorno (I redazione) 435 440 445 450 455 460 465 Anco potria colui che, sì de’ tristi Come de’ lieti sogni è genitore, Crearle in mente di diverse idee In un congiunte orribile chimera, Onde agitata in ansioso affanno Gridar tentasse, e non però potesse Aprire ai gridi tra le fauci il varco. Sovente ancor ne la trascorsa sera La perduta tra ‘l gioco aurea moneta Non men che al Cavalier, suole a la Dama Lunga vigilia cagionar: talora Nobile invidia de la bella amica Vagheggiata da molti, e talor breve Gelosia n’è cagione. A questo aggiugni Gl’importuni mariti i quali in mente Ravvolgendosi ancor le viete usanze, Poi che cessero ad altri il giorno, quasi Abbian fatto gran cosa, aman d’Imene Con superstizion serbare i dritti, E dell’ombre notturne esser tiranni, Non senz’affanno de le caste spose Ch’indi preveggon tra poc’anni il fiore De la fresca beltade a sè rapirsi. Or dunque ammaestrato a quali e quanti Miseri casi espor soglia il notturno Orror le Dame, tu non esser lento, Signore, a chieder de la tua novelle. Mentre che il fido messaggier si attende, Magnanimo Signor, tu non starai Ozioso però. Nel dolce campo Pur in questo momento il buon Cultore Suda, e incallisce al vomere la mano, Lieto, che i suoi sudor ti fruttin poi Dorati cocchi, e peregrine mense. Ora per te l’industre Artier sta fiso Allo scarpello, all’asce, al subbio, all’ago;
Il Giorno di Giuseppe Parini
losia e dall’invidia degli emuli, amareggiato e contraddetto, s’immaginano ch’ei trovi perfettamente ogni consolazione nel suo cuore, e soffocano in tal guisa il desiderio spontaneo di recargli aiuto. L’uomo virtuoso sente l’ingiustizia, di cui è la vittima; sente la debolezza propria contro il numero che l’opprime.  Quindi  il  virtuoso,  il  forte  Bruto,  inzuppato  della  idea  della virtù di Platone, dopo averla esattamente seguita nelle azioni, ritrovandosi il cuore oppresso da affanni, proruppe chiamandola un sogno; non già pentendosi di averla seguita, non già negando l’esistenza di lei, ma unicamente confessando la chimera di chi s’immaginò che la tranquilla serenità d’un’anima virtuosa, che la beatitudine di occupare sé medesima della coscienza propria potessero preservare la mente e il cuore dai dolori, dalle amarezze e da quel cumulo di mali che l’avversa fortuna precipita indistintamente sugli uomini. La giustizia perciò del grand’Essere ha riservato a sé medesima la distribuzione del premio alla virtù che non può essere bastantemente ricompensata né dal sentimento proprio, né dalla mercede degli uomini.
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri
La maggior parte dei dolori morali nasce da un nostro errore. Quantunque  però  io  creda  che  la  virtù  stessa  non  basti  a  rendere perfettamente felice l’uomo in terra, dico che l’uomo virtuoso a circostanze eguali sarà più felice dell’uomo malvagio. Dico di più che se l’uomo potesse avere i sentimenti sempre subordinati alla ragione, sarebbe certamente meno soggetto ai dolori morali di quello ch’egli è. Ogni dolor morale è semplice timore. Questo dolore è una mera aspettazione d’un dolore contingibile. Quando siam tormentati da un dolor morale, altro male non soffriamo in quel momento fuorché il timore di soffrirne; questo timore spesse volte è chimerico, e sempre ha un grado di probabilità contro la sua ventura realizzazione; può dunque colla ragione o togliersi, o almeno scemarsi, o almeno, vistane l’inutilità di soffrirlo, procurarsene la distrazione. Quanto maggiori progressi facciamo nella vera filosofia, tanto più ci liberiamo da questi mali. Sia per esempio: prendo un ambizioso nel momento in cui gli viene l’annunzio che una carica da lui ansiosamente desiderata, e quasi certamente aspettata, dal principe vien conferita a un suo rivale. Ecco l’ambizioso nello squallore, nell’abbattimento, immerso in un profondo dolor morale. Un freddo ragionatore s’accosta a lui: “Che fai, uomo desolato e oppresso (gli dice), perché ti abbandoni così a un vago e forse chimerico timore? Che temi? Quasi nol sai, confusamente tu prevedi di dover viver male. Ma quai mali prevedi? Gli uomini non avranno per te quei riguardi che tu vorresti, ti stimeranno meno, sarai meno ricco? Calmati, e per poco almeno esamina questo timore a parte a parte; non prenderlo tutto in massa. Gli uomini ti mancheran di riguardi? Qualche inchino meno profondo, qualche adulazione di meno non è una perdita da farti disperare: se ambisci i riguardi degli uomini illuminati, essi non saran cambiati per te. Gli uomini ti stimeranno meno? Non già gli illuminati; per il restante hai perduto qualche curvità negli inchini e qualche bassezza di chi mendicava il tuo favore? Non è poi grande lo scapito. Sarai men ricco? Tutti i mali che vagamente temi, forse si riducono a salariare due o tre sfaccendati di meno, a nutrire due o tre parassiti di meno alla tua tavola. La tua sanità, la robustezza de’ tuoi anni, il concetto della tua probità, delle tue cognizioni, tutto ciò rimane intatto presso gli uomini ragionevoli, i quali sanno quanta parte abbia il caso nella distribuzion degli uffici su di questo teatro del mondo; ti resta con che nutrirti, alloggiare, vestirti decentemente. Se un chirurgo dovesse
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto quarto 5 Qui mille immonde Arpie vedresti e mille Centauri e Sfingi e pallide Gorgoni, molte e molte latrar voraci Scille, e fischiar Idre e sibilar Pitoni, e vomitar Chimere atre faville, e Polifemi orrendi e Gerioni; e in novi mostri, e non più intesi o visti, diversi aspetti in un confusi e misti. 6 D’essi parte a sinistra e parte a destra a seder vanno al crudo re davante. Siede Pluton nel mezzo, e con la destra sostien lo scettro ruvido e pesante; né tanto scoglio in mar, né rupe alpestra, né pur Calpe s’inalza o ’l magno Atlante, ch’anzi lui non paresse un picciol colle, sì la gran fronte e le gran corna estolle. 7 Orrida maestà nel fero aspetto terrore accresce, e più superbo il rende: rosseggian gli occhi, e di veneno infetto come infausta cometa il guardo splende, gl’involve il mento e su l’irsuto petto ispida e folta la gran barba scende, e in guisa di voragine profonda s’apre la bocca d’arto sangue immonda. 8 Qual i fumi sulfurei ed infiammati escon di Mongibello e ’l puzzo e ’l tuono, tal de la fera bocca i negri fiati, tale il fetore e le faville sono. Mentre ei parlava, Cerbero i latrati ripresse, e l’Idra si fe’ muta al suono; restò Cocito, e ne tremàr gli abissi, e in questi detti il gran rimbombo udissi:
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
17 Ma in questo mezzo il pio Buglion non vòle che la forte cittade in van si batta, se non è prima la maggior sua mole ed alcuna altra machina rifatta. E i fabri al bosco invia che porger sòle ad uso tal pronta materia ed atta. Vanno costor su l’alba a la foresta, ma timor novo al suo apparir gli arresta. 18 Qual semplice bambin mirar non osa dove insolite larve abbia presenti, o come pave ne la notte ombrosa, imaginando pur mostri e portenti, così temean, senza saper qual cosa siasi quella però che gli sgomenti, se non che ’l timor forse a i sensi finge maggior prodigi di Chimera o Sfinge. 19 Torna la turba, e misera e smarrita varia e confonde sì le cose e i detti ch’ella nel riferir n’è poi schernita, né son creduti i mostruosi effetti. Allor vi manda il capitano ardita e forte squadra di guerrieri eletti, perché sia scorta a l’altra e ’n esseguire i magisteri suoi le porga ardire. 20 Questi, appressando ove lor seggio han posto gli empi demoni in quel selvaggio orrore, non rimiràr le nere ombre sì tosto, che lor si scosse e tornò ghiaccio il core. Pur oltra ancor se ’n gian, tenendo ascosto sotto audaci sembianti il vil timore; e tanto s’avanzàr che lunge poco erano omai da l’incantato loco.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso