assetto

[as-sèt-to]
In sintesi
ordine, sistemazione; ordinamento; tenuta, equipaggiamento
← deriv. di assettare.
1
Azione e risultato dell'assettare o dell'assettarsi || Ordine, disposizione: l'a. di guida di un'automobile || Assetto scenico, messinscena || Dare assetto a, mettere, porre in assetto qualcosa, ordinarla, disporla, collocarla secondo un certo ordine || Assetto territoriale, insieme degli aspetti fisici, naturali, antropici, socio-economici del territorio, considerati in relazione alle sue modalità d'uso
2
Equipaggiamento, modo di vestire: essere in pieno, in perfetto a. di marcia, di guerra || Essere bene, male in assetto, essere bene, male in arnese
3
MAR, AER Posizione di equilibrio di una nave o di un aereo, determinata dalla posizione dei pesi interni e dalle forze esterne che agiscono su di essi

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Vittorio Alfieri   Vita   Parte prima - Epoca prima � f a segno di farmi ammalare, e che perciò non mi fu dato che due volte sole, egli era di mandarmi alla messa colla reticella da notte in capo, assetto che nasconde quasi interamente i capelli. La prima volta ch’io ci fui condannato (né mi ricordo più del perché) venni dunque strascinato per mano dal maestro alla vicinissima chiesa del Carmine; chiesa abbandonata, dove non si  trovavano  mai  quaranta  persone  radunate  nella  sua  vastità;  tuttavia  sì fattamente mi afflisse codesto gastigo, che per più di tre mesi poi rimasi irreprensibile. Tra le ragioni ch’io sono andato cercando in appresso entro di me medesimo, per ben conoscere il fonte di un simile effetto, due principalmente ne trovai, che mi diedero intiera soluzione del dubbio. L’una si era, che io mi credeva gli occhi di tutti doversi necessariamente affissare su quella mia reticella, e ch’io dovea essere molto sconcio e diforme in codesto assetto, e che tutti mi terrebbero per un vero malfattore vedendomi punito così orribilmente. L’altra ragione si era, ch’io temeva di esser visto così dagli amati novizi; e questo mi passava veramente il cuore. Or mira, o lettore, in me omiccino il ritratto e tuo e di quanti anche uomini sono stati o saranno; che tutti siam pur sempre, a ben prendere, bambini perpetui. Ma l’effetto straordinario in me cagionato da quel gastigo avea riempito di gioia i miei parenti e il maestro; onde ad ogni ombra di mancamento,  minacciatami  la  reticella  abborrita,  io  rientrava  immediatamente  nel dovere, tremando. Pure, essendo poi ricaduto al fine in un qualche fallo insolito, per iscusa del quale mi occorse di articolare una solennissima bugia alla signora madre, mi fu di bel nuovo sentenziata la reticella; e di più, che in vece della deserta chiesa del Carmine, verrei condotto così a quella di S. Martino, distante da casa, posta nel bel centro della città, e frequentatissima su l’ora del mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo. Oimè, qual dolore fu il mio! pregai, piansi, mi disperai; tutto invano. Quella notte, ch’io mi credei dover essere l’ultima della mia vita, non che chiudessi mai occhio, non mi ricordo mai poi di averne in nessun altro mio dolore passata una peggio. Venne alfin l’ora; inreticellato, piangente, ed urlante mi avviai stiracchiato dal maestro pel braccio, e spinto innanzi dal servitore per di dietro; e in tal modo traversai due o tre strade, dove non era gente nessuna; ma  tosto  che  si  entrò  nelle  vie  abitate,  che  si  avvicinavano  alla  piazza  e chiesa di S. Martino, io immediatamente cessai dal piangere e dalgridare, cessai dal farmi strascinare; e camminando anzi tacito, e di buon passo, e ben rasente  al  prete  Ivaldi,  sperai  di  passare  inosservato  nascondendomi
Vita di Vittorio Alfieri