caparra

[ca-pàr-ra]
In sintesi
acconto di garanzia di un contratto
← prob. comp. di capo- e arra, propr. ‘inizio di impegno’.
1
DIR Somma di denaro o altra determinata quantità di cose fungibili, che un contraente consegna all'altro contraente nel momento della conclusione di un contratto allo scopo di garantirne l'esecuzione e di risarcire il danno in caso di inadempienza: versare un milione di c.; ricevere una c. di venti milioni || Caparra penitenziale, contemplata per i contratti che prevedono il diritto di recesso per una o per entrambe le parti
2
fig. Anticipazione: c. di dolore, di gioia || fig., lett. Pegno, prova, garanzia: senza avere una minima c., dargli in mano un povero curato! (Manzoni)

Citazioni
galantuomo tutta la vita, com’ho fatt’io? No signore: si deve squartare, ammazzare, fare il diavolo... oh povero me!... e poi uno scompiglio, anche per far penitenza. La penitenza, quando s’ha buona volontà, si può farla a casa sua, quietamente, senza tant’apparato, senza dar tant’incomodo al prossimo. E sua signoria illustrissima, subito subito, a braccia aperte, caro amico, amico caro; stare a tutto quel che gli dice costui, come se l’avesse visto far miracoli; e prendere addirittura una risoluzione, mettercisi dentro con le mani e co’ piedi, presto di qua, presto di là: a casa mia si chiama precipitazione. E senza avere una minima caparra, dargli in mano un povero curato! questo si chiama giocare un uomo a pari e caffo. Un vescovo santo, com’è lui, de’ curati dovrebbe esserne geloso, come della pupilla degli occhi suoi. Un pochino di flemma, un pochino di prudenza, un pochino di carità, mi pare che possa stare anche con la santità... E se fosse tutto un’apparenza? Chi può conoscer tutti i fini degli uomini? e dico degli uomini come costui? A pensare che mi tocca a andar con lui, a casa sua! Ci può esser sotto qualche diavolo: oh povero me! è meglio non ci pensare. Che imbroglio è questo di Lucia? Che ci fosse un’intesa con don Rodrigo? che gente! ma almeno la cosa sarebbe chiara. Ma come l’ha avuta nell’unghie costui? Chi lo sa? È tutto un segreto con monsignore: e a me che mi fanno trottare in questa maniera, non si dice nulla. Io non mi curo di sapere i fatti degli altri; ma quando uno ci ha a metter la pelle, ha anche ragione di sapere. Se fosse proprio per andare a prendere quella povera creatura, pazienza! Benché, poteva ben condurla con sé addirittura. E poi, se è così convertito, se è diventato un santo padre, che bisogno c’era di me? Oh che caos! Basta; voglia il cielo che la sia così: sarà stato un incomodo grosso, ma pazienza! Sarò contento anche per quella povera Lucia: anche lei deve averla scampata grossa; sa il cielo cos’ha patito: la compatisco; ma è nata per la mia rovina... Almeno potessi vedergli proprio in cuore a costui, come la pensa. Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare sant’Antonio nel deserto; ora pare Oloferne in persona. Oh povero me! povero me! Basta: il cielo è in obbligo d’aiutarmi, perché non mi ci son messo io di mio capriccio. – Infatti, sul volto dell’innominato si vedevano, per dir così, passare i pensieri, come, in un’ora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi alla faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e un freddo buio. L’animo, ancor tutto inebriato dalle soavi parole di Federigo, e come rifatto e ringiovanito nella nuova vita, s’elevava a quell’idee di misericordia, di per-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
portarsi subito alla liberazione di Terra santa. Ma è un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch’eran cose risolute prima. Il cardinal di Richelieu aveva in vece stabilito di ritornare in Francia, per affari che a lui parevano più urgenti. Girolamo Soranzo, inviato de’ Veneziani, poté bene addurre ragioni per combattere quella risoluzione; che il re e il cardinale, dando retta alla sua prosa come ai versi dell’Achillini, se ne ritornarono col grosso dell’esercito, lasciando soltanto sei mila uomini in Susa, per mantenere il passo, e per caparra del trattato. Mentre quell’esercito se n’andava da una parte, quello di Ferdinando s’avvicinava dall’altra; aveva invaso il paese de’ Grigioni e la  Valtellina; si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi avvisi al tribunale della sanità, che in quell’esercito covasse la peste, della quale allora nelle truppe alemanne c’era sempre qualche sprazzo, come dice il Varchi, parlando di quella che, un secolo avanti, avevan portata in Firenze. Alessandro Tadino, uno de’ conservatori della Sanità (eran sei, oltre il presidente: quattro magistrati e due medici), fu incaricato dal tribunale, come racconta lui stesso, in quel suo ragguaglio già citato, di rappresentare al governatore lo spaventoso pericolo che sovrastava al paese, se quella gente ci passava, per andare all’assedio di Mantova, come s’era sparsa la voce. Da tutti i portamenti di don Gonzalo, pare che avesse una gran smania d’acquistarsi un posto nella storia, la quale infatti non poté non occuparsi di lui; ma (come spesso le accade) non conobbe, o non si curò di registrare l’atto di lui più degno di memoria, la risposta che diede al Tadino in quella circostanza. Rispose che non sapeva cosa farci; che i motivi d’interesse e di riputazione, per i quali s’era mosso quell’esercito, pesavan più che il pericolo rappresentato; che con tutto ciò si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella Provvidenza. Per riparar dunque alla meglio, i due medici della Sanità (il Tadino suddetto e Senatore Settala, figlio del celebre Lodovico) proposero in quel tribunale che si proibisse sotto severissime pene di comprar roba di nessuna sorte da’ soldati ch’eran per passare; ma non fu possibile far intendere la necessità d’un tal ordine al presidente, “uomo”, dice il Tadino, “di molta bontà, che non poteva credere dovesse succedere incontri di morte di tante migliaia di persone, per il comercio di questa gente, et loro robbe”. Citiamo questo tratto per uno de’ singolari di quel tempo: ché di certo, da che ci son
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
vano a quel mestiero. Conoscendosi per le opere sue quanto egli fussi buono imitatore delle cose antiche e quanto egli osservassi le regole di Vetruvio e le opere di Filippo di Ser Brunellesco. Era allora in Fiorenza quel Filippo Strozzi, che oggi a differenzia del figliuolo si chiama il Vecchio, il quale per le sue ricchezze desiderava lassare di sé alla patria et a’ figliuoli, tra le altre, una memoria di un bel palazzo. Per la qual cosa Benedetto da Maiano, chiamato a questo effetto da lui, gli fece un modello isolato intorno intorno, che poi non si fece, non volendo alcuni vicini fargli commodità de le case loro. Onde cominciò il palazzo in quel modo che e’ poté, e condusse il guscio di fuori avanti la morte sua pressoché al fine. Fecelo di fuori con ordine rustico e graduato, come si vede: percioché la parte de’ bozzi dal primo finestrato in giù, insieme con le porte, è rustica grandemente e la parte dal primo finestrato al secondo è meno rustica assai. Ora accadde che, partendosi Benedetto di Fiorenza e tornandovi da Roma il Cronaca, fu messo per le mani a Filippo, e gli piacq tanto per il modello fattoli da lui del cortile e del cornicione che va di fuori intorno al palazzo, che conoscuta la eccellenzia di quello ingegno, volle che tutto si governasse per le sue mani, e servissi da indi innanzi sempre di lui. Fecevi dunque il Cronaca, oltra la bellezza di fuori con ordine toscano, in cima una cornice corinzia molto magnifica, ch’è per fine del tetto. Della quale la metà al presente si vede finita e con tanto singular grazia e garbo all’occhio si mostra, che desiderando apporgli menda nessuna non vi si può mostrare. Similmente le pietre di tutto il palazzo sono tanto finite e sì ben commesse, che non può nessuno quasi vedere ch’elle siano murate. Et in detto palazzo per ornamento fece fare ferri di finestre mirabili e campanelle con bellissimo garbo, e similmente le lumiere su canti che da Niccolò Grosso Caparra, fabbro fiorentino furono con grandissima diligenza lavorate. Vedesi in quelle le cornici, le colonne, i capitegli, le mensole saldate di ferro con maraviglioso magistero. Né mai ha lavorato moderno alcuno di ferro machine sì grandi e sì difficili con tanta scienza e pratica. Era Niccolò Grosso persona fantastica e di suo capo, ragionevole nelle sue cose e d’altri, né mai voleva di quel d’altrui. Non volse mai far credenza a nessuno de’ suoi lavori, ma sempre voleva l’arra, e per questo Lorenzo de’ Medici lo chiamava il Caparra e da molti altri ancora per tal nome era conosciuto.
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Egli aveva appiccato alla sua bottega una insegna, nella quale erano alcuni libri ch’ardevano; per il che, quando uno gli chiedeva tempo a pagare, gli diceva: “Io non posso, perché i miei libri abbruciano e non vi si può più scrivere debitori”. Gli fu allogato per i signori Capitani di Parte Guelfa, magistrato in Fiorenza non mediocre, un paio d’alari, i quali avendo egli finiti, più volte gli furono mandati a chiedere per gli loro donzelli. Et egli di continuo usava dire: “Io sudo e duro fatica su questa ancudine e voglio che qui su mi siano pagati i miei danari. Per il che essi di nuovo rimandarono per il lor lavoro e che per li danari andasse, che subito sarebbe pagato, et egli ostinato rispondeva che prima gli portassero i danari, et il lavoro li darebbe. Laonde il provveditore venuto in collera, perché i capitani li volevano vedere, gli mandò dicendo ch’esso aveva avuto la metà de i danari e che mandasse gli alari che del rimanente lo sodisfarebbe. Per la qual cosa il Caparra, avvedutosi del vero, diede al donzello uno alar solo, dicendo: “Te’ porta questo, ch’è il loro e, se piace a essi, porta l’intero pagamento che te gli darò, percioché questo è mio”. Gli ufficiali, veduto l’opera mirabile che in quello aveva fatto, gli mandarono i danari a bottega et esso mandò loro l’altro alare. Dicono ancora che Lorenzo de’ Medici volse far fare ferramenti per mandare a donar fuora, acciò che l’eccellenza del Caparra si vedesse; perché andò egli stesso in persona a bottega sua e per avventura trovò che lavorava alcune cose che erano di povere persone, da le quali aveva avuto parte del pagamento per arra. Per che lo richiese Lorenzo, et egli mai non gli volse promettere di servirlo se prima non serviva coloro, dicendogli che erano venuti a bottega inanzi lui e che tanto stimava i danari loro quanto quei di Lorenzo. Alcuni giovani cittadini gli portarono un disegno, che egli facesse loro un ferro da sbarrare e rompere altri ferri con una vite, perché egli li sgridò dicendo: “Io non vo’ far tal cosa, che non sono se non istrumenti da ladri e da rubare in casa altrui e da svergognar fanciulle, né sono cosa per me né per voi, i quali mi parete uomini da bene”. Volsero che gli insegnasse chi far gli potesse altri che lui del mestiero, per che egli con villanie se li levò d’intorno. Non volse mai lavorare a’ Giudei, dicendo loro che i danari loro erano fracidi e putivano. Fu persona del suo corpo bonissima e religiosa e di cervello fantastico et ostinato; né mai volse partir di Fiorenza, ma in quella visse e morì. Onde per le qualità sue l’ho giudicato degno di memoria. Ma, ritornando al
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
rono pubblicamente indegne del velo nero. Suor Candida, per mortificazione, non si lavava più neppur le mani, suor Benedetta portava una funicella di pelo di capra sulle nude carni, e suor Celestina arrivò a mettere dei sassolini nelle scarpe. A suor Gloriosa infine la predica dell’Inferno aveva fatto dar di volta completamente al cervello, e andava borbottando per ogni dove: – Gesù e Maria! – San Michele Arcangelo! – Brutto demonio, va’ via! Siccome la grazia poi toccava i cuori per bocca dei due predicatori forestieri, le suore se li rubavano al confessionale, al parlatorio, li assediavano sino a casa per mezzo del sagrestano, coi dubbi spirituali, coi casi di coscienza, coi vassoi pieni di dolci. Alla madre abbadessa fioccavano le domande delle religiose, le quali chiedevano l’uno o l’altro dei due padri liguorini per confessore straordinario. Invano suor Maria Faustina, che ai suoi anni era nemica di ogni novità, rifiutava il permesso, anche per riguardo a Don Matteo Curcio, che era il cappellano ordinario del monastero. Le monache ricorrevano al vicario, all’arciprete, sino al vescovo, inventavano dei peccati riservati, si lamentavano che Don Matteo Curcio era duro d’orecchio, e non dava quasi  retta:  –  Gnora  sì  –  Gnora  no  –  Ho  inteso  –  Tiriamo  innanzi.  – Qualcheduna giunse ad accusarlo di far cascare le penitenti in distrazione, con quella barba sudicia di otto giorni, che in un servo di Dio non ispirava alcuna devozione. Invece i due padri forestieri, quelli sì che sapevano fare! L’uno, padre Amore, che portava il nome con sé, un bell’uomo che si mangiava l’aria, e faceva tremar la chiesa in certi passi della predica; e padre Cicero, un artista nel suo genere, tutto san Giovan Crisostomo, col miele alle labbra. I peccati sembravano dolci a confidarli nel suo orecchio. E la bella maniera che aveva di consolare! – Sorella mia, la carne è fragile. – Siamo tutti indegni peccatori. – Buttatevi nelle braccia del Divino Amore. – Allorché vi sussurrava all’orecchio certe parole, con la sua voce insinuante, con le pupille color d’oro che vi frugavano addosso attraverso la grata, sembrava che vi s’insinuasse nella coscienza, quasi l’accarezzasse, talché quando levava per assolvervi quella bella mano fine e bianca, vi veniva voglia di baciarla. Qualche disordine s’era già notato sin da principio. C’erano state delle mormorazioni a causa di suor Gabriella la quale accaparravasi padre Amore tutte le mattine, e lo sequestrava al confessionale per delle ore, quasi ella avesse il jus pascendi perché discendeva dal Re Martino. Altre si sentivano umiliate dai canestri di roba che suor Maria Concetta mandava in regalo a
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
–  Come?  –  seguitava  a  sbraitare  la  baronessa.  –  Un  negozio  già conchiuso!... – C’è forse caparra, signora baronessa? – Non c’è caparra; ma c’è la parola!... – In tal caso, bacio le mani a vossignoria! E tirò via, ostinato come un mulo. La baronessa, furibonda, gli strillò dietro: – Sono azionacce da pari vostro! Un pretesto per rompere il negozio... degno di quel Mastro-don Gesualdo che vi manda... ora che s’è pentito... Giacalone e Vito Orlando gli correvano dietro anch’essi, scalmanandosi a fargli sentire la ragione. Ma Pirtuso tirava via, senza rispondere neppure, dicendo a don Diego Trao che non gli dava retta: – La baronessa ha un bel dire... come se al caso non avrebbe fatto lo stesso lei pure!... Ora che il barone Zacco ha cominciato a vendere con ribasso... Villano o baronessa la caparra è quella che conta. Dico bene, vossignoria? Capitolo terzo La signora Sganci aveva la casa piena di gente, venuta per vedere la processione del Santo patrono: c’erano dei lumi persino nella scala; i cinque balconi che mandavano fuoco e fiamma sulla piazza nera di popolo; don Giuseppe Barabba, in gran livrea e coi guanti di cotone, che annunziava le visite. – Mastro-don Gesualdo! – vociò a un tratto, cacciando fra i battenti dorati il testone arruffato. – Devo lasciarlo entrare, signora padrona? C’era il fior fiore della nobiltà: l’arciprete Bugno, lucente di raso nero; donna Giuseppina Alòsi, carica di gioie; il marchese Limòli, con la faccia e la parrucca del secolo scorso. La signora Sganci, sorpresa in quel bel modo dinanzi a tanta gente, non seppe frenarsi. – Che bestia! Sei una bestia! Don Gesualdo Motta, si dice! bestia! Mastro-don Gesualdo fece così il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese, raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina. – Avanti, avanti, don Gesualdo! – strillò il marchese Limòli con quella sua vocetta acre che pizzicava. – Non abbiate suggezione.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
quel Comune a mangiargli le entrate. — Si pronosticavano i matrimoni futuri, e si mormorava anche un tantino di quelli già stabiliti o compiuti; e per solito i litigi le angherie le discordie dei signori castellani tenevano un buon posto nel discorso. La vecchiona parlava di tutto con soavità e con posatezza, come se guardasse le cose dall’alto della sua età e della sua condizione; ma questo modo di ragionare non era in lei studiato punto punto, e vi si frammischiava a raddolcirlo una buona dose di semplicità e di modestia cristiana. Lucilio serbava il contegno d’un giovine che gode d’imparare da chi ne sa più di lui; e una cotal discrezione in un saputello infarinato di lettere gli accaparrava sempre più la stima e l’affetto della nonna. A vederlo poi adoperarlesi intorno per renderle ogni piccolo servigio che bisognasse, s’avrebbe proprio detto che l’era un suo vero figliuolo o almeno un uomo stretto a lei dal legame di qualche gran benefizio ricevuto. Nulla invece di tutto ciò: era tutto effetto di buon cuore, di bella creanza... e di furberia. Non ve lo immaginate?... Ve lo chiarirò ora in poche parole. Quando Lucilio si accommiatava dalla vecchia per scendere nel tinello o tornare a Fossalta, costei restava sola colla Clara, e non rifiniva mai dal lodarsi bonariamente delle compite maniere, e dell’animo gentile ed educato e del savio ragionare di quel giovine. Perfino le fattezze di lui le davano materia di encomiarlo, come specchio che le sembravano della sua eccellenza interiore. Le vecchie semplici e dabbene, quando prendono ad amare taluno, sogliono unire sopra quel solo capo le tenerezze le cure e perfin le illusioni di tutti gli amori che hanno lasciato viva una fibra del loro cuore. Perciò non vi so dire se un’amante una sorella una sposa una madre una nonna si sarebbe stretta ad un uomo con maggior affetto che la vecchia Contessa a Lucilio. Giorno per giorno egli avea saputo ridestare una fiamma di quell’anima senile, assopita ma non morta nella propria bontà; e da ultimo si era fatto voler tanto bene, che non passava giorno senza ch’egli fosse desiderato o chiamato a tenerle compagnia. La Clara, per cui erano leggi i desiderii della nonna, aveva preso a desiderarlo come lei; e l’arrivo del giovine era per le due donne un momento di festa. Del resto la Contessa non sospettava nemmeno che il giovine potesse pensare ad altro che a far una buona azione od a ricrearsi fors’anco nei loro colloqui dall’inutile chiasso del tinello; Lucilio era il figliuol del dottor Sperandio, e Clara la primogenita del suo primogenito. Se qualche sospetto le avesse attraversato la mente in tale proposito, ne avrebbe vergognato come d’un giudizio temerario e d’un pensiero disonesto e colpe-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo     Le Confessioni di un italiano    Capitolo sesto osato propalarne gli abusi e le arti illegali con cui si accaparravano e si fingevano le maggioranze nel Maggior Consiglio. La seconda volta, dopo aver promesso di discorrere questa materia, fu carcerato anche prima che la promessa potesse aver effetto.  Tale era l’indipendenza di una autorità semitribunizia, e tanto il valore e l’affetto consentitole; nessuno s’accorse o tutti finsero non s’accorgere della carcerazione di Angelo Querini, perché nessuno si sentiva voglioso di imitarlo. Ma quello era il tempo che le riforme avanzavano per forza. Nel 1779 a tanto era scaduta l’amministrazione della giustizia e la fortuna pubblica che anche il pazientissimo e giocondissimo fra i popoli se ne risentiva. Primo Carlo Contarini propose nel Maggior Consiglio la correzione degli abusi con opportuni cambiamenti nelle forme costituzionali; e la sua arringa fu così stringente insieme e moderata, che con maravigliosa unanimità fu presa parte di comandare alla Signoria la pronta proposta dei necessari cambiamenti. Si nota in quelle discussioni che quello che ora si direbbe il partito liberale tendeva a ripristinare tutto il patriziato nell’ampio esercizio della sua autorità, sciogliendo quel potere oligarchico che s’era concentrato nella Signoria e nel Consiglio dei Dieci per una lunga e illegale consuetudine. Miravano apparentemente a riforme di poco conto; in sostanza si cercava di allargare il diritto della sovranità, riducendolo almeno alle sue proporzioni primitive, e insistendo sempre sulla massima da gran tempo dimenticata, che al Maggior Consiglio si stava il comandare e alla Signoria l’eseguire: in ogni occasione si ricordava non aver questa che un’autorità demandata. I partigiani dell’oligarchia sbuffavano di dover sopportare simili discorsi; ma la confusione e la moltiplicità delle leggi porgeva loro mille sotterfugi per tirar la cosa in lungo. La Signoria fingeva di piegarsi all’obbedienza richiesta; indi proponeva rimedii insufficienti e ridicoli. Dopo un anno di continue dispute, nelle quali il Maggior Consiglio appoggiò sempre indarno il voto dei riformatori, si trasse in mezzo il Serenissimo Doge. La sua proposta fu di delegare l’esame dei difetti accusati negli ordini repubblicani a un magistrato di cinque correttori; e la convenienza di un tal partito, che si riduceva a nulla, fu da lui appoggiata alle ragioni stesse con cui un accorto politico avrebbe provato la necessità di riformar tutto e subito. Il Renier parlò a lungo delle monarchie d’Europa, fatte potenti a scapito delle poche repubbliche; da ciò dedusse il bisogno della concordia e della stabilità. «Io stesso», aggiungeva egli nel suo patriarcale veneziano «io stesso essendo a
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
velluto turchino, e le brache color granata, ci correva la gran differenza! — Così pure la mia pelle non rimanendo più esposta al sole e alle intemperie s’era di molto incivilita. Scopersi che la era perfino bianca, e che i miei grandi occhi castani valevano quanto quelli di qualunque altro; la corporatura mi cresceva alta e svelta ogni giorno più; aveva una bocca non disaggradevole, e dentro una bella fila di denti, che se non stavano troppo vicino per non darsi noia, splendevano tuttavia come l’avorio. Soltanto quelle maledette orecchie,  colpa  le  tirate  del  Piovano,  prendevano  troppo  spazio  nella  mia fisonomia; ma tentava di correggere il difetto dormendo una notte su un fianco e una notte sull’altro per dar loro una piega più estetica. Basta! me le palpo ora e m’accorgo di esservi riescito mediocremente. Martino peraltro non si stancava dall’ammirarmi dicendomi:«È proprio vero che la bellezza per isbocciare vuol essere strapazzata. Va’ che tu sei il più bel Carlino di tutti i dintorni, e sì che sei nato dalla cenere del focolare e la più parte del latte te l’ho data io.» Il pover’uomo diventava gobbo mano a mano che io m’ingrandiva; oramai le forze gli mancavano; grattava il formaggio stando seduto e non ci udiva più a sbarrargli i cannoni nell’orecchio. Niente importava; io e lui seguitavamo a intendercela a cenni e credo che il restar solo al mondo e il viverci senza di me sarebbe stata per lui uguale disgrazia. Quanto alla padrona vecchia egli saliva sì a tenerle compagnia durante le assenze della Clara, ma la diversità di abitudini, la lontananza in cui vivevano, negavano loro lo aver comuni quei segni d’intelligenza con cui si arriva a farsi capire dai sordi. Intanto  la  comparsa  dei  nobili  signori  di  Fratta  e  massime  della contessina Clara nella conversazione di casa Frumier aveva introdotto in questa il nuovo elemento dei castellani e dei signorotti campagnuoli. Non mancò di accorrer prima il Partistagno, il quale, dopo il soccorso portato al castello contro l’assalto del Venchieredo, era divenuto per la famiglia una specie di angelo custode. Egli poi, convien dirlo, portava abbastanza superbamente l’aureola di questa gloria; ma i fatti stavano per lui, e si poteva riderne non negargliene il diritto. Lucilio ci pativa molto di questo altiero contegno del giovine cavaliere, ma i suoi patimenti erano più d’invidia che di gelosia. Gli doleva piucchealtro che il servigio prestato dal Partistagno ai Conti di Fratta non lo si dovesse invece a lui. Del resto viveva sicuro della Clara: ogni occhiata di lei lo confortava di nuove speranze; perfino la serenità colla quale essa accettava le cortesie del Partistagno gli era caparra che giammai un pericolo lo avrebbe minacciato da quella parte. Come non affidarsi interamente
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
abito li proteggeva dalle maligne calunnie, e il contegno della zitella era tale che molto si affaceva colla gravità sacerdotale. Insomma la bionda castellana di Fratta avea messo in subbuglio tutte le teste della conversazione; ed ella ebbe la strana modestia di non accorgersene. Giulio Del Ponte, che non era il meno infervorato, si maravigliava e si stizziva di tanto riserbo; egli andava anzi più oltre, e benché non ne parasse nulla, avea concepito qualche sospetto sopra Lucilio. Infatti soltanto un cuore già occupato da un grande affetto poteva resistere freddamente a tutta quella giostra d’amore che torneava per lui. E chi mai poteva aver fatto breccia colà, se non il dottorino di Fossalta? — Così la pensava il signor Giulio; e dal pensare al bisbigliarne qualche cosa, il tratto fu più breve d’un passo di formica. Cominciavano a pigliar fiato cotali mormorazioni, quando il padre Pendola presentò il giovine Venchieredo in casa Frumier. Il Conte di Fratta ne rimase un po’ imbarazzato; perché non si dimenticava che se non per opera, certo per tolleranza sua, il padre di quel cavalierino mangiava il pane bigio nella Rocca della Chiusa. Ma la Contessa, che era donna di talento, trascorse un bel tratto innanzi coll’immaginazione, e architettò di sbalzo un disegno che poteva togliere fra le due case ogni ruggine. Il Partistagno, nel quale aveva posto grandi speranze dapprincipio, non dava sentore di volersi muovere; adunque qual male sarebbe stato di tirare il Venchieredo ad un buon matrimonio colla Clara?... Riuniti così gli interessi delle due famiglie, si avrebbe avuto il diritto di adoperarsi per la liberazione del condannato; allora la riconoscenza e la felicità avrebbero dato di frego alle brutte memorie del tempo trascorso; e che si potesse giungere a sì lieta conclusione ne dava caparra la protezione validissima del senatore Frumier. Il padre Pendola era un sacerdote di coscienza e un uomo di molto garbo; capacitatolo una volta della convenienza di questo maritaggio, egli ne avrebbe persuaso certamente il suo alunno; dunque bisognava cominciare per di là, e l’accorata dama si pose immantinente all’opera. Il reverendo padre non era di coloro che vedono una spanna oltre al naso, e vogliono dar ad intendere di vederci lontano un miglio; anzi tutt’altro; vedeva lontanissimo e portava gli occhiali con una cera rassegnatissima di minchioneria. Ma io credo che non gli bisognarono due alzate d’occhi per leggere nel cervello della Contessa; e contento d’essere accarezzato corrispose alle premure di lei con una modestia veramente edificante. «Poveretto!» pensava la signora «crede che lo vezzeggi pel suo raro merito! È meglio lasciarglielo credere; ché ci servirà con miglior volontà.»
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
si avea procurata una clientela che lo scioglieva da ogni dipendenza famigliare. Figuratevi che imbroglio! Chi proponeva di farlo arrestare, chi voleva che la Contessa e la Clara tornassero tosto, chi proponeva un’andata di tutti a Venezia per resistere alle audacie di lui. Ma non ne fu nulla. La Contessa scrisse che non aveva paura, e che del resto se avessero voluto cambiar paese, Lucilio colla sua professione di medico potea farle andare in capo al mondo. Si limitarono dunque a pregare il Frumier che scrivesse a qualche suo collega del Consiglio dei Dieci acciocché il dottorino fosse tenuto d’occhio; al che si rispose che lo osservavano già notte e giorno, ma che non bisognava far chiassi perché egli aveva voce di esser protetto da un segretario della Legazione francese, da un certo Jacob, che era a que’ giorni il vero ambasciatore, fidandosi principalmente in lui i caporioni della rivoluzione da Parigi. Il Conte udendo cotali cosacce faceva occhi da spiritato; ma il Frumier lo confortava a darsi animo e a cercar invece di accontentare sua moglie la quale sempre più si lamentava della sua parsimonia nel mandar denari. Il pover’uomo sospirava pensando che per la economia aveano relegato lui a Fratta e che ciò nonostante consumavano più denari che non ne sembrassero bisognevoli ad uno splendido  mantenimento  di  tutta  la  famiglia.  Sospirava,  dico,  ma rammucchiava nello scrigno semivuoto quei grami ducati e ne faceva certi rotoletti che cadevano cogli altri nell’abisso di Venezia. Il fattore lo ammoniva che andando di quel trotto le entrate di Fratta sarebbero in breve ipotecate per cinquant’anni avvenire. Ma rispondeva il padrone che non c’era rimedio, e con quella filosofia tiravano innanzi. Più felice almeno, Monsignore non si avvedeva di nulla, e seguitava a mutare in polpe i capponcelli e le anitre delle onoranze. Quanto a me, io avea finito i miei studi di umanità e di filosofia, un po’ alla zingaresca è vero, ma li aveva finiti. E nel sommario esame che sostenni mi trovarono per lo meno tanto asino quanto coloro che li avevano percorsi regolarmente. S’avvicinava il momento che m’avrebbero dovuto mandare a Padova, ma le finanze del Conte non gli consentivano questa munificenza, e giustizia vuole ch’io dia lode a cui si appartiene di una buona opera. Il padre Pendola non era uomo da mettersi a poltrire in un posto di maestro di casa sull’età dei cinquant’anni, quand’appunto l’ambizione si ristringe per diventar più alta ed ostinata. Cappellano e consigliere favorito di casa Frumier aveva egli potuto accaparrarsi la stima dei molti preti e monsignori che la frequentavano: non gli mancavano né le sante massime né i 256 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
dovinava cento miglia lontano le disgrazie del Cappellano e non mancava mai di accorrere in buon punto; l’era proprio una seconda vista aguzzata dalla gratitudine e dall’amicizia. Io, né potei forse allora né volli poi amareggiare il dolore del buon prete raccontandogli la morte della signora. Tacqui dunque e m’inginocchiai con esso loro a recitare le litanie dei morti; nell’animo  mio  più  per  conforto  ai  vivi  che  per  suffragio  alla  defunta.  Indi ricomponemmo il cadavere in un’attitudine cristiana; ma l’idea impressa dalla morte su quelle sembianze sformate contrastava spaventosamente colle mani giunte in croce in atto di preghiera. Io che volgeva nell’anima il segreto di quel contrasto mi allontanai poco dopo, lasciando il prete ed il suo compagno recitare con devoto fervore le orazioni dei defunti. Vagai a lungo per la campagna come uno spettro; indi tornato in paese seppi da qualche fuggiasco la storia terribile di quella scorreria soldatesca che dopo aver insozzato tutto il territorio s’era rovesciato col furore dell’ubbriachezza sul castello di Fratta. I vitùperi che una masnada di sicari doveva aver commesso su quella povera vecchia che sola era rimasta ad affrontarli, non voleva immaginarmeli. Ma quel poco che ne avea veduto il Cappellano, lo stato miserevole del cadavere, il disordine della stanza attestavano degli scherni spietati ch’ella aveva sofferto. Confesso che il mio entusiasmo pei Francesi si rallentò d’assai; ma poi a ripensarvi mi parve impossible che premeditatamente si lasciassero commettere tali mostruosità, e divisando che le dovevano imputarsi al talento bestiale di alcuni soldati, decisi di trarne giustizia. La fama dipingeva il general Bonaparte come un vero repubblicano, il difensore della libertà; mi cacciai in capo di ricorrere a lui, e due giorni dopo, quando il corpo della Contessa fu deposto coi soliti onori nella tomba gentilizia, mi misi in viaggio per Udine ove aveva allora sua stanza lo Stato Maggiore dell’esercito francese. Dai dati raccolti avea potuto argomentare che i colpevoli appartenessero all’ugual battaglione di bersaglieri che scortava il convoglio dei grani partito quel giorno stesso da Portogruaro: perciò non disperava che verrebbe fatto di rintracciarli e di punirli ad esemplare castigo. La virtù antica del giovine liberatore d’Italia era caparra, secondo me, di pronta giustizia. Ad Udine trovai la solita confusione. Gli ospiti che comandavano, i padroni che ubbidivano. Le autorità veneziane senza forza senza dignità senza consiglio; il popolo e i signori del paese spartiti in diverse opinioni le une più strane e fallaci delle altre. Ma moltissimi che giorni prima aveano gridato evviva agli usseri d’Ungheria e ai dragoni di Boemia, plaudivano allora ai
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo    Le Confessioni di un italiano    Capitolo decimoprimo ne, per la condizione di orfano nella quale era vissuto; non volli aprirgli gli occhi sulla maniera poco onorevole della protezione accordatami dagli zii alla sua venuta; e col mio modesto contegno m’accaparrai, credo, la sua stima fin da quel primo colloquio. Egli mi osservava colla coda dell’occhio, e quanto sembrava poco attento alle parole, tanto notava in me tutti gli altri segni dai quali per lunga esperienza aveva imparato a conoscere gli uomini. Ebbi dal suo criterio una sentenza piuttosto favorevole. Almeno così dovetti inferire dal maggior affetto dimostratomi in seguito. Indi volle ch’io gli narrassi della contessina Clara, come si era fatta monaca; e mi nominò sovente il dottor Lucilio col massimo segno di rispetto, maravigliandosi come la  famiglia  di  Fratta  non  si  tenesse  onorata  di  imparentarsi  con  essolui. L’ugualità mussulmana temperava in lui l’aristocrazia naturale; almeno lo credetti, e più mi confermai in questa opinione, quand’egli tirò innanzi beffandosi dell’illustrissimo Partistagno che voleva tener dietro il secolo collo spadone di suo nonno. Io mi stupii di trovar mio padre istruito al pari di me in cotali faccende e che egli ne chiedesse contezza agli altri dove tanta ne aveva lui. Peraltro le cose val meglio saperle da due bocche che da una; ed egli si regolava giusta il sapiente dettato di questo proverbio. Mi parlò poi così in via di discorso della Pisana e dei gran corteggiatori che aveva a Venezia, e del suo torto marcio di non appigliarsi al più ricco per ristorarne la dignità della casa e la fortuna della mamma. “Ahi, ahi!” pensai fra me “ecco l’aristocrazia rigermoglia!”. Giulio Del Ponte, soprattutto, gli pareva, per usar la sua frase, un saltamartino. La Pisana adoperava male a non torselo d’infra i piedi, che l’era un cantastorie pieno di tossi, di miserie e di melanconia. Le belle ragazze devono badare ai bei giovani, e quei mezzi omiciattoli in Levante si mandano a vender bagiggi per le contrade. Io mi scaldava tutto a questi aforismi del signor padre; e quasi sarei stato lì per fargli una confessione generale. Non mi tratteneva più la compassione per Giulio, ma una certa vergogna di mostrarmi ragazzo e innamorato ad un uomo così esperto e ragionatore. Egli continuava a codiarmi, e intanto narrava le dilapidazioni della Contessa, e la ruinosa indifferenza del conte Rinaldo che si perdeva a far lunari nelle biblioteche, mentre la bassetta e il faraone strappavano di mano a sua madre le ultime razzolature del loro scrigno. Mi confessò con maligna compiacenza che la Contessa avea cercato di sentir il peso delle sue doble, ma che non avea potuto vederne neppur il colore; e in questo batteva la mano al taschino sulla
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
amai col maggior cuore che aveva, e collocai in te ogni mia ambizione. La tua domestichezza aggiunse forza e dolcezza a tali sentimenti; e con questo che ora ti scrivo sembrami darti una prova che sono tuo padre davvero.” “In procinto di tornare alla mia vita avventurosa e piena di pericoli per inseguir ancora quel fantasma che mi è sfuggito quando appunto credeva di averlo fra le braccia, sul momento di imbarcarmi per una spedizione che potrebbe finire colla morte, non volli tacere un ette di quanto riguarda i nostri legami di sangue. Ho una gran vendetta da compiere, e la tenterò con tutti quei mezzi che la fortuna mi consente: ma tu sei ancora a parte delle mie speranze, e compìto quel grande atto di giustizia, a te s’aspetterà di raccoglierne l’onore ed il frutto. Per questo volli che tu rimanessi, oltreché per le altre ragioni che ti espressi a voce. Bisogna che tu stia sotto gli occhi de’ tuoi concittadini per accaparrartene l’affetto e la stima. Rimani, rimani, figliuol mio! Il fuoco della gioventù serpeggia nella gente da Venezia a Napoli; chi pensa di valersene per far carbone a proprio profitto, potrebbe da ultimo trovare un qualche intoppo. Così almeno io confido che sarà. Se a me stesse designarti un posto, sceglierei Ancona o Milano; ma tu sarai giudice migliore secondo le circostanze. Intanto hai saggiato a prova questi ciarloni francesi; volgi contro di essi le loro arti; usane a tuo vantaggio, com’essi abusarono di noi a lor solo giovamento. Pensa sempre a Venezia, pensa a Venezia, dove erano i Veneziani che comandavano.” “Ora nulla ti è nascosto; puoi giudicarmi come meglio ti aggrada, perché se non ti ho fatto colla viva bocca questa confessione fu solamente a cagione dell’esser io il padre e tu il figliuolo. Non voleva difendermi, voleva raccontare: vedi anzi che ho filosofato più del bisogno per chiarire la parte così ai buoni come ai cattivi sentimenti. Giudicami adunque, ma tien conto della mia sincerità, e non dimenticare che se tua madre fosse al mondo ella godrebbe di vederti amoroso ed indulgente figliuolo.” Scorsa questa lunga lettera tanto diversa dalla consueta cupezza di mio padre, e nella quale l’indole di lui si scopriva intieramente colle sue buone doti, coi suoi molti difetti, e col singolare acume del suo ingegno, rimasi qualche tempo soprappensiero. Ebbi finalmente la buona ispirazione di sollevarmi anch’io all’altezza delle cose sante ed eterne; là trovai scolpito a caratteri indelebili quel comandamento che è proprio degno di Dio: Onora tuo padre e tua madre. Questo duplice affetto non può separarsi; e l’onorare mia madre implicava in sé di perdonare a colui, al quale certo ella avrebbe perdo-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
col mio temperamento non si può voler bene ventiquattr’ore ad un marito decrepito, magagnato, e geloso. Dal signor Giulio io avea sofferto qualche omaggio per tua intercessione, ma era stizzita contro di te; figurati poi col tuo raccomandato!... Per giunta io aveva l’anima riboccante d’amor di patria e di smania di libertà; mentre mio marito veniva colla tosse a predicarmi la calma, la moderazione; ché non sapeva mai come potessero volger le cose. Figurati se andavamo d’accordo ogni giorno meglio!... Io m’accontentava sulle prime di veder mia madre gustare saporitamente i manicaretti di casa Navagero, e perdere alla bassetta i zecchini del genero; ma poco stante mi vergognai di quello che innanzi mi appagava, e allora tra mio marito, mia madre e tutti gli altri vecchi, mediconzoli e barbassori che mi si stringevano alle coste, mi parve proprio di essere la pecora in mezzo ai lupi. Mi annoiava, Carlino, mi annoiava tanto, che fui le cento volte per iscriverti una lettera, buttando via ogni superbia; ma mi tratteneva... mi tratteneva per paura di un rifiuto.» «Oh che ti pensi ora?» io sclamai. «Un rifiuto da me?... Non è cosa neppur possibile all’immaginazione!» Come si vede, durante il discorso della Pisana io aveva cercato e trovato il filo per uscire dal laberinto; questo era di amarla, di amarla sopratutto, senza cercare il pelo nell’uovo, e senza passare al lambicco della ragione il voto eterno del mio cuore. «Sì, temeva un rifiuto, perché non ti aveva dato caparra di condotta molto esemplare;» ella soggiunse «ed ora voglio dartene una col mettere a nudo tutte le mie piaghette, e stomacartene, se posso.» Io feci un gesto negativo, sorridendo di questa sua nuova paura; ella racconciandosi i capelli sulle tempie, e puntandosi qualche spillo malfermo nel corsetto, continuò a parlare. «In quel torno fu alloggiato in casa di mio marito un officiale francese, un certo Ascanio Minato...» «Lo conosco» diss’io. «Ah! lo conosci?... Bene! non potrai dire che non sia un bel giovine, d’aspetto maschio e generoso, benché lo abbia poi trovato al cimento un perfido, uno spergiuro, un disleale, un vero capo d’oca col cuore di lepre...» Io ascoltai con molto malgarbo questa infilzata d’improperi che, secondo me, chiariva anche troppo la verità di quanto Giulio Del Ponte mi avea raccontato il giorno delle feste per la Beauharnais. E la Pisana non si
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Come sapete, furono tolte le antiche giurisdizioni gentilizie; e Venchieredo e Fratta non sono più altro che villaggi, soggetti anch’essi, come Teglio e Bagnara, alla Pretura di Portogruaro. Così si chiama un nuovo magistrato stabilito ad amministrar la giustizia; ma per quanto sia utile e corrispondente ai tempi una tal innovazione, i contadini non ci credono. Io sono troppo ignorante per avvisarne le cause; ma essi forse non si aspettano nulla di bene da coloro che colla guerra hanno fatto finora tanto male. Quello che è certo si è che coloro che in questo frattempo si sono ingrassati furono i tristi; i dabbene rimasero soverchiati, e impoveriti per non aver coraggio di fare il loro pro’ delle sciagure pubbliche. I cattivi conoscono i buoni; sanno di potersene fidare e li pelano a man salva. Nei contratti con cui sottoscrivono alla propria rovina essi non si provvedono né appigli a future liti né scappatoie; danno nella rete ingenuamente, e sono infilzati senza misericordia. Alcuni fattori delle grandi famiglie, gli usurai, gli accaparratori di grano, i fornitori dei comuni per le requisizioni soldatesche, ecco la genia che sorse nell’abbattimento di tutti. Costoro, villani o servitori pur ieri, hanno più boria dei loro padroni d’una volta, e dal freno dell’educazione o dei costumi cavallereschi non sono neppur costretti a dare alla propria tristizia l’apparenza dell’onestà. Hanno perduto ogni scienza del bene e del male; vogliono essere rispettati, ubbiditi, serviti perché sono ricchi. Carlino! La rivoluzione per ora ci fa più male che bene. Ho gran paura che avremo di qui a qualche anno superbamente insediata un’aristocrazia del denaro, che farà desiderare quella della nascita. Ma ho detto per ora, e non mi ritratto; giacché se gli uomini hanno riconosciuto la vanità di diritto appoggiati unicamente ai meriti dei bisnonni e dei trisarcavali, più presto conosceranno la mostruosità d’una potenza che non si appoggia ad alcun merito né presente né passato, ma solamente al diritto del danaro che è tutt’uno con quello della forza. Che chi ha danaro se lo tenga e lo spenda e ne usi; va bene; ma che con esso si comperi quell’autorità che è dovuta solamente al sapere e alla virtù, questa non la potrò mai digerire. È un difettaccio barbaro ed immorale del quale deve purgarsi ad ogni costo l’umana natura. Oh se vedessi ora il castello di Fratta!... Le muraglie sono ancora ritte; la torre s’innalza ancora tra il fogliame dei pioppi e dei salici che circondano le fosse; ma nel resto qual desolazione! Non più gente che va e viene e cani che abbaiano e cavalli che nitriscono, e il vecchio Germano che lustra gli schioppi sul ponte, o il signor Cancelliere che esce col Conte, o i villani che
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
donzella veneziana non ne sa molti, me lo consentirete. Or dunque bisogna fare di necessità virtù... Ad onta de’ suoi quarant’anni l’era così bella così fresca, che ve lo giuro io, molti anche non inglesi sarebbero rimasti accalappiati... L’amico Carlino poi sapeva tutto e pappava in pace... Eh, che ne dite? eh! che buon stomaco!... Peraltro, lo ripeto, bisogna fare di necessità virtù!...» Più anche delle indecenti menzogne di Raimondo mi scaldavano la bile i sogghigni e le risate della brigata che tennero dietro alle sue parole. Perdetti ogni ritegno e precipitandomi nella stanza ove sedeva quella combriccola, m’avventai addosso a Raimondo stampandogli in viso lo schiaffo più sonoro che abbia mai castigato l’impudenza d’un calunniatore. «Anch’io faccio di necessità virtù!» gridai in mezzo alla confusione di tutti quei conigli che o fuggivano dal caffè o si riparavano tramortiti dietro i tavolini e le seggiole.« Questo ch’io ti diedi fu caparra di giustizia e se chiedi riparazione sai dove sto di casa. I calunniatori sono anche di solito vigliacchi.» Raimondo tremava e fremeva, ma non sapeva in qual modo difendersi. La sua vigoria naturale, sebbene affranta dalle molli abitudini di tanti anni, gli riscaldava ancora il sangue; ma né la voce gli ubbidiva, né, avvezzo com’era a vedersi passate buone le sue smargiassate, poteva riaversi dalla sorpresa di quel subito assalto. Era come il cane che, dopo aver abbaiato un pezzo e inseguito accanitamente il ladro che fugge, si ritira ben tosto e ripara al pagliaio se quegli ha il coraggio di ripiombargli addosso. Io intanto, già uscito dalla bottega, me ne andai a casa, e non ne udii parlare per tre giorni. La mattina del quarto venne certo Marcolini che aveva voce del miglior schermidore di Venezia a parteciparmi che ritenendosi il signor Raimondo di Venchieredo offeso profondamente dalla maniera con cui l’aveva trattato al caffè Suttil, e chiedendo di ciò una riparazione, lasciava a me, come ne aveva il diritto, la scelta delle armi: perciò scegliessi pure e mandassi i miei testimoni coi quali regolare le condizioni del duello. Io gli risposi che avendo avuto il diritto di sfidare il signor Raimondo fin dal primo momento che lo udii denigrare la fama d’una persona rispettabile e a me carissima, e non avendolo fatto solamente per alcune mie speciali opinioni sopra il duello, riteneva essere stato io il provocatore; facesse lui per la scelta delle armi, e i testimoni li avrei mandati quello stesso giorno. Il Marcolini mi ringraziò di sì cavalleresca compitezza e andossene pei fatti suoi. Seppi in seguito che, dopo la mia partenza dal caffè, Raimondo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Michelangelo Buonarroti   Rime � Dolce è ben quella in un pudico core, che per cangiar di scorza o d’ora strema non manca, e qui caparra il paradiso. 26� Non è sempre di colpa aspra e mortale d’una immensa bellezza un fero ardore, se poi sì lascia liquefatto il core, che ‘n breve il penetri un divino strale. Amore isveglia e desta e ‘mpenna l’ale, né l’alto vol preschive al van furore; qual primo grado c’al suo creatore, di quel non sazia, l’alma ascende e sale. L’amor di quel ch’i’ parlo in alto aspira; donna è dissimil troppo; e mal conviensi arder di quella al cor saggio e verile. L’un tira al cielo, e l’altro in terra tira; nell’alma l’un, l’altr’abita ne’ sensi, e l’arco tira a cose basse e vile.
Rime di Michelangelo Buonarroti