avvezzare

[av-vez-zà-re]
avvézzo
In sintesi
abituare a qualcosa
v.rifl.

avvezzàrsi Abituarsi, assuefarsi: avvezzarsi al lavoro, alla rinuncia

Citazioni
placar l’ira del cielo, e dar suo dritto a la giustizia umana. Così pur i’ potrei quetar l’anima afflitta, e, con un giusto sentimento interno di meritata morte mortificando i sensi, avvezzarmi al morire, e con tranquillo varco passar fors’anco a più tranquilla vita. Ma troppo, oimè! Nicandro, troppo mi pesa in sì giovane etate, in sì alta fortuna, il dover così subito morire, e morir innocente. Piacesse al ciel che gli uomini più tosto avesser contra te, ninfa, peccato, che tu peccato incontra ‘l cielo avessi, ch’assai più agevolmente oggi potremmo ristorar te del violato nome, che lui placar del violato nume. Ma non so già veder chi t’abbia offesa, se non te stessa tu, misera ninfa. Dimmi: non se’ tu stata in loco chiuso trovata con l’adultero? e con lui sola con solo? e non se’ tu promessa al figlio di Montano? e tu per questo non hai la fede marital tradita? Come dunque innocente? E pur, in tanto e sì grave fallir, contra la legge non ho peccato, ed innocente sono. Contra la legge di natura forse non hai, ninfa, peccato: “Ama, se piace”; ma ben hai tu peccato incontra quella degli uomini e del cielo: “Ama, se lice”.
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Della Casa   Galateo � ad  ascoltarla;  non  solamente  perché  così  ha  l’uomo  più  lungo  spazio  di avvezzarsi ad essere quale ella insegna e a divenire suo domestico e ad esser de’ suoi, ma ancora perocché la tenera età, sì come pura, più agevolmente si tigne  d’ogni  colore;  e  anco  perché  quelle  cose,  alle  quali  altri  si  avvezza prima, sogliono sempre piacer più. E per questa cagione si dice che Diodato, sommo maestro di proferir le commedie, volle essere tuttavia il primo a proferire egli la sua, comeché degli altri, che dovessero dire innanzi a lui, non  fosse  da  far  molta  stima;  ma  non  volea  che  la  voce  sua  trovasse  le orecchie altrui avvezze ad altro suono, quantunque verso di sé peggior del suo. Poiché io non posso accordare l’opera con le parole, per quelle cagioni che io ti ho dette, come il maestro Chiarissimo fece, il quale seppe così fare come insegnare, assai mi fia l’aver detto in qualche parte quello che si dee fare, poiché in nessuna parte non vaglio a farlo io; ma, perciocché in vedendo il buio si conosce quale è la luce e in udendo il silenzio sì si impara che sia il suono, sì potrai tu, mirando le mie poco aggradevoli e quasi oscure maniere,  scorgere  quale  sia  la  luce  de’  piacevoli  e  laudevoli  costumi.  Al trattamento de’ quali, che tosto oggimai arà suo fine, ritornando, diciamo che i modi piacevoli sono quelli che porgon diletto o almeno non recano noia ad alcuno de’ sentimenti, né all’appetito né all’imaginazion di coloro co’ quali noi usiamo: e di questi abbiamo noi favellato fin ad ora. XXVI Ma tu dei oltre a ciò sapere che gli uomini sono molto vaghi della bellezza e della misura e della convenevolezza e, per lo contrario, delle sozze cose e contraffatte e difformi sono schifi: e questo è spezial nostro privilegio, ché gli altri animali non sanno conoscere che sia né bellezza né misura alcuna, e perciò, come cose non comuni con le bestie ma proprie nostre, debbiam noi apprezzarle per se medesime e averle care assai, e coloro vieppiù che  maggior  sentimento  hanno  d’uomo,  sì  come  quelli  che  più  acconci sono a conoscerle. E, comeché malagevolmente isprimere appunto si possa che cosa bellezza sia, nondimeno acciocché tu pure abbi qualche contrassegno dell’esser di lei, voglio che sappi che, dove ha convenevole misura fra le parti verso di sé e fra le parti e ‘l tutto, quivi è la bellezza; e quella cosa veramente bella si può chiamare, in cui la detta misura si truova. E, per quello  che  io  altre volte  ne  intesi  da  un  dotto  e  scienziato  uomo,  vuole essere la bellezza uno quanto si può il più e la bruttezza per lo contrario è
Galateo di Giovanni Della Casa
postomi Fedro in mano, con molta sorpresa sua e rossore mio, vide e mi disse che non l’intendeva, ancorché l’avessi già spiegato in età di dieci anni; ed in fatti provandomici a leggerlo traducendolo in italiano, io pigliava dei grossissimi granchi, e degli sconci equivoci. Ma il valente pedagogo, avuto ch’egli ebbe così ad un tempo stesso il non dubbio saggio e della mia asinità, e della mia tenacissima risoluzione, m’incoraggì molto, e in vece di lasciarmi il Fedro mi diede l’Orazio, dicendomi: “Dal difficile si viene al facile; e così  sarà  cosa  più  degna  di  lei.  Facciamo  degli  spropositi  su  questo scabrosissimo  principe  dei  lirici  latini,  e  questi  ci  appianeran  la  via  per scendere  agli  altri”.  E  così  si  fece;  e  si  prese  un  Orazio  senza  commenti nessuni; ed io spropositando, costruendo, indovinando, e sbagliando, tradussi a voce tutte l’Odi dal principio di gennaio a tutto il marzo. Questo studio  mi  costò  moltissima  fatica,  ma  mi  fruttò  anche  bene,  poiché  mi rimise in grammatica senza farmi uscire di poesia. In quel frattempo non tralasciava però di leggere e postillare sempre i poeti italiani, aggiungendone qualcuno dei nuovi, come il Poliziano, il Casa,  e  ricominciando  poi  da  capo  i  primari;  talché  il  Petrarca  e  Dante nello spazio di quattr’anni lessi e postillai forse cinque volte. E riprovandomi di tempo in tempo a far versi tragici, avea già verseggiato tutto il Filippo. Ma benché fosse venuto alquanto men fiacco e men sudicio della Cleopatra, pure quella versificazione mi riusciva languida, prolissa, fastidiosa e triviale. Ed in fatti quel primo Filippo, che poi alla stampa si contentò di annoiare il pubblico con soli millequattrocento e qualche versi, nei due primi tentativi pertinacemente volle annoiare e disperare il suo autore con più di due  mila  versi,  in  cui  egli  diceva  allora  assai  meno  cose,  che  nei millequattrocento dappoi. Quella lungaggine e fiacchezza di stile, ch’io attribuiva assai più alla penna mia che alla mente mia, persuadendomi finalmente ch’io non potrei mai dir bene italiano finché andava traducendo me stesso dal francese, mi fece  finalmente  risolvere  di  andare in  Toscana  per  avvezzarmi  a  parlare, udire, pensare, e sognare in toscano, e non altrimenti mai più. Partii dunque nell’aprile del ’76, coll’intenzione di starvi sei mesi, lusingandomi che basterebbero a disfrancesarmi. Ma sei mesi non disfanno una triste abitudine di dieci e più anni. Avviatomi alla volta diPiacenza e di Parma, me n’andava a passo tardo e lento, ora in biroccio, ora a cavallo, in compagnia de’ miei poetini tascabili, con pochissimo altro bagaglio, tre soli cavalli, due
Vita di Vittorio Alfieri