calzante

[cal-zàn-te]
In sintesi
appropriato, adeguato, confacente
s.m.

Calzatoio

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo ventisettesimo secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti, scoprendo campanili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là i rottami, solleva anche i fuscelli nascosti tra l’erba, va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina. Ora, perché i fatti privati che ci rimangon da raccontare, riescan chiari, dobbiamo assolutamente premettere un racconto alla meglio di quei pubblici, prendendola anche un po’ da lontano.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Alla Libertà Soglionsi per lo più i libri dedicare alle persone potenti, perchè gli autori credono ritrarne chi lustro, chi protezione, chi mercede. Non sono, o DIVINA  LIBERTÀ,  spente  affatto  in  tutti  i  moderni  cuori  le  tue  cocenti faville: molti ne’ loro scritti vanno or qua or là tasteggiando alcuni dei tuoi più sacri e più infranti diritti. Ma quelle carte, ai di cui autori altro non manca che il pienamente e fortemente volere, portano spesso in fronte il nome o di un principe, o di alcun suo satellite; e ad ogni modo pur sempre, di un qualche tuo fierissimo naturale nemico. Quindi non è maraviglia, se tu disdegni finora di volgere benigno il tuo sguardo ai moderni popoli, e di favorire  in  quelle  contaminate  carte  alcune  poche  verità  avviluppate  dal timore fra sensi oscuri ed ambigui, e inorpellate dalla adulazione. Io, che in tal guisa scrivere non disegno; io, che per nessun’altra cagione scriveva, se non perchè i tristi miei tempi mi vietavan di fare; io, che ad ogni vera incalzante necessità, abbandonerei tuttavia la penna per impugnare sotto il tuo nobile vessillo la spada; ardisco io a te sola dedicar questi fogli. Non farò in essi pompa di eloquenza, che invano forse il vorrei; non di dottrina, che acquistata non ho; ma con metodo, precisione, semplicità, e chiarezza, anderò io tentando di spiegare i pensieri, che mi agitano; di sviluppare quelle verità, che il semplice lume di ragione mi svela ed addita; di sprigionare in somma quegli ardentissimi desiderj, che fin dai miei anni più teneri ho sempre nel bollente mio petto racchiusi. Io, per tanto, questo libercoletto, qual ch’egli sia, concepito da me il primo d’ogni altra mia opera, e disteso nella mia gioventù, non dubito punto nella matura età (rettificatolo alquanto) di pubblicar come l’ultimo. Che se io non ritroverei forse più in me stesso a quest’ora il coraggio, o, per dir meglio, il furore necessario per concepirlo, mi rimane pure ancora il libero senno per approvarlo, e per dar fine con esso per sempre ad ogni mia qualunque letteraria produzione.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Della paura I Romani liberi,  popolo  al  quale  noi  non  rassomigliamo  in  nulla,  come sagaci conoscitori del cuor dell’uomo, eretto aveano un tempio alla Paura; e, creatala Dea, le assegnavano sacerdoti, e le sagrificavano vittime. Le corti nostre a me pajono una viva imagine di questo culto antico, benchè per tutt’altro fine instituite. Il tempio è la reggia; il tiranno n’è l’idolo; i Cortigiani ne sono i sacerdoti; la libertà nostra, e quindi gli onesti costumi, il retto pensare, la virtù, l’onor vero, e noi stessi; son queste le vittime che tutto dì vi s’immolano. Disse il dotto Montesquieu, che base e molla della monarchia ella era l’onore. Non conoscendo io, e non credendo a codesta ideale monarchia, dico, e spero di provare; Che base e molla della tirannide ella è la sola paura. E da prima, io distinguo la paura in due specie, chiaramente fra loro diverse, sì nella cagione che negli effetti; la paura dell’oppresso, e la paura dell’oppressore. Teme l’oppresso, perchè oltre quello ch’ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l’assoluta volontà e l’arbitrario capriccio dell’oppressore. Da un così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe  pur  nascere  (se  l’uom  ragionasse)  una  disperata  risoluzione  di non  voler  più  soffrire:  e  questa,  appena  verrebbe  a  procrearsi  concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine  porrebbe.  Eppure,  al  contrario,  nell’uomo  schiavo  ed  oppresso,  dal continuo ed eccessivo temere nasce vie più sempre maggiore ed estrema la circospezione, la cieca obbedienza, il rispetto e la sommissione al tiranno; e crescono a segno, che non si possono aver maggiori mai per un Dio. Ma,  teme  altresì  l’oppressore.  E  nasce  in  lui  giustamente  il  timore  dalla coscienza  della  propria  debolezza  effettiva,  e  in  un  tempo,  dell’accattata sterminata  sua  forza  ideale.  Rabbrividisce  nella  sua  reggia  il  tiranno  (se l’assoluta autorità non lo ha fatto stupido appieno) allorchè si fa egli ad esaminare quale smisurato odio il suo smisurato potere debba necessariamente destare nel cuore di tutti. La conseguenza del timor del tiranno riesce affatto diversa da quella del timore  del  suddito;  o,  per  meglio  dire,  ella  è  simile  in  un  senso  contrario;  in quanto, nè egli, nè i popoli, non emendano questo loro timore come per natura e ragione il dovrebbero; i popoli, col non voler più soggiacere all’arbitrio d’un solo; i tiranni, col non voler più sovrastare a tutti per via della forza.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
ampiamente supplisce la sola MILIZIA; e mi spiego. Il tiranno ottiene ora dal terrore che a tutti inspirano i suoi tanti e perpetui soldati, quello stesso effetto  che  egli  per  l’addietro  otteneva  dalla  superstizione,  e  dalla  totale ignoranza dei popoli. Poco gl’importa oramai che in Dio non si creda; basta al tiranno, che in lui solo si creda; e di questa nostra credenza, molto più vile e assai meno consolatoria per noi, glie n’entrano mallevadori continui gli eserciti suoi. Vi sono nondimeno in Europa alcuni tiranni, che volendo con ipocrisia mascherare tutte l’opere loro, pigliano a sostenere le parti della religione, per farsi pii reputare, e per piacere al maggior numero che pur tuttora la rispetta, e la crede. Ogni savio tiranno, ed accorto, così dee pure operare; sia per non privarsi con una inutile incredulità di un così prezioso ramo dell’autorità assoluta, quale è l’ira dei preti amministrata da lui, e viceversa, la  sua,  amministrata  da  essi;  sia  perchè  usando  altrimenti,  potrebbe  egli avvenirsi in un qualche fanatico di religione, il quale facesse le veci di un fanatico di libertà: e quelli sono e men rari e più assai incalzanti, che questi. E perchè mai sono quelli men rari? attribuir ciò si dee all’essere il nome di religione  in  bocca  di  tutti;  e  in  bocca  di  pochissimi,  e  in  cuore  quasi  a nessuno, il nome di libertà. Il  più  sublime  dunque  ed  il  più  utile  fanatismo,  da  cui  veramente  ne ridonderebbero degli uomini maggiori di quanti ve ne siano stati giammai, sarebbe pur quello, che creasse e propagasse una religione ed un Dio, che sotto gravissime pene presenti e future comandassero agli uomini di esser liberi. Ma, coloro che inspiravano il fanatismo negli altri, non erano per lo più mai fanatici essi stessi; e pur troppo a loro giovava d’inspirarlo per una religione ed un Dio, che agli uomini severamente comandassero di essere servi.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Fino a qual punto si possa sopportar la tirannide Ma, fino a qual segno si possa sopportar l’oppressione di un tirannico governo, difficile riesce a prefiggersi: poichè non a tutti i popoli, nè a tutti gl’individui, gli stessi oltraggi portano un egual colpo. Nondimeno, parlando io sempre a coloro, che non meritando oltraggio nessuno, vivissimamente quindi sentono nel più profondo cuore i più leggieri eziandio; ed essendo costoro i pochissimi (che se tali i moltissimi fossero, immediatamente ogni pubblico oltraggiator cesserebbe) a costoro dico; che si può da lor sopportare  che  il  tiranno  tolga  loro  gli  averi,  perchè  nessun  privato  avere  vale quell’estremo  universale  scompiglio,  che  ne  potrebbe  nascere  dalla  loro dubbia vendetta. Così perversi sono i presenti tempi, che da una privata vendetta, ancorchè felicemente eseguita, non ne potrebbe pur nascer mai nessun vero permanente bene pel pubblico, ma se gli potrebbe accrescer bensì moltissimo il danno. Onde, volendo io che i buoni, nella stessa tirannide, siano, per quanto essere il possano, cittadini; e volendo, che ai loro conservi, o giovino, o inutilmente almeno non nuocano; ai buoni non darei mai per consiglio di sturbare inutilmente la pace, o sia il sopore di tutti, per far vendetta delle loro tolte sostanze. Ma  le  offese  di  sangue  nella  persona  dei  più  stretti  parenti  od  amici, allorch’elle siano manifestamente ingiuste, ed atroci; e così, le offese nel proprio verace onore; io non ardirei mai consigliare a chi ha faccia d’uomo di tollerarle. Si può vivere senza le sostanze, perchè nessuno muore di necessità; e perchè l’uomo, per l’esser povero, non riesce perciò mai vile a sè stesso,  ove  egli  non  lo  sia  divenuto  pe’  suoi  vizj  e  reità:  ma  non  si  può sopravvivere alla perdita sforzata ed ingiusta di una teneramente amata persona; nè, molto meno, alla perdita del proprio onore. Quindi, dovendo assolutamente un tal uomo morire, ed essendo estrema la ingiuria ricevuta, non può egli nè dee più allora conservare rispetti; e, che che avvenire ne possa, il forte dee sempre morir vendicato e chi nulla teme, può tutto. Per unica prova di quanto asserisco, addurrò la sola riflessione, che di quante tirannidi sono state distrutte, o di quanti tiranni sono stati spenti, per destare quel primo impeto universale necessarissimo a ciò, non vi fu mai altra più incalzante ragione che le ingiurie fatte dal tiranno nell’onore principalmente, quindi nel sangue, poi nell’avere. Questo insegnamento non è dunque mio; ma egli sta nella natura degli uomini tutti. Ma pure, a chi dovesse, e volesse, vendicare una simile ingiuria, consiglierei pur sempre di farsi solo all’impresa, e di omettere interamente ogni pensiero della propria salvezza, e come Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
retto da un qualche altro ente gradito e stimabile. Che all’incontro quand’io mi vedeva senza un sì fatto appoggio quasi solo nel mondo, considerandomi come inutile a tutti e caro a nessuno, gli accessi di malinconia, di disinganno e disgusto d’ogni umana cosa, eran tali e sì spessi, ch’io passava allora dei giorni interi, e anco delle settimane senza né volere né potere toccar libro né penna. Per ottenere dunque e meritare la lode di un uomo così stimabile agli occhi miei quanto era il Gori, io mi posi in quell’estate a lavorare con un ardore assai maggiore di prima. Da lui ebbi il pensiero di porre in tragedia la  congiura  de’ Pazzi.  Il  fatto  m’era  affatto  ignoto,  ed  egli  mi  suggerì  di cercarlo nel Machiavelli, a preferenza di qualunque altro storico. Così, per una  strana  combinazione,  quel  divino  autore  che  dovea  poi  in  appresso farmisi una delle mie più care delizie, mi veniva per la seconda volta posto in mano da un altro veracissimo amico, simile in molte cose al già tanto o me caro D’Acunha, ma molto più erudito e colto di lui. Ed in fatti, benché il mio terreno non fosse preparato abbastanza per ricevere e fruttificare un tal  seme,  pure  in  quel  luglio  ne  lessi  di  molti  squarci  qua  e  là,  oltre  la narrazione del fatto della congiura. Quindi, non solo la tragedia ne ideai immediatamente, ma invasato di quel suo dire originalissimo e sugoso, di lì a pochi giorni mi sentii costretto a lasciare ogni altro studio, e come inspirato e sforzato a scrivere d’un sol fiato i due libri della Tirannide; quasi per l’appunto quali poi molti anni appresso gli stampai. Fu quello uno sfogo di un animo ridondante e piagato fin dall’infanzia dalle saette dell’abborrita e universale oppressine. Se in età più matura io avessi dovuto trattar di nuovo un tal tema, l’avrei forse trattato alquanto più dottamente, corroborando l’opinione mia colla storia. Ma nello stamparlo non ho però voluto, col gelo degli anni e la pedanteria del mio poco sapere, indebolire in quel libro la fiamma di gioventù e di nobile e giusto sdegno, che ad ogni pagina d’esso mi parve avvampare, senza scompagnarsi da un certo vero e incalzante raziocinio che mi vi par dominare. Che se poi vi ho scorti degli sbagli, o delle amplificazioni, come figli d’inesperienza e non mai di mal animo, ce li ho voluti lasciare. Nessun fine secondo, nessuna privata vendetta mi inspirò quello scritto. Forse ch’io avrò o male, o falsamente sentito, ovvero con troppa passione. Ma e quando mai la passione pel vero e pel retto fu troppa, allorché massimamente si tratta di immedesimarla in altrui? Non ho detto che quanto ho sentito, e forse meno che più. Ed in quella bollente età il giudicare e raziocinare non eran fors’altro che un puro e generoso sentire. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
capo l’Antigone, poi la Virginia, e successivamente l’Agamennone, l’Oreste, i Pazzi, il Garzia; poi il Timoleone che non era stato ancor posto in versi; ed in ultimo, per la quarta volta, il renitente Filippo. E mi andava tal volta sollevando da quella troppo continuità di far versi sciolti, proseguendo il terzo  canto  del  poemetto;  e  nel  decembre  di  quell’anno  stesso  composi d’un fiato le quattro prime odi dell’America Libera. A queste m’indusse la lettura di alcune bellissime e nobili odi del Filicaia, che altamente mi piacquero. Ed io stesi le mie quattro in sette soli giorni, e la terza intera in un giorno solo, ed esse con picciole mutazioni sono poi rimaste quali furono concepite. Tanta è la differenza (almeno per la mia penna) che passa tra il verseggiare in rima liricamente, o il far versi sciolti di dialogo. Nel principio dell’anno ’82, vedendomi poi tanto inoltrate le tragedie, entrai in speranza, che potrei dar loro compimento in quell’anno. Fin dalla prima io mi era proposto di non eccedere il numero di dodici; e me le trovava allora tutte concepite, e distese, e verseggiate; e riverseggiate le più. Senza discontinuare dunque proseguiva a riverseggiare, e limare quelle che erano rimaste; sempre progredendole successivamente nell’ordine stesso con cui elle erano state concepite, e distese. In quel frattempo, verso il febbraio dell’’82, tornatami un giorno fra le mani la Merope del Maffei per pur vedere s’io c’imparava qualche cosa quanto allo stile, leggendone qua e là degli squarci mi sentii destare improvvisamente un certo bollore d’indegnazione e di collera nel vedere la nostra Italia in tanta miseria e cecità teatrale che facessero credere o parere quella come l’ottima e sola delle tragedie, non che delle fatte fin allora (che questo lo assento anch’io), ma di quante se ne potrebber far poi in Italia. E immediatamente mi si mostrò quasi un lampo altra tragedia dello stesso nome e fatto, assai più semplice e calda e incalzante di quella. Tale mi si appresentò nel farsi ella da me concepire, direi per forza. S’ella sia poi veramente riuscita tale, lo decideranno quelli che verran dopo noi. Se mai con qualche fondamento chi schicchera versi ha potuto dire est Deus in nobis, lo posso certo dir io, nell’atto che io ideai, distesi, e verseggiai la mia Merope, che non mi diede mai tregua né pace finch’ella non ottenesse da me l’una dopo l’altra queste tre creazioni diverse, contro il mio solito di tutte l’altre, che con lunghi intervalli riceveano sempre queste diverse mani d’opera. E lo stesso dovrò dire pel vero, risguardo al Saulle. Fin dal marzo di quell’anno mi era dato assai alla lettura della Bibbia, ma non però regolatamente
Vita di Vittorio Alfieri
d’uomo; essa più ch’altra cosa sempre più m’impegnava a tutto tentare per divenirlo. Onde dopo un par di mesi di ebbrezza di giovenile amor proprio, da me stesso mi ravvidi nel ripigliar ad esame le mie quattordici tragedie, quanto ancora di spazio mi rimanesse a percorrere prima di giungere alla sospirata meta. Tuttavia, trovandomi in età di non ancora trentaquattr’anni, e nell’aringo letterario trovandomi giovine di soli otto anni di studio, sperai più fortemente di prima, che acquisterei pure una volta la palma; e di sì fatta speranza non negherò che me n’andasse tralucendo un qualche raggio sul volto, ancorché l’ascondessi in parole. In diverse occasioni io era andato leggendo a poco a poco tutte codeste tragedie  in  varie  società,  sempre  miste  di  uomini  e  donne,  di  letterati  e d’idioti, di gente, accessibile ai diversi affetti e di tangheri. Nel leggere io le mie produzioni, avea ricercato (parlando pel vero) non men che la lode il vantaggio. Io conosceva abbastanza e gli uomini ed il bel mondo, per non mi fidare né crederestupidamente in quelle lodi del labro, che non si negano quasi mai ad un autore leggente, che non chiede nulla, e si sfiata in un ceto di persone ben educate e cortesi: onde a sì fatte lodi io dava il loro giusto  valore,  e  non  più.  Ma  molto  badava,  ed  apprezzava  le  lodi  ed  il biasimo,  ch’io  per  contrapposto  al  labro  le  appellerei  del  sedere,  se  non fosse sconcia espressione; cotanto ella mi par vera e calzante. E mi spiego. Ogniqualvolta si troveranno riuniti dodici o quindici individui, misti come dissi, lo spirito collettivo che si verrà a formare in questa varia adunanza, si accosterà  e  somiglierà  assai  al  totale  di  una  pubblica  udienza  teatrale.  E ancorché questi pochi non vi assistano pagando, e la civiltà voglia ch’essi vi stiano in più composto contegno; pure, la noia ed il gelo di chi sta ascoltando non si possono mai nascondere, né (molto meno) scambiarsi con una vera attenzione, ed un caldo interesse, e viva curiosità di vedere a qual fine sia per riuscire l’azione. Non potendo dunque l’ascoltatore né comandare al proprio suo viso, né inchiodarsi direi in su la sedia il sedere; queste due indipendenti parti dell’uomo faranno la giustissima spia al leggente autore, degli affetti o non affetti de’ suoi ascoltanti. E questo era (quasi esclusivamente) quello che io sempre osservava leggendo. E m’era sembrato sempre (se io pure non travedeva) di avere sul totale di una intera tragedia ottenuto più che i due terzi del tempo una immobilità e tenacità d’attenzione, ed una calda ansietà di schiarire lo scioglimento; il che mi provava bastantemente ch’egli rimaneva, anche nei più noti soggetti di tragedia, tuttavia pendente
Vita di Vittorio Alfieri