assioma

[as-siò-ma]
In sintesi
principio basilare indiscutibile
1
FILOS Principio generale evidente di per se stesso, che non ha bisogno di essere dimostrato o discusso e può fare da premessa a una teoria
2
estens. Verità incontestabile; affermazione evidentemente vera

Citazioni
Interpretazione delle leggi Quarta conseguenza. Nemmeno l’autorità d’interpetrare le leggi penali può risedere presso i giudici criminali per la stessa ragione che non sono legislatori. I giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d’ubbidire, ma le ricevono dalla vivente società, o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo depositario dell’attuale risultato della volontà di tutti; le ricevono non come obbligazioni d’un antico giuramento, nullo, perchè legava volontà non esistenti, iniquo, perchè riduceva gli uomini dallo stato di società allo stato di mandra, ma come effetti di un tacito o espresso giuramento, che le volontà riunite dei viventi sudditi hanno fatto al sovrano, come vincoli necessari per frenare e reggere l’intestino fermento degl’interessi particolari. Quest’è la fisica e reale autorità delle leggi. Chi sarà dunque il legittimo interpetre della legge? Il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti, o il giudice, il di cui ufficio è solo l’esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un’azione contraria alle leggi? In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore  dev’essere  la  legge  generale,  la  minore  l’azione  conforme  o  no  alla legge, la conseguenza la libertà o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all’incertezza. Non  v’è  cosa  più  pericolosa  di  quell’assioma  comune  che  bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che sembra un paradosso alle menti volgari, più percosse da un piccol disordine presente che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno una reciproca connessione; quanto più sono complicate, tanto più numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll’offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de’ miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell’attuale fermento degli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Della tranquillità pubblica Finalmente, tra i delitti della terza specie sono particolarmente quelli che turbano la pubblica tranquillità e la quiete de’ cittadini, come gli strepiti e i bagordi nelle pubbliche vie destinate al commercio ed al passeggio de’ cittadini, come i fanatici sermoni, che eccitano le facili passioni della curiosa moltitudine, le quali prendono forza dalla frequenza degli uditori e più dall’oscuro e misterioso entusiasmo che dalla chiara e tranquilla ragione, la quale mai non opera sopra una gran massa d’uomini. La notte illuminata a pubbliche spese, le guardie distribuite ne’ differenti quartieri della città, i semplici e morali discorsi della religione riserbati al silenzio ed alla sacra tranquillità dei tempii protetti dall’autorità pubblica, le arringhe destinate a sostenere gl’interessi privati e pubblici nelle adunanze della nazione, nei parlamenti o dove risieda la maestà del sovrano, sono  tutti  mezzi  efficaci  per  prevenire  il  pericoloso  addensamento  delle popolari passioni. Questi formano un ramo principale della vigilanza del magistrato, che i francesi chiamano della police; ma se questo magistrato operasse  con  leggi  arbitrarie  e  non  istabilite  da  un  codice  che  giri  fralle mani di tutti i cittadini, si apre una porta alla tirannia, che sempre circonda tutti  i  confini  della  libertà  politica.  Io  non  trovo  eccezione  alcuna  a quest’assioma  generale,  che  ogni  cittadino  deve  sapere  quando  sia  reo  o quando sia innocente. Se i censori, e in genere i magistrati arbitrari, sono necessari in qualche governo, ciò nasce dalla debolezza della sua costituzione, e non dalla natura di governo bene organizzato. L’incertezza della propria sorte ha sacrificate più vittime all’oscura tirannia che non la pubblica e solenne crudeltà. Essa rivolta gli animi più che non gli avvilisce. Il  vero tiranno comincia sempre dal regnare sull’opinione, che previene il coraggio, il quale solo può risplendere o nella chiara luce della verità, o nel fuoco delle passioni, o nell’ignoranza del pericolo. Ma quali saranno le pene convenienti a questi delitti? La morte è ella una pena veramente utile e necessaria per la sicurezza e pel buon ordine della società? La tortura e i tormenti sono eglino  giusti, e ottengon eglino il  fine che si propongono le leggi? Qual è la miglior maniera di prevenire  i  delitti?  Le  medesime  pene  sono  elleno  egualmente  utili  in tutt’i tempiù Qual influenza hanno esse su i costumi? Questi problemi meritano di essere sciolti con quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non posson resistere. Se io non avessi altro merito che quello di aver presentato il primo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Se io avessi mai detto che l’universo non si muove per mancamento di virtù del Motore, io avrei errato, e la vostra correzzione sarebbe oportuna; e vi concedo che a una potenza infinita tanto è facile il muover centomila, quanto uno. Ma quello che ho detto io non ha riguardo al Motore, ma solamente a i mobili, ed in essi non solo alla loro resistenza, la quale non è dubbio esser minore nellaTerra che nell’universo, ma a i molti altri particolari pur ora considerati. Al dir poi che d’una virtù infinita sia meglio esercitarne una gran parte che una minima, vi rispondo che dell’infinito una parte non è maggior dell’altra, quando amendue sien finite, né si può dire che del numero infinito il centomila sia parte maggiore che ‘l due, se ben quello è cinquantamila volte maggior di questo; e quando per muover l’universo ci voglia una virtù finita, benché grandissima in comparazione di quella che basterebbe per muover la Terra sola, non però se n’impiegherebbe maggior parte dell’infinita, né minore sarebbe che infinita quella che resterebbe oziosa; talché l’applicar per un effetto particolare un poco più o un poco meno virtù  non  importa  niente:  oltre  che  l’operazione  di  tal  virtù  non  ha  per termine e fine il solo movimento diurno, ma sono al mondo altri movimenti assai che noi sappiamo, e molti altri più ve ne posson essere incogniti a noi. Avendo dunque riguardo a i mobili, e non si dubitando che operazione più breve e spedita è il muover la Terra che l’universo, e di più avendo l’occhio alle tante altre abbreviazioni ed agevolezze che con questo solo si conseguiscono, un verissimo assioma d’Aristotile che c’insegna che frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora ci rende più probabile, il moto diurno esser della Terra sola, che dell’universo, trattone la Terra. Voi nel referir l’assioma avete lasciato una clausola che importa il tutto, e massime nel presente proposito. La particola lasciata è un aeque bene; bisogna dunque esaminare se si possa egualmente bene sodisfare al tutto con questo e con quello assunto. Il vedere se l’una e l’altra posizione sodisfaccia egualmente bene, si comprenderà da gli esami particolari dell’apparenze alle quali si ha da sodisfare, perché sin ora si è discorso, e si discorrerà, ex hypothesi, supponendo che quanto al sodisfare all’apparenze amendue le posizioni sieno egualmente accomodate. La particola poi, che voi dite essere stata lasciata da me, ho più tosto  sospetto  che  sia  superfluamente  aggiunta  da  voi:  perché  il  dire “egualmente bene” è una relazione, la quale necessariamente ricerca due
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
E‘  pur  bene  che  noi  sentiamo  le  risposte  del  signor  Salviati:  le  quali  se saranno vere, è forza che sieno ancora più belle e infinitamente più belle, e che quelle sien brutte, anzi bruttissime, se è vera la proposizion metafisicale che  ‘l  vero  e  ‘l  bello  sono  una  cosa  medesima,  come  ancora  il  falso  e  ‘l brutto. Però, signor Salviati, non perdiamo più tempo. Fu, se ben mi ricorda, il primo argomento prodotto dal signor Simplicio questo:  La  Terra  non  si  può  muover  circolarmente,  perché  tal  moto  gli sarebbe violento, e però non perpetuo: dell’esser poi violento la ragione era, perché quando fosse naturale, le parti sue ancora si moverebbero naturalmente in giro, il che è impossibile, perché naturale delle parti è il muoversi di moto retto all’ingiù. Qui rispondo che averei auto caro che Aristotile si fosse  meglio  dichiarato,  quando  disse:  “Le  parti  ancora  si  moverebber circolarmente”, imperocché questo muoversi circolarmente può intendersi in due modi: uno è, che ogni particella separata dal suo tutto si movesse circolarmente  intorno  al  suo  proprio  centro,  descrivendo  i  suoi  piccoli cerchiettini; l’altro è, che movendosi tutto ‘l globo intorno al suo centro in ventiquattr’ore,  le  parti  ancora  girassero  intorno  al  medesimo  centro  in ventiquattr’ore. Il primo sarebbe una impertinenza non minore che se altri dicesse che di una circonferenza di cerchio ogni parte bisogna che sia un cerchio, o vero perché la Terra è sferica, ogni parte di Terra bisogna che sia una palla, perché così richiede l’assioma eadem est ratio totius et partium. Ma s’egli intese nell’altro, cioè che le parti, a imitazion del tutto si moverebbero naturalmente intorno al centro di tutto il globo in ventiquattr’ore, io dico che lo fanno; ed a voi, in vece d’Aristotile, toccherà a provar che no. Questo è provato da Aristotile nel medesimo luogo, mentre dice che naturale delle parti è il moto retto al centro dell’universo, onde il circolare non gli può naturalmente competere. Ma non vedete voi che nelle medesime parole vi è anco la confutazione di questa risposta? In che modo? e dove? Non dic’egli che ‘l moto circolare alla Terra sarebbe violento? e però non eterno? e che questo è assurdo, perché l’ordine del mondo è eterno? Dicelo. Ma se quello che è violento non può esser eterno, pel converso quello che non può esser eterno non potrà esser naturale: ma il moto della Terra all’ingiù non può essere altramente eterno: adunque meno può esser naturale, né gli potrà esser naturale moto alcuno che non gli sia anco eterno. Ma se noi faremo la Terra mobile di moto circolare, questo potrà esser eterno ad essa ed alle parti, e però naturale. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
bilità, far che da quella superiore sfera sieno, contro alla propria inclinazione, rapite tutte le inferiori. E qui rimetto al vostro parere il giudicar quello che abbia più del verisimile. Sagredo A me, per quello che appartiene al mio senso, si rappresenta non piccola differenza tra la semplicità e facilità dell’operare effetti con i mezi assegnati in questa nuova constituzione, e la multiplicità confusione e difficultà che si trova nell’antica e comunemente ricevuta; ché quando secondo questa multiplicità  fusse  ordinato  questo  universo,  bisognerebbe  in  filosofia  rimuover molti assiomi comunemente ricevuti da tutti i filosofi, come che la natura non multiplica le cose senza necessità, e che ella si serve de’ mezi più facili e semplici nel produrre i suoi effetti, e che ella non fa niente indarno, ed altri simili. Io confesso non aver sentita cosa più ammirabile di questa, né posso credere che intelletto umano abbia mai penetrato in più sottile speculazione. Non so quello che ne paia al signor Simplicio. Queste (se io devo dire il parer mio con libertà) mi paiono di quelle sottigliezze geometriche, le quali Aristotile riprende in Platone, mentre l’accusa che per troppo studio della geometria si scostava dal saldo filosofare: ed io ho conosciuti e sentiti grandissimi filosofi peripatetici sconsigliar suoi discepoli dallo studio delle matematiche, come quelle che rendono l’intelletto cavilloso ed inabile al ben filosofare; instituto diametralmente contra a quello di Platone, che non ammetteva alla filosofia se non chi prima [si] fusse impossessato della geometria. Applaudo al consiglio di questi vostri Peripatetici, di distorre i loro scolari dallo studio della geometria, perché non ci è arte alcuna più accomodata per  scoprir  le  fallacie  loro;  ma  vedete  quanto  cotesti  sien  differenti  da  i filosofi matematici, li quali assai più volentieri trattano con quelli che ben son informati della comune filosofia peripatetica, che con quelli che mancano di tal notizia, li quali, per tal mancamento, non posson far parallelo tra dottrina e dottrina. Ma posto questo da banda, ditemi, di grazia, quali stravaganze o troppo sforzate sottigliezze vi rendon meno applausibile questa copernicana costituzione. Io invero non l’ho interamente capita, forse perché non ho né anco ben in pronto le ragioni che de i medesimi effetti vengon prodotte da Tolomeo, dico di quellestazioni, retrogradazioni, accostamenti e allontanamenti de’ pianeti, accrescimenti e scorciamenti de’ giorni, mutazioni delle stagioni, etc.: ma, lasciate le conseguenze che dependono dalle prime supposizioni, sento nelle supposizioni stesse non piccole difficultà: le quali supposizioni quando vengon atterrate, si tiran dietro la rovina di tutta la fabbrica. Ora,
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � perché tutta la machina del Copernico mi par che si fondi sopra instabili fondamenti, poiché si appoggia su la mobilità della Terra, quando questa sia rimossa, non accade passare ad altre disputazioni; e per rimuover questa parmi che l’assioma d’Aristotile sia sufficientissimo, che di un corpo semplice un solo moto semplice possa esser naturale; ma qui alla Terra, corpo semplice, vengono assegnati 3, se non 4, movimenti, e tra di loro molto differenti; poiché, oltre al moto retto, come grave, verso il centro, che non  se  gli  può  negare,  se  gli  attribuisce  un  moto  circolare  in  un  gran cerchio intorno al Sole in un anno, ed una vertigine in se stessa in ventiquattr’ore, e, quello poi che è più esorbitante e che forse per ciò voi lo tacevi un’altra vertigine intorno al proprio centro, contraria alla prima delle ventiquattr’ore, e che si compie in un anno. A questo l’intelletto mio sente repugnanza grandissima. Salviati Quanto  al  moto  in  giù,  già  s’è  concluso  non  esser  altrimenti  del  globo terrestre, che mai di tal movimento non s’è mosso né già mai s’è per muovere; ma è (se pure è) delle parti, per riunirsi al suo tutto. Quanto poi al movimento annuo ed al diurno, questi, essendo fatti per il medesimo verso, sono benissimo compatibili, in quella maniera che se noi lasciassimo andare una palla giù per una superficie declive, ella, nello scendere per quella spontaneamente, girerà in se stessa. Quanto poi al terzo moto attribuitole dal Copernico in se stessa in un anno, solamente per conservare il suo asse inclinato e diretto verso la medesima parte del firmamento, vi dirò cosa degna di grandissima considerazione cioè, che tantum abest che (benché fatto al contrario dell’altro annuo) in esso sia repugnanza o difficultà alcuna che  egli  naturalissimamente  e  senza  veruna  causa  motrice  compete  a qualsivoglia corpo sospeso e librato, il quale, se sarà portato in giro per la circonferenza di un cerchio, immediate per se stesso acquista una conversione circa ‘l proprio centro, contraria a quella che lo porta intorno, e tale in velocità, che amendue finiscono una conversione nell’istesso tempo precisamente. Potrete veder questa mirabile ed accomodata al nostro proposito esperienza, mettendo in un catino d’acqua una palla che vi galleggi, e tenendo il vaso in mano: se vi andrete rivolgendo sopra le piante de’ piedi, vedrete immediatamente cominciar la palla a rivolgersi in se stessa con moto contrario a quel del catino, e finir la sua revoluzione quando finirà quella del vaso. Ora, che altro è la Terra che un globo pensile e librato in aria tenue e cedente, il quale, portato in giro in un anno per la circonferenza di un gran  cerchio,  ben  deve  acquistar  senz’altro  motore  una  vertigine  circa  ‘l proprio centro, annua e contraria all’altro movimento pur annuo? Voi vedrete quest’effetto; ma se poi andrete più accuratamente considerando, vi accorgerete quest’esser non cosa reale, ma una semplice apparenza, e quello
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
librato e sospeso in un mezo fluido e cedente, che, benché portato in volta, non mutava direzione rispetto alle cose esterne, ma pareva solamente girare in se stesso rispetto a quello che lo portava ed al vaso nel quale era portato. Aggiugnemmo poi, a questo semplice e naturale accidente, la virtù magnetica, per la quale il globo terrestre tanto più saldamente poteva contenersi immutabile, etc. Sagredo Già mi sovvien del tutto: e quel che allor mi passava per la mente, e che volevo produrre, era certa considerazione intorno alla difficultà e instanza del signor Simplicio, la quale egli promoveva contro alla mobilità della Terra, presa dalla multiplicità de’ moti, impossibile ad attribuirsi ad un corpo semplice, del quale, in dottrina d’Aristotile, un solo e semplice movimento può  esser  naturale;  e  quello  ch’io  volevo  mettere  in  considerazione,  era appunto la calamita, alla quale noi sensatamente veggiamo competer naturalmente tre movimenti: l’uno, verso il centro della Terra, come grave; il secondo è il moto circolare orizontale, per il quale restituisce e conserva il suo asse verso determinate parti dell’universo; il terzo è questo, nuovamente scoperto dal Gilberto, d’inclinar il suo asse, stante nel piano di un meridiano, verso la superficie della Terra, e questo più e meno secondo che ella sarà distante dall’equinoziale, sotto ‘l quale resta parallelo all’asse della Terra. Oltre a questi tre, non è forse improbabile che possa averne un quarto, di rigirarsi intorno al proprio asse, qualunque volta ella fusse librata e sospesa  in  aria  o  altro  mezo  fluido  e  cedente,  sì  che  tutti  gli  esterni  ed accidentarii impedimenti fussero tolti via; ed a questo pensiero mostra di applaudere ancora l’istesso Gilberto. Talché, signor Simplicio, vedete quanto resti titubante l’assioma d’Aristotile. Questo non solo non va a ferire il pronunziato, ma né pure è drizzato alla sua volta, avvenga che egli parli d’un corpo semplice e di quello che ad esso possa naturalmente convenire, e voi opponete ciò che avviene ad un misto; né dite cosa nuova in dottrina d’Aristotile, perché egli ancora concede a i misti moto composto etc. Fermate un poco, signor Simplicio, e rispondetemi all’interrogazioni ch’io vi farò. Voi dite che la calamita non è corpo semplice, ma è un misto: ora io vi domando quali sono i corpi semplici che si mescolano nel compor la calamita. Io non vi saprò dire gl’ingredienti né la dose precisamente, ma basta che sono corpi elementari. Tanto basta a me ancora. E di questi corpi semplici elementari quali sono i moti loro naturali?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
nostro  gusto  quelle  ragioni  e  risposte  che  per  l’una  e  per  l’altra  parte  si possono addurre; e il signor Simplicio risponde questo in riscatto de’ suoi Peripatetici: però lasciamone il giudizio in pendente, e la determinazione in mano di chi ne sa più di noi. E perché mi pare che assai a lungo si sia in questi tre giorni discorso circa il sistema dell’universo, sarà ormai tempo che  venghiamo  all’accidente  massimo,  dal  quale  presero  origine  i  nostri ragionamenti; parlo del flusso e reflusso del mare, la cagione del quale pare che assai probabilmente si possa referire a i movimenti della Terra: ma ciò, quando vi piaccia, riserberemo al seguente giorno. In tanto, per non me lo scordare, voglio dirvi certo particolare, al quale non vorrei che il Gilberto avesse prestato orecchio; dico dell’ammettere che quando una piccola sferetta di calamita potesse esattamente librarsi, ella fusse per girare in se stessa: perché nissuna ragione vi è per la quale ella ciò far dovesse. Imperocché, se tutto il globo terrestre ha da natura di volgersi intorno al proprio centro in ventiquattr’ore, e ciò aver debbono ancora tutte le sue parti, dico di girare, insieme co ‘l suo tutto, intorno al centro di quello in ventiquattr’ore, già effettivamente l’hann’elleno mentre, stando sopra la Terra, vanno insieme con essa in volta; e l’assegnar loro un rivolgimento intorno al proprio centro sarebbe un attribuirgli un secondo movimento, molto diverso dal primo, perché così ne averebbero due, cioè il rivolgersi in ventiquattr’ore intorno al centro del suo tutto, ed il girare intorno al suo proprio: or questo secondo è arbitrario, né vi è ragione alcuna d’introdurlo. Se nello staccarsi un pezzo di calamita da tutta la massa naturale se gli togliesse il seguirla, come faceva mentre gli era congiunto, sì che così restasse privo del rigirare intorno al centro universale del globo terrestre, potrebbe per avventura con qualche  maggior  probabilità  credere  alcuno  che  quello  fusse  per  appropriarsi una nuova vertigine circa ‘l suo particolar centro; ma se esso, non meno separato che congiunto, continua pur tuttavia il suo primo eterno e natural corso, a che volere addossargliene un altro nuovo? Sagredo Intendo benissimo, e ciò mi fa sovvenire d’un discorso assai simile a questo, nell’esser vano, posto da certi scrittori di sfera, e credo, se ben mi ricordo, tra gli altri dal Sacrobosco: il quale, per dimostrar come l’elemento dell’acqua si figura, insieme con la Terra, di superficie sferica, onde di amendue si costituisce questo nostro globo, scrive, di ciò esser concludente argomento il veder le minute particelle dell’acqua figurarsi in forma rotonda, come nelle gocciole nella rugiada e sopra le foglie di molte erbe giornalmente si vede, e perché, conforme al trito assioma “La medesima ragione è del tutto che delle parti”, appetendo le parti cotal figura, è necessario che la medesima sia propria di tutto l’elemento. Ed invero mi par cosa assai sconcia che questi tali non si accorgano di una pur troppo patente leggerezza, e non
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � considerino che quando il discorso loro fusse retto, converrebbe che non solo le minute stille, ma che qualsivoglia maggior quantità d’acqua, separata da tutto l’elemento, si riducesse in una palla, il che non si vede altrimenti: ma ben si può veder co ‘l senso, e intender con l’intelletto, che amando l’elemento dell’acqua di figurarsi in forma sferica intorno al comun centro di gravità, al quale tendono tutti i gravi (che è il centro del globo terrestre), in ciò vien egli seguito da tutte le sue parti, conforme all’assioma, sì che tutte le superficie de i mari, de i laghi, de gli stagni, ed in somma di tutte le parti dell’acque contenute dentro a vasi, si distendono in figura sferica, ma di quella sfera che per centro ha il centro del globo terrestre, e non fanno sfere particolari di lor medesime. Salviati L’errore è veramente puerile, e quando non fusse d’altri che del Sacrobosco, facilmente glie lo ammetterei ma l’averlo a perdonare anco a suoi comentatori ed ad altri grand’uomini, e sino a  Tolomeo stesso, non posso farlo senza qualche  rossore  per  la  reputazion  loro.  Ma  è  tempo  di  pigliar  licenza, send’or mai l’ora tarda, per esser domani al solito per l’ultima conclusione di tutti i passati ragionamenti. centro del globo terrestre), in ciò vien egli  seguito  da  tutte  le  sue  parti,  conforme  all’assioma,  sì  che  tutte  le superficie de i mari, de i laghi, de gli stagni, ed in somma di tutte le parti dell’acque contenute dentro a vasi, si distendono in figura sferica, ma di quella sfera che per centro ha il centro del globo terrestre, e non fanno sfere particolari di lor medesime. L’errore è veramente puerile, e quando non fusse d’altri che del Sacrobosco, facilmente glie lo ammetterei ma l’averlo a perdonare anco a suoi comentatori ed ad altri grand’uomini, e sino a  Tolomeo stesso, non posso farlo senza qualche rossore per la reputazion loro. Ma è tempo di pigliar licenza, send’or mai l’ora tarda, per esser domani al solito per l’ultima conclusione di tutti i passati ragionamenti.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
alcuno in ogni cosa, pure questi, passato il detto tempo, sarebbe conscio a se stesso di una sventura grave ed amara fra tutte l’altre, e forse più grave ed amara a chi sia dalle altre parti meno sventurato; cioè della decadenza o della fine della cara sua gioventù. XLIII Uomini insigni per probità sono al mondo quelli dai quali, avendo familiarità con loro, tu puoi, senza sperare servigio alcuno, non temere alcun disservigio. XLIV Se  tu  interroghi  le  persone  sottoposte  ad  un  magistrato,  o  ad  un qualsivoglia ministro del governo, circa le qualità e i portamenti di quello, massime nell’ufficio; anche concordando le risposte nei fatti, tu ritroverai gran dissensione nell’interpretarli; e quando pure le interpretazioni fossero conformi, infinitamente discordi saranno i giudizi, biasimando gli uni quelle cose che gli altri esalteranno. Solo circa l’astenersi o no dalla roba d’altri e del pubblico, non troverai due persone che, accordandosi nel fatto, discordino o nell’interpretarlo o nel farne giudizio, e che ad una voce, semplicemente, non lodino il magistrato dell’astinenza, o per la qualità contraria, non lo condannino. E pare che in somma il buono e il cattivo magistrato non si conosca né si misuri da altro che dall’articolo dei danari; anzi magistrato buono vaglia lo stesso che astinente, cattivo lo stesso che cupido. E che l’ufficiale pubblico possa disporre a suo modo della vita, dell’onestà e d’ogni altra cosa dei cittadini; e di qualunque suo fatto trovare non solo scusa ma lode; purché non tocchi i danari. Quasi che gli uomini, discordando in tutte l’altre opinioni, non convengano che nella stima della moneta: o quasi che i danari in sostanza sieno l’uomo; e non altro che i danari: cosa che veramente pare per mille indizi che sia tenuta dal genere umano per assioma costante, massime ai tempi nostri. Al qual proposito diceva un filosofo francese del secolo passato: i politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano d’altro che di commercio e di moneta. Ed è gran ragione, soggiunge qualche studente di economia politica, o allievo delle gazzette in filosofia: perché le virtù e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento dell’industria; la quale provvedendo alle necessità gior-
Pensieri di Giacomo Leopardi
LIII Diceva Bione, filosofo antico: è impossibile piacere alla moltitudine, se non diventando un pasticcio, o del vino dolce. Ma questo impossibile, durando lo stato sociale degli uomini, sarà cercato sempre, anco da chi dica, ed anco da chi talvolta creda di non cercarlo: come, durando la nostra specie, i più conoscenti della condizione umana, persevereranno fino alla morte cercando felicità, e promettendosene. LIV Abbiasi per assioma generale che, salvo per tempo corto, l’uomo, non ostante qualunque certezza ed evidenza delle cose contrarie, non lascia mai tra sé e sé, ed anche nascondendo ciò a tutti gli altri, di creder vere quelle cose, la credenza delle quali gli è necessaria alla tranquillità dell’animo, e, per dir così, a poter vivere. Il vecchio, massime se egli usa nel mondo, mai fino all’estremo non lascia di credere nel segreto della sua mente, benché ad ogni occasione protesti il contrario, di potere, per un’eccezione singolarissima dalla regola universale, in qualche modo ignoto e inesplicabile a lui medesimo, fare ancora un poco d’impressione alle donne: perché il suo stato sarebbe troppo misero, se egli fosse persuaso compiutamente di essere escluso in tutto e per sempre da quel bene in cui finalmente l’uomo civile, ora a un modo ora a un altro, e quando più quando meno aggirandosi, viene a riporre l’utilità della vita. La donna licenziosa, benché vegga tutto giorno mille segni dell’opinione pubblica intorno a sé, crede costantemente di essere tenuta dalla generalità per donna onesta; e che solo un piccolo numero di suoi confidenti antichi e nuovi (dico piccolo a rispetto del pubblico) sappiano, e tengano celato al mondo, ed anche gli uni di loro agli altri, il vero dell’esser suo. L’uomo di portamenti vili, e, per la stessa sua viltà e per poco ardire, sollecito dei giudizi altrui, crede che le sue azioni sieno interpretate nel miglior modo, e che i veri motivi di esse non sieno compresi. Similmente nelle cose materiali, il Buffon osserva che il malato in punto di morte non dà vera fede né a medici né ad amici, ma solo all’intima sua speranza, che gli promette scampo dal pericolo presente. Lascio la stupenda credulità e incredulità de’ mariti circa le mogli, materia di novelle, di scene, di motteggi e di riso eterno a quelle nazioni appresso le quali il matrimonio è irrevocabile. E così discorrendo, non è cosa al mondo tanto falsa né tanto assurda, che non sia tenuta
Pensieri di Giacomo Leopardi
amato almeno finché la sorella sua m’avesse amato. Nell’affollata via Cavana avevo dunque pensato più dirittamente che nel mio studio solitario. Oggidì, quando ritorno al ricordo di quei cinque giorni memorandi che mi condussero al matrimonio, mi stupisce il fatto che il mio animo non si sia mitigato all’apprendere che la povera Augusta mi amava. Io, ormai scacciato da casa Malfenti, amavo Ada irosamente. Perché non mi diede alcuna soddisfazione la visione chiara che la signora Malfenti m’aveva allontanato invano, perché io in quella casa rimanevo, e vicinissimo ad Ada, cioè nel cuore di Augusta? A me pareva invece una nuova offesa l’invito della signora Malfenti di non compromettere Augusta e cioè di sposarla. Per la brutta fanciulla che m’amava, avevo tutto il disdegno che non ammettevo avesse per me la sua bella sorella, che io amavo. Accelerai ancora il passo, ma deviai e mi diressi verso casa mia. Non avevo più bisogno di parlare con Giovanni perché sapevo ormai chiaramente come  condurmi;  con  un’evidenza  tanto  disperante  che  forse  finalmente m’avrebbe data la pace staccandomi dal tempo troppo lento. Era anche pericoloso parlarne con quel maleducato di Giovanni. La signora Malfenti aveva parlato in modo ch’io non l’avevo intesa che là in via Cavana. Il marito era capace di comportarsi altrimenti. Forse m’avrebbe detto addirittura: “Perché vuoi sposare Ada? Vediamo! Non faresti meglio di sposare Augusta?”. Perché egli aveva un assioma che ricordavo e che avrebbe potuto guidarlo in questo caso: “Devi sempre spiegare chiaramente l’affare al tuo avversario perché allora appena sarai sicuro d’intenderlo meglio di lui!”. E allora? Ne sarebbe conseguita un’aperta rottura. Solo allora il tempo avrebbe potuto camminare come voleva, perché io non avrei più avuta alcuna ragione d’ingerirmene: sarei arrivato al punto fermo! Ricordai anche un altro assioma di Giovanni e mi vi attaccai perché mi procurava una grande speranza. Seppi restarvi attaccato per cinque giorni, per quei cinque giorni che convertirono la mia passione in malattia. Giovanni soleva dire che non bisogna aver fretta di arrivare alla liquidazione di un affare quando da questa liquidazione non si può attendersi un vantaggio: ogni affare arriva prima o poi da sé alla liquidazione, come lo prova il fatto che la storia del mondo è tanto lunga e che tanto pochi affari sono rimasti in sospeso. Finché non si è proceduti alla sua liquidazione, ogni affare può ancora evolversi vantaggiosamente. Non ricordai che v’erano altri assiomi di Giovanni che dicevano il con-
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
ch’andasse anch’ella agitando la stessa lite – Dio l’aiuti! diss’io; ch’ella avrà al pari di me alcuna suocera, o zia pinzochera, o vecchia scema da consultar sul partito: nè mi parve bene d’interrompere quel litigio, stimando atto più cavalleresco di pigliarla a patti, anzichè di sorpresa. Voltai dunque le spalle, e me n’andava di qua e di là davanti la porta della rimessa, mentre la signora ruminando se n’andava dall’altra parte. Capitolo 14 SU LA VIA (CALAIS) Avendo io e la mia fantasia, come prima vidi quella signora, già stabilito “Che fosse una delle predilette della Natura” – e piantato per secondo e non  meno  incontrastabile  assioma  “Che  essa  era  vedova,  e  che  vestiva  i caratteri della sventura” – non andai punto più in là; io aveva terreno bastante alla posizione che mi giovava – e quand’anche ella fosse restata meco braccio a braccio sino a mezza la notte, io mi sarei attenuto leale al mio sistema, considerandola sempre ed unicamente con quell’idea generale. Ma non mi si scostò venti passi, che una voce nel mio secreto mi sollecitava ad indagini assai più distinte – ed era suggerita dal presentimento d’una più lunga separazione – poteva anche darsi ch’io non la rivedessi mai più – il cuore invigila a preservare tutto quello ch’ei può; e mi bisognava almeno una guida affinchè i miei sospiri non si smarrissero, se mai non mi fosse più dato di congiungermi a lei che co’ soli sospiri. E per dirla, io bramava di sapere il suo nome – il suo casato – la sua condizione; e poichè io sapeva dov’ella s’avviava, m’era pur necessario di non ignorare donde veniva. Ma  come  mai  senza  violare  tanti  dilicati  rispetti  che  li  custodivano,  poteva raccorre io tanti indizi? Macchinai venti vari disegni – io non poteva capacitarmi che un uomo la interrogasse così a dirittura – era cosa impossibile. Un francesino de bon air, capitano, che veniva per via saltellando, mi fe’ vedere che la cosa era sì facile che nulla più; perchè affrontandoci appunto mentre la gentildonna tornavasi all’uscio della rimessa, si piantò fra noi  due,  e  senza  farsi  ben  conoscere,  s’introdusse  mio  conoscente;  e  mi richiese dell’onore di presentarlo alla dama – io non le era stato presentato, io – però volgendosi a lei, le si presentò nè più nè meno da sè, interrogandola se venisse di Parigi – No, ma rispose che andava per quella strada – Vous n’êtes pas de Londres? – No, diss’ella – Dunque madama dovea venir dalle Fiandre; apparemment vous êtes Flamande, tornò a dire il capitano francese – La dama rispose che sì – Peut–être de Lille – Disse ch’ella non era di Lilla  –  nè  d’Arras?  –  nè  di  Cambrai?  –  nè  di  Gand?  nè  di  Brusselle?  – Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo