baccelliere

[bac-cel-liè-re]
In sintesi
giovane aspirante all'ordine cavalleresco medioevale; saccente
← dal fr. ant. bacheler, che è dal lat. mediev. *baccalare(m); cfr. baccalare.
1
ST Nel basso Medioevo, cavaliere d'armatura leggera che prestava servizio militare presso un signore e otteneva in compenso la concessione di una terra || estens. Giovane gentiluomo che compiva il noviziato per essere armato cavaliere
2
ST Nell'ordinamento scolastico medievale, studente che aveva conseguito il primo grado accademico, inferiore alla laurea e alla licenza || In alcune università straniere, chi ha conseguito il primo dei gradi o titoli accademici
3
fig., spreg. Persona saccente

Citazioni
CLXXXVII A messer Dolcibene si dà mangiare una gatta per scherno: dopo certo tempo elli dà a mangiare sorgi a chi gli dié la gatta. Molto fanno ridere queste beffe gli uditori, ma molto più dilettano quelle,  quando  il  beffatore  dal  beffato  riceve  le  beffe,  come  in  questa  si dimostrerrà. Ciascuno puote avere inteso per certe novelle passate chi fu messer  Dolcibene.  Costui  fu  invitato  a  mangiare  una  volta  dal  piovano della Tosa, il quale tenea Santo Stefano in Pane, dicendo ch’egli avea un coniglio in crosta. E a questo mangiare vi fu el Baccello della Tosa, e alcun altro che sapea il fatto. E questa si era una gatta, la quale era venuta alle mani  del  piovano,  e  messer  Dolcibene  n’era  schifo.  Essendo  adunque  il piovano,  messer  Dolcibene  e  altri,  fra  l’altre  vivande  recandosi  la  crosta della gattaconiglio, ella fu sì buona che messer Dolcibene ne mangiò più che niuno. Come la crosta fu mangiata, e ’l piovano con gli altri cominciano a chiamare: “muscia”; e chi miagolava, come fa la gatta. Messer Dolcibene, veggendo questo, imbiancòe, come il più de’ buffoni fanno, e temperossi, dicendo: — Ell’è stata molto buona —; per non gli fare lieti, e per render loro, come vedesse il bello, pan per cofaccia. Giammai non gli uscì questo fatto della mente, fin a tanto che venendo la figliatura delli stornelli, de’ quali era molto copioso a un suo podere in Valdimarina, e in quello tempo provvide di pigliare con trappole e con altri ingegni in un suo granaio parecchi sorgi, acciò che gli avesse presti e ordinò con un suo fante che una gabbiata di stornelli gioveni, mescolatovi alcuno pippione, recasse dopo desinare quando lo vedesse col piovano al Frascato, e paresse gli portasse in mercato a vendere, dicendo con lui: “Per quanto volete voi che io gli dia?” Conoscea messer Dolcibene la natura del piovano e del Baccello, che come gli vedessono, così dicessono: “Tu non ci dài mai mangiare di queste tue uccellagioni”, e che gli chiederebbono cena. E così proprio intervenne; che giunto il fante, il piovano piglia la gabbia,  e  disse  non  renderlila,  se  non  desse  loro  cena.  Di  che  messer Dolcibene acconsentì, e fessi dare la gabbia, e andonne a mettere in ordine la cena. E giunto a casa, tolse due pippioni e otto sorgi, i quali acconciò per fare una crosta, levando i capi, e le gambe, e’ piedi, e le code, arrocchiandogli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
per  mezzo,  sì  che  nella  crosta  pareano  proprii  stornelli;  e  mescolò  due pippioni a quarti tra essi, e della carne insalata, e fece fare la crosta; e ’l fante mandò a vendere l’avanzo. Giunta l’ora della cena, la brigata s’appresentò a casa messer Dolcibene. Come li vide, disse: — Voi non manicherete istasera se non della gabbiata che toglieste, sì che non sperat’altro. E così di motto in motto se n’andorono a mensa. E venendo la crostata, dice il piovano: — Aveteci voi messo alcuno pollastro dentro? E messer Dolcibene disse: — La colombaia mia non ne fa; io n’ho fatta una crosta di pippioni e stornelli. Dice il piovano: — O da che sono li stornelli? elle son bene delle cene vostre. Dice messer Dolcibene: — Io ne mangio tutto l’anno, e sono molto buoni. Dice il Baccello: — Sì manichereste voi topi, non vi costass’elli. E  così  vennono  a  cavare  la  vivanda  della  crosta;  e  ’l  primo  che assaggiò di quei topistornelli, fu il piovano, e disse: — E’ son migliori che io non credea. Messer Dolcibene s’era messo in coda, che non poteano ben vedere il suo mangiare, e toccava spesso il tagliere, ma poco se ne mettea in bocca, se non  un  poco  di  carne  salata,  facendo  di  pane  gran  bocconi.  Quando  la crosta fu mangiata, sanza fare rilievo di topi, venuta l’acqua alle mani, disse messer Dolcibene: — Fratelli carissimi, io v’ho dato cena istasera, e convennemi cacciare, e non sanza gran fatica, però che ogni ingegno e arte ci misi per spazio d’uno dì e una notte, acciò che voi stessi bene. Ben vorrei che la cacciagione fosse stata di maggiore bestie, come sete voi; ma piacque alla fortuna, che balestra spesso dove si conviene, che furono topi; i quali da lei messi nelle mie mani, parve che io dovesse dire “Non ti ricordi tu della gatta ch’e’ tuo’ amici  ti  dierono  a  mangiare?  va’,  e  rendi  loro  quello  che  meritano”;  e brievemente per suo consiglio feci fare la crosta, dove tutti quelli che mangiasti per stornelli, furono topi. Se vi sono paruti buoni, sonne contento; se
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E pigliatele per mano, gli davano i più dolci basciozzi del mondo, e faceano a gara nel dargli più melati. E chi gli dava con più zucchero, secondo il giudizio tuo? I frati, sanza dubbio. Per che ragione? Per le ragioni che allega la leggenda della Puttana errante di Vinegia. E poi? E poi ciascuno si puose a sedere ad una delle più dilicate tavole che mi paresse mai vedere: nel più onorato luogo stava madonna la badessa tenendo a man sinistra messer l’abate; e dopo la badessa era la tesoriera, e appresso  di  lei  il  baccelliere;  allo  incontra  sedea  la  sacrestana,  e  allato  a  essa  il maestro dei novizi; e seguiva di mano in mano una suora, un frate e un secolare, e giuso a’ piedi non so quanti cherici e altrettanti fratini; e io fui posta trail predicatore e il confessore del monistero. E cosìvennero le vivande, e di sorte che il papa (mi farai dire) non ne mangiò mai tali. Nel primo assalto le ciance fur poste da canto, di maniera che parea che il “Silenzio’ scritto dove i padri hanno la piatanza si fosse insignorito delle bocche d’ognuno: anzi delle lingue, ché le bocche facevano il medesimo mormorio che fanno quelle dei vermi della seta finiti di crescere quando, indugiato il cibo, divorano le frondi di quelli arbori sotto l’ombra dei quali si solea trastullare quel poveretto di Piramo e quella poverina di Tisbe, che Dio gli accompagni di là come gli accompagnò di qua. Delle frondi del moro bianco vuoi dir tu. Ah! ah! ah! A che fine cotesto tuo ridere? Rido d’un frate poltrone, Dio mel perdoni, che mentre macinava con due macine, e che avea le gote gonfiate come colui che suona la tromba, pose la bocca a un fiasco e lo tracannò tutto. Domine affogalo. E cominciandosi a saziare, cominciaro a cicalare: e mi parea essere, a mezzo del desinare, come nel mezzo del mercato di Navona, che si ode in qua e in là il romore del comperare che fa questo e quello con quello e con questo giudeo; e sendo già sazi, andavansi scegliendo le punte delle ali delle galline e alcune creste e qualche capo, e porgendolo l’uno a l’altra e l’altra a l’uno, simigliavano rondini che imbeccassero i rondinini. E non ti potrei contare
Ragionamento di Pietro Aretino
Nell’ultimo quadro ci erano dipinti tutti i modi e tutte le vie che si può chiavare e farsi chiavare; e sono obligate le moniche, prima che le si mettino in campo con gli amici loro, di provare di stare negli atti vivi che stanno le dipinte: e questo si fa per non rimanere poi goffe nel letto, come rimangono alcune che si piantano là in quattro sanza odore e senza sapore, che chi ne gusta ne ha quel piacere che si ha di una minestra di fave sanza olio e sanza sale. Adunque bisogna una maestra che insegni la scrima? C’è bene la maestra che mostra a chi non sa come si deve stare, caso che la lussuria stimoli l’uomo sì che sopra una cassa, su per una scala, in una sede, in una tavola, o nello spazzo voglia cavalcarle; e quella medesima pacienza che ci ha chi ammaestra un cane, un pappagallo, uno stornello e una gazzuola, ha colei che insegna le attitudini alle buone moniche: e il giocar di mano con le bagattelle è meno difficile a imparare che non è lo accarezzare lo uccello sì che ancora che non voglia si rizzi in piedi. Certo? Certissimo. Ora, venuto a noia la dipintura e il ragionare e lo scherzare, come sparisce la strada dinanzi ai barberi che corrono il palio o, per dir meglio, la vacca dinanzi a coloro che sono confinati a mangiare in tinello, o vero le lasagne dinanzi alla fame contadina, sparvero lemoniche, i frati, i preti e i secolari, non lasciandoperciò i cherichetti né i fratini, né meno l’apportatore dei cotali di vetro. Solamente il baccelliere rimase meco: che sendo sola, quasi tremando restai muta; ed egli dicendomi “Suora Cristina” (che così fui rebattezzata tosto che ebbi lo abito indosso), “a me tocca menarvi alla cella vostra, nella quale si salva l’anima nei trionfi del corpo”, io volea  pur  stare  su  le  continenze:  onde  tutta  ritrosetta  in  contegno,  non rispondea  nulla;  ed  egli  presami  per  quella  mano  con  cui  io  teneva  il salsiccione di vetro, appena lo scampai che non gisse in terra, onde non potei  contenermi  di  non  ghignare:  talché  ‘l  padre  santo  prese  animo  di basciarmi; e io che era nata di madre di misericordia, e non di pietra, stetti ferma mirandolo con occhio volpino. Saviamente. E così mi lasciava guidare da lui come lo orbo dalla cagnola. Che più? Egli mi condusse in una cameretta posta nel mezzo di tutte le camere: le quali erano divise da un ordine di semplici mattoni; e così male incalcinate le commessure del muro, che ogni poco d’occhio che si dava ai fessi, si potea vedere ciò che si operava dentro gli alberghetti di ciascuna. Giunta ivi, il baccalaro appunto apriva la bocca per dirmi (credo io) che le mie bellezze
Ragionamento di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Ragionamento   Giornata prima � avanzavano quelle delle fate, e con quello “anima mia’, “cor mio’, “sangue caro’,  “dolce  vita’  e  lo  avanzo  della  filostroccola  che  gli  va  appresso,  per acconciarmi sul letto come più gli piaceva, quando eccoti un tic toc tac che il baccelliere, e qualunche nel monistero l’udì, spaventò non altrimenti che al subito aprire d’una porta spaventa una moltitudine di topi ragunati intorno a un monte de noci: che intrigati nella paura, non si rementano dove abbino lasciato il buco; così i compagnoni, cercando ascondersi, urtandosi insieme,  restavano  smarriti  nel  volersi  appiattare  dal  safruganio:  ché  il safruganio del vescovo protettore del monistero era quello che con il tic tac toc ci spaventò come spaventa le rane poste in un greppo, a testa alta fra l’erba, una voce o il gittare d’un sasso, al suon del quale si tuffano nel rio quasi tutte in un tempo; e poco meno che, mentre passava per il dormitorio, non entrò nella camera della badessa che col generale riformava il vespro allo ufficiuolo delle suore sue: e dice la celleraia che alzò la mano per percuoterla e ogni cosa, e poi se ne scordò per essesegli inginocchiata a’ piedi una monichetta dotta come l’Ancroia e Drusiana di Buovo d’Antona in canto figurato.
Ragionamento di Pietro Aretino
Oh che bella festa s’egli entrava dentro! ah! ah! ah! Ma la ventura ci prese il dì per i capegli: questo dico perché, tosto che si pose a sedere il suffraganio... Ora tu hai detto bene. ...eccoti  un  canonico,  cioè  il  primocerio,  che  gli  portò  la  novella  che  il vescovo era poco lontano. Onde levatosi suso, ratto andò al Vescovado per mettersi in ordine a girgli incontra, comandandoci prima a farne allegrezza con le campane: e così, tratto il piede fuor dell’uscio, a poco a poco ritornò ciascuno a bomba; solo il baccelliere fu costretto andare in nome della badessa a basciar la mano a sua Signoria reverendissima. E nel comparire all’innamorate loro, simigliavano storni ritornati allo olivo donde gli avea cacciati allora  allora  quello  “oh,  oh,  oh’  del  villano  che  si  sente  beccare  il  core beccandosigli una oliva. Io sto ‘ aspettare che tu venga ai fatti, come aspettano i bambini la balia che gli ponga la poppa in bocca; e mi pare lo indugio più aspro che non è il sabato santo a chi monda le uova avendo fatta la quaresima. Veniamo al quia. Sendo io rimasa sola, e avendo già posto amore al baccelliere non mi parendo lecito di volere contrafare alla usanza del monistero, pensava alle cose udite e vedute in cinque o sei ore che era stata ivi; e tenendo in mano quel pestello di vetro, lo presi a vagheggiare come vagheggia chi non l’ha più veduta la lucertola così terribile ch’è appiccata nella chiesa del
Ragionamento di Pietro Aretino
Come ti potevi tu raffrenare nel desiderio dello uomo, vedendo tante chiavi? Io venni in succhio fortemente a questo assalto badessale, e avendo pure in mano il pugnale vetrigno... Io credo che lo tenevi fiutandolo spesso, come si fiuta un garofano. Ah! ah! ah! Dico che sendo in frega per le battaglie che io vedea, votai la tampella della orina fredda, ed empitola dì nuovo, mi ci posi suso a sedere: e misa la fava nel baccello, me la avrei spinto nel coliseo per provare ogni cosa, perché non si può sapere a che modoella abbia ‘ andare per noi. Tu facesti bene, cioè aresti fatto bene. E così calcandomi sopra la sua schiena, mi sentiva tutta confortare la sporta dinanzi, bontà del frugatoio che mi bruniva il secchio; e standomi fra due, contendea meco il sì e il no circa il ricever tutto l’argomento o vero una parte: e credo che avrei lasciato ire il cane nel covile se non fosse che udendo chiedere licenza dal confessore, rivestito col suo allevo, alla ben contenta badessa, corsi a vedere le cacarie sue nel patirsi. Ella facea la bambina, e vezzeggiando dicea: “Quando ritornerete? O Dio, a chi voglio io bene? chi adoro io?”; e il padre giurava per le letanie e per lo avvento che ritorneria la sera seguente: e il fanciullo, che ancora si ristringava le calze, con tutta la lingua in bocca le disse addio. E udi’ che il confessore al partir cominciò quel pecora campi che è nel vespro. Che, il cialtrone fingeva di dire compieta, eh?
Ragionamento di Pietro Aretino
stangata la porta perché il volpone non iscappasse della trappola, sel misero a sedere in mezzo forbendolo con un sciugatoio di bucato. Il mulattiere era d’un  venti  anni  o  circa,  sbarbato,  paffuto,  con  la  fronte  come  il  fondo d’unostaio, con duo lombi badiali, grandone, biancone, uncerto caca-pensieri, un cotale guarda-feste, troppo buono per il proposito loro. Egli facea le  più  scimonie  risa  del  mondo  quando  si  vide  alloggiare  intorno  ai capponi e al pavone: e trangugiava bocconi smisurati, e bevea da mietitore. Ed esse che mille anni gli parea di scardassare il pelo con il battaglio suo, dileggiavano le vivande nella foggia che le dileggia un che non ha fame: e se non  che  la  più  ingorda,  perduta  la  pacienza  come  la  perde  un  che  si  fa romito, si gli avventò al pifero come il nibbio al polcino, il mulattiere facea un pasto da vetturale. Egli non fu sì tosto tocco, che spinse fuora un pezzo di giannettone che togliea il vanto a quel di Bivilacqua: e parve quel trombone che ritira fuora colui che lo suona in Castello; e mentre questa tenea il bacchettone in mano, quella scansò la tavoletta; onde la sua sozia, recatosi il bambolino fra le gambe si lasciò tutta sul flauto del mulattiere che sedea; e spingendo con quella discrezione che si spinge l’un l’altro sul Ponte data la  benedizione,  cadde  la  sede,  il  mulattiere  ed  ella:  e  tomaro  come  una scimia; e schiavatosi il catenaccio dalla porta, l’altra suora, che biasciava come una mula vecchia, perché il bambolino che non avea nulla in testa non  infreddasse,  lo  incappellò  con  il  verbigrazia:  talché  la  compagna dischiodata venne in tanta collera, che la prese per la gola, onde vomitò quel poco che avea mangiato; ed ella rivolta a lei, sanza curarsi di compire altrimenti il camino, se ne diero più che i beati Paoli. Antonia Nanna Ah! ah! ah! Appunto il mestolone si levava suso per partir la zuffa, quando ecco che io mi sento appoggiare le mani su la spalla e dir piano piano: “Buona notte, animetta mia”; io tutta mi scossi per la paura, e tanto più n’ebbi, quanto più attendendo al fatto d’arme delle infoiate (io lo dirò pure!), non pensavo ad altro; e nel dirmi por le mani a dosso mi rivolsi e dissi: “Oimè, chi è questo?”; e nello aprir la bocca per gridare “acorruomo’, veggio il baccelliere che mi lasciò per gire incontra al vescovo: e mi riebbi tutta. Pure gli dissi: “Padre, io non son di quelle che vi credete, fatevi in costà, io non voglio, orsù mo’, io griderò; prima mi lascerei segar le vene, Dio me ne guardi; nol farò mai, non mai, io dico di no; vi dovereste aggricciare: bella cosa, ben si saperà bene”; ed egli a me: “Come può essere che in un carobino, in un trono e in un sarafino alberghi crudeltà? Io vi son servo, io vi adoro perché voi sola sète il mio altare, il mio vespro, la mia compieta e la mia messa; e quando  sia  che  vi  piaccia  che  io  muoia,  ecco  il  coltello:  trapassatemi  il petto, e vedrete nel mio core il vostro soave nome scritto a lettere d’oro”. E Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino
Peggio fanno quelli che si lasciano condurre a uccidere e avelenare gli uomini: e festi una opra più pia che non è il monte della pietà; e ogni donna da bene dovria pigliare lo essempio da te. Segue pure. E lasciatami vincere dal suo proemio fratino, nel quale dicea maggior bugie che non dicono gli oriuolistemperati, egli mi entrò a dosso con un laudamus te che parea che egli avesse a benedir le palme: e con i suoi canti mi incantò sì, che ce lo lasciai ire... Ma che volevi tu che io facessi, Antonia? Non altro, Nanna. ...dico dinanzi; e crederesti una cosa? Che? Egli mi parse meno aspro quello di carne che quello di vetro. Gran segreto! Sì, per questa croce! Che bisogna giurare, se io tel credo e stacredo? Io pisciai sanza pisciare... Ah! ah! ah! ...una certa pania bianca che parea bava di lumache. Ora egli me lo fece tre volte, con riverenza parlando: due alla antica e una alla moderna; e questa usanza, abbila trovata chi vuole, non mi piace punto: meffé no, che ella non mi piace. Tu hai il torto. Stiamo freschi se io ho il torto; e chi la trovò ebbe dello svogliato: né potea girci gusto veruno se non quello... tu me lo farai dire. Nol mentovare invano, perché è un boccone che se ne fa alla grappa più che delle lamprede; è una vivanda da gran maestri. Abbinsela. Ora al proposito nostro: poi che il baccelliere mi ebbe piantato due volte lo stendardo nella rocca e una nel rivellino, mi dimandò se io avea cenato; e io che al fiato mi avvidi che egli era pasciuto come l’oche dei Giudei, gli risposi di sì: onde egli mi si recò in grembo, e con un braccio mi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino
cingeva il collo e con la mano dello altro mi festeggiava ora le gote e ora le poppe, mescolando le carezze con basci saporiti al possibile; di modo che fra me stessa ringraziava l’ora e il punto del mio farmi suora, giudicando il vero  paradiso  quello  delle  suore.  E  così  stando,  venne  un  gricciolo  al baccelliere e si deliberò di menarmi a processione per il monestero, dicendo: “Dormiremo poi il giorno”; e io che avea visto tanti miracoli in quattro camere, mi parea cento anni di vederne degli altri per le altre. Egli si cavò le scarpe e io le pianelle; e tenendomi egli per mano, gli giva dietro ponendo il piede in terra come avessi a porlo sopra l’uova.
Ragionamento di Pietro Aretino
che poi col capo inanzi la pisciò a fatto al suono di molte peta profumate. E visto che era maschio, chiamaro il padre d’esso, don guardiano, che venne accompagnato da due suore di mezza età: alla venuta del quale si cominciaro a squinternare allegrezze signorili. Dicea il guardiano: “Poiché qui, in questo desco, è carta, penna e inchiostro, io vo’ fare la sua natività”; e disegnato un milione di punti, tirando certe righe infra essi, dicendo non so che della casa di Venere e di Marte, si volse a quella brigata e disse: “Sappiate, sorelle, che mio figliuolo naturale, carnale e spirituale sarà un Messia, uno Antecristo o Melchisedech”; e volendo vedere la buca di donde egli era apparso, tirandomi il mio baccelliere per i panni, gli feci cenno che mi spiaceva vedere altri sanguinacci che quelli del porco sparato.
Ragionamento di Pietro Aretino
Perdonimi il Centonovelle: egli si può andare a riporre. Questo non dico io; ma voglio che egli confessi almeno che le mie son cose vive, e le sue dipinte. Ma non ti ho io da dire? Che? Levatami a nona, sendosi non so come partito a buona otta il gallo della mia parrocchia, e andando a desinare, non potea contener i ghigni vedendo quelle che erano la notte gite in carnafau: e domesticata in pochi dì con Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 35 Pietro Aretino   Ragionamento   Giornata prima � tutte, fui chiarita che sì come i’ vidi altri, altri vide me: cioè in tresca col baccelliere. E disnato che avemmo, salì in pergamo un fra luteriano che avea una voce da far guardie, e sì penetrativa e tonante, che si saria udita da Campidoglio a Testaccio; e fece una essortazione alle suore, di così fatta maniera che arìa convertito la stella Diana.
Ragionamento di Pietro Aretino
Che cose diceva egli? Egli diceva che non era cosa più in odio alla natura che vedere perdere il tempo alla gente, però che ella ce lo ha dato perché lo spendiamo in consolazione d’essa; e che gode del vedere le sue creature crescere e multiplicare, e sopra ogni altra cosa si rallegra quando scorge una donna che, giunta nella vecchiezza, può dir “Mondo, fatti con Dio”; e che oltre le altre, la natura tiene per gioie care le monicelle le quali fanno i zuccherini allo dio Cupido: onde i piaceri che ci dona son più dolci che mille che ne dia alle mondane; affermando ad alta voce che i figliuoli che nascono di frate e di suora sono parenti del Disitte e del Verbumcaro. Ed entrato poi nello amore fino delle mosche e delle formiche, era forte riscaldato nel volere che fosse di bocca della verità tutto quello che usciva della sua. Non è ascoltato sì attentamente un canta-in-panca dagli scioperati, come ascoltavano le buone massaie il cicalone; e data la benedizione con uno di quelli, tu mi intendi, di vetro lungo  tre  spanne,  scese  giuso;  e  infrescandosi  facea  del  vino  quello  che fanno i cavalli della acqua, divorando le confezioni con la ingordigia che divora un asinaccio i sermenti; e gli fu donato più cose che non dona il parentado a chi canta la messa novella, o vero una madre alla figlia che va a marito; e partitosi, chi si diede a fare una bagattella e chi un’altra. E io, tornata in camera, non stei molto che odo percuotermi la porta; onde apro, ed ecco a me il fanciullo del baccelliere che con uno inchino cortigiano mi porge una cosa inguluppata e una lettera piegata nel modo che sono quelle penne con tre cantoni, o spicchi che si gli debba dire, che stanno in cima alle frecce. La soprascritta dicea..., io non so se mi ricorderò delle parole...; aspetta, sì, sì, così dicevano: Queste mie poche e semplici parole,  sciutte co’ miei sospir, scritte col pianto,  sien date in paradiso in man del Sole.
Ragionamento di Pietro Aretino
E chi non si arìa alzato i panni a sì bella canzona? Letta la novella, ripiego la carta e, prima che io me la ponga in seno, la bascio; e tratta la cosa dello invoglio, veggio che egli è uno ufficiuolo molto vago che lo amico mi manda, cioè lo ufficiuolo che io credea che mi mandasse: egli era coperto di velluto verde, che significava amore, con i suoi nastri  di  seta.  E  lo  piglio  sorridendo  e  di  fuora  lo  vagheggio,  tuttavia basciandolo e lodandolo per il più bello che avesse mai visto. E licenciato il messo con dirgli che in vece mia basciasse il suo maestro, rimasa sola apro il libricciuolo per leggere la magnificat: e apertolo, veggiolo pieno di dipinture che  si  trastullano  nella  foggia  che  fanno  le  savie  moniche;  e  scoppiai  in tanto riso nel vedere una che, spingendo le sue cose fuora di una cesta sanza fondo, per una fune si calava su la fava di uno sterminato baccello, che ci corse una sorella che più di alcuna altra si era domesticata meco; e dicendomi “Che significano coteste tua risa?”, sanza corda le dico il tutto; e mostratole il libretto, ce ne demmo insieme uno spasso che ci mise in tanta voglia di provare i modi dipinti, che ci fu forza a consigliarcene col manico di vetro: il quale acconciossi fra le cosce la mia compagnetta sì bene, che parea il cotale di uno uomo drizzato inverso la sua tentazione; onde io gittatami là come una di quelle di ponte Santa Maria, le pongo le gambe in su le spalle; ed ella ficcandomelo ora a buon modo e ora a tristo, mi fece far tosto quello che io avea a fare; e arrecatasi ella alla foggia che mi recai io, le fu renduto da me migliaccio per torta. Sai tu, Nanna, quello che interviene a me udendoti ragionare? No.
Ragionamento di Pietro Aretino
Quello che interviene a uno che odora una medicina: che sanza prenderla altrimenti, va due e tre volte del corpo. Ah! ah! ah! Dico che mi paiono tanto veri i tuoi ragionamenti, che mi hai fatto pisciare sanza che io abbia gustato né tartufo né cardo. Tu mi riprendi del parlare a fette, e poi usi anche tu la favella di chi narra le novelluzze alle bambine dicendo: “Io ho una mia cosa che è bianca come una oca: oca non è, or dimmi ciò ch’ella è”. Io favello per compiacerti, perciò uso le oscurità. Ti ringrazio. Ora seguiamo la antifana. Dopo gli scherzi che ci facemmo l’una a l’altra, ci venne voglia di farci vedere alla grata e alla ruota: dove non potemmo aver luogo, perché tutte erano corse ivi come corrono le lucertole al sole; e la chiesa parea San Piero e San Paolo il dì della stazzone, e fino a monaci e a soldati si davaudienza; e se me lo vuoi credere credimelo, io vidiIacob ebreo che con una gran securtà cianciava con la badessa. Il mondo è corrotto. Io lo dirò, escane che vuole: ci vidi anco uno di quei Turchi disgraziati che si lasciò dare nella ragna in Ungaria. Egli dovea esser fatto cristiano. Basta che vi lo vidi, né ti saprei dire se col battesimo o sanza. Ma sono stata una bestia a prometterti di raccontare in un dì la vita delle suore, perciò che elle in una ora fanno cose che non si narrerebero in uno anno. Il sole si mette in ordine per tramontare, onde io abbreviando farò conto di essere uno che ha fretta di cavalcare: che, benché abbia appitito grande, appena assaggia quattro bocconi bevendo un tratto, e via al suo camino. Lasciami dire un poco. Tu mi dicesti da principio che il mondo non è più quello ch’egli era al tuo tempo: io pensava che tu mi avessi a contare delle suore di allora di quelle cose che sono in sul libro dei santi Padri. Ho errato io, se ti ho detto cotesto: io volli forse dire che non son più come erano al tempo antico. Errò adunque la lingua, non il core. Sia come vuole, io ora non l’ho in mente: attendiamo a questo, che importa più. Dico che tentandomi il demonio, mi lasciai porre il basto da un frate che  era  venuto  da  Studio,  guardandomi  però  dal  baccelliere:  e  come  la fortuna volse, egli mi menava spesso a cena fuora del monestero, non saOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino
Antonia Nanna Antonia Nanna Antonia Nanna Antonia Nanna Antonia Nanna 38 Pietro Aretino   Ragionamento   Giornata prima � pendo che io fossi maritata al baccelliere. E fra le altre, venne per me una sera dopo le avemarie allo improviso e disse: “Cara la mia putta, fammi grazia di venir meco in questo punto, che ti vo menare in un luogo che averai grandissimo piacere: e udirai non pure musiche angeliche, ma recitare una comedietta molto gentile”. Io che avea il capo pieno di grilli, sanza indugiarmi mi spoglio, aitandomi lui; e trattimi i panni sacrati, mi vesto i profumati, cioè i panni da garzone, i quali mi fece fare il primo amante; e postomi in capo un cappelletto di seta verde con una pennetta rossa e un fermaglio d’oro, con la cappa indosso men vado seco. E caminato un tirar di sasso, egli entra in una stradetta lunga e larga mezzo passo, sanza uscita; e fischiando soave soave, udimmo ratto scendere una scala e poi aprire uno uscio,  sul  quale  posto  che  avemmo  il  piede,  apparse  un  paggio  con  un torchio di cera bianca acceso; e salita la scala al lume, comparimmo in una sala ornatissima, tenendomi il mio studiante per mano; e alzando il paggio dal torchio la portiera della camera con dirci “Entrino le Signorie vostre: , entrammo; e tosto che io giunsi, vedesti levarsi suso le persone con la berretta in mano, come fanno le brigate nel dar la benedizione del predicatore. Ivi era il ricetto di tutti i fottisteri sacrati, alla similitudine di una baratteria; e ivi si riducea ogni sorte di suore e di frati, come alla noce di Benevento ogni generazione di streghe e di stregoni. E ripostosi ciascuno a sedere, non si udiva altro che bisbigliare del visetto mio: che, ancora che non stia bene a dirlo a me, sappi Antonia che egli fu bello.
Ragionamento di Pietro Aretino
Ah! ah! ah! Riso averesti tu udendo il dibattimento del rimenarsi loro, mescolato con alcuni ladri detti del facchino, che campeggiavano troppo bene con quelli di madonna fàmmelo. Finito il vespro delle  voci, ci riducemmo in sala, dove era uno apparato per coloro che aveano a recitare la comedia: e già la tenda si dovea scoprire, quando uno percosse fortemente la porta, perché il romore del favellare non lo averia lasciato udire percotendola piano; e restando di mandar giù la tenda, fu aperto al baccelliere. Ché il baccelliere era quello che, a caso passando, batté allo uscio, non sapendo che io gli fossi traditrice; e venuto suso e vistami fare gli amori con lo studiante, mosso da quel maladetto martello che accieca altrui, con quella furia che si avventò il cagnaccio che uccise la cagnuola (come raccontò la novella del frate), mi prese per i ciuffi: e trascinandomi per la sala e poi giù per la scala, non dando cura ai preghi che per me facea ognuno, salvo lo studiante che, tosto che vide il baccelliere, sparve come un raggio dalla girandola, mi condusse sempre percotendomi al monistero; e in presenza di tutte le suore mi diede un cavallo con quella discrizioneche dimostrano i frati nel punire un frate da meno diloro se avviene che egli abbia sputato in chiesa; e fur tali e tante le scorreggiate che con la correggia del leggio mi diede, che mi s’alzò la carne per le natiche una spanna: e quello che più mi dolse fu che la badessa tenea la ragione del baccelliere. Onde io, stata otto giorni ungendomi spesso e bagnandomi con acqua rosa, feci intendere a mia madre che, se mi
Ragionamento di Pietro Aretino
glia di mandar fuore le budella. Egli, udito il tutto, con una prosunzione proprio da pedagogo alzò la portiera e venne dentro sanza altro invito. La sua padrona, che fino alle serve avea allogate, come lo vide disse: “Maestro, tenete in su la briglia la bocca e le mani, e serviteci per istanotte del vostro battisteo”. La pecora, che non avea naso da fiutare il giallo delle rose, né dita da serrare i fori del zufolo, dando poca cura di basciare o di toccare con mano, sfoderò il suo piedi-di-trespolo con la testa fumante e infocato, tutto ricamato di porri; e datogli suso un buffetto, disse: “Questo è al piacer della Signoria Vostra”; ed ella, recatoselo nella palma, dicea: “Il mio passerino, il mio colombino, il mio pincino, entra qui nel tuo armario, nel tuo palagio, nel tuo stato”; e cacciatoselo nella pancia accostatasi al muro, alzando una gamba volle mangiare le salcicce in piedi: e il poltroncione le dava spinte crudeli.  Io  in  quel  mentre  simigliava  una  mona  che  mastica  il  boccone inanzi che lo abbia in bocca: e se non che mi stuzzicai con un pestello di metallo che ivi trovai sopra una cassa (il quale, secondo che me ne venne lo odore, avea pestato canella), certo certo mi moriva per la invidia del piacere altrui.  Ora  il  volto-di-cavallo  diede  compimento  alla  opera;  e  la  donna, stracca e non isfamata, si pose a sedere nel lettuccio: e preso di nuovo il can per la coda, tanto lo aggirò che lo ritornò in gangheri; e facendosi schifo del viso del maestro, si voltò in là, e grappato il salvum me fac con furia se lo mise nel zero; poi lo cavò e se lo ripose nel quadro, e poi nel tondo; e così finì il secondo assalto con dirmi: “C’è ben rimasta la parte tua, sì”. Io che venia meno come un che muor di fame e non può mangiare, mi mettea a ordine per porre il dito in un luogo al volpone, che drizzava il sentimento in un tratto (e imparai tal segreto dal baccelliere, né te lo ho detto perché mi era scordato), quando ecco che udiamo percuoter la porta alla sicura: e si potea ben dire a chi picchiò “O tu sei pazzo, o tu sei di casa”. A quel romore il capo-grosso divenne nel viso come uno che ha fama di buono ed è giunto a rompere una sagrestia; e noi, che avevamo il volto invetriato, salde; al secondo battere ella conobbe il marito; onde si diede a ridere forte forte, e ridea tuttavia più, e rise tanto che il marito udì. Come ella si accorse di esser stata udita, disse: “Chi è giù?”; “Io sono”, disse egli; ed ella: “O marito mio, io scendo, aspetta”. E dettoci “Niuno si parta”, gli gì a aprir; e apertogli, dicea: “Uno spirito mi ha detto “non te ne andare a letto, che certo certo egli non è per dormire fuora istanotte’; e perché non mi venisse addormentata, ho tenuto meco la vicina nostra che, contandomi la vita che la poverina fece nel monestero, miavea fatto tutta commovere; e se non che,  accortami  cheil  nostro  maestro  è  un  fa-la-ninna,  me  lo  feci  venire inanzi rallegrandomi con le sue castronaggini, la facea male”. E menato il credo in deum suso, sanza intendere altro, si pose a ridere vedendo il mae-
Ragionamento di Pietro Aretino
sua grazia: per lui, bisognando, vo’ morire”. In questo eccoti i farisei alla porta, che erano cinque o sei e parevano mille; e uno d’essi con voce imperiale mi dice: “Putta viegia, tu te ne pentirai; e quel gallina-bagnata che ti gratta la schiena, giuro a dios che lo mattaremo”. “Voi farete ciò che poterete” rispondo io, “e non fate atto da signore a cercare di sforzare le persone”; e volendo dire altro, il mio baccellone mi tira la veste e dice: “Non più, non più, se non vuoi che io sia tagliato a pezzi dagli Spagnuoli”; e tiratami dentro, mi rendé più grazie per la stima che mostrai di far di lui, che non rendeno quelli che escono di prigione ai rioni che ne gli cavano per la festa di mezzo agosto. E la mattina mi fece una veste di raso ranciato gloriosa; e non lo aresti colto fuora dalla avemaria in là se gli avessi dato un reame, tanto era impaurito degli Spagnuoli, dubitando che lo imbasciatore non gli fesse fare un Xse in sul volto; e a ogni proposito diceva: “Ti so dire che la mia tale tratta ben questi imbasciatori”. Antonia Nanna Perché dicea così? Perché gli dava ad intendere che ne avea piantati nove sotto una scala di bel gennaio, facendogli stare ivi fino al dì ad aspettarla; che io gli giurava: “La tal notteche tu dormisti meco, il tale se lo menò in cantina; la altra poi, il cotale corteggiò il pozzo del cortile”; ed egli allegro. E acciò che io non avessi cagione di farmi imbasciadrice, mi raddoppiò i presenti dicendo a ciascuno: “Io le sono obligato e basta”. Belle astuzie. Bella è questa: io dormiva spesso con uno squassa-pennacchi che, quando si gli diceva “Guàrdati dalla tale”, egli entrava in sul dire: “Io ah? a me, ah? Nella guardia di Siena, di Genova e di Piacenza ne ho fatte quelle poche; i miei non son danari da puttane, non per Dio”. E così vantandosi, mi accorgo di dieci scudi che egli ha in borsa, e gliene averei potuti tòrre la notte, e in cambio d’essi lasciandoci carboni: ma gli ebbi come intenderai. Egli si stava un dì in casa mia, tutto rappreso dal martellar che gli faceva il core per avere io accennato di essermi imbertonata di uno altro; e vedendolo star così, me ne vado a lui; e mesegli le mani nella barba e datogli due tiratelle dolci dolci, gli dico: “Chi è la tua putta?”; e così dicendo mi gli pongo a sedere in collo, e allargandogli le cosce con un ginocchio lo feci tutto risentire;  e  basciandogli  il  viso,  muove  a  dirmi:  “È  si  sia”;  e  taciuto  con  un sospiro che mi fece vento, tanto fu grande, lo abbraccio, lo accarezzo sì bene che tutto lo ritornai in sé. E mentre gli dico “Voglio che istanotte dormiamo insieme”, la porta è percossa da uno che veniva ad arte; e fattasi la fantesca alla finestra, mi dice: “Signora, egli è il maestro”, “Dì che venga suso”, le rispondo io; ed egli, venuto, mi chiede dieci scudi che gli restava a Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino