cauzione

[cau-zió-ne]
In sintesi
pegno in denaro o titoli dato a garanzia di un obbligo da adempiere
← dal lat. cautiōne(m), deriv. di cavēre ‘guardarsi’.
1
DIR Deposito di denaro, titoli di credito e sim., rilasciato come garanzia dell'adempimento di un determinato obbligo: dare in appalto senza c.; chiedere una c.
2
estens. Quantità di beni, spec. di denaro, depositata come garanzia: versare, perdere, ritirare la c.; una c. di cento milioni
3
ant. Cautela ‖ dim. cauzioncèlla

Citazioni
gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l’uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d’aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d’esecutori d’ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz’altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l’interesse d’una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch’eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall’offenderle, per amor d’un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell’esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de’ più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d’arrischiare, anzi di gettar la vita in un’impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c’era pericolo; nell’opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa. L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
per la nascita del principe Carlo, primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il pericolo d’un gran concorso, in tali circostanze: tutto come in tempi ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla. Era  quest’uomo,  come  già  s’è  detto,  il  celebre  Ambrogio  Spinola, mandato per raddirizzar quella guerra e riparare agli errori di don Gonzalo, e incidentemente, a governare; e noi pure possiamo qui incidentemente rammentar che morì dopo pochi mesi, in quella stessa guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul campo, ma in letto, d’affanno e di struggimento, per rimproveri, torti, disgusti d’ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva. La storia ha deplorata la sua sorte, e biasimata l’altrui sconoscenza; ha descritte con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua previdenza, l’attività, la costanza: poteva anche cercare cos’abbia fatto di tutte queste qualità, quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balìa. Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. La penuria dell’anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d’animo, parvero più che bastanti a render ragione della mortalità: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de’ decurioni, in ogni magistrato. Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a’ parrochi, tra le altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell’importanza e dell’obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar le robe infette o sospette: e anche questa può essere contata tra le sue lodevoli singolarità. Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma ottene-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe,” dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, volontà, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti. Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all’università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d’altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s’aggiungeva quella della vita, e all’ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più generale e più forte, il pover’uomo partecipava de’ pregiudizi più comuni e più funesti de’ suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l’autorità acquistata in altre maniere. Eppure quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo caso, l’opinion di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico; ma non poté salvarlo dall’animosità e dagl’insulti di quella parte di esso, che corre più facilmente da’ giudizi alle dimostrazioni e ai fatti. Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di convincerli; questo è quello che poté il senno d’un uomo, contro la forza de’ tempi, e l’insistenza di molti. In quello stato d’opinioni, con l’idea del pericolo, confusa com’era allora, contrastata, ben lontana dall’evidenza che ci si trova ora, non è difficile a capire come le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non avesse parte un po’ di debolezza della volontà, sono misteri del cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto l’errore all’intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti di que’ pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de’ quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell’istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo. Non trovo che il tribunale della sanità, né altri, facessero rimostranza né opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l’entrata delle persone in città; e, per assicurarne l’esecuzione, fece star chiuse le porte: come pure, a fine d’escludere, per quanto fosse possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d’uno scrittore, e d’uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento. Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
in faccende intorno a un suo piccolo tino, e a una botticina, e ad altri lavori, in preparazione della vendemmia; ne’ quali Renzo non lasciò di dargli una mano; ché, come soleva dire, era di quelli che si stancano più a star senza far nulla, che a lavorare. Non poté però tenersi di non fare una scappatina alla casa d’Agnese, per rivedere una certa finestra, e per dare anche lì una fregatina di mani. Tornò senza essere stato visto da nessuno; e andò subito a letto. S’alzò prima che facesse giorno; e, vedendo cessata l’acqua, se non ritornato il sereno, si mise in cammino per Pasturo. Era ancor presto quando ci arrivò: ché non aveva meno fretta e voglia di finire, di quel che possa averne il lettore. Cercò d’Agnese; sentì che stava bene, e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava. Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s’affacciò di corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: “Lucia è guarita: l’ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho, ne ho delle cose da dirvi.” Tra la sorpresa dell’apparizione, e la contentezza della notizia, e la smania di saperne di più, Agnese cominciava ora un’esclamazione, ora una domanda, senza finir nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch’era solita a prendere da molto tempo, disse: “vengo ad aprirvi”. “Aspettate: e la peste?” disse Renzo: “voi non l’avete avuta, credo.” “Io no: e voi?” “Io sì; ma voi dunque dovete aver giudizio. Vengo da Milano; e, sentirete, sono proprio stato nel contagio fino agli occhi. È vero che mi son mutato tutto da capo a piedi; ma l’è una porcheria che s’attacca alle volte come un malefizio. E giacché il Signore v’ha preservata finora, voglio che stiate riguardata fin che non è finito quest’influsso; perché siete la nostra mamma: e voglio che campiamo insieme un bel pezzo allegramente, a conto del gran patire che abbiam fatto, almeno io.” “Ma...” cominciava Agnese. “Eh!” interruppe Renzo: “non c’è ma che tenga. So quel che volete dire; ma sentirete, sentirete, che de’ ma non ce n’è più. Andiamo in qualche luogo all’aperto, dove si possa parlar con comodo, senza pericolo; e sentirete.” Agnese gl’indicò un orto ch’era dietro alla casa; e soggiunse: “entrate lì, e vedrete che c’è due panche, l’una in faccia all’altra, che paion messe apposta. Io vengo subito.”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
– Sapete quanto ha guadagnato nella fabbrica dei mulini Mastro-don Gesualdo? – entrò a dire il notaro a mezza voce in aria di mistero. – Una bella somma! Ve lo dico io!... Si è tirato su dal nulla... Me lo ricordo io manovale, coi sassi in spalla... sissignore!... Mastro Nunzio, suo padre, non aveva di che pagare le stoppie per far cuocere il gesso nella sua fornace... Ora ha l’impresa del ponte a Fiumegrande!... Suo figlio ha sborsato la cauzione, tutta in pezzi da dodici tarì, l’un sull’altro... Ha le mani in pasta in tutti gli affari del comune... Dicono che vuol mettersi anche a speculare sulle terre... L’appetito viene mangiando... Ha un bell’appetito... e dei buoni denti, ve lo dico io!... Se lo lasciano fare, di qui a un po’ si dirà che Mastro-don Gesualdo è il padrone del paese! Il marchese allora levò un istante la sua testolina di scimmia; ma poi fece una spallucciata, e rispose, con quel medesimo risolino tagliente: – Per me... non me ne importa. Io sono uno spiantato. – Padrone?... padrone?... quando saran morti tutti quelli che son nati prima di lui!... e meglio di lui! Venderò Fontanarossa; ma le terre del comune non me le toglie, Mastro-don Gesualdo! Né solo, né coll’aiuto della baronessa Rubiera! – Che c’è? che c’è? – interruppe il notaro correndo al balcone, per sviare il discorso, poiché il barone non sapeva frenarsi e vociava troppo forte. Giù in piazza, dinanzi al portone di casa Sganci, vedevasi un tafferuglio, dei vestiti chiari in mezzo alla ressa, berretti che volavano in aria, e un tale che distribuiva legnate a diritta e a manca per farsi largo. Subito dopo comparve sull’uscio dell’anticamera don Giuseppe Barabba, colle mani in aria, strangolato dal rispetto. – Signora!... signora!... Era tutto il casato dei Margarone stavolta: donna Fifì, donna Giovanna, donna Mita, la mamma Margarone, donna Bellonia, dei Bracalanti di Pietraperzia, nientemeno, che soffocava in un busto di raso verde, pavonazza, sorridente; e dietro, il papà Margarone, dignitoso, gonfiando le gote, appoggiandosi alla canna d’India col pomo d’oro, senza voltar nemmeno il capo, tenendo per mano l’ultimo dei Margarone, Nicolino, il quale strillava e tirava calci perché non gli facevano vedere il santo dalla piazza. Il papà, brandendo la canna d’India, voleva insegnargli l’educazione. – Adesso? – sogghignò il marchese per calmarlo. – Oggi ch’è festa? Lasciatelo stare quel povero ragazzo, don Filippo!
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Sentite! – interruppe il figliuolo con voce sorda. – Lasciatemi in pace anche voi! Io v’ho lasciato fare, voi! Avete voluto che prendessi l’appalto del ponte... per non stare in ozio... Vedete com’è andata a finire!... E bisogna tornare da capo, se non voglio perdere la cauzione... Potevate starvene quieto e tranquillo a casa... Che vi facevo mancare?... Lasciatemi in pace almeno. Tanto, voi non ci avete perso nulla... – Ah! Non ci ho perso nulla?... Sapevo bene che glielo avresti rinfacciato... a tuo padre!... Già non conto più nulla io! Non so far più nulla!... Ti ho fatto quel che sei!... Come se non fossi il capo di casa!... come se non conoscessi il mio mestiere!... – Ah!... il vostro mestiere?... perché avevate la fornace del gesso?... e mi è toccato ricomprarvela due volte anche!... vi credete un ingegnere!... Ecco il bel mestiere che sapete fare!... Mastro Nunzio guardò infuriato il suo figliuolo, annaspando, agitando le labbra senza poter proferire altre parole, strabuzzando gli occhi per tornare a cercare il posto migliore da annegarsi, e infine brontolò: – E allora perché mi trattieni?... Perché non vuoi che mi butti nel fiume? perché? Gesualdo cominciò a strapparsi i capelli, a mordersi le braccia, a sputare in cielo. Poscia gli si piantò in faccia disperato, scuotendogli le mani giunte dinanzi al viso. – Per l’amor di Dio!... per l’anima di mia madre!... con questo po’ di tegola che m’è cascata fra capo e collo... capite che non ho voglia di scherzare adesso!... Il capomastro si intromise per calmarli. – Infine quel ch’è stato è stato. Il morto non torna più. Colle chiacchiere non si rimedia a nulla. Piuttosto venite ad asciugarvi tutti e due, che arrischiate di pigliare un malanno per giunta, così fradici come siete. Avevano acceso un gran fuoco di giunchi e di legna rotte, nella capanna. Pezzi di travi su cui erano ancora appiccicate le immagini dei santi che dovevano proteggere il ponte, buon’anima sua! Mastro Nunzio, il quale perdeva anche la fede in quella disdetta, ci sputò sopra un paio di volte, col viso torvo. Tutti piangevano e si fregavano gli occhi dal fumo, intanto che facevano asciugare i panni umidi. In un canto, sotto quelle quattro tegole rotte, era buttato Nardo, il manovale che s’era rotta la gamba, sudando e spasimando. Volle mettere anch’egli una buona parola nel malumore fra padre e figlio:
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Il peggio è toccato a me; – si lamentò, – che ora rimango storpio e non posso più buscarmi il pane. Uno dei suoi compagni, vedendo che non poteva muoversi, gli ammucchiò un po’ di strame sotto il capo. Mastro Nunzio, sull’uscio, coi pugni rivolti al cielo, lanciava fuoco e fiamme. – Giuda Iscariota! Santo diavolone! Doveva venire adesso questa grazia di Dio!... Ciascheduno diceva la sua. Dei vicini, venuti per vedere; dei viandanti che volevano passare il fiume, e aspettavano, al riparo, con la schiena alla fiammata. – Evviva voi! Avete fatto un bel lavoro! Tanti denari spesi! I denari del comune!... Ora ci tocca aspettare chissà quanto, prima di vedere un altro ponte... O com’era fatto, di ricotta? – Questi altri, adesso!... Arrivate giusto nel buon momento!... Volete che faccia scendere Dio e i santi di lassù?... – sbraitava mastro Nunzio. Gesualdo, lui, non diceva nulla, con la faccia color di terra, seduto su un sasso, le mani fra le cosce, penzoloni. Quindi prese a sfogarsi col manovale. – Guarda quella carogna! Mi lascia fuori la mula, con questo tempo! Poltronaccio! Nemico del tuo padrone! – Non vi disperate, vossignoria! – piagnucolò Nardo dal suo cantuccio. – Finché c’è la salute, il resto è niente!... Gesualdo gli lanciò addosso un’occhiataccia furibonda. – Parla bene, lui... che non ha nulla da perdere!... – No, no, vossignoria!... Non dite così, che il Signore vi gastiga!... Mastro Nunzio, appoggiato allo stipite dell’uscio, stava masticando da un po’ la sua idea, fra le gengive sdentate. Infine la buttò fuori, rivolgendosi verso il figliuolo all’improvviso: – E sai cos’ho da dirti? Che non ne voglio più sapere di questo ponte della disgrazia! Piuttosto faremo un mulino, coi materiali che riesciremo a mettere in salvo... Un affare sicuro quello... – Un’altra adesso! – saltò su Gesualdo. – Siete ammattito davvero? E la cauzione? Volete che ci perda anche quella? Se lasciassi fare a voi!... Quando presi a fabbricare dei mulini, mi toccava sentire che era la rovina... Ora che vi siete persuaso, non vorreste far altro... come se tutto il paese dovesse macinarsi le ossa notte e giorno, e le mie prima degli altri!... santo e santissimo! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
corica in mezzo alla via e non va più avanti... Voi non sapete che gastigo di Dio è Speranza, mia sorella!... Voglio finirla!... Ciascuno per casa sua. Dico bene, canonico mio? Il canonico intanto governava i suoi uccelli di richiamo. – Se non mi date retta, vossignoria, è inutile che parli! – Sì, sì, vi ascolto. Che diavolo! non ci vuole poi un sant’Agostino a capire quel che volete!... In conclusione si tratta di salvare la cauzione, non è così? di avere qualche aiuto dal comune? – Sissignore... la cauzione... Poi Gesualdo gli piantò addosso gli occhi grigi e penetranti, e riprese: – E un’altra cosa anche... Vi dicevo che voglio far casa da me... per conto mio... se trovo la moglie che mi conviene... Ma se non mi date retta, vossignoria... allora è inutile... O se fingete di non capire... Vi ricordate?... quel discorso che mi faceste la sera della festa del santo Patrono?... Ma se fate le viste di non capire, perché sono venuto qui da voi... quando vi ho detto per prima cosa... Vi ho detto: “Eccomi qua, come volete voi...” – Ah!... ah!... – rispose il canonico alzando il capo come un asino che strappi la cavezza. Poi lasciò stare il nicchio che andava spolverando attentamente, e gli fissò addosso anche lui i suoi occhi da uomo che non si lascia mettere nel sacco. – Sentite, don Gesualdo... questo non è discorso che venite a farmi adesso, a questa maniera! Allora vuol dire che non conoscete chi vi è amico e chi vi è nemico, benedetto Dio! Ho piacere che abbiate toccato con mano se il consiglio che vi ho dato allora era tutt’oro! Una giovane ch’è una perla, avvezza ad ogni guaio, che l’avreste tutta ai vostri comandi, e di famiglia primaria anche!... la quale vi farebbe imparentare con tutti i pezzi grossi del paese!... Lo vedete adesso di che aiuto vi sarebbe? Avreste dalla vostra i giurati e tutti quanti. Anche per l’altra faccenda della gabella, poi, se volete entrarci insieme a noi... – Sissignore, – rispose Gesualdo vagamente. – Tante cose si potrebbero fare... Si potrebbe parlarne... – Si dovrebbe parlarne chiaro, amico mio. Mi prendete per un ragazzo? Una mano lava l’altra. Aiutami che t’aiuto, dice pure lo Spirito Santo. Voi, caro don Gesualdo, avete il difetto di credere che tutti gli altri sien più minchioni di voi. Prima fate lo gnorri, non ci sentite da quell’orecchio, e poi, al bisogno, quando vi casca la casa addosso, mi venite dinanzi con quella faccia. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Sarà il caldo... saranno tutti quegli uccelli... – balbettò l’altro un po’ scombussolato. – Vorrei vedervi nei miei panni, signor canonico! – esclamò infine. – Nei vostri panni... sicuro... mi ci metto! Voglio farvi vedere e toccar con mano chi vi vuol bene o no! Eccomi con voi. Pensiamo a quest’affare del ponte prima... a salvare la cauzione... con un sussidio del comune. Andremo adesso dal capitano... e dai giurati che non ci sarebbero contrari... Peccato che il barone Zacco abbia già dei sospetti per l’affare della gabella!... Lasciatemi pensare... Mentre terminava di legarsi il mantello al collo andava raccogliendo le idee, colle sopracciglia aggrottate, guardando in terra di qua e di là. Ecco! Io vo prima dalla signora Sganci... no! no! non le dico nulla per adesso! qualche parola così in aria... in via accademica... Mi basta che donna Marianna scriva due righe al capitano. Quanto alla baronessa Rubiera posso dormire fra due guanciali... è come se fosse la vostra stessa persona, se mi promettete... Ma badiamo, veh!... E il canonico sgranò gli occhi. Don Gesualdo stese la mano verso il crocifisso. – No, dico per l’altro affare, quello della gabella. Non vorrei che giuocassimo a scarica barile fra di noi, caro don Gesualdo! Costui voleva allungare la mano di nuovo; ma il canonico aveva già infilato l’uscio. – Voi m’aspetterete giù, nel portone. Un momento, vado e torno. Tornò fregandosi le mani: – Ve l’avevo detto. Non ci vede dagli occhi donna Marianna per quella nipote! Farete un affarone! Appena fuori si imbatterono nel notaro Neri, che andava ad aprire lo studio, e fece il viso di condoglianza a don Gesualdo. – Brutto affare, eh? Mi dispiace! – Sotto si vedeva che gongolava. Il canonico, a tagliar corto, rispose lui: – Cosa da nulla... Il diavolo poi non è così brutto... Rimedieremo... Abbiamo salvato i materiali... – Dopo, quando furono lontani, e il notaio con la chiave nella toppa li guardava ancora ridendo, il canonico gli soffiò nell’orecchio, a Mastro-don Gesualdo: – È che avete una certa faccia, caro mio!... – Io? – Sì. Non ve ne accorgete, ma l’avete! Se fate quella faccia, tutti vi metteranno i piedi sopra per camminarvi!... Con quella faccia non si va a
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
anche don Gesualdo, dietro il canonico, calò di nuovo gli occhiali sul naso. – Ho tanto da fare!... Ah, sì!... la cauzione?... Volete che il comune vi aiuti a ripescarla? Volete qualche agevolazione per riprendere i lavori?... Vedremo... sentiremo... Se l’avete sbagliato la prima volta questo ponte benedetto?... È un affar grave... Non so di che si tratti... Non sono informato... Da un pezzo che non me ne occupo...  Tanto da fare!... Non ho tempo di soffiarmi il naso... Vedremo... sentiremo... In quella entrò Canali, il quale veniva a cercare Margarone, sorpreso di non vederlo all’ora solita. Anch’esso sapeva del ponte, e sembrava che si divertisse mezzo mondo a prolungare le condoglianze – il veleno che gli scorreva sotto il faccione giallo: – Ahi! ahi! don Gesualdo!... Era un’impresa grossa!... Un colpo da mandare ruzzoloni!... C’era troppa carne al fuoco in casa vostra!... – Don Filippo, ora che aveva l’appoggio, si rivoltò anche lui: – Bisogna fare il passo secondo la gamba, mio caro!... Volevate pigliare il cielo a pugni... Il posto a chi tocca, caro amico!... Non bisogna mettersi in testa dì dare il gambetto a un paese intero!... Don Gesualdo allora perse la pazienza. Si alzò di botto, rosso come un gallo, e aprì la bocca per sfogarsi. Ma il canonico gliela tappò con una mano. – State zitto! Lasciate dire a me! Sentite qua, don Filippo! Lo tirò per la falda nell’anticamera. Di lì a un po’ rientrarono a braccetto, don Filippo tornato un pezzo di zucchero con Mastro-don Gesualdo, spalancandogli addosso gli occhioni di bue, quasi lo vedesse allora per la prima volta: – Vedremo!... Quanto a me... quel che si può fare... Ho parlato nel vostro interesse, caro don Gesualdo... Don Gesualdo, scendendo le scale, brontolava ancora: – Perché dovrei averli tutti contro?... Non fo male a nessuno... Fo gli affari miei... – Eh, caro don Gesualdo! – scappò a dire infine il canonico. – Gli affari vostri fanno a pugni con gli affari degli altri, che diavolo!... Apposta bisogna tirarli dalla vostra... Fra di loro si danno la mano... son tutti parenti... Voi siete l’estraneo... siete il nemico, che diavolo! Il canonico si fermò su due piedi, in mezzo alla piazzetta, di fronte al palazzo dei Trao, alto, nero e smantellato, e guardando fisso don Gesualdo, cogli occhietti acuti di topo che sembrava volessero ficcarglisi dentro come due spilli, il viso a lama di coltello che sfuggiva da ogni parte:
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Alcuni battevano le mani. Ma don Ninì ostinavasi, pallido come la sua camicia adesso. – Sissignore! a sei onze la salma! Scrivete la mia offerta, segretario! – Alto! – gridò il notaro levando tutte e due le mani in aria. – Per la legalità dell’offerta!... fo le mie riserve!... E si precipitò sul baronello, come s’accapigliassero. Lì, nel vano del balcone, faccia a faccia, cogli occhi fuori dell’orbita, soffiandogli in viso l’alito infuocato: – Signor barone!... quando volete buttare il denaro dalla finestra!... andate a giuocare a carte!... giuocatevi il denaro di tasca vostra soltanto!... Don Ninì sbuffava peggio di un toro infuriato. Peperito aveva chiamato con un cenno il canonico Lupi, e s’erano messi a confabulare sottovoce, chinati sulla scrivania, agitando il capo come due galline che beccano nello stesso tegame. Era tanta la commozione che le mani del canonico tremavano sugli scartafacci. Il cavaliere lo prese per un braccio e andarono a raggiungere il notaro e il baronello che disputavano animatissimi in un canto della sala. Don Ninì cominciava a cedere, col viso floscio e le gambe molli. Il canonico allora fece segno a don Gesualdo d’accostarsi lui pure. – No, – ammiccò questi senza muoversi. – Sentite!... C’è quell’affare della cauzione... Il ponte se n’è andato, salute a noi!... C’è modo d’accomodare quell’affare della cauzione adesso... – No, – ripigliò don Gesualdo. Sembrava una pietra murata. – L’affare del ponte... una miseria in confronto. – Villano! mulo! testa di corno! – ricominciò ad inveire il barone sottovoce. Don Filippo, dopo il primo momento d’agitazione, era tornato a sedere, asciugandosi il sudore gravemente. Intanto che il canonico parlava sottovoce a Mastro-don Gesualdo, il notaro da lontano cominciò a far dei segni. Don Filippo si chinò all’orecchio di Canali. Sottomano, in voce di falsetto, il banditore replicò: – L’ultima offerta per le terre del comune! A sei onze la salma!... Uno!... due!... – Un momento, signori miei! – interruppe don Gesualdo. – Chi garantisce quest’ultima offerta? A quell’uscita rimasero tutti i bocca aperta. Don Filippo apriva e chiudeva la sua senza trovar parola. Infine rispose:
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Ma don Gesualdo s’ostinava, peggio di un mulo: – Sissignore, siamo parenti. Ma qui siamo venuti per la gabella delle terre comunali. Io ho fatta l’offerta di sei onze e quindici tarì a salma. – Villano! testa di corno! Don Filippo, in mezzo a quel trambusto, fu costretto a sedere di nuovo sul seggiolone, sbuffando. Vuotò di un fiato il bicchiere d’acqua, e suonò il campanello. – Signori miei! – vociava il segretario, – l’ultima offerta... a sei onze e quindici! – Tutti se n’erano andati a discutere strepitando nell’altra sala, lasciando solo don Gesualdo dinanzi alla scrivania. Invano il canonico, inquieto, gli soffiava all’orecchio: – Non la spuntate, no!... Si son dati l’intesa fra di loro!... – A sei onze e quindici la salma!... ultima offerta!... – Don Gesualdo! don Gesualdo! – gridò il notaro quasi stesse per crollare la sala. Rientrarono nuovamente in processione: il barone Zacco facendosi vento col cappello; il canonico e Canali ragionando fra loro due a bassa voce; don Ninì, più restìo, in coda agli altri. Il notaro con le braccia fece un gesto circolare per radunarli tutti intorno a sé: – Don Gesualdo!... sentite qua! Volse in giro un’occhiata da cospiratore e abbassò la voce: – Una proposta seria! – e fece un’altra pausa significativa. – Prima di tutto, i danari della cauzione... una bella somma!... La disgrazia volle così... ma voi non ci avete colpa, don Gesualdo... e neppure, voi, mastro Nunzio... È giusto che non li perdiate!... Accomoderemo la cosa!... Voi, signor barone Zacco, vi rincresce di lasciare le terre che sono da quarant’anni nella vostra famiglia?... E va bene!... La baronessa Rubiera adesso vuole la sua parte anche lei?... ha più di tremila capi di bestiame sulle spalle... E va bene anche questa! Don Gesualdo, qui, ha denari da spendere lui pure; vuol fare le sue speculazioni sugli affitti... Benissimo! Dividete le terre, fra voi tre... senza liti, senza puntigli, senza farvi la guerra a vantaggio altrui... A vantaggio di chi, poi?... del comune! Vuol dire di nessuno! Mandiamo a monte l’asta... Il pretesto lo trovo io!... Fra otto giorni si riapre sul prezzo di prima; si fa un’offerta sola... Io  no...  e  nemmeno  loro!...  Il  canonico  Lupi!...  in  nome  vostro,  don Gesualdo... Ci fidiamo... Siamo galantuomini! Un’offerta sola sul prezzo di prima; e vi rimangono aggiudicate le terre senza un baiocco d’aumento. Solamente una piccola senseria per me e il canonico... E il rimanente lo dividete fra voi tre, alla buona... d’amore e d’accordo. Vi piace? Siamo intesi? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
fidati, nonché molte Cernide di Lugugnana che vi stavano ancora a lavoro sopra l’argine, s’era ravviato verso Fratta. Eravi giunto proprio nel momento che  la  torre  veniva  occupata  per  sorpresa  da  quattro  bravacci;  ond’egli, sgominato prima assai facilmente gli ubbriachi che armeggiavano sulla piazza e nell’osteria, si mise a guadar la fossa con parecchi de’ suoi. Con qualche fatica guadagnarono l’altra riva senzaché coloro che aveano occupato la torre si dessero cura di ributtarli, intesi com’erano a scassinar gangheri e serrature per penetrare nell’archivio. E poi dopo qualche schioppettata, scambiatasi così tra il chiaroscuro più per braveria che per bisogno, i quattro malandrini erano venuti nelle sue mani; e li teneva guardati nella stessa torre ove s’erano introdotti con sì sfacciata sceleraggine. Fra questi era il capobanda Gaetano. Quanto poi al portinaio del castello l’era già morto quando le Cernide di Lugugnana s’erano accorte di lui. «Povero Germano!» sclamò il cavallante. «E che non ci sia proprio più pericolo? che tutti siano partiti? che non ci si rifacciano addosso per la rivincita?» chiese il signor Conte al quale non pareva vero che un tanto temporale si fosse squagliato per aria senza qualche grande fracasso di fulmini. «I capi sono bene ammanettati e saranno savi come bambini fino al momento che li regoli meglio il boia;» rispose il Partistagno «quanto agli altri scommetto che non si sovvengono più di qual odor sappia l’aria di Fratta, e che lor non cale niente affatto di fiutarla ancora.» «Dio sia lodato!» sclamò la Contessa «signor Barone di Partistagno, noi tutti e le cose nostre ci facciamo roba sua in riconoscenza dell’immenso servigio che ci ha prestato.» «Ella è il più gran guerriero dei secoli moderni!» gridò il Capitano asciugandosi sulla fronte il sudore che vi avea lasciato la paura. «Pare peraltro che anche lei avesse pensato ad una buona difesa» rispose il Partistagno. «Finestre e porte erano così tappate che non ci sarebbe passata una formica.» Il Capitano ammutolì, s’avvicinò col fianco alla tavola per non far vedere ch’egli era senza spada e della mano accennò a Lucilio, come per riferir a lui tutto il merito di tali precauzioni. «Ah è stato il signor Lucilio!?» sclamò Partistagno con un lieve sapore d’ironia. «Bisogna confessare che non si poteva usare maggior prudenza.» Il panegirico della prudenza in bocca di chi avea vinto coll’audacia
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
pieno di sgomento. «No, basterà Marchetto;» osservai io con molto giudizio «gli altri farebbero confusione.» Infatti si destò il cavallante il quale entrò nel mio disegno che bisognava far le cose alla muta senza baccani e senza molta gente. Il foro dietro cui lavoravano  i  cappuccini  dava  nell’archivio  della  cancelleria,  che  era  una cameraccia scura al terzo piano della torre, piena di carte di sorci e di polvere. Il meglio era appostar colà due uomini fidati e robusti che abbrancassero uno per uno i due frati mano a mano che passavano e li imbavagliassero e li legassero a dovere. E così si fece. I due uomini furono lo stesso Marchetto e suo cognato che stava in castello per ortolano. Essi penetrarono pian piano nell’archivio adoperando la chiave del Conte che restava sempre nelle tasche delle sue brache in anticamera; e stettero lì uno a destra ed uno a sinistra del luogo ove si sentivano sordi i colpi dei due scalpelli. Dopo mezz’ora penetrò nell’archivio un raggio di luce, e i due uomini fermi al loro posto. Per ogni buon conto s’erano armati di mannaie e di pistole, ma speravano di farne senza perché i signori frati lavoravano sicuri e privi di qualunque timore. «Io passo col braccio» mormorò uno di questi. «Ancora due colpi e il difficile è fatto» rispose l’altro. Con poco lavoro s’allargò il buco siffattamente, che vi potea passare con qualche stento una persona; e allora uno dei due frati, quello che sembrava il caporione, allungò la testa indi un braccio indi l’altro e strisciando innanzi colle mani sul pavimento dell’archivio s’ingegnava di tirarsi addietro le gambe. Ma quando meno se lo aspettava sentì una forza amica aiutarlo a ciò, e nel tempo stesso un pugno vigoroso gli afferrò il mento, e sbarrategli le mascelle gli cacciò in bocca un certo arnese che gli impediva quasi di respirare nonché di gridare. Una buona attortigliata ai polsi e una pistola alla gola fornirono l’opera e persuasero colui a non moversi dal muro cui lo avevano addossato. Il frate compagno parve un po’ inquieto del silenzio che successe al passaggio del suo principale; ma poi si rassicurò credendo che non fiatasse per paura di farsi udire, e fece animo egli pure di sporger la testa dal buco. Costui fu trattato con minor precauzione del primo. Appena impadronitosi della testa, Marchetto la tirò tanto che quasi gliel’avrebbe cavata se lo stesso paziente non avesse smosso colle spalle alcune pietre della muraglia. Imbavagliato e legato anche questo, lo si frugò ben bene unitamente al compagno; si tolsero loro le armi e furono condotti in un luoguccio umido, appartato, e ben riparato dall’aria dov’ebbero posto cadauno in una celletta come due
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
move il dispetto, ma col vero dolore di chi vorrebbe e non può accontentare altri di quanto gli viene chiesto. Un tal martirio durò per lei molti giorni; e la Contessa se l’era legata al dito che l’avrebbe sposato il Venchieredo, o sarebbe cacciata in un convento senza misericordia. Già si cominciava a mormorare di Lucilio più forte che mai; e il giovine doveva serbarsi più prudente che per lo addietro nelle sue visite. Ma sparsasi intorno la notizia dell’ostinato rifiuto della Clara ad imparentarsi col Venchieredo, furono anche parecchi che ne accagionarono un segreto amore da lei concepito pel Partistagno. Fra questi primo era il Partistagno stesso, che, avuta contezza della cosa, capitò al castello più sorridente e pettoruto del solito; egli guardava dall’alto in basso tutta la famiglia, e nelle tenere occhiate che teneva in serbo per la Clara, non si avrebbe potuto definire se l’amore soverchiasse la compassione, o viceversa. Il fatto sta che alla Contessa balenò quell’ipotesi nel cervello; e poiché non si degnava di sospettare intorno a Lucilio, essa gli parve abbastanza fondata. Ma quel benedetto Partistagno non si decideva mai a far un passo innanzi. Erano anni che lavorava colle sue occhiate, co’ suoi sorrisi senza che si aprisse per nulla l’animo suo. Raimondo invece veniva, si può dire, coll’anello in mano; e non si trattava che di accennare un sì, perché egli fosse beato e riconoscente di poterlo infilare alla Clara. Queste considerazioni non diminuivano punto il mal sangue della signora verso la figlia; tanto più che anche le ultime vicende non sembravano aver dato fretta alcuna al glorioso castellano di Lugugnana. Un giorno pertanto che i Frumier avevano invitato a pranzo i parenti di Fratta per isvagarli da questi dispiaceri famigliari, l’illustrissimo signor Conte fu oltremodo inquieto di vedersi chiamar dal cognato in uno stanzino appartato. Ognivolta che gli accadeva di doversi dividere dal fido Cancelliere, si sa ch’egli rimaneva come una candela senza stoppino. Tuttavia fece di necessità virtù, e con molti sospiri seguì il cognato ov’egli lo voleva. Questi rinchiuse la porta a doppio giro di chiave, tirò giù le cortinette verdi della finestra, aperse con gran precauzione il cassetto più segreto dello scrittoio, ne trasse un piego, e glielo porse dicendogli: «Leggete; ma per pietà silenzio! mi affido a voi perché so chi siete.» Il povero Conte ebbe gli occhi coperti da una nuvola, fregò e rifregò colla fodera della veste le lenti degli occhiali più per guadagnare tempo che per altro, ma alla fine con qualche fatica riuscì a dicifrare lo scritto. Era un anonimo, uomo a quanto sembrava di grande autorità nei consigli della Si-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«Era impossibile altrimenti.» «E quanto tempo durò questa vostra vita innocente e comune?» «Certo parecchi mesi.» La Pisana ci meditò sopra un pochino, indi soggiunse: «Se io dormissi qui sopra questa seggiola, Carlo, ve ne avreste a male?» Le risposi ch’ella poteva anche adagiarsi nel letto a sua posta, che io aveva da basso un altro giaciglio ove avrei cercato di pigliar sonno. Infatti si mostrò molto lieta di questa licenza, ma aspettò per approfittarne che io fossi disceso dalla scala. E allora, siccome per curiosità mi era fermato ad origliare, la udii dare il chiavaccio alla porta con molta cura di non far romore. L’anno prima a Venezia non avrebbe fatto così, ma dalle precauzioni usate a non farsi intendere capii che tutto era effetto di vergogna. Il giorno dopo non si parlò più del giorno prima; cosa facilissima per la Pisana che si dimenticava di tutto e difficilissima per me che non costumo nutrir d’altro il mio presente che delle memorie passate. Mi chiese in che modo saremmo partiti, così come se da qualche anno fossimo avvezzi a viaggiar insieme; acconciati alla meglio in un curricolo, la sua festività naturale mi fece parer brevissima la gita fino a Frascati. L’amore non venne più in ballo, ma un’amicizia come di fratelli, piena di compassione e d’obblio, gli era succeduta. Notate che io parlo dei discorsi e delle maniere; quanto a ciò che bolliva sotto, non vorrei far sicurtà, e alle volte io credetti sorprendermi in qualche movimento di stizza per la dabbenaggine con cui aveva accettato quel tacito e freddo compromesso. La Pisana sembrava beata di esser non dirò amata ma sofferta da me; così ingenua, così ubbidiente, così amorevole si serbava, che una figliuola non avrebbe potuto esser di meglio. Era, credo, una muta maniera di domandar perdono; ma non l’aveva ottenuto? Pur troppo io ebbi sovente quella facilità censurata tante volte in lei di perdonare e dimenticare torti affatto imperdonabili! Tuttavia non ismetteva nulla del mio dignitoso contegno: e a Spoleto a Nepi ad Acquapendente a Perugia in tutti i luoghi dove Championnet condusse l’esercito per raccozzarne le membra sparse ed apparecchiarle meglio alla riscossa, noi menammo la vita di due fratelli d’armi, che hanno goduto la loro gioventù, e danno giù, come si dice, ogni giorno peggio nel brentone del positivo. Intanto re Ferdinando di Napoli e Mack suo generale entravano trionfalmente in Roma. I Francesi s’erano ritirati per prudenza, e l’esimio generale ne dava invece il merito a’ suoi complicatissimi piani strategici. La Repubbli-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo     Le Confessioni di un italiano    Capitolo decimosesto Dall’Arno all’Adriatico furono tre giorni; e da Ancona a Roma dieci, perché s’avanzava coll’intera legione e non essendo avvezzi a camminar molto, bisognava cominciare con precauzione. Allora ebbi agio a convincermi che i primi nemici che un esercito nuovo incontra nelle sue imprese sono i polli ed i preti. Non valevano né minacce né rimproveri né castighi. Pollo voleva dir schioppettata, e prete burle e baldoria. Ammazzavano i polli per mangiarli in casa del prete e bere del suo vino; del resto tutto finiva lì, e se gli abati erano gente della legge, con un cicino di disinvoltura e una patina politica finivamo col separarci ottimi amici. Uno di cotali arcipreti bastava per un giorno a far propendere in favore di Pio VI gli animi della intera legione; gli è vero che a quel tempo il cardinal Chiaramonti aveva messo d’accordo Religione e Repubblica colla sua famosa Omelia, e si poteva propendere in favore di tutti. Per me, più vado innanzi e più m’avvedo che ogni religione ci guadagna assai a tenersi lontana dalla politica; gli è inutile; né l’olio si mescolerà mai coll’aceto, né il sentimento alla ragione, senzaché nascano sostanze spurie e scipite. Eccoci finalmente a Roma. Io ne aveva una voglia che non ne poteva più. Sentiva che Roma solamente avrebbe potuto farmi dimenticar la Pisana; e mentre pur mi confidava in una cotale dimenticanza, andava almanaccando che cosa ne poteva esser di lei, architettava conghietture, creava e ingigantiva paure, dava corpo e movimento alle ombre più mostruose che si potessero vedere. I suoi cugini di Cisterna, capitati da poco a Venezia, Agostino Frumier, quello slavo, Raimondo Venchieredo, lo schernitore, mi parevano ad ora ad ora altrettanti rivali; ma tutte quelle supposizioni svanirono quando lettere dell’Aglaura e di Spiro mi confermarono l’assenza della Pisana e che la sua famiglia nulla sapeva e poco curava sapere di lei. La Contessa pappava il frutto degli ottomila ducati e le bastava; il conte Rinaldo passava dall’ufficio alla Biblioteca, dalla Biblioteca alla tavola e al letto senza darsi pensiero che altri uomini vivessero al mondo: ambidue miserabili, miserabilissimi; ma non si curavano di affannarsi pegli altri. Convenite con me che se non eroismo fu certamente una bella costanza la mia di starmene a ordinar piuoli e a comandar movimenti sul monte Pincio, mentre avrei corso e frugato tutto il mondo per trovar la mia bella! La amava, sapete, proprio più che me stesso; e per me che non vendo ciurmerie di frasi ma faccio professione di narrare la verità, questo è tutto dire. Nonostante aveva il coraggio di metter innanzi la patria, e benché facessi allora uno sforzo a inchiudere anche Napoli in quest’idea, Roma mi aiutava a vincer la prova. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo