beneplacito

[be-ne-plà-ci-to]
In sintesi
consenso, approvazione
← dal lat. beneplacĭtu(m), comp. di ne ‘bene’ e il part. pass. di placēre ‘piacere, essere gradito’.
1
Volontà, arbitrio: lo farete secondo il suo b. || A beneplacito, a proprio arbitrio || A beneplacito mio, tuo, di qualcuno, secondo il gusto, la volontà mia, tua, di qualcuno: non puoi fare tutto a tuo b. SIN. potestà, volere
2
Consenso, benestare, approvazione: dare, chiedere, ottenere il b.; con il b. delle autorità

Citazioni
corregger nelle osservazioni altro che 2 minuti e anco meno, perché allora cessa la parallasse, o divien così piccola che rende la stella in lontananza immensa, quale si riceve da tutti esser quella del firmamento. Nella seconda indagine l’emenda di manco di 4 m.p. fa l’istesso. Nella terza e nella quarta, pur come nella prima, due minuti soli ripongon la stella anco sopra le fisse. Nella precedente un quarto d’un minuto, cioè 15 secondi, ci danno l’istesso. Ma non così avverrà nelle altezze sublunari: imperocché figuratevi pure qual lontananza più vi piace, e fate prova di voler corregger le indagini fatte dall’autore ed aggiustarle sì che tutte rispondano nella medesima determinata lontananza; voi vedrete quanto maggiori emende vi bisognerà fare. Sagredo Salviati Non sarà se non bene, per nostra piena intelligenza, veder qualche esempio di questo che dite. Stabilite voi a vostro beneplacito qual si sia determinata lontananza sublunare, dove costituir lastella; ché con poca briga potremo assicurarci se correzioni simili a queste, che abbiamo veduto bastar per ridurla tra le fisse, la ridurranno nel luogo da voi stabilito. Per pigliare la più favorevole distanza per l’autore, porremo che sia quella che  è  la  maggiore  di  tutte  le  investigate  da  esso  nelle  sue  12  indagini, imperocché, mentre si è in controversia tra gli astronomi ed esso, e che quelli dicono la stella essere stata superiore alla Luna, e questo inferiore, ogni poco spazio che e’ la provi essere stata sotto, gli dà la vittoria. Pigliamo dunque la settima indagine, fatta sopra le osservazioni di Ticone e di Taddeo Agecio, per le quali trova l’autore la stella essere stata lontana dal centro 32 semidiametri, il qual sito è il più favorevole per la parte sua; e per dargli  ogni  vantaggio,  voglio  che,  oltre  a  questo,  la  ponghiamo  nella  più disfavorevole lontananza per gli astronomi, qual è il collocarla anco sopra il firmamento. Posto dunque ciò, andiam ricercando quali correzioni sarebber necessarie applicare all’altre sue 11 indagini, acciò sublimassero la stella sino alla distanza di 32 semidiametri, e cominciamo dalla prima, calcolata sopra l’osservazioni dell’Ainzelio e del Maurolico, nella quale l’autore trova la distanza dal centro circa 3 semidiametri, con la parallasse di gr. 4.42 m.p. e 30 sec.: veggiamo ora se co ‘l ritirarla a 20 m.p. solamente, si eleva sino alli 32 semidiametri. Ecco l’operazione, brevissima e giusta: multiplico il sino dell’angolo B D  C  per  la  corda  B  D,  e  parto  l’avvenimento,  detrattone  le  5 ultime figure, per il sino della parallasse; ne viene 28 semidiametri e mezo: talché né anco per la correzione di gr. 4.22 m.p. e 30 secondi, tolti da gr. 4.42 m.p. e 30 secondi, si eleva la stella sino all’altezza di 32 semidiametri; la qual correzione, per intelligenza del signor Simplicio, è di m.p. 262 e mezo.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Si argomenta ne i tre pianeti superiori, Marte, Giove e Saturno, dal trovarsi sempre vicinissimi alla Terra quando sono all’opposizion del Sole, e lontanissimi  quando  sono  verso  la  congiunzione;  e  questo  avvicinamento  ed allontanamento importa tanto, che Marte vicino si vede ben 60 volte maggiore che quando è lontanissimo. Di Venere poi e di Mercurio si ha certezza del rivolgersi intorno al Sole dal non si allontanar mai molto da lui e dal vedersegli or sopra ed or sotto, come la mutazion di figure in Venere conclude  necessariamente.  Della  Luna  è  vero  che  ella  non  si  può  in  verun modo separar dalla Terra, per le ragioni che più distintamente nel progresso si produrranno. Io mi aspetto d’aver a sentir cose ancor più meravigliose, dependenti da questo  movimento  annuo  della  Terra,  che  non  sono  state  le  dependenti dalla conversione diurna. Voi non v’ingannate punto: perché, quanto all’operar il moto diurno ne’ corpi  celesti,  non  fu  né  potette  esser  altro  che  il  farci  apparir  l’universo precipitosamente scorrer in contrario; ma questo moto annuo, mescolandosi con i moti particolari di tutti i pianeti, produce moltissime stravaganze, le quali hanno fatto sin ora perder la scherma a tutti i maggiori uomini del mondo. Ma ritornando alle prime apprensioni generali, replico cheil centro delle celesti conversioni de i cinque pianeti, Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio, è il Sole; e sarà del moto della Terra ancora, se ci succederà di metterla in cielo. Quanto poi alla Luna, questa ha un moto circolare intorno alla Terra, dalla quale (come ho già detto) in modo alcuno non si può separare; ma non però resta ella d’andare intorno al Sole insieme con la Terra co ‘l movimento annuo. Io non resto ancora ben capace di questa struttura; e forse co ‘l farne un poco di disegno s’intenderà meglio, e più agevolmente si potrà discorrere intorno ad essa. E così sia: anzi, per vostra maggior sodisfazione e meraviglia insieme, voglio che voi stesso la disegniate, e veggiate come, non credendo d’intenderla, ottimamente la capite; e solo co ‘l risponder alle mie interrogazioni la descriverrete puntualmente. Pigliate dunque un foglio e le seste: e sia questa carta bianca l’immensa espansione dell’universo, nella quale voi avete a distribuire ed ordinar le sue parti conforme a che la ragione vi detterà. E prima, essendo che senza mio insegnamento voi tenete per fermo la Terra esser collocata in questo universo, però notate un punto a vostro beneplacito, intorno al quale voi intendete ella esser collocata, e contrassegnatelo con qualche carattere.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Padova. Di questa lettera si sono smarrite due carte dove Jacopo narrava certo dispiacere a cui per la sua natura veemente e pe’ suoi modi assai schietti andò incontro. L’editore, propostosi di pubblicare religiosamente l’autografo, crede acconcio d’inserire ciò che di tutta la lettera gli rimane, tanto più che da questo si può quasi e desumere quello che manca ... ... riconoscente de’ beneficj, sono riconoscentissimo anche delle ingiurie; e nondimeno tu sai quante volte io le ho perdonate: ho beneficato chi mi ha offeso; e talora ho compianto chi mi ha tradito. Ma le piaghe fatte al mio onore, Lorenzo! – doveano essere vendicate. Io non so che ti abbiano scritto, nè ho cura di saperlo. Ma quando mi s’affacciò quello sciagurato, quantunque da tre anni quasi io non lo rivedeva, m’intesi ardere tutte le membra; eppur mi contenni. Ma doveva egli con nuovi frizzi inasprire l’antico mio sdegno? Io ruggiva quel giorno come un leone, e mi pareva che l’avrei sbranato, anche se l’avessi trovato nel santuario. Due giorni dopo, il codardo scansò le vie dell’onore, ch’io gli aveva esibite; e tutti gridavano la crociata contro di me, come s’io avessi dovuto tranguggiarmi pacificamente una ingiuria da colui, che ne’ tempi addietro mi aveva mangiato la metà del cuore. Questa galante gentaglia affetta generosità, perchè non ha coraggio di vendicarsi a visiera alzata; ma chi vedesse i notturni pugnali, e le calunnie, e le brighe! – E dall’altra parte io non l’ho soperchiato. Gli dissi: Voi avete braccia, e petto al pari di me, ed io sono mortale  come  voi.  Ei  pianse,  e  gridò;  ed  allora  la  ira,  quella  furia  mia dominatrice, cominciò ad ammansarsi, perchè dall’avvilimento di lui mi accorsi che il coraggio non deve dare diritto per opprimere il debole. Ma deve per questo il debole provocare chi sa trarne vendetta? Credimi: ci vuole una stupida bassezza, o una sovrumana filosofia per lasciarsi a beneplacito d’un nemico che ha faccia impudente, anima negra, e mano tremante. Frattanto l’occasione mi ha smascherato tutti que’ signorotti, che mi giuravano sviscerata amicizia; che ad ogni mia parola faceano le meraviglie; e che ad ogni ora mi proferivano la loro borsa e il lor cuore. Sepolture! bei marmi, e pomposi epitaffi: ma schiudili, vi trovi vermi e fetore. Pare a te, mio Lorenzo, che se l’avversità ci riducesse a domandare del pane, vi sarebbe taluno memore delle sue promesse? o nessuno, o qualche astuto soltanto, che co’ suoi beneficj vorrebbe comperare il nostro avvilimento. Amici da bonaccia, nelle burrasche ti annegano. Per costoro tutto è calcolo in fondo. Onde se v’ha taluno nelle cui viscere fremano le generose passioni, o le deve Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
Francia; appena con tutto il suo materialismo si sarebbe attentata di chiamarmi una macchina – – Mi torrei l’impresa, diss’io, di mandarle sossopra il suo Credo. Nell’armarmi di questa fiducia, la Natura si esaltò in me quanto mai poteva esaltarsi – Io era dianzi in pace col mondo; ma così conclusi la pace con me medesimo – – Or, esclamai, foss’io re di Francia! – or sì che un orfano dovrebbe ridomandare a me la valigia del suo povero padre. Capitolo 3 IL FRATE (CALAIS) Com’io finiva la parola, un povero frate di San Francesco entrò in camera  a  questuare  pel  suo  convento.  Nessuno  vuol  essere  virtuoso  a beneplacito delle contingenze – oppure uno è generoso come un altro è potente – sed non, quoad hanc – e sia che può – da che non si può logicamente discorrere sul flusso e riflusso de’ nostri umori, il quale, a quanto io so, obbedirà alle medesime cause influenti nelle maree – ipotesi che ci tornerebbe spesso a men biasimo: e per dir di me solo, son certo che in più incontri mi loderei assaissimo del mio prossimo, se dicesse “che io me la intendo con la Luna, e mi governo con essa”; e non avrei colpa in ciò nè vergogna; anzichè “COl mio proprio atto, e consenso”; e ogni colpa e vergogna sarebbe mia. – Ma sia che può. Dal punto ch’io posai l’occhio sul frate, io aveva prestabilito di non dargli un unico soldo: e consentaneamente mi riposi la borsa dentro al taschino – lo abbottonai – mi misi alquanto in sussiego, e me gli feci incontro con gravità; e temo d’averlo guardato in guisa da non dargli molta fiducia. L’immagine di lui mi torna or agli occhi, e vedo ch’ei meritava ben altre accoglienze. Il frate, com’io giudicai dal calvo della sua tonsura e da’ pochi crini bianchi che soli gli rimanevano diradati intorno alle tempie, poteva avere da  settant’anni  –  se  non  che  le  sue  pupille  spiravano  di  un  cotal  fuoco, rattemprato, a quanto pareva, più dalla gentilezza che dall’età, che tu glie ne avresti dato appena sessanta – Il vero è forse fra’ due – Certo egli n’aveva sessantacinque; e tutto insieme il suo aspetto, quantunque paresse che qualche cosa vi avesse solcate le rughe anzi tempo, torna col conto. Era una testa di quelle dipinte spesso da Guido – dolce, pallida – penetrante, disinvolta da tutte le trivialissime idee della crassa e paga igno-
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo