bigoncia

[bi-gón-cia]
In sintesi
recipiente di legno, mastello; cattedra
← da bigoncio.
1
Recipiente di legno fatto a doghe e cerchiato, più alto che largo, senza coperchio né manici, con base ovale più piccola dell'imboccatura, usato per raccogliere e pigiare l'uva vendemmiata || estens. Il contenuto di una bigoncia || A bigonce, in gran copia
2
ant. Tribuna, cattedra, da cui si tenevano lezioni pubbliche || Montare in bigoncia, salire in cattedra

Citazioni
XXXVII Bernardo  di  Nerino,  vocato  Croce,  venuto  a  questione  a  uno  a  uno  con  tre Fiorentini, confonde ciascuno di per sé con una sola parola. Seppe meglio quello che disse in tre cose a tre uomeni, essendo a contesa  con  loro,  costui  di  cui  parlerò  al  presente.  Bernardo  di  Nerino, vocato Croce, fu nel principio barattiere, e in questo tempo fu di sì forte e disprezzata natura che si metteva scorpioni in bocca, e con li denti tutti gli schiacciava, e così facea delle botte e di qual ferucola più velenosa. S’egli era di diversa natura, ciascuno il pensi, che per accesa, continua e mortal febbre, sfidato da’ medici, veggendolo molto ardere, vollono fare notomia di sì fatta natura, addomandandola elli: il feciono mettere nudo in una bigoncia d’acqua fredda, come esce del pozzo, e preso costui così ardente e nudo, ve l’attufforono dentro, il quale cominciando a tremare e schiacciare li denti, stato  un  pezzo,  lo  rimisono  nel  letto,  e  subito  cominciò  a  migliorare,  e spegnersi l’arsione in forma che guerìo. Ora, tornando alla materia, costui prestando in Frioli di barattiere nudo tornò ricco a Firenze, e venendo spesso a parole con altrui, porgea detti nel quistionare che confondea ognuno; e io scrittore fui presente a tre volte, le quali a piedi si diranno. La prima fu, che avendo parole con uno stato barattiere, com’elli, assai disutile uomo, chiamato Fascio di Canocchio, il detto Fascio disse al Croce: — E’ ti pare essere un gran maestro, e’ mi darebbe cuore di venderti sul ponte a Sorgano. E ’l Croce rispose: — Io ne sono molto certo, ed è segnale, quando si trovasse il compratore di me, che vaglio qualche cosa; ma e’ non mi darebbe cuore di vendere te in sul ponte al Rialto, tenendoviti suso tutto il tempo della vita mia, tanto se’ tristo e doloroso. Costui ammutolò e rimase confuso. La seconda volta il detto Croce ebbe questione su la piazza di mercato nuovo con uno chiamato Neri Bonciani, il quale parea più tapino che Fascio  di  Canocchio,  era  sparuto  e  avarissimo,  ed  eranvi  molti  cittadini tratti al romore. Quando vedde assai gente là corsa, e quelli si volge a loro, dicendo contra il detto Neri: — Deh guardate, signori, per cui fu morto Cristo, che è cosa da non
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— No. — Vuogli sbiadato? — No. — Vuogli cagnazzo? — No. — Vuogli una cappa di cielo? — Sì, sì, sì. Avvisossi al nome, che vi fosse il sole e la luna, e le stelle, e forse gran parte del Paradiso. Fatto venire questo cappa di cielo, furono in concordia del  pregio  per  quattro  canne.  Il  ritagliatore  truova  la  canna,  e  dice  a Soccebonel: — Piglia costì, e comincia a metter su la canna. Il friolano metteva, e tirava il panno più su che la canna, quando uno sommesso, e quando più, e stavasi tanto attento che ad altro non guatava. Il fiorentino, che nel principio subito se ne fu avveduto, quando mettea il panno su la canna lasciava mezzo braccio della canna a drieto, e quando più, sì che ogni quattro braccia tornavano al buon uomo forse tre e mezzo. Misurate le quattro canne, e pagato, il friolano se ne fa portare il panno; e perché lo ’nganno s’occultasse, dice il venditore: — Vuo’ tu far bene? attuffalo in una bigoncia d’acqua e lascialo stare tutta notte, sì che bea bene, e vedrai poi panno ch’el fa. Costui così fece; e la mattina lo scola alquanto dall’acqua, e mandalo al cimatore, che l’asciughi nella soppressa e che lo cimi. Cimato il panno, e Soccebonel va per esso, e dice: — Che de’ tu avere? Dice el cimatore: — E’ mi par nove braccia; da’ nove soldi. Dice costui: — Come nove braccia? oimè! che di’ tu? Il cimatore il truova, e dice: — Vedilo, misuralo tu. Rimisuralo, e non lo truova più; e dice: — Per lo corpo della madre di Jesu Cristo, che mi serà stato furato. E va al ritagliatore, e va di qua, e va di là; l’uno gli dicea: — Questi panni fiorentini non tornano nulla all’acqua. E il ritagliatore dicea:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— Guarda dov’egli stette la notte che ’l mettesti in molle, che chi che sia non l’avesse imbolato. Un altro dicea: — Questi cimatori sono tutti ladri. E un compagno del ritagliatore, che forse sapea il fatto, dicea: — Vuo’ ti dica il vero, gentiluomo? Ché non è molto che io udi’ dire che uno levò un braccio di panno fiorentino, e la sera l’attuffò, come tu facesti questo, in uno bigonciuolo d’acqua, e lasciovvelo stare tutta notte, la mattina quando andava per trarlo dell’acqua, egli lo trovò tanto rientrato che non vi trovò nulla. Dice Soccebonel: — Au, può esser cest? E que’ rispose: — Sì, può esser canestre. Or  così  costui  credendo  ingannare,  rimase  ingannato,  e  fu  per impazzarne; e la cappa di cielo tornò che non arebbe coperto un ciel d’un piccol forno; e la cappa da barons si convertì in un mantellino, che parea un saltamindosso. E così avviene spesse volte che tanto sa altri quant’altri.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Giorgio —; e Giano gridava: — Oimè, ch’io sono diserto. Colui,  di  cui  era  la  ronzina,  era  tuttavia  drieto  con  un  bastone,  e volendo attutare la concupiscenza della carne dava di gran bastonate, quando al cavallo e quando alla ronzina; e spesse volte, quando dava al cavallo, e Rinuccio gli si gettava addosso, e dicea: — Per Santo Loi, che, se tu dài al mio cavallo, che io darò a te. E così pervennono con questo romore per Calimala, là dove tutti i ritagliatori gittavano i panni dentro, e serravono le botteghe. Chi dicea: — Che è? E chi dicea: — Che  vuol  dir  questo?  —  e  chi  stava  come  smemorato;  e  molti seguivono le bestie, le quali, voltesi per lo chiassolino che va in Orto San Michele,  entrorono  tra’  granaiuoli  e  le  bigonce  del  grano  che  si  vendea sotto il palagio, dov’è l’Oratorio, e scalpitarono molti granaiuoli. E di quelli ciechi, che sempre ve ne stavano assai nel detto luogo al Pilastro, sentendo il romore ed essendo sospinti e scalpitati, non sappiendo il caso del romore, menavano i loro bastoni, dando or all’uno e or all’altro. La  maggior  parte  di  quelli,  che  si  sentivano  dare  del  bastone,  si rivolgeano a loro non sappiendo che fossono ciechi. Altri, che sapeano che coloro erano ciechi, diceano e riprendeano quelli che contro a loro faceano; e quelli tali si rivolgeano loro addosso. E così chi di qua e chi di là, e chi per un  verso  e  chi  per  un  altro,  si  cominciarono  a  ingoffare,  facendo  molte mislee da più parti; e con queste mischie uscirono fuori de Orto San Michele  le  scuccomedre,  non  essendo  ancora  attutato  il  caldo  del  bestiale amorazzo del cavallo, anzi più tosto cresciuto, e forse con alcune pugna che ebbe Rinuccio e quello della ronzina, giunsono, così percotendosi, e con busso  e  con  romore,  su  la  piazza  de’  Priori.  Li  quali  Priori  e  chi  era  in palagio, veggendo dalle finestre tanto tumultuoso popolo giugnere da ogni parte, ebbono per certo il romore essere levato. Serrasi il palagio, e armasi la famiglia, e così quella del capitano e dello esecutore. Su la piazza era tutto pieno, e parte combatteano con pugna, e gran parte d’amici e parenti erano drieto a Bucifalasso e a Rinuccio, per aiutarlo, che già non potea più. Come la fortuna volle, il cavallo e la ronzina quasi congiunti entrorono nella corticella dello esecutore, là dove lo esecutore, per grandissima paura, non sappiendo che fosse, ma avvisandosi che ’l furore del populo gli venisse per uno che avea tra mano, del quale era gran contesa che non morisse, ed elli il volea far morire; si fuggì drieto a un letto d’un suo notaio, e di là Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Mongibello. E poi, così doglioso e quasi fuor di sé, si levò e vestissi per andare fuori. E andando con questa fantasia giù per la scala a gran pena, non sapea se dormìa o se era desto. Giugnendo all’uscio per uscir fuori, e cominciando a pensare su la ricchezza che gli parea avere perduta, e volendosi mettere la mano a grattare il capo, come spesso interviene a quelli che hanno malenconia, trovossi la cappellina  in  capo  con  la  quale  la  notte  avea  dormito,  e  accozzando  la smemoraggine con la malinconia, diede la volta indrieto, e subito ritornò alla camera e gittò la cappellina sul letto; subito andò al forziere, dove lasciato avea la pianella nel cappuccio e quella presa prestamente e messalasi in capo, su per le tempie e per le guance sentì colare in abbondanzia di molta puzzolente bruttura. E questo era che una gatta, la notte, di sterco avea ben fornito quella pianella. Sentendosi il detto Riccio così bene impiastrato, subito si trae la pianella, la quale avea molto rammorbidata la farsata, e chiama la fante, maladicendo la fortuna; e narrando il sogno suo, dicea: —  Oimè  sventurato!  quanta  ricchezza  e  quanto  bene  io  ho  aùto istanotte in sogno, e ora mi truovo così infardato! La fante, quasi smemorata, il volea lavare con l’acqua fredda; e ’l Riccio comincia a gridare ch’ella accenda il fuoco e ch’ella metta del ranno a scaldare; ed ella così fece: e ’l Riccio stette tanto a cervelliera scoperta quanto il ranno si penò a scaldare. Come fu caldo, se n’andò in uno corticino, perché per una fogna la lavatura di quello fastidio avesse l’uscita, e quasi per ispazio di quattr’ore si penò a lavare il capo. Quando del capo e’ fu lavato, ma non sì che più dì non gliene venisse fraore, disse alla fante che recasse la pianella; la quale era si fornita d’ogni parte che né elli, né ella ardivano a toccarla. Ed essendo una bigoncetta nella corte, prese partito d’empierla d’acqua; ed empiuta ch’ella fu, vi cacciò entro la pianella dicendo: — Sta’ costì tanto che ben la vaglia —; ed egli si misse in capo il più caldo cappuccio che avea, ma non sì che per non portare la pianella, per arrota non gli venisse il mal de’ denti, di che convenne stesse in casa più dì; e  la  fante,  che  parea  lavasse  ventri,  scuscendo  la  farsata  e  lavandola  per ispazio di due dì. Il Riccio si dolea, raccordandosi del ricco sogno, e in quello che gli era convertito, e del male de’ denti; infine, dopo molte novelle, e’ mandò per uno maestro che gli fece una farsata nuova, e scemato il duolo de’ denti, uscì di casa e andò al Canto de’ tre Mugghi, là dove stava a bottega, e là a
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CANTO PRIMO I “Una vendemmia fa, così, piacere! Nemmeno un chicco marcio nella pigna”. “E tutte pigne, salde fisse nere”. 5  “Uva d’alberi, e pare uva di vigna”. “Ma qui ci son d’agosto le cicale da levar gli occhi! qui la vite alligna!” “Porta il bigoncio”. “È pieno”.  —Avessi l’ale! Avessi l’ale d’una rondinella! Il nido lo farei nel tuo guanciale. — “Guarda: la vespa vuole la più bella”. “L’ape fa il miele, eppur le basta un fiore, fior di trifoglio, fior di lupinella”. 15  “Ha fatto buono all’uva lo stridore di tutta estate”. “Ciò che fa per l’una, non fa per l’altro”. “Ora, contava l’ore”. “Qua le canestre, donne”.  —O bella bruna! Quando nascesti, in cielo una campana sonava sola, al lume della luna. — “Questa la stenderete sull’altana: è troppo bella per andar nel tino”. “Ma anche quello è come vin di grana!” “Non ci fu pioggie, non ci fu lo strino”. “Portate bere. Molto all’uva aggrada sentirsi in viso l’alito del vino”.
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Nuovi poemetti – La vendemmia 30 “Pigia il bigoncio un po’”.  — “Sono in istrada, E che mi dài, che mi conviene andare? Un bacio in bocca, perché tu non vada”. — “La paradisa ha pigne lunghe e chiare, e tutti d’oro sono i chicchi, e hanno il sole dentro, il sole che traspare”.
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
o Rigo. Il tempo era da un pezzo al buono, e la vendemmia si cocea matura anche a bacìo; quando sentisti un tuono. Dicesti: il bello è bello, ma non dura. E vendemmiasti. Ed era un giorno asciutto, si scivolava per la grande asprura, cupo di vespe era un ronzìo per tutto, calda era l’uva e, nei bigonci ancora, rendeva già l’odor del mosto e il flutto.
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
121 Non sì tosto all’asciutto è Rodomonte, che giunto si sentì su le bertresche che dentro alla muraglia facean ponte capace e largo alle squadre francesche. Or si vede spezzar più d’una fronte, far chieriche maggior de le fratesche, braccia e capi volare; e ne la fossa cader da’ muri una fiumana rossa. 122 Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo. Costui venìa di là dove discende l’acqua del Reno nel salato golfo. Quel miser contra lui non si difende meglio che faccia contra il fuoco il zolfo; e cade in terra, e dà l’ultimo crollo, dal capo fesso un palmo sotto il collo. 123 Uccise di rovescio in una volta Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando: il luogo stretto e la gran turba folta fece girar sì pienamente il brando. Fu la prima metade a Fiandra tolta, l’altra scemata al populo normando. Divise appresso da la fronte al petto, et indi al ventre, il maganzese Orghetto. 124 Getta da’ merli Andropono e Moschino giù ne la fossa: il primo è sacerdote; non adora il secondo altro che ’l vino, e le bigonce a un sorso n’ha già vuote. Come veneno e sangue viperino l’acque fuggia quanto fuggir si puote: or quivi muore; e quel che più l’annoia, è ’l sentir che ne l’acqua se ne muoia.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto