biga

[bì-ga]
In sintesi
cocchio a due ruote in uso presso gli antichi Romani
← dal lat. ga(m), deriv. della loc. biiŭgae (ĕquae) ‘(cavalle) a doppio giogo’.
1
Presso gli antichi Greci e Romani, cocchio a due ruote, tirato da due cavalli e guidato da un auriga in piedi, usato per le corse e per la guerra
2
region. Leggero calesse a due ruote tirato da un solo cavallo
3
MAR Macchinario costituito da grosse travi fornite di argani e carrucole, che serve per lavori di sollevamento

Citazioni
Sferzato e pien di dispettosa doglia, fuggì piangendo ala vicina sfera, là dove cinto di purpurea spoglia, gran monarca de’ tempi, il Sole impera e ‘nsu l’entrar dela dorata soglia, stella nunzia del giorno e condottiera, Lucifero incontrò, che ‘n oriente apria con chiave d’or l’uscio lucente. E ‘l Crepuscolo seco, a poco a poco uscito per la lucida contrada sovra un corsier di tenebroso foco, spumante il fren d’ambrosia e di rugiada, di fresco giglio e di vivace croco forier del bel mattin spargea la strada e con sferza di rose e di viole affrettava il camino innanzi al Sole. La bella luce, che ‘n su l’aurea porta aspettava del Sol la prima uscita, era di Citerea ministra e scorta, d’amoroso splendor tutta crinita. Per varcar l’ombre innanzi tempo sorta già la biga rotante avea spedita e ‘l venir dela dea stava attendendo, quando il fier pargoletto entrò piangendo. Pianse al pianger d’Amor la mattutina del re de’ lumi ambasciadrice stella e di pioggia argentata e cristallina rigò la faccia rugiadosa e bella, onde di vive perle accolte in brina potè l’urna colmar l’Alba novella, l’Alba che l’asciugò col vel vermiglio l’umido raggio al lagrimoso ciglio.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Palemon d’un delfino il curvo tergo preme, vezzoso e pargoletto auriga, e, balestrando un fuggitivo mergo, fende i solchi del mar per torta riga. Quanti tritoni han sotto l’onde albergo, altri accoppiati in mansueta biga tiran pian pian la conca, ov’ella nacque, altri per altro affar travaglian l’acque. Chi del’obliquo corno a gonfie gote fa buccinar la rauca voce al cielo; chi, per sottrarla al sol che la percote, le stende intorno al crin serico velo; chi, volteggiando con lascive rote, le regge innanzi adamantino gelo e, perché solo in sua beltà s’appaghi, ne fa lucido specchio agli occhi vaghi. Né di scherzar anch’elle infra costoro del gran padre Nereo lascian le figlie, ch’accolte in lieto e sollazzevol coro cantano a suon di pettini e cocchiglie, e porgendo le van succino ed oro, candide perle e porpore vermiglie. Sì fatto stuol per l’umida campagna la riceve, la guida e l’accompagna. Nel’altro vaso del suo figlio Amore il nascimento effigiato splende. Già la vedi languir, mentre che l’ore vicine omai del dolce parto attende, nela bella stagion, quand’entra in fiore la terra e novell’abito riprende. Par che l’alba oltre l’uso apra giocondo il primo dì del più bel mese al mondo.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino