avocare

[a-vo-cà-re]
In sintesi
assumere un incarico
← dal lat. avocāre ‘richiamare, distogliere’, comp. di ā ‘da’ e vocāre ‘chiamare’.
1
Prendere su di sé, assumere un compito prima affidato ad altri: avocò a sé l'affare; a. a sé una facoltà, una competenza
2
DIR Prendere per sé, attribuire a sé: lo Stato avoca a sé l'eredità che non abbia eredi legittimi

Citazioni
E io dico: — Perché? E quelli dice: — Come perché? tu stai la sera a dire che l’usare con la tua donna t’ingrassa, e la donna mia t’udì; ella mi giunse istanotte, dicendo: “Or veggio perché tu se’ magro; alla croce di Dio, e’ conviene che tu ingrassi”; e hammi fatto, per le tue parole, far quelle cose, che Dio sa come sono sofficiente a ciò. Continuo era la donna alla finestra, e con grandissime risa dicea ch’ella  intendea  d’ingrassare  Salvestro,  com’era  ingrassato  io:  “e  quel maestro di firusica del Conco, che disse sì e sì, che Dio gli dia il malanno, che sta con la bottega piena d’orci invetriati e di torni da balestra, e tiravi su le gambe attratte, e’ andò pur l’altro dì a Peretola a tagliare uno gavocciolo tra la coscia e ’l corpo; gli trasse il granello, e morissene, che arso  sia  elli,  com’egli  è  degno;  sta  a  dire  che  noi  cacciamo  sotterra  i mariti; e’ gli si vorrebbe ben fare quello che merita; lasci stare le mogli, con la mala ventura, ché egli non può parlare di quello che non prova; tanto s’intende di questo, quanto della medicina; ché bene è tristo chi alle mani gli viene”. E poi voltasi verso me disse: — E’ par bene che Franco conosca quanto il maestro Conco: e’ non vi fu niuno che dicesse il vero, altri ch’elli. E tu, Salvestro, ne potrai bene scoppiare, che giugni fuori e non lo saluti, per quello che disse; che converrà, o vuogli tu, o no, che io m’ingegni d’ingrassarti. Or così, per le mie parole, fu condotto il detto Salvestro che spesse volte convenìa che vegliasse, che volentieri averebbe dormito; e la donna lo studiava, e quanto più lo studiava, più dimagrava; tanto che la donna gli dicea spesse volte: — Per certo, Salvestro, tu se’ di cattiva razza; quando io credo che tu ingrassi, e tu dimagheri; averesti tu la pipita? — Gnaffe sì ch’io l’ho; ma né mica l’hai tu, tanto becchi volentieri. Quando ebbono avuto in su questo un pezzo di piacere, ne feciono pace, e tornoronsi in sul dormire, e in sul russare, standosi pianamente, come la natura richiedea.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Chi ne fa maggior professione di me? Mostramela, di grazia. O bella e netta linea, non ne vidi un’altra mai così lunga: tu camperai più che Melchisedech. Tu vuoi dir Matusalem. Io credevo che fussi tutto uno. Tu sei poco dotto ne la Bibia. Anzi dottissimo, ma in quella che sta ne la botte. Oh come buono è questo monte di Venere! ma non siamo in loco commodo: vogliotela  vedere  un’altra  matina  ad  agio,  e  ti  farò  intendere  cose  che  ti piaceranno. Tu mi farai cosa gratissima. Ma dimmi: di chi ti credi che Polinesta più si contentasse, avendol per marito, o di Erostrato o di me? Di te sanza dubbio: ella è una giovane magnanima; fa più conto de la reputazione che acquisterà per esser tua moglie, che di ciò che all’incontro sperar possa da quel scolare, che Dio sa quel ch’egli è a casa sua! El fa molto el magnifico in questa terra. Sì, dove non è chi gli dica il contrario. Ma facci a sua posta: la tua virtù val più che tutta Sicilia. A me non convien lodare me stesso; tuttavia dirò pure, per la veritade, che la mia scienza al bisogno mi è più valsa che tutta la roba che io avessi potuto avere. Io uscii di Otranto, che è la patria mia, quando fu preso da’ Turchi, in giubbone, e venni a Padova prima, e di lì in questa città; dove leggendo, avocando e consigliando, in spazio di venti anni ho acquistato il valere di quindici mila ducati o più. Queste sono vere virtù. Che filosofia? che poesia? Tutto il resto de le scienzie, verso quelle de le leggi, mi paiono ciancie. Ciancie ben dicesti; unde versus: Opes dat sanctio Iustiniana; Ex aliis paleas, ex istis collige grana O buono! Di chi è? di Virgilio? Che Virgilio? è d’una nostra glosa escellentissima. Bello e moral certo, e degno di porsi in lettere d’oro. Tu déi avere acquistato oggimai più di quello che a Otranto lasciasti. Triplicato ho le mie facultà: è vero che io vi persi uno figliolino di cinque anni, che avevo più caro che quanta roba sia al mondo.
I Suppositi di Ludovico Ariosto
Di’, per tua fé, Lico; che cosa è favore? Avere chi raccomandi la tua causa, perché, dovendo tu vincere, presto abbia fine; e così, se la conclusione non fa per te, che si differisca e meni in lungo, tanto che per il molto distrazio l’aversario stanco ti ceda, o teco pigli accordo. Di questa parte, Filogono, benché qui non si usi, ti fornirò io ancora, non dubitare: ti menerò a uno avocato che ti basterà per tutte queste cose. Convien ch’io mi dia dunque agli avocati e procuratori in preda, alla cui insaziabile avarizia supplire non mi terrei sufficiente con ciò che fare posso, ancora che ne la patria mi trovassi? Connosco io purtroppo li costumi loro. La prima volta che io gli parlerò, la causa vinta sanza alcuno dubbio mi prometteranno: escetto quella, ogni dì sempre vi ritroveranno, anzi vi faranno maggior dubbio, e mi vorranno dar colpa che da principio non gli abbia bene informati: e questo per trarmi non solo de la borsa li ...dinari, ma de l’osso le midolle. Questo che io vi propongo è mezo santo. E che è l’altro mezo, diavolo? Ben dice Lico: anch’io mi fido poco di questi che portano il collo torto. Voglio che sia come tu dici, e peggio ancora: l’odio e la malivolenza che egli porta a questo Erostrato, o Dulippo che sia, farà che, sanza avere rispetto al guadagnare teco, abbraccerà questa causa, e perseguiralla gagliardamente. Che inimicizia è tra loro? Di amore: amendua competitori sono d’una moglie, figliuola d’un cittadino nostro. Adunque, questo truffatore è di tal credito a mie spese in questa terra, che ardisce dimandare per moglie una figliuola d’un cittadino? Così è. Come si nomina questo suo aversario? Cleandro, de li primi dottori di questo Studio. Andiamo a ritrovarlo. Andiamo.
I Suppositi di Ludovico Ariosto