avviluppare

[av-vi-lup-pà-re]
avvilùppo
In sintesi
aggrovigliare, avvolgere

A
v.tr.

1
Avvolgere confusamente formando un viluppo: a. il filo della matassa || fig. Confondere, ingarbugliare: il caso si diverte spesso ad a. le faccende umane SIN. aggrovigliare, intricare
2
Avvolgere con più giri una cosa in un'altra, cingere tutto intorno: a. il ferito in un lenzuolo; a. il capo nello scialle

B
v.intr. pr

avviluppàrsi Intricarsi: il filo si è tutto avviluppato

Citazioni
II Lo  re  Federigo  di  Cicilia  è  trafitto  con  una  bella  storia  da  ser  Mazzeo speziale di Palermo. Di  valoroso  e  gentile  animo  fu  il  re  Federigo  di  Cicilia  nel  cui tempo fu uno speziale in Palermo, chiamato ser Mazzeo, il quale avea per consuetudine ogni anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata  in  cuffia,  mettersi  una  tovagliuola  in  collo  e  portare  allo  re dall’una mano in un piattello cederni e dall’altra mele; e lo re questo dono ricevea graziosamente. Avvenne  che  questo  ser  Mazzeo,  venendo  nel  tempo  della  vecchiezza, cominciò alquanto a vacillare, e non sì però che l’usato presente di fare non seguisse. Fra l’altre volte, essendosi molto ben pettinato, e assettata la chioma sotto la cuffia, tolse la tovagliuola e’ piattelli de’ cederni e delle mele per fare l’usato presente; e messosi in cammino, pervenne alla porta del palazzo del re. Il portinaio, veggendolo, cominciò a fare scherne di lui e a tirargli il bendone della cuffia; e contendendosi da lui, e un altro il tirava d’un’altra parte, però che quasi il tenevano insensato; e così datoli la via, or da uno e ora da un altro fu tanto tirato e rabbuffato che tutto il capo avea avviluppato; e  con  tutto  questo,  s’ingegnò  di  portar  pure  a  salvamento  il  presente, giugnendo  dinanzi  al  re  con  debita  reverenza.  Lo  re,  veggendolo  così schermigliato, disse: — Ser Mazzeo, che vuol dir questo, che tu sei così avviluppato? Rispose ser Mazzeo: — Monsignore, egli è quello che voi volete. Lo re disse: — Come è? Ser Mazzeo disse: — Sapete voi qual è la più bella storia che sia nella Bibbia? Lo re, che era di ciò intendentissimo, rispose: — Assai ce ne sono, ma il superlativo grado non saprei ben quale. Allora ser Mazzeo disse: — Se mi date licenzia vel dirò io. Rispose lo re: — Di’ sicuramente ciò che tu vuogli.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— Io non ci veggio se non un modo, che questo vostro garzone si metta qualche straccio indosso, sì che paia gaglioffo, e vada quassù da questa piaggia, dove troverrà una chiesa: chiami ser Cione, che è là prete, e da mia  parte  dica  mi  presti  dodici  pani:  questo  dico  perché,  se  questi  che fanno questi mali troverrano un garzoncello malvestito, non gli diranno alcuna cosa. Mostrato la via al garzone, v’andò malvolentieri, però che era di notte,  e  mal  si  vedea.  Pauroso,  come  si  dee  credere,  si  mosse,  andandosi avviluppando  or  qua  or  là,  sanza  trovare  questa  chiesa  mai;  ed  essendo intrato in uno boschetto, ebbe veduto dall’una parte un poco d’albore che dava in uno muro. Avvisossi d’andare verso quello, credendo fosse la chiesa; e giunto là su una grande aia, s’avvisò quella essere la piazza; e ’l vero era che quella era casa di lavoratore: andossene là, e cominciò a bussare l’uscio. Il lavoratore, sentendo, grida: — Chi è là? E ’l garzone dice: — Apritemi, ser Cione, ché il tal oste dal ponte Agliana mi manda a voi, che gli prestiate dodici pani. Dice il lavoratore: — Che pani? ladroncello che tu se’, che vai appostando per cotesti malandrini.  Se  io  esco  fuori,  io  te  ne  manderò  preso  a  Pistoia,  e  farotti impiccare. Il garzone, udendo questo, non sapea che si fare; e stando così come fuor di sé, e volgendosi se vedesse via che ’l potesse conducere a migliore porto, sentì urlare un lupo ivi presso alla proda del bosco, e guardandosi attorno vide su l’aia una botte dall’uno de’ lati, tutta sfondata di sopra, ed era ritta; alla quale subito ricorse, ed entrovvi dentro, aspettando con gran paura quello che la fortuna di lui disponesse. E  così  stando,  ecco  questo  lupo,  come  quello  che  era  forse  per  la vecchiezza stizzoso, e accostandosi alla botte, a quella si cominciò a grattare; e così fregandosi, alzando la coda, la detta coda entrò per lo cocchiume. Come il garzone sentì toccarsi dentro con la coda, ebbe gran paura; ma pur veggendo quello che era, per la gran temenza si misse a pigliar la coda, e di non lasciarla mai giusto il suo podere, insino a tanto che vedesse quello che dovesse essere di lui. Il lupo, sentendosi preso per la coda, cominciò a tirare: il garzone tien forte, e tira anco elli; e così ciascuno tirando, e la botte cade,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
signore, e dice quello ch’e’ portinari hanno detto. E ’l signore mostra di adirarsi, e dice: — Dunque m’hanno i miei servi per così dappoco? per lo corpo e per lo sangue, che io scavezzerò loro le braccia su la colla. Messer Dolcibene, che s’avvedea, dice al signore: — Deh, non facciamo tanti atti; tu fai fare tutto questo, e fa’ lo per istraziarmi; ma quando io mel porrò in cuore, io me n’andrò a tuo dispetto. Disse il signore: —  Se  tu  puo’  far  cotesto,  o  che  vieni  per  licenzia  e  per  bullette? vattene ogni ora segnato e benedetto. Disse messer Dolcibene: — Vuo’ tu, s’io posso? Disse il signore: — Sì sì, va’ pur via. E  messer  Dolcibene  si  parte,  e  vassene  a  uno  luogo  s’uccideano  li castroni e’ porci; e toglie uno coltellaccio, e tutto quanto l’avviluppò nel sangue, e sale a cavallo, e portalo alla scoperta in alto, mostrando che con esso avesse fatto omicidio; e dà degli sproni, correndo verso la porta. La gente  gridava:  “Che  è,  che  è?”  E  chi  dicea:  “Piglia”;  e  chi:  “Pigliate”;  e messer Dolcibene gridava: — Oimè lasciatemi andare, ch’io ho morto il todesco Casalino. Come la gente udiva questo, chi a man giunte gli priega drieto, e chi in un modo, e chi in un altro, dicendo: — Dio ti dia grazia che tu scampi e che tu vada salvo. Giugnendo alla porta, i portinari si fanno incontro per pigliarlo e con le spade e con lance, e averebbonlo fatto; ma come udirono lui dire avere morto il tedesco Casalino, le lance e le spade di piatto si menavono, e davano maggiori colpi che poteano su la groppa al cavallo, gridando: “Piglia, piglia”; ogni cosa feciono, perché fuggisse bene; e così, uscendo fuori della porta a sproni battuti, s’andò con Dio. E acciò che questa novella sia meglio gustata, questo tedesco Casciolino fu il più sgraziato padovano che mai fosse in Padova, e non era niuno, non che bene gli volesse, ma che non bramasse a lui venire ogni male. Era ricchissimo, e per questa disgrazia si partì di Padova con ciò ch’egli avea, e vennesene a Firenze, e comperò casa, e puosesi su la piazza di Santa Croce; e comperò il bel luogo da Rusciano, il quale è oggi di messer Antonio degli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
ad una piccola novelletta delle sue. Egli pregava pure Dio, quando fosse stato a mangiare con altrui, che la vivanda fosse rovente, acciò che mangiasse la parte del compagno; e quando erano pere guaste ben calde, al compagno rimaneva il tagliere: d’altro non potea far ragione. Avvenne per caso una volta che mangiando Noddo e altri insieme, ed essendo posto Noddo a tagliere con uno piacevole uomo, chiamato Giovanni Cascio; e venendo maccheroni boglientissimi; e ’l detto Giovanni, avendo più volte udito de’ costumi di Noddo, veggendosi posto a tagliere con lui, dicea fra sé medesimo: “Io son pur bene arrivato, che credendo venire a desinare, e io sarò venuto a vedere trangusgiare Noddo, e anco i maccheroni per più acconcio del fatto; purché non manuchi me, io n’andrò bene”. Noddo comincia a raguazzare i maccheroni, avviluppa, e caccia giù; e n’avea già mandati sei bocconi giù, che Giovanni avea ancora il primo boccone su la forchetta, e non ardiva, veggendolo molto fumicare, appressarlosi alla bocca. E considerando che questa vivanda conveniva tutta andarne in Cafarnau, se non tenesse altro modo, disse fra sé stesso: “Per certo tutta la parte mia non dee costui divorare”. Come Noddo pigliava uno boccone, ed egli ne pigliava un altro, e gittavalo in terra al cane, e avendolo fatto più volte, dice Noddo: — Omei, che fa’ tu? Dice Giovanni: — Anzi tu che fai? non voglio che tu manuchi la parte mia; vogliola dare al cane. Noddo ride, e studiavasi; e Giovanni Cascio si studiava e gittava al cane. Alla per fine dice Noddo: — Or oltre, facciamo adagio, e non gli gittare. E quelli risponde: —  E’  mi  tocca  torre  due  bocconi,  quando  tu  uno,  per  ristoro  di quello che hai mangiato, non avendo io potuto mangiare uno boccone. Noddo si contendea; e Giovanni dicendo: — Se tu torrai più che uno boccone, quando io due, io gittarò la parte mia al cane. Finalmente Noddo consentì, e convenne che mangiasse a ragione; la qual cosa in tutta la vita sua non avea fatto, né avea trovato chi a tavola il tenesse a siepe. E la detta novella piacque più a quelli che v’erano a mangiare, che tutte le vivande che ebbono in quella mattina. Così trovò, chi sanza misura trangusgiava, chi gli diede ordine di mangiare consolatamente con una nuova esperienza.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
polso che quasi aveano perduto, dando licenza ad ogni uomo che ritornasse a casa. E di questa novella, e per Macerata e per l’altre terre da presso, più dì n’ebbono gran piacere considerando all’acqua e alla caduta di frate Antonio. E così sono spesse volte e ignoranti e matti i popoli che in tempo di guerra massimamente, cadendo un quarto di noci, o rompendo una gatta uno catino, si moveranno a romore credendo che siano inimici: e su questo come tordi ebbri s’anderanno avviluppando perdendo ogni loro intelletto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
taverna, e ivi gli mise li due pani innanzi, e disse: — Mangia gagliardamente. Essendo costui ed elli alla taverna, mangiò quanto li piacque e del pane e del cascio di Bertino; e del vino, che Bertino fece venire, bevve quanto gli fu di piacere. Fatto che Bertino ebbe questa cortese lemosina, disse: — Va’, che sie benedetto —; e partissi. Avvenne poi per caso che certa gente d’arme de’ nimici, cavalcando verso Castelfalfi se ne menorono molto bestiame minuto del detto Bertino. E avendolo menato, feciono loro avviso che colui, di cui egli era, andrebbe per riscattarlo; e missono certo aguato. E così venne lor fatto; che andando Bertino co’ suoi fiorini, da costoro fu preso e menato a Casole, su quel di Volterra:  e  là  fu  nelle  gambe  sconciamente  inferriato.  E  così  stando  un giorno co’ ferri in gamba al sole, lo saccardo, a cui elli avea dato il cascio, passando dove Bertino assai tapino si stava, cominciò a figurare il detto Bertino, e avendolo mirato un pezzo, dice: — Buon uomo, e’ mi ti par pure conoscere. E Bertino, guardando lui, dicea: — Gnaffe, io non conosco te, ch’io sappia. E questo era assai possibile; però che ’l saccardo era guerito, e bene in arnese; e dice a Bertino: — Per certo tu se’ esso, per tal segnale, che tu hai il dito grosso. Allora Bertino cominciò quasi a conoscerlo. E ’l saccardo disse: — Raccordati del cascio che mi desti a Santo Miniato? E quelli disse: — Figliuolo mio, io ti conosco ora. Dice il saccardo: — Non voglia Dio che io non te ne renda guidardone; farai com’io ti dirò: io ti recherò domattina una lima sorda, con che tu segherai cotesti ferri;  e  menerò  colui,  che  t’ha  preso,  altrove,  e  io  tornerò  per  te,  e accompagnerotti insino a casa tua. Bertino disse: — Figliuolo, io terrò sempre la vita per te. Questo saccardo la mattina portò la lima a Bertino, e menò alla taverna chi ’l tenea preso; e quando fu bene avvinazzato, lo condusse a giucare; ed essendo avviluppato nel giuoco, il saccardo lo lasciò e tornò a Bertino, il quale s’era spastoiato, e condusselo a Castelfalfi, e mai non lo abbandonò. Dove il detto Bertino gli volle dare de’ suoi fiorini, e nessuno non ne volle
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
donne vanno in cappucci e mantelli. I più de’ gioveni sanza mantello vanno in zazzera. Elle non hanno se non a tòrre le brache, e hanno tolto tutto; elle sono  sì  piccole  che  agevolmente  verrebbe  loro  fatto,  però  ch’egli  hanno messo il culo in uno calcetto; e al polso danno un braccio di panno; mettono in uno guanto più panno che in uno cappuccio. D’una cosa mi conforto che ciascuno s’ha incatenare i piedi, seguendo così nell’altra persona. Forse serà fare penitenza ciascuno di tante cose vane; che si sta un dì in questo mondo, e in quello si mutano mille fogge e ciascuno cerca libertà, ed elli stesso se la toglie. Ha fatto il nostro Signore il piè libero; e molti con una punta lunghissima non possono andare. Fece le gambe a gangheri, e molti con lacci se l’hanno sì incannate che appena si possono porre a sedere; lo ’mbusto è tutto in istrettoie, le braccia con lo strascinìo del panno, il collo asserragliato da’ cappuccini; il capo arrandellato con le cuffie in su la zazzera di notte che tutto il dì poi la testa par segata. E così non si finirebbe mai di dire delle donne, guardando allo smisurato traino de’ piedi, e andando infino al capo; dove tutto dì su per li tetti, chi l’increspa, e chi l’appiana, e chi l’imbianca, tanto che spesso di catarro si muoiono. O vanagloria dell’umane posse, che per te si perde la vera gloria. E di questo più non vo’ parlare; però ch’io mi avvilupperei ne’ fatti loro, e dell’altre cose non potrei parlare.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Comincerò dunque dall’instanze contenute nel libretto delle conclusioni, e poi verrò all’altre. Primieramente, dunque, l’autore con grand’acutezza va calcolando quante miglia per ora fa un punto della superficie terrestre posto sotto l’equinoziale, e quante si fanno da altri punti posti in altri paralleli; e non contento di investigar tali movimenti in tempi orarii, gli trova anco in un minuto d’ora, né contento del minuto, lo ritrova sino a uno scrupolo secondo; ma più, e’ va insino a mostrar apertissimamente quante miglia farebbe in tali tempi una palla d’artiglieria, posta nel concavo dell’orbe lunare, suppostolo anco tanto grande quanto l’istesso Copernico se lo figura, per levar tutti i sutterfugii all’avversario: e fatta quest’ingegnosissima ed esquisitissima supputazione, dimostra che un grave cadente di lassù consumerebbe assai più di sei giorni per arrivar sino al centro della Terra, dove naturalmente tendono tutte le cose gravi. Ora, quando dall’assoluta potenza divina o da qualche angelo fusse miracolosamente trasferita lassù una grossissima  palla  di  artiglieria,  e  posta  nel  nostro  punto  verticale  e  di  lì lasciata in sua libertà, è ben, per suo e mio parere, incredibilissima cosa che ella nel descendere a basso si andasse sempre mantenendo nella nostra linea verticale, continuando di girare con la Terra intorno al suo centro per tanti giorni, descrivendo sotto l’equinoziale una linea spirale nel piano di esso cerchio massimo, e sotto altri paralleli linee spirali intorno a coni, e sotto i poli cadendo per una semplice linea retta. Stabilisce poi e conferma questa grand’improbabilità  co  ‘l  promover,  per  modo  di  interrogazioni,  molte difficultà impossibili a rimuoversi da i seguaci del Copernico; e sono, se ben mi ricorda... Piano  un  poco:  di  grazia,  signor  Simplicio,  non  vogliate  avvilupparmi con tante novità in un tratto; io ho poca memoria, e però mi bisogna andar di passo in passo. E perché mi sovviene aver già voluto calcolare in quanto tempo un simil grave, cadendo dal concavo della Luna, arriverebbe nel centro della Terra, e mi par ricordare che il tempo non sarebbe sì lungo, sarà bene che voi ci dichiate con qual regola quest’autore abbia fatto il suo computo. Hallo fatto, per provare il suo intento a fortiori, vantaggioso assai per la parte avversa, supponendo che la velocità del cadente per la linea verticale verso il centro della Terra fusse eguale alla velocità del suo moto circolare fatto nel cerchio massimo del concavo dell’orbe lunare, al cui ragguaglio verrebbe a fare in un’ora dodicimila seicento miglia tedesche, cosa che veramente ha dell’impossibile; tuttavia, per abbondare in cautela e dar tutti i vantaggi alla parte, ei la suppone per vera, e conclude il tempo della caduta dovere ad ogni modo esser più di sei giorni.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
avvenia, in tanto che gravissimo gli era il poter comportare il gran disio così nascoso come facea, non essendo da alcuna speranza atato; e più volte seco, da questo amor non potendo disciogliersi, diliberò di morire. E pensando seco del modo, prese per partito di volere questa morte per cosa per la quale apparisse lui morire per l’amore che alla reina aveva portato e portava: e questa cosa propose di voler che tal fosse, che egli in essa tentasse la sua fortuna in potere o tutto o parte aver del suo disidero. Né si fece a voler dir parole alla reina o a voler per lettere far sentire il suo amore, ché sapeva che invano o direbbe o scriverebbe, ma a voler provare se per ingegno con la reina giacer potesse; né altro ingegno né via c’era se non trovar modo come egli in persona del re, il quale sapea che del continuo con lei non giacea, potesse a lei pervenire e nella sua camera entrare. Per che, acciò che vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei andava, andasse, più volte di notte in una gran sala del palagio del re, la quale in mezzo era tra la camera del re e quella della reina, si nascose: e intra l’altre una notte vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran mantello e aver dall’una mano un torchietto acceso e dall’altra una bacchetta, e andare alla camera della reina e senza dire alcuna cosa percuotere una volta o due l’uscio della camera con quella bacchetta e incontanente essergli aperto e toltogli di mano il torchietto. La qual cosa veduta, e similmente vedutolo ritornare, pensò di così dover fare egli altressì: e trovato modo d’avere un mantello simile a quello che al re veduto avea e un torchietto e una mazzuola, e prima in una stufa lavatosi bene acciò che non forse l’odor del letame la reina noiasse o la facesse accorgere dello inganno, con queste cose, come usato era, nella gran sala si nascose. E sentendo che già per tutto si dormia e tempo parendogli o di dovere al suo disiderio dare effetto o di far via con alta cagione alla bramata morte, fatto con la pietra e con l’acciaio che seco portato avea un poco di fuoco, il suo torchietto accese e chiuso e avviluppato nel mantello se n’andò all’uscio della camera e due volte il percosse con la bacchetta. La camera da una cameriera tutta sonnacchiosa fu aperta e il lume preso e occultato: laonde egli, senza alcuna cosa dire, dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se n’entrò nel letto nel quale la reina dormiva. Egli disiderosamente in braccio recatalasi, mostrandosi turbato, per ciò che costume del re esser sapea che quando turbato era niuna cosa voleva udire, senza dire alcuna cosa o senza essere a lui detta più volte carnalmente la reina cognobbe. E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la troppo stanza gli fosse cagione
Decameron di Giovanni Boccaccio
ta più volli ricevere: come che io credo, se più fosse perseverato (come, per quello che io presumma, egli se ne andò disperato), veggendolo io consumare come si fa la neve al sole, il mio duro proponimento si sarebbe piegato, per ciò che niun disidero al mondo maggiore avea.” Disse allora il pellegrino: “Madonna, questo è sol quel peccato che ora vi tribola. Io so fermamente che Tedaldo non vi fece forza alcuna: quando voi di lui v’innamoraste, di vostra propria volontà il faceste, piacendovi egli, e come voi medesima voleste a voi venne e usò la vostra dimestichezza, nella quale e con parole e con fatti tanta di piacevolezza gli mostraste, che, s’egli prima v’amava, in ben mille doppi faceste l’amor raddoppiare. E se così fu, che so che fu, qual cagion vi dovea poter muovere a torglivi così rigidamente? Queste cose si volevan pensare innanzi tratto; e se credavate dovervene, come di mal far, pentere, non farle. Così come egli divenne vostro, così diveniste voi sua. Che egli non fosse vostro potavate voi fare a ogni vostro piacere, sì come del vostro; ma il voler torre voi a lui che sua eravate, questa era ruberia e sconvenevole cosa dove sua volontà stata non fosse. Or voi dovete sapere che io son frate, e per ciò li loro costumi io conosco tutti; e se io ne parlo alquanto largo a utilità di voi, non mi si disdice come farebbe a un altro. E egli mi piace di parlarne, acciò che per innanzi meglio gli conosciate che per adietro non pare che abbiate fatto. Furon già i frati santissimi e valenti uomini, ma quegli che oggi frati si chiamano e così vogliono esser tenuti, niuna altra cosa hanno di frate se non la cappa, né quella altressì è di frate, per ciò che, dove dagl’inventori de’ frati furono ordinate strette e misere e di grossi panni e dimostratrici dell’animo, il quale le temporali cose disprezzate avea quando il corpo in così vile abito avviluppava, essi oggi le fanno larghe e doppie e lucide e di finissimi panni, e quelle in forma hanno recate leggiadra e pontificale, in tanto che paoneggiar con esse nelle chiese e nelle piazze, come con le lor robe i secolari fanno, non si vergognano. E quale col giacchio il pescatore d’occupar ne’ fiumi molti pesci a un tratto, così costoro, con le fimbrie ampissime avvolgendosi, molte pinzochere, molte vedove, molte altre sciocche femine e uomini d’avilupparvi sotto s’ingegnano, e è loro maggior sollecitudine che d’altro essercizio. E per ciò, acciò che io più vero parli, non le cappe de’ frati hanno costoro ma solamente i colori delle cappe. E dove gli antichi la salute disideravan degli uomini, quegli d’oggi disiderano le femine e le ricchezze; e tutto il loro studio hanno posto e pongono in ispaventare con romori e con dipinture le menti degli sciocchi e in
Decameron di Giovanni Boccaccio
uccidere; e armatosi, il dì seguente con alcun suo famigliare montò a cavallo e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si ripuose in aguato donde doveva il Guardastagno passare. E avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide disarmato con due famigliari appresso disarmati, sì come colui che di niente da lui si guardava; e come in quella parte il vide giunto dove voleva, fellone e pieno di maltalento, con una lancia sopra mano gli uscì adosso gridando: “Traditor, tu se’ morto!”, e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa. Il Guardastagno, senza potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia cadde e poco appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto s’avesse, voltate le teste de’ cavalli, quanto più poterono si fuggirono verso il castello del lor signore. Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e con le proprie mani il cuor gli trasse, e quel fatto avviluppare in un pennoncello di lancia, comandò a un de’ suoi famigliari che nel portasse; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito, che di questo facesse parola, rimontò a cavallo e essendo già notte al suo castello se ne tornò. La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo l’aspettava, non vedendol venir si maravigliò forte e al marito disse: “E come è così, messer, che il Guardastagno non è venuto?” A cui il marito disse: “Donna, io ho avuto da lui che egli non ci può essere di qui domane”, di che la donna un poco turbatetta rimase. Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse: “Prenderai quel cuor di cinghiare e fa che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento.” Il cuoco, presolo e postavi tutta l’arte e tutta la sollecitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, ne fece un manicaretto troppo buono. Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La vivanda venne, ma egli, per lo maleficio da lui commesso nel pensiero impedito, poco mangiò. Il cuoco gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e lodogliele molto. La donna, che svogliata non era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto. Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l’ebbe mangiato, disse: “Donna, chente v’è paruta questa vivanda?” La donna rispose: “Monsignore, in buona fé ella m’è piaciuta molto.”
Decameron di Giovanni Boccaccio
uscita segretamente una notte di casa il padre e al porto venutasene, trovò per ventura alquanto separata dall’altre navi una navicella di pescatori, la quale, per ciò che pure allora smontati n’erano i signori di quella, d’albero e di vela e di remi la trovò fornita. Sopra la quale prestamente montata e co’ remi alquanto in mar tiratasi, ammaestrata alquanto dell’arte marineresca sì come generalmente tutte le femine in quella isola sono, fece vela e gittò via i remi e il timone e al vento tutta si commise, avvisando dover di necessità avvenire o che il vento barca senza carico e senza governator rivolgesse, o a alcuno scoglio la percotesse e rompesse, di che ella, eziandio se campar volesse, non potesse ma di necessità annegasse; e avviluppatasi la testa in un mantello nel fondo della barca piagnendo si mise a giacere. Ma tutto altramenti adivenne che ella avvisato non avea: per ciò che, essendo quel vento che traeva tramontana e questo assai soave, e non essendo quasi mare e ben reggente la barca, il seguente dì alla notte che sù montata v’era, in sul vespro ben cento miglia sopra Tunisi a una piaggia vicina a una città chiamata Susa ne la portò. La giovane d’esser più in terra che in mare niente sentiva, sì come colei che mai per alcuno accidente da giacere non aveva il capo levato né di levare intendeva. Era allora per avventura, quando la barca ferì sopra il lito, una povera feminetta alla marina la quale levava dal sole reti di suoi pescatori. La quale, vedendo la barca, si maravigliò come con la vela piena fosse lasciata percuotere in terra; e pensando che in quella i pescator dormissono, andò alla barca e niuna altra persona che questa giovane vi vide; la quale essalei che forte dormiva chiamò molte volte e, alla fine fattala risentire e all’abito conosciutala che cristiana era, parlando latino la dimandò come fosse che ella quivi in quella barca così soletta fosse arrivata. La giovane, udendo la favella latina, dubitò non forse altro vento l’avesse a Lipari ritornata; e subitamente levatasi in piè riguardò a torno e, non conoscendo le contrade e veggendosi in terra, domandò la buona femina dove ella fosse. A cui la buona femina rispose: “Figliuola mia, tu se’ vicina a Susa in Barberia.” Il che udito, la giovane, dolente che Idio non le aveva voluto la morte mandare, dubitando di vergogna e non sappiendo che farsi, a piè della sua barca a seder postasi cominciò a piagnere. La buona femina, questo vedendo, ne le prese pietà e tanto la pregò, che in una sua capannetta la menò, e quivi tanto la lusingò, che ella le disse come quivi arrivata fosse; per che, sentendo-
Decameron di Giovanni Boccaccio
passate! Deh, ricòrditi de’ varii diletti da noi molte volte in varie cose presi, de’ quali ricordandoti tu, sono certa niuna altra donna mai mi ti potrà tòrre. E quasi questa credenza più che altra mi rende sicura che falsa sia l’udita novella della nuova sposa, la quale, ancora che vera fosse, non spero mi ti potesse tòrre, se non un tempo. Dunque ritorna; e se i graziosi diletti non hanno forza di qua tirarti, tìritici il volere da morte turpissima liberare colei che sopra tutte le cose t’ama. Ohimè! che se tu ora tornassi, appena ch’io creda che tu mi riconoscessi, sì m’ha trasformata l’angoscia. Ma certo, ciò che infinite lagrime m’hanno tolto, brieve letizia,  vedendo  il  tuo  bel  viso,  mi  renderebbe, e  senza  fallo  tornerei quella Fiammetta che già fui. Deh, vieni, vieni, ché ’l cuor ti chiama: non lasciar perire la giovinezza mia presta a’ tuoi piaceri. Ohimè! ch’io non so con che freno io temperassi la mia letizia, se tu tornassi, in modo che a tutti manifesta non fosse; per che io, e meritatamente, dubito che ’l nostro amore, lungamente e con grandissimo senno e sofferenza celato, non si scoprisse a ciascuno. Ma ora pur venissi tu a vedere, se così ne’ prosperi casi come negli avversi l’ingegnose bugie avessero luogo! Ohimè! or fossi tu già venuto, e se meglio non potesse essere, sapesselo chi volesse, ché a tutto mi crederei dare riparo. E questo detto, quasi come se egli le mie parole avesse intese, sùbito mi levava e correva alla finestra, me nell’estimazione ingannando d’udire quello che io udito non avea, cioè che egli la nostra porta toccasse, come era usato. Oh quante volte, se i solleciti amanti avessero saputo questo, forse sarei stata potuta ingannare, se alcuno malizioso sé Panfilo avesse finto a cotali punti! Ma poi che la finestra aperta aveva, e riguardata la porta, gli occhi del conosciuto inganno mi faceano più certa; e cotale la vana letizia in me con turbazione sùbita si volgeva, quale, poi che il forte albero rotto da’ potenti venti con le vele ravviluppate in mare a forza da quelli è trasportato, la tempestosa onda cuopre senza contrasto il legno periclitante. E nel modo usato alle lagrime ritornando, miseramente piango, e isforzandomi poi di dare alla mente riposo, con gli occhi chiusi allettando gli umidi sonni, tra me medesima in cotal guisa gli chiamo: “O Sonno, piacevolissima quiete di tutte le cose, e degli animi vera pace, il quale ogni cura fugge come nemico, vieni a me, e le mie sollecitudini alquanto col tuo operare caccia del petto mio. O tu, che i corpi ne’ duri affanni gravati diletti, e ripari le nuove fatiche, come non vieni? Deh, tu dài ora a ciascun altro riposo: donalo a me, più che altra di ciò bisognosa.
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
uccidere l’avesse sanza indugio voluto, e disse: — Cavalier traditore, né tu né altri mi farà di qui mutare, più che mi piaccia. Il siniscalco, crucciato e impaurito per la compagnia che con lui vedea, si tirò indietro con intendimento di tornargli adosso con più compagni;  ma  Florio,  alzata  la  testa,  e  rimirando  il  piano,  vide Biancofiore assai presso del fuoco, già da alcuno sergente presa per volerlavi gittare; e vedendola Florio vestita di nero, colei che solea essere perfetta luce del suo cuore, e vedendo i begli occhi pieni di lagrime, e i biondi capelli sanza alcuno maestrevole legamento attorti e avviluppati al capo, e le dilicate mani legate con forte legame, e lei in mezzo di vile e disutile gente, incominciò per pietà sotto il lucente elmo il più dirotto pianto del mondo, dicendo: “Ohimè, dolcissima Biancofiore, mai non fu mio intendimento che nel mio padre tanta di crudeltà regnasse, che verso di te potesse men che bene adoperare, né mai credetti vederti a tal partito. Ma unque gli iddi non m’aiutino, se tu non se’ da me aiutata, o io insieme teco prenderò la morte, o tu e io insieme lietamente viveremo. E queste parole fra sé dette, ferì il cavallo degli sproni fieramente, rompendo la calcata gente, la quale già per la partita del siniscalco aveano riempiuta l’ampiezza del fatto cerchio da lui; e rifatto col poderoso cavallo nuovo e maggiore spazio, comandò a’ sergenti, che già Biancofiore voleano gittare nel fuoco, che incontanente sciogliendole le mani la dovessero lasciare, né più avanti toccarla, per quanto il vivere fosse loro a grado. Egli fu ubidito sanza dimoro; e i sergenti per tema tutti indietro si tirarono. Allora Florio rivolto a lei con alta voce disse: — Giovane damigella, fugga da te ogni paura, ché gl’iddi, pietosi di te, vogliono che io ti difenda: dimmi qual sia la cagione per che il re t’ha fatta giudicare a sì crudele morte, come è questa che apparecchiata ti veggio, ché io ti prometto, che ragione o non ragione che il re abbia,  infino  che  i miei  compagni  e  io  avremo  della  vita,  per amore di Florio, cui io amo quanto me medesimo, e per amor della tua piacevolezza, ti difenderemo.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
mi romperò il collo, vorrò godermi l’orrore del precipizio sotto di me! Tanto peggio per voi se non capite. Allora ei le afferrò la mano per forza, divorando tutta la sua bellezza palpitante con uno sguardo assetato, e balbettò: – Volete?... volete?... Ella non rispose, e fece uno sforzo per ritirare la mano. Polidori implorava la sua grazia con parole concitate, deliranti. Le ripeteva una domanda, una preghiera, sempre la stessa, con diverse inflessioni di voce che andavano a ricercare la donna nelle più intime fibre di tutto il suo essere; ella ne sentiva la vampa, le sembrava di esserne avviluppata e divorata, soverchiata da un languore mortale e delizioso; e cercava di svincolarsi, pallida, smarrita, colle labbra convulse, spiando il viale di qua e di là con occhi pazzi di terrore, contorcendosi sotto quella stretta possente, facendo forza con tutte e due le mani febbrili per strapparsi da quell’altra mano che sentiva ardere sotto il guanto. Infine, vinta, fuori di sé, balbettò: – Sì! sì! sì! e fuggì dinanzi a qualcuno di cui si udiva avvicinarsi il calpestìo. Uscendo dal giardino era così sconvolta che stette per buttarsi sotto i cavalli di una carrozza. Aveva avuto un appuntamento! Quello era stato un appuntamento! E ripeteva macchinalmente, balbettando: – È questo! è questo! Si sentiva tutta piena ed ebbra di cotesta parola, e le sue labbra smorte agitavansi senza mandare alcun suono, vagamente assaporando la colpa. Andò barcollante sino alla prima carrozza che incontrò; e si fece condurre dalla sua Erminia, quasi in cerca di aiuto. La sua amica, vedendosela comparire dinanzi con quel viso, le corse incontro fin sull’uscio del salotto. – Che hai? – Nulla! nulla! – Come sei bella! Cos’hai? Ella, invece di rispondere, le saltò al collo e le fece due baci pazzi. La signora Erminia era abituata alle sfuriate d’amicizia della sua Maria. Si misero a guardare insieme le fotografie che avevano viste cento volte, e i fiori che erano da un mese sul terrazzino. In quel momento, per combinazione, passava Polidori nel phaeton del suo amico Guidetti, col sigaro in bocca, e salutò la signora Erminia allo stesso modo come avrebbe potuto salutare Maria, se l’avesse scorta rincantuc-
Novelle sparse di Giovanni Verga
Or avvenne che i due viaggiatori, i quali m’aveano parlato nel cortile, passarono nel frangente di quella crisi, ed osservando la nostra dimestichezza s’avvisarono naturalmente che noi fossimo marito e moglie almeno; però soprastando su l’uscio della rimessa, l’un d’essi, ed era il viaggiatore curioso, c’interrogò: E domattina partirete voi per Parigi? – Posso rispondere per me solo, diss’io: e la signora soggiunse che andava a Amiens. Vi abbiamo desinato ieri, disse il semplice viaggiatore – E voi andando a Parigi, mi disse l’altro, vi passerete propriamente per mezzo. Poco mancò ch’io non gli rendessi infinite grazie della notizia che Amiens fosse su la strada di Parigi; ma avvedendomi ch’io pigliava appunto allora tabacco nella scatoletta di corno del mio frate dabbene – risposi pacificamente con un inchino, ed augurai loro un tragitto prospero a Douvre – Ci lasciarono soli. Or chi pregasse quest’afflitta gentildonna perch’ella accetti la metà del suo sterzo? – e che male ci sarebb’egli? dissi tra me; e che infortunio tremendo ne verrebb’egli? Ogni sordida passione e trista propensione della mia natura gridarono all’arme, mentr’io proponeva il partito – Ci vorrà il terzo cavallo, dicea l’AVARIZIA; e ti trarrà di tasca un’altra ventina di lire – Tu non sai chi mai sia costei, dicea la DIFFIDENZA – Nè in che brighe questo imbroglio può avvilupparti, bisbigliava la CODARDIA. Fa  conto,  Yorick!  dicea  la  CIRCOSPEZIONE,  ch’e’  si  dirà  che  tu viaggi con l’amica, e che vi siete data la posta a Calais – Tu  non  potrai  più  d’oggi  in  poi,  gridò  strepitando  l’IPOCRISIA, mostrar  la  tua  faccia  al  popolo  –  Nè  promuoverti,  aggiunse  la MEDIOCRITA1, nelle dignità della Chiesa – E finchè tu campi, disse l’ORGOGLIO, ti rimarrai prebendario cencioso. –  Ma  io  fo  pure  una  gentilezza,  diss’io  –  E  perchè  per  lo  più  mi governo col primo impulso, e perciò quasi mai non do retta a cotali cabale che non ti giovano a nulla, ch’io sappia, fuorchè a smaltarti il cuor di diamante – mi volsi tosto alla dama... – Ma mentre il concilio mio disputava, la dama se n’era ita, nè me n’accorsi; anzi nel punto ch’io pronunziava la mia sentenza, ella avea fatto da dieci o dodici passi lungo la via; e m’affrettai dietro a lei per farle con bella maniera la mia proferta: ma notai ch’ella se n’andava con la guancia appoggiata alla palma – col tardo e misurato portamento della meditazione, e  con  gli  occhi  fitti  di  passo  in  passo  sul  suolo;  onde  venni  in  pensiero
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
IL MISTERO (PARIGI) E chi ha  in  pratica  l’umano  cuore  può  dire  s’io  poteva  risalire  sul fatto nella mia stanza – avrei tastato un freddo tono e rallentata con una nota minore la stretta d’una musica che m’aveva agitati tutti gli affetti – E però, poich’ebbi lasciata la mano della fanciulla – io mi rimasi soletto per alcun tempo su quella porta, a riguardare almanaccando chiunque passava – quando un oggetto venne a usurparsi egli solo tutte le mie congetture, eludendo ad un tempo ogni mio raziocinio sovr’esso. Parlo d’una lunga persona, d’aspetto filosofico, asciutto, affilato; la quale posatamente andava e veniva per quella via; e dopo forse sessanta passi, ritornava davanti all’hôtel – d’anni cinquantadue – con una cannuccia sotto l’ascella – giubba, camiciuola e brache di color cupo; un po’ benemerite per lungo servigio – ma si confacevano a quell’aria modesta d’economica  propreté. Dall’atto con che si levava il cappello, e s’accostava alla maggior parte delle persone che gli passavano da lato, m’accorsi ch’ei domandava la carità: onde aspettando anch’io la mia volta, sciolsi la borsa ad apparecchiargli un paio di soldi – ripassò; ma non mi fe’ motto – nè mi s’era dilungato sei passi ch’ei domandò la limosina a una femminella – e da lei a me, io aveva più sembianza da poter dare – Se n’era appena spedito, ed eccoti dal lato medesimo un’altra donna, a cui egli inchinandosi sporgeva tosto il cappello – in quel mezzo un vecchio gentiluomo veniva a bell’agio, e un damerino  sveltissimo  s’affrettava  a  gran  passi  –  l’accattone  li lasciò andare. Rimasimi dunque a mirarlo ed a rimirarlo per più di mezz’ora, nel qual tempo egli girò innanzi e dietro più volte; e m’accertai ch’ei perseverava impreteribilmente nel proprio metodo. Qui due singolarissime cose mi si dibattevano nel cervello – ma senza pro – primamente, perchè mai colui narrasse la sua novella unicamente alle donne  –  inoltre,  che  specie  di  novella,  e  che  specie  d’eloquenza  si  fosse quella  ch’egli  avea  paragonata  inefficace  su  gli  uomini,  e  potentissima  a intenerire l’animo d’ogni donna. Aggiungi  due  circostanze  che  ravviluppavano  quel  mistero:  l’una, che il poco ch’egli aveva da dire alle donne lo sussurrava all’orecchio più in via di secreto che di richiesta – l’altra, che mai non si partì a mani vote – non tentò donna che non ponesse immediatamente mano alla borsa per lui. Nè ho potuto ideare sistema che spiegasse il fenomeno. Ma avendo trovato un enigma per passatempo di quella sera, mi raccolsi nella mia stanza. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
di bambagia assai rada, e troppo misere a chiudere convenientemente) siano dalla cameriera o appuntate con lunghi spilloni, o cucite con ago e refe, in guisa che oppongano argine competente a’ confini del signore. II. – La signora pretende che il signore si corichi ravviluppato tutta notte nella sua vesta da camera. Ricusasi: tanto più che il signore non possede vesta da camera, e non ha nella sua valigia fuorchè sei camicie, ed un paio di brache di seta nera. L’aver  mentovato  le  brache,  mandò  sossopra  l’articolo  –  e  furono richieste in compenso della vesta da camera; laonde si stipulò ch’io dormissi con le mie brache di seta nera. III. – La signora pretende, e sarà stipulato, che non sì tosto il signore giacerà a letto, e la candela ed il foco saranno spenti, egli non dirà per tutta quanta la notte una sola parola. Accettasi: salvo che quando il signore dirà le sue devozioni, ciò non s’apponga a violazione del trattato. S’era trasandato un unico punto di poco rilievo, ed è: in che modo ci saremmo spogliati, e coricati ne’ nostri letti – or non v’era che un modo solo; però il lettore può immaginarlo da sè; protesto bensì che ov’ei trapassasse i termini della verecondia naturale, e non ne imputasse la colpa alla sua fantasia, io me ne richiamerò solennemente – la qual mia doglianza non è già la prima, nè l’unica. Or poichè ciascheduno fu sotto le coltri, io – fosse la novità – o che si fosse – nol so; ma io mi giaceva a occhi spalancati, e cercava il sonno di qua e di là, – e mi voltava, e smaniava, e mi rivoltava – suonò mezzanotte – e poi un’ora – la natura e la pazienza erano all’agonia – O Gesù mio! dissi... – Avete rotto l’accordo, disse la signora, la quale anch’essa non aveva chiuso mezz’occhio. Le domandai tante e tante scuse – ripetendo tuttavia che la mia era una iaculatoria, nè più nè meno – e la signora si puntigliava a rispondere ch’io aveva rotto irremissibilmente l’accordo; ed io le andava dicendo che no; e me ne appellava alla clausola dell’articolo III. Ma mentre la signora voleva vincere il suo punto, disarmava da per sè le proprie barriere; perchè nell’ardore del diverbio mi giunse all’orecchio il tintinnìo di tre o quattro spilloni che cascando sullo spazzo, lasciavano aperta una breccia nelle cortine. In buona fede, e sull’onor mio, signora mia, neppure per un diadema – e stesi in via d’asserzione il mio braccio fuori del letto – (e voleva dire che
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
dunque,  vistosi  così  sbeffato  in  pubblico,  e  rivestito  per  forza  della  sua natural pelle d’asino, non osò pure apertamente far gran vendetta di me; non mi fece più lavorare per lui, e rimase frenato e fremente dalla vergogna che gli avrei potuta fare scoprendolo. Il che non feci pur mai: ma io rideva veramente di cuore nel sentire raccontare dagli altri come era accaduto il fatto del potebam nella scuola; nessuno però dubitava ch’io ci avessi avuto parte. Ed io verisimilmente era anche contenuto nei limiti della discrezione, da quella vista della mano alzatami sul capo, che mi rimaneva tuttora sugli occhi, e che doveva essere il naturale ricatto di tante palle mal impiegate per farsi vituperare. Onde io imparai sin da allora, che la vicendevole paura era quella che governava il mondo. Fra queste puerili insipide vicende, io spesso infermo, e sempre mal sano, avendo anche consumato quell’anno di Rettorica, chiamato poi al solito esame fui giudicato capace di entrare in Filosofia. Gli studi di codesta filosofia si facevano fuori dell’Accademia, nella vicina Università, dove si andava due volte il giorno; la mattina era la scuola di geometria; il giorno, quella di filosofia, o sia logica. Ed eccomi dunque in età di anni tredici scarsi diventato filosofo; del qual nome io mi gonfiava tanto più, che mi collocava già quasi nella classe detta dei grandi; oltre poi il piacevolissimo balocco dell’uscire di casa due volteil giorno; il che poi ci somministrava spesso l’occasione di fare delle scorsarelle per le strade della città così alla sfuggita, fingendo di uscire di scuola per qualche bisogno. Benché dunque io mi trovassi il più piccolo di tutti quei grandi fra quali era sceso nella galleria del Secondo Appartamento, quella mia inferiorità di statura, di età e  di  forze  mi  prestava  per  l’appunto  più  animo  ed  impegno  di  volermi distinguere. Ed in fatti da prima studiai quanto bisognava per figurare alle ripetizioni che si facevano poi in casa la sera dai nostri ripetitori accademici.  Io  rispondeva  ai  quesiti  quanto  altri,  e  anche  meglio  talvolta;  il  che doveva essere in me un semplice frutto di memoria, e non d’altro; perché a dir vero io certamente non intendeva nulla di quella filosofia pedantesca, insipida per se stessa, ed avviluppata poi nel latino, col quale mi bisognava tuttavia contrastare, e vincerlo alla meglio a forza di vocabolario. Di quella geometria,  di  cui  io  feci  il  corso  intero,  cioè  spiegati  i  primi  sei  libri  di Euclide, io non ho neppur mai intesa la quarta proposizione; come neppure la intendo adesso; avendo io sempre avuta la testa assolutamente antigeometrica. Quella scuola poi di filosofia peripatetica che si faceva il dopo pranzo, era una cosa da dormirvi in piedi. Ed in fatti, nella prima mezz’ora Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
con questo nuovo impulso cancellando dal cuore quella non degna fiamma, e di andare ad oncia ad oncia riacquistando il mio già sì lungamente alloppiato intelletto. Non mi trovava almeno più nella dura e risibile necessità di farmi legare su la mia seggiola, come avea praticato più volte fin allora, per impedire in tal modo me stesso dal potere fuggir di casa, e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei tanti compensi ch’io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza. Stavano i miei legami nascosti sotto ilmantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s’accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola. E così ci passava dell’ore non poche. Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi passato quell’accesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi. Ed in tante e sì diverse maniere mi aiutai da codesti fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere in quel baratro. E tra le strane maniere che in ciò adoperai, fu certo stranissima quella di una mascherata, ch’io feci nel finire di codesto carnevale, al publico ballo del teatro.  Vestito da Apollo assai bene, osai di presentarmivi con la cetra, e strimpellando alla meglio, di cantarvi alcuni versacci fatti da me, i quali anche  con  mia  confusione  trascriverò  qui  in  fondo  di  pagina.  Una  tale sfacciataggine era in tutto contraria alla mia indole naturale. Ma, sentendomi io pur troppo debole ancora a fronte di quella arrabbiata passione, poteva forse meritare un qualche compatimento la cagione che mi movea a fare simili scenate; che altro non era se non se il bisogno ch’io sentiva in me stesso di frapporre come ostacolo per me infrangibile la vergogna del ricadere in quei lacci, che con tante publicità avrei vituperati io medesimo. E in questo modo, senza avvedermene, io per non dovermi vergognar di bel nuovo, in publico mi svergognava. Né queste ridicole e insulse colascionate, avrei  osato  trascrivere,  se  non  mi  paresse  di  doverle,  come  un  autentico monumento della mia imperizia in ogni convenienza e decenza, qui tributare alla verità. Fra queste sì fatte scede io mi andava pure davvero infiammando a poco a poco del per me nuovo bellissimo ed altissimo amore di gloria. E finalmente dopo alcuni mesi di continui consulti poetici, e di logorate grammatiche  e  stancati  vocabolari,  e  di  raccozzati  spropositi,  io  pervenni  ad appiccicare alla peggio cinque membri ch’io chiamai atti, e il tutto intitolai
Vita di Vittorio Alfieri