avventizio

[av-ven-tì-zio]
In sintesi
che viene dall'esterno; occasionale, provvisorio
← dal lat. adventicĭu(m), deriv. di advenīre ‘giungere, arrivare’.

A
agg.

1
Che viene di fuori, estraneo, forestiero || Gente, popolazione avventizia, non originaria del paese in cui vive
2
estens. Non essenziale; accidentale, occasionale
3
estens. Temporaneo, provvisorio, spec. di lavoro, incarico e sim.: impiego a.; guadagno, lavoro a. || Impiegato, lavoratore avventizio, che non fa parte del ruolo ordinario di un'amministrazione ma è assunto temporaneamente per sopperire a necessità transitorie
4
BOT Di organo che si forma su parti adulte, fuori dalle parti propriamente vegetative: fusto a.; radici avventizie

B
s.m.

(f. -zia) Impiegato, lavoratore avventizio

Citazioni
Eccolo là. Vi fu messo subito che cominciaste a guardare le minuzie, e non ve ne sete accorto, sì grande è stato l’accrescimento del lume nel resto della parete. Or tolgasi via lo specchio piano. Eccovi levata via ogni reflessione, ancorché vi sia rimasto il grande specchio convesso. Rimuovasi questo ancora, e poi vi si riponga quanto vi piace: voi non vedrete mutazione alcuna di luce in tutto il muro. Eccovi dunque mostrato al senso come la reflessione del Sole fatta in ispecchio sferico convesso non illumina sensibilmente i luoghi circonvicini. Ora che risponderete voi a questa esperienza? Io ho paura che qui non entri qualche giuoco di mano. Io veggo pure, nel riguardar quello specchio, uscire un grande splendore, che quasi mi toglie la vista, e, quel che più importa, ve lo veggo sempre da qualsivoglia luogo ch’io lo rimiri, e veggolo andar mutando sito sopra la superficie dello specchio, secondo ch’io mi pongo a rimirarlo in questo o in quel luogo: argomento necessario, che il lume si reflette vivo assai verso tutte le bande, ed in conseguenza così potente sopra tutta quella parete come sopra il mio occhio. Or  vedete  quanto  bisogni  andar  cauto  e  riservato  nel  prestare  assenso  a quello che il solo discorso ci rappresenta. Non ha dubbio che questo che voi dite ha assai dell’apparente; tuttavia potete vedere come la sensata esperienza mostra in contrario. Come dunque cammina questo negozio? Io  vi  dirò  quel  che  ne  sento,  che  non  so  quanto  vi  sia  per  appagare.  E prima, quello splendore così vivo che voi vedete sopra lo specchio, e che vi par che ne occupi assai buona parte, non è così grande a gran pezzo, anzi è piccolo assai assai; ma la sua vivezza cagiona nell’occhio vostro, mediante la reflessione fatta nell’umido de gli orli delle palpebre, la quale si distende sopra la pupilla, una irradiazione avventizia, simile a quel capillizio che ci par di vedere intorno alla fiammella di una candela posta alquanto lontana, o vogliate assimigliarla allo splendore avventizio di una stella; che se voi paragonerete  il  piccolo  corpicello,  verbigrazia,  della  Canicola,  veduto  di giorno col telescopio, quando si vede senza irradiazione, col medesimo veduto di notte coll’occhio libero, voi fuor di ogni dubbio comprenderete che  l’irraggiato  si  mostra  più  di  mille  volte  maggiore  del  nudo  e  real corpicello: ed un simile o maggior ricrescimento fa l’immagine del Sole che voi vedete in quello specchio; dico maggiore, per esser ella più viva della stella, come è manifesto dal potersi rimirar la stella con assai minor offesa alla vista, che questa reflession dello specchio. Il reverbero dunque, che si ha da participare sopra tutta questa parete, viene da piccola parte di quello specchio; e quello che pur ora veniva da tutto lo specchio piano, si participava Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
moto  della  nave;  ma  quando  l’aria  si  movesse  con  pari  velocità,  niuna immaginabil  diversità  si  troverebbe  né  in  questa  né  in  qualsivoglia  altra esperienza, come appresso son per dirvi. Or, quando in questo caso non apparisca diversità alcuna, che si deve pretender di veder nella pietra cadente dalla sommità della torre, dove il movimento in giro è alla pietra non avventizio e accidentario, ma naturale ed eterno, e dove l’aria segue puntualmente il moto della torre, e la torre quel del globo terrestre? Avete voi, signor Simplicio, da replicar altro sopra questo particulare? Simplicio Salviati Non altro, se non che non veggio sin qui provata la mobilità della Terra. Né io tampoco ho preteso di provarla, ma solo di mostrare come dall’esperienza portata da gli avversarii per argomento della fermezza non si può cavar nulla; sì come credo mostrar dell’altre. Di grazia, signor Salviati, prima che passare ad altro, concedetemi che io metta in campo certa difficultà che mi si è raggirata per la fantasia mentre voi stavi con tanta flemma sminuzolando al signor Simplicio questa esperienza della nave. Noi siam qui per discorrere, ed è bene che ogn’uno muova le difficultà che gli sovvengono, ché questa è la strada per venir in cognizion del vero. Però dite. Quando sia  vero  che  l’impeto  col  quale  si  muove  la  nave  resti  impresso indelebilmente nella pietra, dopo che s’è separata dall’albero, e sia in oltre vero che questo moto non arrechi impedimento o ritardamento al moto retto all’ingiù, naturale alla pietra, è forza che ne segua un effetto meraviglioso in natura. Stia la nave ferma, e sia il tempo della caduta d’un sasso dalla cima dell’albero due battute di polso: muovasi poi la nave, e lascisi andardal medesimo luogo l’istesso sasso, il quale, per le cose dette, metterà pur il tempo di due battute ad arrivare a basso, nel qual tempo la nave avrà, verbigrazia, scorso venti braccia, talché il vero moto della pietra sarà stato una linea trasversale, assai più lunga della prima retta e perpendicolare, che è la sola lunghezza dell’albero: tuttavia la palla l’avrà passata nel medesimo tempo. Intendasi di nuovo il moto della nave accelerato assai più, sì che la pietra nel cadere dovrà passare una trasversale ancor più lunga dell’altra; ed insomma, crescendosi la velocità della nave quanto si voglia, il sasso cadente descriverà le sue trasversali sempre più e più lunghe, e pur tutte le passerà nelle medesime due battute di polso: ed a questa similitudine, quando in cima di una torre fusse una colubrina livellata e con essa si tirassero tiri di punto bianco, cioè paralleli all’orizonte, per poca o molta carica che si desse al pezzo, sì che la palla andasse a cadere ora lontana mille braccia, or quattro mila, or sei mila, or dieci mila etc., tutti questi tiri si spedirebbero in
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Anzi mi sarà gratissimo, perché mi ricordo che quando studiavo logica, mai non potetti restar capace di quella tanto predicata dimostrazion potissima di Aristotile. Seguitiamo dunque: e dicami il signor Simplicio qual sia il moto che fa quel sassetto stretto nella cocca della canna, mentre il fanciullo la muove per tirarlo lontano. Il moto del sasso sin che è nella cocca è circolare cioè va per un arco di cerchio, il cui centro stabile èla snodatura della spalla, e il semidiametro la canna co ‘l braccio. E quando la pietra scappa dalla canna, qual è il suo moto? séguit’ella di continuare ‘l suo precedente circolare, o pur va per altra linea? Non séguit’altrimenti di muoversi in giro, perché così non si discosterebbe dalla spalla del proiciente, dove che noi la veggiamo andar lontanissima. Di che moto dunque si muove ella? Lasciate ch’io ci pensi un poco, perché non ci ho più fatto fantasia. Signor Sagredo, udite all’orecchio: ecco il quoddam reminisci in campagna, bene inteso. Voi ci pensate molto, signor Simplicio! Secondo me il moto concepito nell’uscir della cocca non può esser se non per linea retta; anzi pur è egli necessariamente per linea retta, intendendo del puro impeto avventizio. Mi dava un poco di fastidio il vedergli descriver un arco; ma perché tal arco piega sempre all’ingiù, e non verso altra parte,  comprendo  che  quel  declinare  vien  dalla  gravità  della  pietra,  che naturalmente  la  tira  al  basso.  L’impeto  impresso  dico  senz’altro  ch’è  per linea retta. Ma per qual linea retta? perché infinite e verso tutte le bande se ne posson produrre dalla cocca della canna e dal punto della separazion della pietra dalla canna. Muovesi per quella che è alla dirittura del moto che ha fatto la pietra con la canna. Il  moto  della  pietra,  mentre  era  nella  cocca,  già  avete  detto  che  è  stato circolare; ora repugna l’esser circolare e a dirittura, non essendo nella linea circolare parte alcuna di retto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
repugnante alla sua posizione: e pur, persuaso da tanti altri rincontri, ci si mantenne, e l’ebbe per vera. Oltre a queste cose, il far che tutti i pianeti, insieme con la Terra, si muovano intorno al Sole, come centro delle lor conversioni, e che la Luna sola perturbi cotale ordine, ed abbia il suo movimento proprio intorno alla Terra, e che insieme insieme ed essa e la Terra e tutta la sfera elementare si muova in un anno intorno al Sole, par che alteri in guisa l’ordine, che lo renda inverisimile e falso. Queste son quelle difficultà che  mi  fanno  maravigliare  come  Aristarco  e  il  Copernico,  che  non  può esser che non l’abbiano osservate, non le avendo poi potute risolvere, ad ogni modo abbiano per altri mirabili riscontri confidato tanto in quello che la ragione gli  dettava,  che  pur  confidentemente  abbiano  affermato,  non poter la struttura dell’universo avere altra forma che la da loro disegnata. Ci sono poi altre gravissime e bellissime difficultà, non così agevoli da esser risolute da gli ingegni mediocri, ma però penetrate e dichiarate dal Copernico, le quali noi rimetteremo più di sotto, doppo che averemo risposto ad altre opposizioni di altri, che si mostrano contrarie a questa posizione. Ora venendo alle dichiarazioni e risposte alle tre addotte gravissime obiezioni, dico  che  le  due  prime  non  solamente  non  contrariano  al  sistema Copernicano, ma grandemente ed assolutamente lo favoriscono; perché e Marte e  Venere si mostrano diseguali a se stessi, secondo le proporzioni assegnate, e Venere sotto il Sole si mostra falcata, e va puntualmente mutando sue figure nello stesso modo che fa la Luna. Sagredo Salviati Ma com’è stato questo occulto al Copernico, e manifesto a voi? Queste cose non possono esser comprese se non co ‘l senso della vista, il quale da natura non è stato conceduto a gli uomini tanto perfetto, che sia potuto arrivare a discerner tali differenze; anzi pur lo strumento stesso del vedere a se medesimo reca impedimento: ma doppo che all’età nostra è piaciuto a Dio di concedere all’umano ingegno tanto mirabil invenzion, di poter perfezionar la nostra vista co ‘l multiplicarla 4, 6, 10, 20, 30 e 40 volte, infiniti oggetti che, o per la loro lontananza o per la loro estrema piccolezza, ci erano invisibili, si sono co ‘l mezo del telescopio resi visibilissimi. Ma  Venere e Marte non sono de gli oggetti invisibili per la lor lontananza o piccolezza, anzi pur gli comprendiamo noi con la semplice vista naturale: perché dunque non distinguiamo noi le differenze delle grandezze e figure loro? In questo ci ha gran parte l’impedimento del nostro occhio stesso, come pur ora vi ho accennato, dal qualegli oggetti risplendenti e lontani non ci vengono rappresentati semplici e schietti; ma ce gli porge inghirlandati di raggi avventizii e stranieri, così lunghi e folti, che il lor nudo corpicello ci si mostra ingrandito 10, 20, 100 e mille volte più di quello che ci si rappreOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
come i quadrati de i lor diametri, ed un cerchio che abbia quattro dita di diametro ad un altro che ne abbia dodici ha quella proporzione che ha il quadrato di quattro al quadrato di dodici, cioè che ha 16 a 144, e però sarà maggior di quello nove volte, e non tre: che sia per avvertimentoal signor Simplicio. E seguendo avanti, se noi aggiugneremo la capellatura medesima di quattro dita a un cerchio che avesse due dita di diametro solamente, già il diametro della ghirlanda sarebbe dieci dita, e la piazza del cerchio all’area del nudo corpicello sarebbe come 100 a 4, ché tali sono i quadrati di 10 e di 2; l’ingrandimento dunque sarebbe di 25 volte tanto: e finalmente le 4 dita di crini aggiunte a un picciol cerchio d’un dito  di  diametro  l’ingrandirebbero  81  volte:  e  così  continuamente  i ricrescimenti si fanno con maggior e maggior proporzione, secondo che gli oggetti reali, che si ricrescono, son minori e minori. Sagredo La difficultà che ha dato fastidio al signor Simplicio, veramente non l’ha dato a me, ma son bene alcune altre cose delle quali io desidero più chiara intelligenza; ed in particolare vorrei intendere sopra qual fondamento voi affermate che tale ricrescimento sia sempre eguale in tutti gli oggetti visibili. Già mi son io in parte dichiarato, mentre ho detto ricrescer solamente gli oggetti lucidi, e non gli oscuri; ora aggiungo il rimanente: che degli oggetti risplendenti quelli che son di luce più viva, maggior fanno e più forte la reflessione sopra la nostra pupilla, onde molto più mostrano d’ingrandirsi che i manco lucidi. E per non mi distender più lungamente sopra questo particolare, venghiamo a quello che la vera maestra ci insegna. Guardiamo questa sera, quando l’aria sia bene scurita, la stella di Giove; noi la vedremo raggiante assai e molto grande: facciamo poi passar la vista nostra per un cannello, o anco per un piccolo spiraglio che, strignendo il pugno ed accostandocelo all’occhio, lasceremo tra la palma della mano e le dita, o veramente per un foro fatto con un sottile ago in una carta; vedremo il disco del medesimo Giove spogliato de i raggi, ma così piccolo che ben lo giudicheremo minore anco della sessantesima parte di quello che ci apparisce la sua gran fiaccola veduta con l’occhio libero: potremo doppo riguardare il Cane, stella bellissima e maggior di tutte l’altre fisse, la quale all’occhio libero si rappresenta non gran fatto minor di Giove; ma toltagli poi nel modo detto la capellatura, si vedrà il suo disco così piccolo, che ben non si giudicherà la ventesima parte di quel di Giove, anzi chi non è di vista perfettissima a gran fatica lo scorgerà: dal che si può ragionevolmente concludere che tale stella, come quella che è di un lume grandemente più vivo che quel di Giove, fa la sua irradiazione maggiore che Giove la sua. L’irradiazion poi del Sole e della Luna è come nulla, mediante la grandezza loro, la quale occupa per sé sola tanto spazio nell’occhio nostro, che non lascia luogo per i raggi avventizii; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
tal che i dischi loro si veggono tosi e terminati. Potremo assicurarci della medesima verità con un’altra esperienza, da me più volte fatta; assicurarci, dico, come i corpi splendenti di luce più vivace si irraggiano assai più che quelli che sono di luce più languida. Io ho più volte veduto Giove e Venere insieme, lontani dal Sole 25 o 30 gradi, ed essendo l’aria assai imbrunita, Venere pareva bene 8 ed anco 10 volte maggior di Giove, mentre però si riguardavono con l’occhio libero; ma guardati poi co ‘l telescopio, il disco di Giove si scorgeva veramente maggior quattro e più volte di quel di Venere ma la vivacità dello splendor di  Venere era incomparabilmente maggiore della luce languidissima di Giove: il che da altro non procedeva che dall’esser Giove lontanissimo dal Sole e da noi, e Venere vicina a noi ed al Sole. Dichiarate queste cose, non sarà difficile a intender come possa esser che Marte, quand’è all’opposizion del Sole, e però vicino a Terra sette volte e più che quando è verso la congiunzione, appena ci si mostri maggiore 4 o 5 volte in quello stato che in questo, mentre lo doveremmo vedere più di 50 volte tanto: di che la sola irradiazione è causa; ché se noi lo spoglieremo de i raggi avventizii, lo troveremo precisamente ingrandito con la debita proporzione: per levargli poi la chioma, il telescopio è l’unico e l’ottimo mezo, il quale, ingrandendo il suo disco 900 o mille volte, ce lo fa veder nudo e terminato come quel della Luna, e differente da se stesso nelle due posizioni secondo la debita proporzione a capello. In  Venere poi, che nella sua congiunzion vespertina, quando è sotto il Sole, si dovrebbe mostrar quasi 40 volte maggiore che nell’altra congiunzion mattutina, e pur non si vede né anco raddoppiata, accade, oltre all’effetto della irradiazione, ch’ell’è falcata, e le sue corna, oltre all’esser sottili, ricevono il lume del Sole obliquamente, e però assai languido, talché, per esser poco e debile, meno ampla e vivace si fa la sua irradiazione che quando si mostra a noi co ‘l suo emisferio tutto lucido; ma però il telescopio apertamente ci mostra le sue corna così terminate e distinte come quelle della Luna, e veggonsi come di un cerchio grandissimo, ed a proporzione maggiori quelle quasi 40 volte del suo medesimo disco, quando è superiore al Sole nell’ultima sua apparizion mattutina. Sagredo Salviati Oh  Niccolò  Copernico,  qual  gusto  sarebbe  stato  il  tuo  nel  veder  con  sì chiare esperienze confermata questa parte del tuo sistema! Sì; ma quanto minore la fama della sublimità del suo ingegno appresso a gl’intendenti! mentre si vede, come pur dissi dianzi, aver egli costantemente continuato nell’affermare, scorto dalle ragioni, quello di cui le sensate esperienze mostravano il contrario: che io non posso finir di stupire ch’egli abbia pur costantemente voluto persistere in dir che Venere giri intorno al Sole, ed a noi sia meglio di sei volte più lontana una volta che un’altra, e pur
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei