cabala

[cà-ba-la]
In sintesi
dottrina ebraica medioevale; arte divinatoria; raggiro, intrigo
← dall’ebr. qabbālāh, propr. ‘dottrina ricevuta, tradizione’.
1
Insieme delle dottrine esoteriche e mistiche dell'ebraismo, concernenti l'interpretazione simbolica del senso segreto della Bibbia, trasmesso attraverso un'ininterrotta tradizione iniziatica
2
estens. Tecnica popolare intesa a indovinare il futuro per mezzo di numeri, lettere, sogni o tramite l'evocazione di esseri soprannaturali || Libro che insegna tale scienza: consultare la c. || Cabala del lotto, intesa a indovinare i numeri del lotto
3
fig. Trama ordita contro qualcuno; intrigo, imbroglio: quella buona voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale (Manzoni) || Far cabale contro qualcuno, congiurare, tramare contro qualcuno

Citazioni
guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perché, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l’ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione. Non fu però di questo parere l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch’essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite. Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell’ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacché, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d’una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de’ bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell’anno 1612. In quel giorno l’Illustrissimo  ed  Eccellentissimo  Signore,  il  Signor  Don  Giovanni  de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc. Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest’effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perché la stampassero ad esterminio de’ bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell’anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc. Governatore etc. Però non essendo essi morti neppur di quelli, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s’era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento. Né fu questa l’ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell’anno 1632, nella quale l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore,  el Duque de Feria, per la
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“C’era una lega?” “C’era una lega. Tutte cabale ordite da’ navarrini, da quel cardinale là di Francia, sapete chi voglio dire, che ha un certo nome mezzo turco, e che ogni giorno ne pensa una, per far qualche dispetto alla corona di Spagna. Ma sopra tutto, tende a far qualche tiro a Milano; perché vede bene, il furbo, che qui sta la forza del re.” “Già.” “Ne volete una prova? Chi ha fatto il più gran chiasso, eran forestieri; andavano in giro facce, che in Milano non s’eran mai vedute. Anzi mi dimenticavo di dirvene una che m’è stata data per certa. La giustizia aveva acchiappato uno in un’osteria...” Renzo, il quale non perdeva un ette di quel discorso, al tocco di questa corda, si sentì venir freddo, e diede un guizzo, prima che potesse pensare a contenersi. Nessuno però se n’avvide; e il dicitore, senza interrompere il filo del racconto, seguitò: “uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, né che razza d’uomo si fosse; ma certo era uno de’ capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto il diavolo; e poi, non contento di questo, s’era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s’ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati? La giustizia, che l’aveva appostato, gli mise l’unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia; ma che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all’osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo.” “E cosa n’è stato?” “Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente che non ha né casa né tetto, e trovan per tutto da alloggiare e da rintanarsi: però finché il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan poi dentro quando meno se lo pensano; perché, quando la pera è matura, convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere son rimaste in mano della giustizia, e che c’è descritta tutta la cabala; e si dice che n’anderà di mezzo molta gente. Peggio per loro; che hanno messo a soqquadro mezzo Milano, e volevano anche far peggio. Dicono che i fornai son birboni. Lo so anch’io; ma bisogna impiccarli per via di giustizia. C’è del grano nascosto. Chi non lo sa? Ma tocca a chi comanda a tener buone spie, e andarlo a disotterrare, e mandare anche gl’incettatori a dar calci all’aria, in compagnia de’ fornai. E se chi comanda non fa nulla, tocca alla città a ricorrere; e se non danno retta alla prima, ricorrere ancora; chè a forza di ricorrere s’ottiene; e non metter su un’usanza così scellerata d’entrar nelle botteghe e ne’ fondachi, a prender la roba a man salva.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo ventiquattresimo avranno fatto laggiù, che cabale? I poveri, ci vuol poco a farli comparir birboni.” “È vero pur troppo,” disse il cardinale: “m’informerò di lui senza dubbio”: e fattosi dire nome e cognome del giovine, ne prese l’appunto sur un libriccin di memorie. Aggiunse poi che contava di portarsi al loro paese tra pochi giorni, che allora Lucia potrebbe venir là senza timore, e che intanto penserebbe lui a provvederla d’un luogo dove potesse esser al sicuro, fin che ogni cosa fosse accomodata per il meglio. Si voltò quindi ai padroni di casa, che vennero subito avanti. Rinnovò i ringraziamenti che aveva fatti fare dal curato, e domandò se sarebbero stati contenti di ricoverare, per que’ pochi giorni, le ospiti che Dio aveva loro mandate. “Oh! sì signore,” rispose la donna, con un tono di voce e con un viso ch’esprimeva molto più di quell’asciutta risposta, strozzata dalla vergogna. Ma il marito, messo in orgasmo dalla presenza d’un tale interrogatore, dal desiderio di farsi onore in un’occasione di tanta importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinzò la fronte, torse gli occhi in traverso, strinse le labbra, tese a tutta forza l’arco dell’intelletto, cercò, frugò, sentì di dentro un cozzo d’idee monche e di mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale accennava già d’avere interpretato il silenzio: il pover’uomo aprì la bocca, e disse: “si figuri!” Altro non gli volle venire. Cosa, di cui non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza importuna gli guastava la compiacenza del grand’onore ricevuto. E quante volte, tornandoci sopra, e rimettendosi col pensiero in quella circostanza, gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che tutte sarebbero state meglio di quell’insulso “si figuri!” Ma, come dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse. Il cardinale partì, dicendo: “la benedizione del Signore sia sopra questa casa”. Domandò  poi  la  sera  al  curato  come  si  sarebbe  potuto  in  modo convenevole ricompensare quell’uomo, che non doveva esser ricco, dell’ospitalità costosa, specialmente in que’ tempi. Il curato rispose che, per verità, né i guadagni della professione, né le rendite di certi campicelli, che il buon sarto aveva del suo, non sarebbero bastate, in quell’annata, a metterlo in istato d’esser liberale con gli altri; ma che, avendo fatto degli avanzi negli anni addietro, si trovava de’ più agiati del contorno, e poteva far qualche spesa di più, senza dissesto, come certo faceva questa volentieri; e che, del
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Il giorno seguente, nel paesetto di Lucia e in tutto il territorio di Lecco, non si parlava che di lei, dell’innominato, dell’arcivescovo e d’un altro tale, che, quantunque gli piacesse molto d’andar per le bocche degli uomini, n’avrebbe, in quella congiuntura, fatto volentieri di meno: vogliam dire il signor don Rodrigo. Non già che prima d’allora non si parlasse de’ fatti suoi; ma eran discorsi rotti, segreti: bisognava che due si conoscessero bene bene tra di loro, per aprirsi sur un tale argomento. E anche, non ci mettevano tutto il sentimento di che sarebbero stati capaci: perché gli uomini, generalmente parlando, quando l’indegnazione non si possa sfogare senza grave pericolo, non solo dimostran meno, o tengono affatto in sé quella che sentono, ma ne senton meno in effetto. Ma ora, chi si sarebbe tenuto d’informarsi, e di ragionare d’un fatto così strepitoso, in cui s’era vista la mano del cielo, e dove facevan buona figura due personaggi tali? uno, in cui un amore della giustizia tanto animoso andava unito a tanta autorità; l’altro, con cui pareva che la prepotenza in persona si fosse umiliata, che la braveria fosse venuta, per dir così, a render l’armi, e a chiedere il riposo. A tali paragoni, il signor don Rodrigo diveniva un po’ piccino. Allora si capiva da tutti cosa fosse tormentar l’innocenza per poterla disonorare, perseguitarla con un’insistenza così sfacciata, con sì atroce violenza, con sì abbominevoli insidie. Si faceva, in quell’occasione, una rivista di tant’altre prodezze di quel signore: e su tutto la dicevan come la sentivano, incoraggiti ognuno dal trovarsi d’accordo con tutti. Era un susurro, un fremito generale; alla larga però, per ragione di tutti que’ bravi che colui aveva d’intorno. Una buona parte di quest’odio pubblico cadeva ancora sui suoi amici e cortigiani. Si rosolava bene il signor podestà, sempre sordo e cieco e muto sui fatti di quel tiranno; ma alla lontana, anche lui, perché, se non aveva i bravi, aveva i birri. Col dottor Azzecca-garbugli, che non aveva se non chiacchiere e cabale, e con altri cortigianelli suoi pari, non s’usava tanti riguardi: eran mostrati a dito, e guardati con occhi torti; di maniera che, per qualche tempo, stimaron bene di non farsi veder per le strade. Don Rodrigo, fulminato da quella notizia così impensata, così diversa dall’avviso che aspettava di giorno in giorno, di momento in momento, stette rintanato nel suo palazzotto, solo co’ suoi bravi, a rodersi, per due giorni;  il  terzo,  partì  per  Milano.  Se  non  fosse  stato  altro  che  quel mormoracchiare della gente, forse, poiché le cose erano andate tant’avanti,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Oscurità delle leggi Se l’interpetrazione delle leggi è un male, egli è evidente esserne un altro l’oscurità che strascina seco necessariamente l’interpetrazione, e lo sarà grandissimo se le leggi sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l’esito della sua libertà, o dei suoi membri, in una lingua che formi di un libro solenne e pubblico un quasi privato e domestico. Che dovremo pensare degli uomini, riflettendo esser questo l’inveterato costume di buona parte della colta ed illuminata Europa! Quanto maggiore sarà il numero di quelli che intenderanno e avranno fralle mani il sacro codice delle leggi, tanto men frequenti saranno i delitti, perchè non v’ha dubbio che l’ignoranza e l’incertezza delle pene aiutino l’eloquenza delle passioni. Una conseguenza di quest’ultime riflessioni è che senza la scrittura una società non prenderà mai una forma fissa di governo, in cui la forza sia un effetto del tutto e non delle parti e in cui le leggi, inalterabili se non dalla volontà  generale,  non  si  corrompano  passando  per  la  folla  degl’interessi privati. L’esperienza e la ragione ci hanno fatto vedere che la probabilità e la certezza delle tradizioni umane si sminuiscono a misura che si allontanano dalla sorgente. Che se non esiste uno stabile monumento del patto sociale, come resisteranno le leggi alla forza inevitabile del tempo e delle passioni? Da ciò veggiamo quanto sia utile la stampa, che rende il pubblico, e non alcuni pochi, depositario delle sante leggi, e quanto abbia dissipato quello spirito tenebroso di cabala e d’intrigo che sparisce in faccia ai lumi ed alle scienze apparentemente disprezzate e realmente temute dai seguaci di lui. Questa è la cagione, per cui veggiamo sminuita in Europa l’atrocità de’ delitti che facevano gemere gli antichi nostri padri, i quali diventavano a vicenda tiranni e schiavi. Chi conosce la storia di due o tre secoli fa, e la nostra, potrà vedere come dal seno del lusso e della mollezza nacquero le più dolci virtù, l’umanità, la beneficenza, la tolleranza degli errori umani. Vedrà quali furono gli effetti di quella che chiamasi a torto antica semplicità e buona fede: l’umanità gemente sotto l’implacabile superstizione, l’avarizia, l’ambizione di pochi tinger di sangue umano gli scrigni dell’oro e i troni dei re, gli occulti tradimenti, le pubbliche stragi, ogni nobile tiranno della plebe, i ministri della verità evangelica lordando di sangue le mani che ogni giorno toccavano il Dio di mansuetudine, non sono l’opera di questo secolo illuminato, che alcuni chiamano corrotto.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Della taglia L’altra questione è se sia utile il mettere a prezzo la testa di un uomo conosciuto reo ed armando il braccio di ciascun cittadino farne un carnefice. O il reo è fuori de’ confini, o al di dentro: nel primo caso il sovrano stimola i cittadini a commettere un delitto, e gli espone ad un supplicio, facendo così un’ingiuria ed una usurpazione d’autorità negli altrui dominii, ed autorizza in questa maniera le altre nazioni a far lo stesso con lui; nel secondo mostra la propria debolezza. Chi ha la forza per difendersi non cerca di comprarla. Di più, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell’animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono. Con una mano il legislatore stringe i legami di famiglia, di parentela, di amicizia, e coll’altra premia chi gli rompe e chi gli spezza; sempre contradittorio a se medesimo, ora invita alla fiducia gli animi sospettosi degli uomini, ora sparge la diffidenza in tutt’i cuori. In vece di prevenire un delitto, ne fa nascer cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla da ogni parte. A misura che crescono i lumi in una nazione, la buona fede e la confidenza reciproca divengono necessarie, e sempre più tendono a confondersi colla vera politica. Gli artificii, le cabale, le strade oscure ed indirette, sono per lo più prevedute, e la sensibilità di tutti rintuzza la sensibilità di ciascuno in particolare.  I  secoli  d’ignoranza  medesimi,  nei  quali  la  morale  pubblica piega gli uomini ad ubbidire alla privata, servono d’instruzione e di sperienza ai secoli illuminati. Ma le leggi che premiano il tradimento e che eccitano una  guerra  clandestina  spargendo  il  sospetto  reciproco  fra  i  cittadini,  si oppongono a questa così necessaria riunione della morale e della politica, a cui gli uomini dovrebbero la loro felicità, le nazioni la pace, e l’universo qualche più lungo intervallo di tranquillità e di riposo ai mali che vi passeggiano sopra.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giordano Bruno   Il Candelaio � Sonetto proemiale Il libro A gli abbeverati nel Fonte Caballino. Voi che tettate di muse da mamma, E che natate su lor grassa broda Col musso, l’eccellenza vostra m’oda, Si fed’e caritad’il cuor v’infiamma. Piango, chiedo, mendico un epigramma, Un sonetto, un encomio, un inno, un’oda Che mi sii posta in poppa over in proda, Per farmene gir lieto a tata e mamma Eimè ch’in van d’andar vestito bramo Oimè ch’i’ men vo nudo com’un Bia, E peggio: converrà forse a me gramo Monstrar scuoperto alla Signora mia Il zero e menchia, com’il padre Adamo, Quand’era buono dentro sua badia. Una pezzentaria Di braghe mentre chiedo, da le valli Veggio montar gran furia di cavalli.
Il Candelaio di Giordano Bruno
Maestro, che nome è il vostro? Mamphurius. Quale è vostra professione? Magister artium, moderator di pueruli, di teneri unguicoli, lenium malarum, puberum, adolescentulorum: eorum qui adhuc in virga in omnem valent erigi,  flecti,  atque  duci  partem,  primae  vocis,  apti  al  soprano,  irrisorum denticulorum, succiplenularum carnium, recentis naturae, nullius rugae, lactei  halitus,  roseorum  labellulorum,  lingulae  blandulae,  mellitae simplicitatis, in flore, non in semine degentium, claros habentium ocellos, puellis adiaphoron. Oh! Maestro gentile, attillato, eloquentissimo, galantissimo architriclino e pincerna delle Muse,... O bella apposizione. ... patriarca del coro apollinesco,... Melius diceretur: apollineo. ... tromba di Febo, lascia ch’io te dia un bacio nella guancia sinestra, ché non mi reputo degno di baciar quella dolcissima bocca:... Ch’ambrosia e nectar non invidio a Giove. ... quella bocca, dico, che spira sì varie e bellissime sentenze ed inaudite frase. Addam et plura: in ipso aetatis limine, ipsis in vitae primordiis, in ipsis negociorum huius mundialis seu cosmicae architecturae rudimentis, ex ipso vestibulo, in ipso aetatis vere, ut qui adnupturiant, ne in apiis quidem. O Maestro, fonte caballino, di grazia, non mi fate morir di dolcezza, prima ch’io dichi la mia colpa; non parlate più, vi priego, perché mi fate spasimare. Silebo igitur, quia opprimitur a gloria maiestatis, come accadde a quella meschina di cui Ovidio nella Metamorfosi fa menzione: a cui le Parche avare troncorno il filo, vedendo, lei, nella propria maiestade il folgorante Giove. Di  grazia,  vi  supplico  per  quel  dio  Mercurio  che  vi  ha  indiluviato  di eloquenzia,... Cogor morem gerere. ... abbiate pietà di me, e non mi lanciate più cotesti dardi che mi fanno andar fuor di me. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
Di terreno scultor scarpelli industri formar non saprien mai sì bella fonte; e ben fece molt’anni e molti lustri ai tre giganti etnei sudar la fronte. Nove di marmo fin figure illustri cerchiano un sasso e ‘l sasso assembra un monte. E quel monte ha due cime e ‘nsu le cime alato corridor la zampa imprime. Deh ! perdoniti il ciel sì grave fallo per cui men caro il buon licor si tiene, zoppo fabricator del bel cavallo che ne venne ad aprir novo Ippocrene. Bastar ben ti devea che ‘l suo cristallo scaturisse Elicona in larghe vene, senza far di quell’acque elette e rare l’uso a pochi concesso, omai vulgare. Quanti da indi in qua del nome indegni poeti il chiaro studio han fatto vile? Quanti con labra immonde audaci ingegni vanno a contaminar l’onda gentile? Non si turbi il bel coro e non si sdegni se venale e plebeo divien lo stile, poiché del mondo ogni contrada quasi di Caballini abonda e di Parnasi. E1 sì ben finto il zappador destriero, ch’alo spuntar del giorno in oriente i corsieri del sol credendol vero ringhiando gli annitrirono sovente. Piove dal sasso in un diluvio intero la piena in pila concava e lucente; e la pila ch’accoglie in sé la pioggia dele Muse su gli omeri s’appoggia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Don Candeloro era proprio artista nel suo genere: figlio di burattinai, nipote di burattinai – ché bisogna nascerci con quel bernoccolo – il suo pane, il suo amore, la sua gloria erano i burattini. – Non son chi sono se non arrivo a farli parlare – diceva in certi momenti di vanagloria come ne abbiamo tutti, allorché gli applausi del pubblico gli andavano alla testa, e gli pareva di essere un dio, fra le nuvole del palcoscenico, reggendo i fili dei suoi “personaggi”. Per essi non guardava a spesa. Li perfezionava, li vestiva sfarzosamente, aveva ideato delle teste che muovevano occhi e bocca, studiava sugli autori la voce che avrebbe dovuto avere ciascuno di essi, Almansore o Astiladoro. Quando declamava pei suoi burattini, nelle scene culminanti, si scaldava così, che dopo rimaneva sfinito, asciugandosi il viso, nel raccogliere i mirallegro dei suoi ammiratori sfegatati, come un attore naturale. Di ammiratori ne aveva da per tutto, alla Marina, alla Pescheria, certuni che si toglievano il pan di bocca per andare a sentire da lui la Storia di Rinaldo o Il Guerin Meschino, e se l’additavano poi, incontrandolo per la strada, colla canna d’India sull’omero e la sua bella andatura maestosa, che sembrava Orlando addirittura. Era un gran regalo quando egli rispondeva al saluto toccando con due dita la tesa del cappello. Se nasceva una lite in teatro, e venivano fuori i coltelli, bastava che don Candeloro si mostrasse fra le quinte, e dicesse: – Ehi ragazzi!... – con quella bella voce grassa. Giacché s’era fatta anche la voce, come il gesto e la parlata, sul fare dei suoi “personaggi” e pareva di sentire un Reale di Francia anche se chiamava il lustrastivali dal terrazzino. Con queste doti innamorò la figliuola di un oste che teneva bottega lì accanto. La ragazza era bruttina, ma aveva una bella voce, e doveva avere anche un bel gruzzolo. – La voce è tutto! – le diceva don Candeloro sgranandole gli occhi addosso, e accarezzandosi il pizzo. – Grazia! Che bel nome avete pure! – Andava spesso a far colazione all’osteria per amore della Grazia, e le confidò che pensava d’accasarsi, dacché aveva voltato le spalle alla vecchia baracca del padre, e messo su il nuovo teatro che rubava gli avventori al SAN CARLINO, e al TEATRO DI MARIONETTE. Si mangiavano fra di loro come lupi, padre e figlio, e i suoi colleghi erano giunti ad ordirgli la cabala, e fargli fischiare la Storia di Buovo d’Antona. – Spenderò i tesori di Creso! – aveva fatto voto quel dì don Candeloro battendo il pugno sulla tavola. – Ma non son chi sono se non li riduco a chiuder bottega tutti quanti! Lui con dei contanti avrebbe fatto cose da sbalordire. Insino il balletto e la pantomima avrebbe portato sul suo teatro; tutto colle marionette. – Ci Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
ne. – È la fiamma del maestro, aggiunse il baritono. – Una pira, come vede! Però un buon diavolaccio anche lui! Un po’ timido, un po’ bagnato, come diciam noi, ma il mestiere lo conosce, ve lo dico io! Quando vi siete mangiate quelle note della cabaletta, la sera del vostro debutto, vi rammentate? do, sol, do, nessuno se n’è accorto. Peccato che non riempiano lo stomaco le note che si mangiano, eh! eh! eh! Capisco, capisco, l’emozione, la paura... Ma bisogna aver la faccia tosta, mia cara; e sputar fuori le vostre note pensando che quanti stanno ad ascoltarvi sono tutti una manica di cretini, se no non si fa nulla! Però vorrei sapere chi è quel boia che vi ha messo in questo mestiere, senza voce come siete! – La voce ce l’avevo. Fui ammalata tanto tempo e d’allora in poi, al principio dell’inverno ci ho sempre come una spina qui... – Ah! ah! Peccato! Alle volte, vedete, succedono di queste cose che si farebbe scendere Dio e la Madonna di lassù! In fondo, del cuore ce ne aveva anche lui, sotto la pelliccia, e sapendo che era a spasso cercava di consolarla come poteva. – Bisogna farsi animo, mia cara amica. Cent’anni di malinconia non ci procurerebbero una sola giornata buona. E poi son cose che abbiamo passate tutti quanti. La va così, per noi altri artisti. Oggi fame, domani fama! Non parlo per me, ché non posso lagnarmi, grazie a Dio! M’hanno sempre voluto bene da per tutto! Guardate questo anello di brillanti! E queste catenelle d’oro, oro di ventiquattro carati, garantito! Ma ogni santo ha la sua festa. Vedrete che verrà la vostra festa anche per voi! Chiacchierava, chiacchierava, con una certa bonomia che proveniva in quel momento dallo stomaco pieno, dalla pelliccia calda, dal bicchierino di cognac, e anche dalla vicinanza di quella giovane simpatica, che sentiva tremare di freddo sotto il suo braccio nella via deserta. – Vedrete che verrà la vostra festa. Bisogna tentare un’altra volta; in un’altra piazza, ben inteso! Peccato che non abbiate voce! Avete provato se vi vanno le canzonette allegre? Per quelle si fa anche a meno della voce. Ma occorrono altri requisiti: del tupè, l’occhio ardito, i fianchi sciolti... e un po’ più di polpa, che diavolo! È vero che questa può venire... siete giovane!... Così dicendo l’esaminava dalla testa ai piedi, ogni volta che passavano sotto un lampione, col fare allegro e senza cerimonie di buon camerata. – E non bisogna far tante smorfie, cara mia. Colle smorfie non si mangia. E non aver neppure dei grilli in capo. Io, come mi vedete, ho fatto i primi teatri del
Vagabondaggio di Giovanni Verga
Uno dopo l’altro aveva prima impegnato i pochi oggetti che avessero qualche valore: gli orecchini, il braccialetto d’argento dorato, la poca roba d’estate, fino il baule dove la teneva; tanto non poteva più andarsene. Poscia vendette le polizze dei pegni. Alla posta, l’ultima speranza degli sventurati in paese straniero, le rispondevano invariabilmente, due volte al giorno: – Nulla! Una  sera  che  ne  usciva  barcollante,  incontrò  il  baritono,  Arturo Gennaroni, sempre impellicciato, che le fece un gran saluto cerimonioso, levando in alto il cappello come se volesse dire evviva! Giusto voleva presentarle l’amico che era con lui – Temistocle Marangoni, il primo basso del mondo! – un uomo di mezza età, tutto capelli e barba, con un cappellone a cono drappeggiato in un mantello grigio, e che sembrava che parlasse di sottoterra. – E dove corre, signora Edvige? Voleva sfuggirmi? Non è mica in collera con me, spero! Ella si scusava di non aver udito perché credeva che non dicesse a lei: – Io mi chiamo Assunta. Ma sul cartellone la padrona del Caffè pretendeva che quel nome non facesse... – È vero, è vero. Anche il mio è un nome di guerra, per riguardi di famiglia, sa bene. Mio padre è il primo negoziante di Napoli. Laggiù hanno ancora dei pregiudizi... sa bene... Veniamo con lei, se non le dispiace. Strada facendo aggiunse che era libero quella sera, perché la padrona del Caffè Nazionale l’aveva licenziato – una cabala che gli avevano inventato contro per gelosia di donne. Temistocle, lì, poteva dirlo. – Il basso agitava il barbone per attestarlo. Anche a lui gli avevano rubato la scrittura, quel porco di Gigi Lotti, una scrittura di seimila franchi, viaggio intero pagato, col pretesto che la conferma al telegramma non era venuta. Ma gli voleva rompere il muso, la prima volta che l’incontrava alla birreria! Gennaroni, intanto che il suo amico si sfogava, chiedeva ad Assunta cosa avrebbe fatto della sua serata. – Si voleva andare al Concerto del Caffè Nazionale? Sentirebbero che porcherie! Lui se le sarebbe godute mezzo mondo, e si sarebbe fregate le mani magari se quella carogna della padrona fosse venuta ginocchioni a supplicarlo e ad offrirgli doppia paga. – Andiamo, andiamo. Pago io, Temistocle! Dei soldi, grazie a Dio, ce n’è sempre qui. Veniteci anche voi, bella Assuntina. Chissà che non troverete il fatto vostro? Sul tavolato, in mezzo al gran fumo della sala, una donna cogli occhi neri come avesse il colèra, e i pomelli color cinabro, nuda fino allo stomaco,
Vagabondaggio di Giovanni Verga
Saresti zombata da le più crudeli villanie che s’udisser mai; per che, tra il cervello che gareggia seco a ogni punto di luna e lo sdegno che pigliarieno per ciò, guarda la gamba. E perché egli è propio costume di donna il non appiccar mai una parola con l’altra, prima che io ritorni al signore col quale sarai, vo’ dirti un trattetto che favellandoti dei vecchi m’era uscito di mente. Debbe esser galante, poiché ritornate indrieto per dirmelo. Ah! ah! Io voglio, Pippa, che di quei confetti che si spargeranno per tutta la tavola levata la tovaglia,che tu ne pigli V grani e che, bugliandoli, tu dica: “S’essi fanno bella croce, il mio vecchio caro e dolce non ama se non me; se la croce è sgangherata, egli adora la tale”. Pippa, se la croce stia bene, alza le mani al cielo; poi, allargate le braccia, legalo tutto con esse e dagli un bascio con tante cacabaldole quante ti sai imaginare: intanto lo vedrai cader giuso come uno che crepa de caldo dove fiata un poco di ventarello. Caso che la croce venga male, lasciati scappare, se si può, due lagrimucce accompagnate da due sospiri ladri; e levati da sedere e vanne al fuoco, facendo vista di stuzzicarlo con le molli perché te si trapassi la collera: in questo il coglion bue te si avventarà a dosso, rimbambitamente giuracchiandoti per corpi e per sangui che madesì; e tu, andandotene in camara, affrontalo fin d’un non so che prima che tu facci la pace. Io vi servirò, mamma. Non ho altra fede, figlia. Eccoti al signore, eccoti a lui che frappa d’amori dicendo “La signora tale, madama cotale, la duchessa, la reina” (e la merda che gli sia in gola), “mi diede questo favore, e questo altro quella altra”; e tu lauda i favori, e stupisciti come tutte le belle di Tunisi non si battezzano per tirarselo a dosso; e mentre egli entra in su le prove che ha fatto ne lo assedio di Firenze e nel sacco di Roma, accòstati a quello che ti è più presso e digli, che il giorneon ti intenda, “Oh, che bel signore! La grazia sua mi cava di sesto”; ed egli, fingendo di non intendere, si pavoneggiarà tutto. E sappi che chi non usa seco le astuzie che usano i cortigiani del mal tempo con i monsignori, ponendo sopra de le gerarchie le lor gaglioffarie, gli diventa nimici. Io l’ho inteso. Adulazione e finzione son la pincia dei grandi: così si dice; e perciò sbalestra la soia con tali, se vuoi carpirne qualche cosa; altrimenti tu mi ritornarai a casa con la pancia piena e con la borsa vota. E se non che la loro amicizia ha de l’onorevole più che de l’utile, ti insegnerei a fuggirgli: perché vorrebbero esser soli al pacchio; e perché son signori, che altri non ne desse ad altri; e han per manco, come non vieni o non gli apri, di mandar gli staffieri a bravar la porta, la strada, le finestre e la fante, che di sputare in terra. E
Dialogo di Pietro Aretino
Mi par che me ne abbiate favellato. Non è vero; e poi le imbasciate che importarono si replicano due e tre volte. Pippa,  io  vorrei  saper  da  quelli  belli-in-banca,  i  quali  ci  apongano  solo perché cerchiamo il nostro utile facendoci pagare dei servigi che facciamo a chi ci comanda, per che conto, per qual ragione aviamo a servire altrui per i loro begli occhi. Ecco il barbiere ti lava e rade: e perché? per i tuoi denari; i zappatori non ficcarebbono zappa in vigna, né i sarti ago in calza, se i quattrini non gli balzassero nei borselli; amàlati e non pagare, e vedrai il medico doman da sera; togli una fante e non le dar salario, e farai tu l’ufficio suo; và per la insalata, và per le ramolacce, và per l’olio, và per la salina, và per ciò che tu vuoi senza denari, e tornaraisenza: si paga la confessione, la perdonanza... Non si paga più, fermatevi. Che ne sai tu? Me lo ha detto il penetenzieri quando mi diede con la bacchetta in sul capo. Può esser; ma pon mente al prete, o a chi ti ha confessato: quando non gli porge, vederai i bel viso che ti fa. Ma sia che vuole, le messe si pagano; e  chi  non  vuole  esser  sepellito  nel  cemiterio  o  longo  le  mura,  paghi  il chirieleisonne, il porta inferi e il requiem eternam. Non te ne vo’ dir più: le prigioni di Corte Savella, di  Torre di Nona e di Campidoglio ti tengano rinchiusi e stretti, e poi vogliano essere strapagate. Infino al boia tocca i tre e quattro ducati per i colli che attacca e per i capi che mozza: né faria un segno ne le fronti ladre, né tagliaria un naso ghiotto, né uno orecchio traditore, se il senatore o il governatore, il podestà e il capitano non gli desse il suo dovere. Vattene a la beccaria e abbi quattro onciarelle di pecora più: e se ti son lasciate se non ci aggiugni il danaio dì che io non sia dessa. E infino ai pretacchioni che benediscano l’uova tolgano la rata loro. Sì che, se ti par lecito di dar tutto il tuo corpo e tutte le tua membra, tutti i tuoi sentimenti per un “gran mercé madonna’, fà tu; e se ai mercatanti, i quali non guardano niuno in viso se non ne cavano usura, ti vuoi dare in dono, datti. Non io che non voglio. E perciò intendimi bene; e intesa che tu mi hai, mette in opra i miei avvisi: e se lo fai, gli uomini non saperanno guardarsi da te, e tu ti saprai guardar da loro. Lasciagli pure civettare da le finestre de le camere rispondenti in quelle de la tua, con le collane in mano, coi zibellini, con le perle, con le borse piene, facendo sonare i doppioni che vi son drento col percuoterle con la mano. Baie, cacabaldole, arzigoghelarie e giuochi da puttini sono Pippa Nanna Pippa Nanna Pippa Nanna 104 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
sapere, la gioventù, le ricchezze, la patria, tutti fantasmi che hanno fino ad or recitato nella mia commedia, non fanno più per me. Calerò il sipario; e lascierò che gli altri mortali s’affannino per accrescere i piaceri e menomare i dolori d’una vita che ad ogni minuto s’accorcia, e che pure que’ meschini se la vorrebbero persuadere immortale. Eccoti con l’usato disordine, ma con insolita pacatezza risposto alla tua lunga affettuosissima lettera: tu sai dire assai meglio le tue ragioni: – io le mie le sento troppo; però pajo ostinato. – Ma s’io ascoltassi più gli altri che me, rincrescerei forse a me stesso: – e nel non rincrescere a sè, sta quel po’ di felicità che l’uomo può sperar su la terra. 3 Aprile. Quando l’anima è tutta assorta in una specie di beatitudine, le nostre deboli facoltà oppresse dalla somma del piacere diventano quasi stupide, mute, e inette ad ogni fatica. Che s’io non menassi una vita da santo, le mie lettere ti capiterebbero innanzi più spesse. Se le sventure raggravano il carico della vita, noi corriamo a farne parte a qualche infelice; ed egli spreme conforto dal sapere che non è il solo dannato alle lagrime. Ma se lampeggia qualche momento di felicità, noi ci concentriamo tutti in noi stessi, temendo che la nostra ventura possa, partecipandosi, diminuirsi; o l’orgoglio nostro soltanto ci consiglia a menarne trionfo. E poi sente assai poco la propria passione, o lieta o trista che sia, chi sa troppo minutamente descriverla. – Intanto la Natura ritorna bella – quale dev’essere stata quando nascendo la prima volta dall’informe abisso del caos, mandò foriera la ridente Aurora d’Aprile; ed ella abbandonando i suoi biondi capelli su l’oriente, e cingendo poi a poco a poco l’universo del roseo suo manto, diffuse benefica le fresche rugiade, e destò l’alito vergine de’ venticelli per annunziare ai fiori, alle nuvole, alle onde e agli esseri tutti che la salutavano, il Sole: il Sole! sublime immagine di Dio, luce, anima, vita di tutto il creato. 6 Aprile. È vero; troppo! – questa mia fantasia mi dipinge così realmente la felicità ch’io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per toccarla con mano, e mi mancano ancor pochi passi – e poi? il tristo mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto da lungo tempo. Tuttavia – ei le scrive che la cabala forense gli fu da prima cagione d’indugio, 33 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo