chierica

[chié-ri-ca]
In sintesi
rasatura tonda sul somma del capo
← lat. eccl. clerĭca(m) (tonsiōnem) ‘(tonsura) dei chierici’; cfr. chierico.
1
ECCL Piccola rasura rotonda che gli ecclesiastici portano sulla sommità del capo SIN. tonsura
2
estens. Persona del clero || Condizione di chierico; stato ecclesiastico
3
eufem., scherz. Principio di calvizie: l'ho riconosciuto dalla c.

Citazioni
Don Chisciotte contrabbandiere e i signori Provedoni di Cordovado. Idillio  pastorale  intorno  alla  fontana  di  Venchieredo  con  qualche  riflessione sull’amore e sulla creazione continua nel mondo morale. La chierica del  cappellano  di  Fratta,  e  un  colloquio  diplomatico  tra  due  giurisdicenti.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Il giorno dopo, che era domenica, furono ben altre novità in paese. Alle sette e mezza, quando la gente tornava dalla prima messa di Teglio, s’udì un grande scalpito di cavalli: e poco stante il signore di Venchieredo con tre de’ suoi buli comparve sul piazzale. L’era un uomo rosso, ben tarchiato, di mezza età; nei cui occhi non si sapea bene se prevalessero la furberia o la ferocia; superbo poi ed arrogante più di tutto, e questo lo si indovinava dal portamento e dalla voce. Fermò il cavallo di pianta, e chiese con malgarbo ove abitasse il reverendo cappellano di Fratta: gli fu additata la canonica, ed egli vi entrò con piglio da padrone dopo aver affidato il palafreno al Gaetano che gli veniva alle coste. Il Cappellano aveva finito poco prima di farsi la barba; e stava allora in balìa della fantesca che gli radeva la chierica. La cucina era il loro laboratorio; e il pretucolo, riavuto un poco dalla paura del giorno prima,  scherzava  colla  Giustina  raccomandandole  di  tondergli  bene  il cucuzzolo, non come all’ultima festa, che tutta la chiesa erasi messa a ridere quand’egli s’avea tolto di capo la berretta quadrata. La Giustina dal suo lato ci adoperava tanto studio che non le rimaneva tempo da rispondere a quei motteggi; ma tondi di qua e radi di là, la chierica s’allargava come una macchia d’olio su quella povera testa da prete; e benché egli le avesse dato il precetto di non tenerla più grande d’un mezzo ducato, oggimai non v’avea più moneta di zecca che bastasse a coprirla. «Ah Giustina! Giustina!» sospirava il Cappellano, palpandosi della mano i limiti della nuova tonsura «mi pare che siamo andati un po’ vicini a quest’orecchio.» «Non la ne dubiti!»rispondeva la Giustina che era una dabbene e maldestra contadinaccia sui trent’anni, sebbene ne dimostrava quarantacinque. «Se siamo vicini a quest’orecchio andremo poco lontani anche dall’altro!» «Cospetto! mi vorresti pelar tutto come un frate!»sclamò il paziente. «Eh no, che io non l’ho mai pelato!»soggiunse la fantesca «e non lo pelerò neppure oggi.» «No, no ti dico... lascia stare, basta!» «Tutt’altro... mi lasci finire... stia zitto, non si mova per un momento.» «Eh già! voi altre donne siete il diavolo!»mormorò il Cappellano «quando si tratta di andar innanzi a modo, ci persuadereste anche a lasciarci tosare...» Chi sa cosa avrebbe aggiunto a quel verbo tosare; ma s’interruppe udendo sulla porta un sussurro come di speroni. Balzò allora in piedi, respinse la Giustina, si tolse dal collo lo sciugamani, e rivolgendosi tutto in un punto, si
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Ciò dicendo il nobile personaggio diede una grande scrollata di sproni sullo scalino del focolare, e uscì dalla canonica seguitato a capo basso dal prete. Costui gli fece un ultimo inchino quando lo vide salire a cavallo, e poi tornò dentro a sfogarsi colla Giustina che aveva origliato tutti i loro discorsi dietro la porta del cortile. «Oh, no, no che non la ficcheranno in montagna!» piagnucolava la donna. «È certo che gli capiterebbe male di andar tanto lontano!... E poi non sono qui le sue anime?... E cosa risponderebbe poi al Signore quando gli toccherà rendergliene conto?...» «Fatti in là con quel rasoio, figliuola mia!» le rispose il prete «e sta’ pur quieta che in montagna non vi andrò di sicuro!... Mi metteranno in berlina, ma in un’altra canonica no per certo!... Figurati se nella tenera età di quarant’anni voglio trovarmi fra musi tutti nuovi, e ricominciar daccapo quello stento che provai a venir su da bambino fino ad ora!... No, no, Giustina!... L’ho detto e lo ripeto, che io morirò a Fratta; e contuttociò è una gran croce questa che mi piomba ora sul collo; ma bisognerà portarla in santa pace. Uff!... quel signor giurisdicente!... Che brutto grugno mi faceva!... Ma tant’è, piuttosto di muovermi sopporterò anche questo; e se mi giuocherà qualche brutto tiro, meno male!... Meglio esser alle prese coi suoi buli che con altri!... Almeno li conosco, e ne prenderò minor soggezione nel farmi bastonare.» «Oh cosa dice mai!» soggiunse la fantesca. «I buli anzi avranno soggezione di lei. Oh che, le pare, che un prete sia un capo di chiodo?» «Poco più, poco più, figliuola mia, ai tempi che corrono!... Ma ci vuol pazienza!...» In quella entrò il sagrestano ad avvertire che tutta la gente aspettava per la messa; e il poveruomo risovvenendosi di aver tardato anche troppo, corse fuori per celebrar le funzioni colla chierica mezzo fatta. — Indarno la Giustina gli tenne dietro col rasoio in mano fino sulla piazza: la chierica irregolare del Cappellano e la vista del signore di Venchieredo, aggiungendosi alle vicende del giorno prima, diedero materia ai più strani commenti. Il giorno dopo capitò al Conte di Fratta un gran letterone del signore di Venchieredo, nel quale costui senza tanti preamboli pregava il suo illustre collega di dar lo sfratto al Cappellano nel più breve spazio di tempo possibile, accusandolo di mille birberie, fra le altre di dar mano a frodare le gabelle della Serenissima tenendo il sacco ai contrabbandieri più arrisicati della lagu-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
scendeva a lui. Egli salì d’un solo slancio una rampa e si trovò di fronte ad un’alta e forte figura femminile. Alta e forte e bruna; altro non vide, ma trovò subito le parole opportune: – Oh, signora! – pregò. – M’aiuti! lo farei per qualunque mio simile quello che domando a lei. – Ella è il signor Brentani? – domandò una voce dolce e la bruna figura che veramente aveva fatto già atto di fuggire si fermò. Egli raccontò che ritornato a casa poco prima, aveva trovato la sorella in preda a un delirio tale che non osava di lasciarla sola come avrebbe dovuto per chiamare un medico. La signora discese: – La signorina Amalia? Poverina! Vengo con lei, subito, ben volentieri. – Ella era vestita a lutto. Emilio pensò ch’ella dovesse essere religiosa e, dopo una lieve esitazione, disse: – Dio ne la rimeriti. La signora lo seguì nella stanza d’Amalia. Emilio fece quei pochi passi con un’angoscia indicibile. Chissà quale nuovo spettacolo lo attendeva. Nella stanza vicina non si sentiva alcun rumore mentre a lui era sembrato che il respiro d’Amalia dovesse essere udito in tutta la casa. La trovò voltata contro il muro. Parlava ora di un incendio; vedeva fiamme che non potevano farle altro male che mandarle un calore terribile. Egli si chinò a lei e per richiamare la sua attenzione la baciò sulle gote infiammate. Quando ella si volse a lui, egli volle assistere, prima d’andarsene, all’impressione che avrebbe fatta sulla fanciulla la vista della compagna che le lasciava. Amalia guardò la nuova venuta per un solo istante, con piena indifferenza. – Io gliel’affido – disse Emilio alla signora. Poteva farlo. La signora aveva una faccia dolce di madre; i suoi piccoli occhi si posavano su Amalia pieni di pietà. – La signorina mi conosce disse ella e sedette accanto al letto. – Sono Elena Chierici e sto qui al terzo piano. Ricorda quel giorno in cui ella mi prestò il termometro per misurare la febbre a mio figlio? Amalia la guardò: – Sì, ma brucia e brucerà sempre. – Non brucerà sempre – disse la signora Elena chinandosi a lei con un buon sorriso d’incoraggiamento e gli occhi umidi dalla compassione. Pregò Emilio di darle, prima di uscire, una boccia d’acqua e un bicchiere. Per Emilio fu un affar serio trovare quelle cose in una casa ch’egli aveva abitata con l’incuria di chi sta in un albergo. Non subito Amalia comprese che in quel bicchiere le era offerto un refrigerio; poi bevve a piccoli sorsi, avidamente. Quando si lasciò ricadere sul guanciale trovò un nuovo sollievo: il morbido braccio di Elena vi si era steso
Senilita di Italo Svevo
e la sua testina riposava ora sorretta con pietà. Un’onda di riconoscenza gonfiò il petto ad Emilio e, prima d’uscire, egli la tradusse in una stretta di mano ad Elena. Corse allo studio del Balli e s’imbatté nell’amico che ne usciva. Pensò che forse vi avrebbe trovato Angiolina; respirò trovando il Balli solo. Sul proprio contegno durante la breve parte di quella giornata in cui egli aveva immaginato si potesse ancora intraprendere qualche cosa per Amalia, egli non ebbe mai rimorsi. In quelle ore egli non pensò che alla sorella, e se si fosse imbattuto in Angiolina, avrebbe trasalito dolorosamente, solo perché quella vista gli avrebbe ricordata la propria colpa. – Oh, Stefano! M’accadono delle cose tanto gravi! Entrò nello studio, s’assise sulla sedia più vicina alla porta e, celandosi il volto nelle mani, scoppiò in singhiozzi disperati. Non avrebbe saputo dire perché proprio allora si fosse sciolto in lagrime. Incominciava a riaversi dal fiero colpo ricevuto e otteneva dal dolore riflesso lo sfogo necessario, oppure era la vicinanza del Balli il quale ci doveva aver la sua parte nella malattia d’Amalia, la causa di quell’emozione tanto acuta? Certo è ch’egli stesso poi s’accorse di compiacersi d’aver dato al proprio dolore un’espressione violenta; per se stesso e pel Balli. Tutto si mitigava e addolciva nel pianto; egli si sentiva sollevato e migliorato. Anche se come egli credeva ella fosse stata pazza, l’avrebbe tenuta presso di sé non più come sorella ma come figlia. E in quel pianto si compiacque tanto da dimenticare quale urgenza ci fosse di chiamare un medico. Era proprio là il suo posto, era là ch’egli doveva agire a vantaggio di Amalia. Nell’eccitazione in cui si trovava, qualunque impresa gli parve facile e, colla sola manifestazione del proprio dolore pensò che avrebbe fatto dimenticare tutto il passato anche al Balli. Gli avrebbe finalmente fatto conoscere Amalia, mite buona e sventurata com’era. Raccontò in tutti i particolari la scena di poco prima: il delirio, l’affanno di Amalia e il lungo tempo in cui egli, trovandosi solo, non s’era potuto allontanare da quella stanza fino all’intervento provvidenziale della signora Chierici. Il Balli prese l’aspetto di una persona sorpresa da una mala nuova non certo l’aspetto sperato da Emilio e con l’energia che in quello stato d’animo doveva essergli facile, consigliò di correre a chiamare il dottor Carini. Gli era stato descritto quale un buon medico; per di più era suo intimo ed egli l’avrebbe saputo interessare alla sorte di Amalia.
Senilita di Italo Svevo
Il dottore cercò d’incorarlo con qualche parola amichevole, ma poi, ritornando all’argomento, fece una domanda che cagionò ad Emilio non poca angoscia: – E prima di questa mattina? – Mia sorella è stata sempre debole, ma sempre sana. S’era compromesso con questa frase e soltanto dopo averla detta fu colto da dubbi. Non erano stati certo degl’indizi di salute quei sogni ad alta voce ch’egli aveva sorpresi. Non avrebbe dovuto parlarne? Ma come farlo dinanzi al Balli? – Prima d’oggi la signorina si sentiva sempre bene? – chiese il Carini con aria incredula. – Anche ieri stesso? Emilio si confuse e non seppe rispondere. Egli non ricordava neppure d’aver visto la sorella nei giorni precedenti. Veramente quando l’aveva vista l’ultima volta? Forse mesi prima, quel giorno in cui l’aveva scorta sulla via vestita in modo tanto strano. – Io non credo ch’ella sia stata ammalata prima. Me lo avrebbe detto. Il dottore ed Emilio entrarono nella stanza dell’ammalata, mentre il Balli, dopo una breve esitazione, si fermò nel tinello. La signora Chierici ch’era seduta al capezzale, si levò e andò ai piedi del letto. L’ammalata pareva assopita ma, come al solito, parlò quasi fosse sempre in una conversazione e avesse avuto da rispondere a domande o da aggiungere delle parole ad osservazioni fatte prima: – Di qui a mezz’ora. Sì, ma non prima. – Spalancò gli occhi e riconobbe il Carini; disse qualche cosa che doveva essere un saluto. – Buon giorno, signorina – rispose il dottore ad alta voce con l’evidente intenzione d’adattarsi al suo delirio. – Volevo venire a trovarla prima, ma m’è stato impossibile. – Il Carini era stato in casa una sola volta ed Emilio fu lieto ch’ella l’avesse riconosciuto. Ella doveva essere migliorata di molto in quelle brevi ore, perché a mezzodì ella non aveva ravvisato neppure lui. Comunicò tale osservazione a bassa voce al dottore. Questi era tutto intento a studiare il polso dell’ammalata. Poi ne denudò il petto e vi appoggiò l’orecchio in diversi punti. Amalia taceva con gli occhi rivolti al soffitto. Poi il dottore si fece aiutare dalla signora Elena per rizzare l’ammalata e sottoporre alla medesima disamina anche la schiena. Amalia oppose resistenza per un istante ma quando capì che cosa si volesse da lei cercò anche di sostenersi da sola. Ella guardava ora la finestra, che s’era rapidamente oscurata. La porta era
Senilita di Italo Svevo
Insegnatemegli anche a me: che, accadendomi di far quel che voi faceste, io possa farlo. Coi nomi puoi tu ben praticare, ma con le persone no. Perché co’ nomi, e non con le persone? Perché i lor denari hanno la croce di legno, e pagano di gloria patri, e sono, perdonimi loro, una gabbiadi pazzi; e come ti dissi ieri, aprigli, accarezzagli, mettegli in capo di tavola: ma non gliene dare, se non te ne vuoi pentirte. E per tornare al cortigiano profumatino, mongrellino, anebbiatino, eccolo una sera picchiar l’uscio a la sua signora; e messo il piè drento, spicca un te deum laudamus su le grazie; e salite le scale con quella sollecitudine che le sale  un  che  porta  buone  novelle,  bascia  lei  che  gli  è  venuta  incontra,  e basciatala le dice: “Il diavolo ha pur voluto che io esca di povertà al dispetto de le corti e de le lunghe, le quali danno a chi serve i reverendi schiericati”. La corriva tutta si scuote al suo parlare; e come colei che pensa di avergli dato a usura i piaceri fatti, con una sforgiata baldezza gli dice: “Che cosa hai tu di buono?”; “Egli è morto quel mio zio ricone, il qual non aveva figliuoli né  figliuole,  né  altro  nipote  che  me”;  “Ah,  ah”  disse,  “la  Signoria  vostra parla del vecchio misero che mi ha conto più volte”; “Così è”, rispose egli. Ella, da cattiva, gli cominciò a dare del signor nel ceffo, tosto che intese de la redità; ed egli si arrischiò a darle del tu, paredogli che tale arte bastasse per farle credere la sua nuova grandezza. Vedi ghiottarelli.
Dialogo di Pietro Aretino
Io la piglio pel verso, e so che vuoi che io sia tale. Segue pure. S’intoppa un birro, gli dice “Da paladino ti portasti ieri nel pigliar quel ladro”; imbattendosi in un mariuolo, si gli accosta a l’orecchio con dirgli “Tagliale destramente”; dà di petto in una monica, e le fa di capo dimandando de la badessa e dei digiuni che fanno. Ecco che vede una puttana, e fermatasi seco, la prima cosa le dà del “Voi sète più bella che mai” ne la testa. S’incontra uno oste, dicegli “Trattate bene i forestieri”; a uno spenditore, “Comprate buona carne”; a un sarto, “Non robbate il panno”; a un fornaio, “Non abbrusciate il pane”; a un fanciullo, “Tu sei fatto uno omicciuolo, impara bene”; a una bambina, “Tu vai a la maestra, eh? Or fatti insegnare il punto  incrociato”;  a  quel  de  la  scuola,  “Date  le  palmate  e  i  cavalli  con discrezione, perché dove non son gli anni non ci pò essere intelletto”; a un converso, “Adunque voi dite la corona in cambio de lo uffizio: che, non sapete leggere?”; a un contadino, “Sarà uguanno buona ricolta?”; a un soldato, “Sì che Francia farà de le sue?”. Ecco ella incontra un servidore, e dicegli “Il tuo salario corre; hai tu troppa fatiga?”, e “Il tuo padrone è strano?”. Eccola dimandar un chierico s’egli è a pìstola o a vangelo. Trova un furfante, e a un tratto gli fa squillare le sette allegrezze. Eccoti che dice a un fraticino “Non risponder sì forte a la messa” e “Nonaccendere il cero se non quando si leva il Signore,perché costano troppo”. S’abocca con un vecchio dicendogli “Non mangiate aceto per amor de la tossa”; poi gli entra a dire “Ricordivisi quando... ah?” Vede un garzonetto, e dice “Dàlla qua, perché tua madre e io fummo carne e unghia; quanti basci e sculacciate che io ti ho date! due anni a la fila sei dormito ai miei piedi, e mi pare ne la tua faccia veder le sue fattezze sputate”. Ora ella ha incontrato un giovane e dettogli “Io ho trovato una bella cosetta che se ne contentaria un conte”; appena scorge un romito, che ella gli dice sospirando “Iddio a voi ha tocco il core, e a noi le mondanità”; s’imbatte in una vedova, e si mette a piagner seco il marito che le morì dieci anni fa; vede uno sbricco, e gli dice “Lascia andar le quistioncelle”; trova un frate, e domandagli se la quaresima viene alta l’anno seguente. Ora sì che l’hai dette tutte. Credi tu che la ruffiana entri in cicalamento con tante brigate per piacere? Tu non ci sei: ella il fa per il compredomine che cerca di avere con tutte le qualità degli uomini e de le donne, e per farsi conoscere da bosco e da riviera. E ti ho detto coselline che la ruffiana fa di dì: a quelle di notte mo’. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Non so in che modo il diavolo fece rompere il collo a la moglie d’uno uomo di conto, la quale era famosa per le sue bellezze: e se ne andò, né mai si seppe con chi. E mentre non si favellava d’altro che del suo esser fuggita, io chiamo un favorito d’un gran maestro e gli faccio giurare su la pietra sacrata di tener secreto quel che io gli dirò; ed egli giura e rigiura di non favellarne pure a se stesso. Intanto io gli dico, dandomi la mano per questa fede, che la moglie de l’amico è in camera mia, ma serrata al buio; e saria gran cosa, che facesse scoprirmela a veruna persona. Come egli intende che io l’ho al mio comando, corre al leccarmi con le carezzine, e dammi de la madre, de la madonna, de la sirocchia e de la padrona; e io: “Non vorrei che si sapesse, perché, oltra che la poverina ne andria a pericolo di essere uccisa, io ne scavezzarei il collo, la spalla e la coscia; saria scopata, bollata e forse arsa”. A qualche fante darà la stretta costui: mi par così vederla. E a chi credi tu che l’avesse a dare? Non te l’ho io detto? Balia, doppo molte cerimonie, no senza la bene andata, lo condussi a l’oscuro con la fante che indivinasti: la qual pagò e chiavò da uomo; e ringraziatomi, se ne andò a trovare uno imbasciadore; e poi che ebbe tolta la sua fede, gli narrò la trama: e fu forza che, travestito, venisse a infantescarsi. E la toccò e ritoccò più di dieci volte; e non pur egli, ma un centinaio di cavalieri e di uffiziali e di cortigiani gnele accoccarono: di modo che ne guadagnai quasi tutto quello che io ho. Dimmi, scoprissi la ribaldaria? Scoprissi. Come? Mentre una mattina per tempo si aveva tirato sopra uno schiericato, sendo il  freddo  grande,  una  tegghia  di  carboni,  che  io  aveva  posta  in  camera, levarono da loro stessi un poco di fiamma; per la qual cosa il monsignore la vidde in viso, e conoscendo non esser quella, mi volle manicare: e mi disse una villania de le buone, e due e tre volte mi spinse le dita negli occhi per cavarmigli; né si poté tenere di non darmi un rifrustetto di pugna: e se non che la lingua mi dié socorso, io era spacciata. E poco mancò, ne lo spargersi de la berta che io faceva ad altrui, che il marito di colei che se ne era fuggita, parendogli infatti che gli fosse maggior vergogna la seconda che la prima, non mi tritasse a pezzi e a minuzzoli. Pur, chi scampa da una scampa da cento: e perciò la soia si convertì in risa. Mi piace. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Che vedesti? Dimmelo, di grazia. Vidi in una cella quattro suore, il generale e tre fratini di latte e di sangue, i quali spogliaro il reverendo padre della tonica rivestendolo d’un saio di raso, ricoprendogli la chierica d’uno scuffion d’oro sopra del quale posero una  berretta  di  velluto  tutta  piena  di  puntali  di  cristallo,  ornata  d’un pennoncello bianco; e cintagli la spada al lato, il beato generale, parlando per “ti’ e per “mi’, si diede a passeggiare in sul passo grave di Bortolameo Coglioni. Intanto le moniche cavatosi le gonne e i fratini le toniche, esse si misero gli abiti dei fratini, cioè tre di loro, ed essi quelli delle moniche: l’altra,  postasi  intorno  la  toga  del  generale,  sedendo  pontificalmente contrafacea il padre dando le leggi ai conventi. Che bella tresca. Ora si farà bella. Perché? Perché la reverenda Paternità chiamò i tre fratini e, appoggiato su la spalla a uno cresciuto inanzi ai dì tenero e lungo, dagli altri si fece cavar del nido il passerotto che stava chioccio chioccio; onde il più scaltrito e il più attrattivo lo tolse in su la palma, e lisciandogli la schiena come si liscia la coda alla gatta che ronfiando comincia a soffiare di sorte che non si puote più tenere al segno, il passerotto levò la cresta di maniera che il valente generale, poste le unghie a dosso alla monica più graziosa e più fanciulla recatole i panni in capo, le fece appoggiare la fronte nella cassa del letto: e aprendole con le mani soavemente le carte del messale culabriense, tutto astratto contemplava il sesso, il cui volto non era per magrezza fitto nell’ossa, né per grassezza sospinto in fuore, ma con la via del mezzo tremolante e ritondetto, lucea come faria un avorio che avesse lo spirito; e quelle fossettine che si veggiono nel mento e nelle guance delle donne belle, si scorgeano nelle sue chiappettine (parlando alla fiorentina); e la morbidezza sua avria vinto quella d’un topo di molino nato, creato e visso nella farina; ed erano sì lisce tutte le membra della suora, che la mano che si le ponea nelle reni sdrucciolava a un tratto
Ragionamento di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Edizioni di riferimento elettroniche Liz, Letteratura Italiana Zanichelli a stampa Ugo Foscolo, Viaggio sentimentale di Yorick (Didimo Chierico), a cura di M. Fubini, Firenze, Le Monnier, 1951
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Design Graphiti, Firenze Impaginazione Thèsis, Firenze-Milano Ugo Foscolo   Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l'Italia � Sommario Didimo  Chierico  a’  lettori  salute ........................... 5 Capitolo  1 .............................................................. 5 Capitolo  2 .............................................................. 6 Capitolo  3 .............................................................. 7 Capitolo  4 .............................................................. 8 Capitolo  5 /   Capitolo  6  ....................................... 9 Capitolo  7 ............................................................ 10 Capitolo  8 ............................................................ 13 Capitolo  9 ............................................................ 14 Capitolo  10 .......................................................... 15 Capitolo  11 .......................................................... 17 Capitolo  12 .......................................................... 18 Capitolo  13 .......................................................... 19 Capitolo  14 .......................................................... 21 Capitolo  15 .......................................................... 22 Capitolo  16 .......................................................... 22 Capitolo  17 .......................................................... 23 Capitolo  18 .......................................................... 24 Capitolo  19 .......................................................... 26 Capitolo  20 .......................................................... 27 Capitolo  21 .......................................................... 28 Capitolo  22 .......................................................... 28 Capitolo  23 .......................................................... 29 Capitolo  24 .......................................................... 30 Capitolo  25 .......................................................... 32 Capitolo  26 .......................................................... 33 Capitolo  27 .......................................................... 34 Capitolo  28 .......................................................... 35 Capitolo  29 .......................................................... 37 Capitolo  30 .......................................................... 39 Capitolo  31 .......................................................... 40 Capitolo  32 .......................................................... 41 Capitolo  33 .......................................................... 43 Capitolo  34 .......................................................... 44 Capitolo  35 .......................................................... 45 Capitolo  36 .......................................................... 47 Capitolo  37 .......................................................... 50 Capitolo 38 ........................................................... 51 Capitolo  39 .......................................................... 54 Capitolo  40 .......................................................... 55 Capitolo  41 .......................................................... 57 Capitolo  42 .......................................................... 58 Capitolo  43 .......................................................... 59 Capitolo  44 .......................................................... 61 Capitolo  45 .......................................................... 63 Capitolo  46 .......................................................... 64 Capitolo  47 .......................................................... 66 Capitolo  48 .......................................................... 67 Capitolo  49 .......................................................... 69 Capitolo  50 .......................................................... 69 Capitolo  51 .......................................................... 71 Capitolo  52 .......................................................... 73 Capitolo  53 .......................................................... 74 Capitolo  54 .......................................................... 75 Capitolo  55 .......................................................... 76 Capitolo  56 .......................................................... 77 Capitolo  57 .......................................................... 79 Capitolo  58 .......................................................... 80 Capitolo  59 .......................................................... 82 Capitolo  60 .......................................................... 83 Capitolo  61 .......................................................... 85 Capitolo  62 .......................................................... 85 Capitolo  63 .......................................................... 88 Capitolo  64 .......................................................... 88 Capitolo  65 .......................................................... 89 Capitolo  66 .......................................................... 91 Capitolo  67 .......................................................... 92 Capitolo  68 .......................................................... 92 Capitolo  69 .......................................................... 93 Capitolo  70 .......................................................... 94 Capitolo  71 .......................................................... 95 Notizia  1 .............................................................. 99 Notizia  2 .............................................................. 99 Notizia  3 ............................................................ 100 Notizia  4 ............................................................ 100 Notizia  5 ............................................................ 101 Notizia  6 ............................................................ 101 Notizia  7 ............................................................ 102 Notizia  8 ............................................................ 103 Notizia  9 ............................................................ 103 Notizia  10 .......................................................... 104 Notizia  11 .......................................................... 105 Notizia  12 .......................................................... 106 Notizia  13 .......................................................... 107 Notizia  14 .......................................................... 107 Notizia  15 .......................................................... 108 Notizia  16 .......................................................... 108
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ugo Foscolo   Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l'Italia � Ai Lettori DIDIMO CHIERICO A’ LETTORI SALUTE Lettori di Yorick, e miei. Era opinione del reverendo Lorenzo Sterne parroco  in  Inghilterra:  Che  un  sorriso  possa  aggiungere  un  filo  alla  trama brevissima della vita; ma pare ch’egli inoltre sapesse che ogni lagrima insegna a’ mortali una verità. Poichè assumendo il nome di Yorick, antico buffone tragico, volle con parecchi scritti, e singolarmente in questo libricciuolo, insegnarci a conoscere gli altri in noi stessi, e a sospirare ad un tempo e a sorridere meno orgogliosamente su le debolezze del prossimo. Però io lo aveva tradotto or son più anni, per me: ed oggi che credo d’avere una volta profittato delle sue lezioni, l’ho ritradotto, quanto meno letteralmente e quanto meno arbitrariamente ho saputo, per voi. Ma e voi, Lettori, avvertite che l’autore era d’animo libero, e di spirito bizzarro, e d’argutissimo ingegno, segnatamente contro la vanità de’ potenti, la ipocrisia degli ecclesiastici, e la servilità magistrale degli uomini letterati: pendeva anche all’amore e alla voluttà; ma voleva a’ ogni modo parere, ed era forse, uomo dabbene e compassionevole e seguace sincero dell’evangelo ch’egli interpretava a’ fedeli. Quindi ei deride acremente, e insieme sorride con indulgente soavità; e gli occhi suoi scintillanti di desiderio, par che si chinino vergognosi; e nel brio della gioia, sospira; e mentre le  sue  immaginazioni  prorompono  tutte  ad  un  tempo  discordi  e inquietissime, accennando più che non dicono, ed usurpando frasi, voci ed ortografia, egli sa nondimeno ordinarle con l’apparente semplicità di certo stile apostolico e riposato. Anzi in questo libricciuolo, ch’ei scrisse col presentimento avverato della prossima morte, trasfuse con più amore il proprio carattere; quasi ch’egli nell’abbandonare la terra volesse lasciarle alcuna memoria perpetua d’un’anima sì diversa dalle altre. Or voi, Lettori, pregate  pace  all’anima  del  povero  Yorick;  pregate  pace  anche  a  me  finch’io vivo. Capitolo 1 – A questo in Francia si provvede meglio, diss’io. – Ma, e vi fu ella? mi disse l’amico; e mi si volse incontro prontissimo, e trionfò urbanissimamente di me. – Poffare! diss’io, ventilando fra me la questione; adunque ventun miglio di navigazione (da Douvre a Calais non ci corre nè più nè meno) conferiranno sì fatti diritti? Vo’ esaminarli. – E lasciando andare il discorso, m’avvio diritto a casa: mi piglio mezza doz-
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
brindisi.  Gl’intesi  dire:  Che  la  vera  tribolazione  degli  autori  veniva,  a  chi dalla troppa economia della penuria, e a chi dallo scialacquo dell’abbondanza; e ch’esso aveva la beatitudine di potere scrivere trenta fogli allegramente di pianta; e la maledizione di volerli poi ridurre in tre soli, come a ogni modo, e con infinito sudore, faceva sempre. Notizia 12 Ora dirò de’ suoi costumi esteriori. Vestiva da prete; non però assunse gli ordini sacri, e si faceva chiamare Didimo di nome, e chierico di cognome; ma gli rincresceva sentirsi dar dell’abate. Richiestone, mi rispose: La fortuna m’avviò da fanciullo al chiericato; poi la natura mi ha deviato dal sacerdozio: mi sarebbe rimorso l’andare innanzi, e vergogna il tornarmene addietro: e perchè io tanto quanto disprezzo chi muta istituto di vita, mi porto in pace la mia tonsura e questo mio abito nero: così posso o ammogliarmi, o aspirare ad un vescovato. Gli chiesi a quale de’ due partiti s’appiglierebbe. Rispose: Non ci ho pensato; a chi non ha patria non istà bene l’essere sacerdote, nè padre. Fuor dell’uso de’ preti, compiacevasi della compagnia degli uomini militari. Viaggiando perpetuamente, desinava a tavola rotonda con persone di varie nazioni; e se taluno (com’oggi s’usa) professavasi cosmopolita, egli si  rizzava  senz’altro.  S’addomesticava  alle  prime;  benchè  con  gli  uomini cerimoniosi parlasse asciutto; ed a’ ricchi pareva altero: evitava le sette e le confraternite; e seppi che rifiutò due patenti accademiche. Usava per lo più ne’ crocchi delle donne, però ch’ei le reputava più liberalmente dotate dalla natura di compassione e di pudore; due forze pacifiche le quali, diceva Didimo, temprano sole tutte le altre forze guerriere del genere umano. Era volentieri ascoltato, nè so dove trovasse materie; perchè alle volte chiacchierava per tutta una sera, senza dire parola di politica, di religione, o di amori altrui. Non interrogava mai  per non indurre, diceva  Didimo,  le persone a dir la bugia: e alle interrogazioni rispondeva proverbi o guardava in viso chi gli parlava. Non partecipava nè una dramma del suo secreto ad anima nata: Perchè, diceva Didimo, il mio secreto è la sola proprietà sulla terra ch’io degni di chiamar mia, e che divisa nuocerebbe agli altri ed a me. Nè pativa d’essere depositario degli altrui secreti: Non ch’io non mi fidi di serbarli inviolati; ma avviene che a volere scampare dalla perdizione qualche persona m’è pure necessità a rivelare alle volte il secreto che m’ha confidato: tacendolo la mia fede riescirebbe sinistra; e manifestandolo, m’avvilirei davanti a me stesso. Accoglieva lietissimo nelle sue stanze: al passeggio voleva andar solo, o parlava a Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo