ascrivere

[a-scrì-ve-re]
In sintesi
annoverare; attribuire
← dal lat. adscribĕre ‘aggiungere scrivendo’, comp. di ăd e scribĕre ‘scrivere’.
1
Mettere nel numero, inserire in una serie; iscrivere: lo ascrissero nell'elenco dei partecipanti; mi hanno ascritto tra i soci SIN. annoverare
2
estens. Attribuire, imputare: gli furono ascritte molte colpe, azioni malvagie || Ascrivere qualcosa a lode, a merito, a biasimo, a colpa di qualcuno, attribuirgliene, lode, merito ecc. SIN. assegnare

Citazioni
“L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l’humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti...” – Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia 5 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Benissimo, e buona notte, messere,” disse l’un d’essi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. “Signori...” cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la strada dond’era lui venuto, e s’allontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l’altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s’intenderà meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de’ tempi in cui gli era toccato di vivere. Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all’apparire delle
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: “padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d’amicizia”. E si mise per servirlo prima d’ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, “queste cose,” disse, “non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d’aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono.” Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto d’argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nell’anticamere, per isbrigarsi da’ servitori, e anche da’ bravi, che gli baciavano il lembo dell’abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della città; d’onde uscì, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato. Il fratello dell’ucciso, e il parentado, che s’erano aspettati d’assaporare in quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si trovarono in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. La compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietà e con una cordialità insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era preparato, andando là. In vece di soddisfazioni prese, di soprusi vendicati, d’impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione, la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch’era quel rodomonte che ognun sa, parlò in vece delle penitenze e della pazienza mirabile d’un fra Simone, morto molt’anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto commosso, riandava tra sé, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò ch’egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti: – diavolo d’un frate! (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole) – diavolo d’un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m’abbia ammazzato il fratello. – La nostra storia nota espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore fu un po’ men precipitoso, e un po’ più alla mano.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nodo; qui adopravan tutta l’arte, tutta l’insistenza, tutti i rigiri dell’interrogazioni; qui ricorrevano ai confronti; non facevano un passo prima d’aver trovato (ed era forse cosa difficile?) qual de’ due mentisse, o se forse mentissero tutt’e due. I nostri esaminatori, avuta quella risposta del Mora: perché lui haverebbe guadagnato assai, poiché si sarian ammalate delle persone assai, et io haverei guadagnato assai con il mio elettuario, passarono ad altro. Dopo ciò, basterà, se non è anche troppo, il toccar di fuga, e in parte, il rimanente di quel costituto. Interrogato, se vi sono altri complici di questo negotio, risponde: vi saranno li suoi compagni del Piazza, i quali non so chi siano. Gli si protesta che non è verisimile che non lo sappi. Al suono di quella parola, terribile foriera della tortura, l’infelice afferma subito, nella forma più positiva: sono li Foresari et il Baruello: quelli che gli erano stati nominati e così indicati, nel costituto antecedente. Dice che il veleno lo teneva nel fornello, cioè dove loro s’erano immaginati che potesse essere; dice come lo componeva, e conclude: buttavo via il resto nella Vedra. Non possiam tenerci qui di non trascrivere una postilla del Verri. “E non avrebbe gettato nella Vetra il resto, dopo la prigionia del Piazza!” Risponde a caso ad altre domande che gli fanno su circostanze di luogo, di tempo e di cose simili, come se si trattasse d’un fatto chiaro e provato in sostanza, e non ci mancassero che delle particolarità; e finalmente, è messo di nuovo alla tortura, affinché la sua deposizione potesse valer contro i nominati, e segnatamente contro il commissario. Al quale avevan data la tortura per convalidare una deposizione opposta a questa in punti essenziali! Qui non potremmo allegar testi di leggi, né opinioni di dottori; perché in verità la giurisprudenza non aveva preveduto un caso simile. La confessione fatta nella tortura non valeva, se non era ratificata senza tortura, e in un altro luogo, di dove non si potesse vedere l’orribile strumento, e non nello stesso giorno. Eran ritrovati della scienza, per rendere, se fosse stato possibile, spontanea una confessione forzata, e soddisfare insieme al buon senso, il quale diceva troppo chiaro che la parola estorta dal dolore non può meritar fede, e alla legge romana che consacrava la tortura. Anzi la ragione di quelle precauzioni, la ricavavano gl’interpreti dalla legge medesima, cioè da quelle strane parole: “La tortura è cosa fragile e pericolosa e soggetta a ingannare; giacché molti, per forza d’animo o di corpo, curan così poco i
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
ne, che confessarono un sì enorme delitto, e furono aspramente giustiziate. Ne esiste tuttavia (e l’ho veduta anch’io) la funesta memoria nella Colonna infame posta ov’era la casa di quegli inumani carnefici. Il perché grande attenzion ci vuole affinché non si rinnovassero più simili esecrande scene.” E quello che, non toglie il dispiacere, ma lo muta, è il veder che la persuasione del Muratori non era così risoluta come queste sue parole. Ché, venendo poi a discorrere (e si vede che è ciò che gli preme davvero) de’ mali orribili che posson nascere dal figurarsi e dal credere tali cose senza fondamento, dice: “si giunge ad imprigionar delle persone, e per forza di tormenti a cavar loro di bocca la confession di delitti ch’eglino forse non avranno mai commesso, con far poi di loro un miserabile scempio sopra i pubblici patiboli”. Non par egli che voglia alludere ai nostri disgraziati? E quello che lo fa creder di più, è che attacca subito con quelle parole che abbiam già citate nello scritto antecedente, e che, per esser poche, trascriviam qui di nuovo: “Ho trovato gente savia in Milano, che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi, i quali si dissero sparsi per quella città, e fecero tanto strepito nella peste del 1630.” Non si può, dico, fare a meno di non sospettare che il Muratori credesse piuttosto sciocche favole quelle che chiama “esecrande scene”, e (ciò che è più grave) innocenti assassinati quelli che chiama “inumani carnefici”. Sarebbe uno di que’ casi tristi e non rari, in cui uomini tutt’altro che inclinati a mentire, volendo levar la forza a qualche errore pernicioso, e temendo di far peggio col combatterlo di fronte, hanno creduto bene di dir prima la bugia, per poter poi insinuare la verità. Dopo il Muratori, troviamo uno scrittore più rinomato di lui come storico, e (ciò che in un fatto di questa sorte parrebbe dover rendere il suo giudizio più degno d’osservazione di qualunque altro) storico giureconsulto, e,  come  dice  di  sé  medesimo,  “più  giureconsulto  che  politico”,  Pietro Giannone. Noi però non riferiremo questo giudizio, perché è troppo poco che l’abbiam riferito: è quello del Nani che il lettore ha veduto poco fa, e che il Giannone ha copiato, parola per parola, citando questa volta il suo autore appiè di pagina. Dico: questa volta; perché il copiarlo che ha fatto senza citarlo, è cosa degna d’esser notata, se, come credo, non lo fu ancora. Il racconto, per esempio, della sollevazione della Catalogna, e della rivoluzione del Portogallo, nel 1640 è, nella storia del Giannone, trascritto da quella del Nani, per più di
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Scena unica Servo Donne chi mi conduce ov’io ragioni a la vostra reina? Ove si trova? O forse è qui tra voi? Coro 5 Qui non è, ma lontana esser molto non può. La sua fortuna picciol cerchio le ascrive. Tu che chiedi? Che porti frettoloso? A lei mi manda il mio signor, ch’è capitan custode di questa prigion vostra e de le genti, che vi fan siepe intorno. Ufficio acerbo! Servo Ma dolce è ‘l commandar. Su tosto, i’ debbo parlar a la reina. Qui vien la cameriera: a lei ragiona. Cameriera 15 Servo Nulla m’importa parlar teco o seco: sappia solo che ‘l capitan l’avisa che venuti son ministri reali, uomini eccelsi, dei maggiori del regno Amico, a me puoi dire quel che dir devi a lei, e io ben tosto gliel’andrò a riferir.
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
Oh nel seno di Giove alta e possente legge scritta, anzi nata, la cui soave ed amorosa forza verso quel ben che, non inteso, sente ogni cosa creata, gli animi inchina e la natura sforza! Né pur la frale scorza, che ‘l senso a pena vede, e nasce e more al variar de l’ore; ma i semi occulti e la cagion interna, ch’è d’eterno valor, move e governa. E, se gravido è il mondo e tante belle sue meraviglie forma; e se per entro a quanto scalda il sole, a l’ampia luna, a le titanie stelle, vive spirto che ‘nforma col suo maschio valor l’immensa mole; s’indi l’umana prole sorge, e le piante e gli animali han vita; se la terra è fiorita o se canuta ha la rugosa fronte, vien dal tuo vivo e sempiterno fonte. Né questo pur, ma ciò che vaga spera versa sopra i mortali, onde qua giù di ria ventura o lieta stella s’addita, or mansueta or fèra, ond’han le vite frali del nascer l’ora e del morir la meta; ciò che fa vaga o queta ne’ suoi torbidi affetti umana voglia, e par che doni e toglia Fortuna, e ‘l mondo vuol ch’a lei s’ascriva: dall’alto tuo valor tutto deriva. O detto inevitabile e verace, se pur è tuo concetto che dopo tanti affanni un dì riposi l’arcada terra ed abbia vita e pace;
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Le prende a raccontar l’iniquo mergo e le mie nozze e ‘l già concetto pegno; scopre ch’io porto nel’adusto tergo di grave cicatrice impresso segno; narra ch’ascoso entro l’usato albergo languisco in amor sozzo, in ozio indegno; conchiude alfine il relator loquace eh ‘l mondo tutto a biasmo suo non tace. O qual nel cor di Venere s’aduna fiamma di sdegno allor fervida e viva; dimanda al messo in vista oscura e bruna chi sia l’amica mia, chi sia la diva; se sia del popol dele ninfe alcuna o dele dee nel numero s’ascriva; se tolta io l’abbia e qual scelta di loro o dele Muse o dele Grazie al coro. Risponde non saver di questa cosa l’alato ambasciador quando né come, senon che strugge Amor fiamma amorosa e ch’egli ama una tal che Psiche ha nome. Sembra la dea non dea, furia rabbiosa a quell’annunzio e con discinte chiome esce del mar correndo e ‘nsu le soglie giunta dela mia stanza il grido scioglie. “Così dunque ubbidisci a’ detti miei, quant’io t’impongo ad esseguire accinto? ito in tal guisa a vendicarmi sei? ed hai di Psiche il tant’orgoglio estinto? O degne palme, o nobili trofei, ecco il forte campion che ‘l mondo ha vinto, l’arciero egregio, il feritore invitto or da donna mortal langue trafitto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giuseppe Parini   Il Giorno (I redazione) 910 Beato l’avvolgeste; e de le Muse A dispetto e d’Apollo, al sacro coro L’ascriveste de’ Vati. Egli ‘l suo Pindo Feo de la mensa: e guai a lui, se quinci Le Dee sdegnate giù precipitando 915 Con le forchette il cacciano. Meschino! Più non potria su le dolenti membra Del suo infermo Signor chiedere aita Da la bona Salute; o con alate Odi ringraziar, nè tesser Inni 920 Al barbato figliuol di Febo intonso: Più del giorno natale i chiari albori Salutar non potrebbe, e l’auree frecce Nomi sempiternanti all’arco imporre: Non più gli urti festevoli, o sul naso 925 L’elegante scoccar d’illustri dita Fora dato sperare. A lui tu dunque Non isdegna, o Signor, volger talvolta Tu’ amabil voce: a lui declama i versi Del dilicato cortigian d’Augusto, 930 O di quel che tra Venere, e Lièo Pinse Trimalcion. La Moda impone, Ch’Arbitro, o Flacco a un bello spirto ingombri Spesso le tasche. Il vostro amico vate T’udrà, maravigliando, il sermon prisco 935 Or sciogliere or frenar qual più ti piace: E per la sua faretra, e per li cento Destrier focosi che in Arcadia pasce Ti giurerà, che di Donato al paro Il difficil sermone intendi e gusti. 940 Cotesto ancor di rammentar fia tempo I novi Sofi, che la Gallia, e l’Alpe Esecrando persegue: e dir qual arse De’ volumi infelici, e andò macchiato D’infame nota: e quale asilo appresti 945 Filosofia al morbido Aristippo Del secol nostro; e qual ne appresti al novo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Giorno di Giuseppe Parini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giuseppe Parini   Il Giorno (I redazione) 1240 1245 1250 1255 1260 1265 1270 Quinci vien l’altro che pur oggi al cocchio Dai casali pervenne, e già s’ascrive Al concilio de’ numi. Egli oggi impara A conoscere il vulgo, e già da quello Mille miglia lontan sente rapirsi Per lo spazio de’ cieli. A lui davanti Ossequiosi cadono i cristalli De’ generosi cocchi oltrepassando; E il lusingano ancor perchè sostegno Sia de la pompa loro. Altri ne viene Che di compro pur or titol si vanta; E pur s’affaccia, e pur gli orecchi porge, E pur sembragli udir da tutti i labbri Sonar le glorie sue: Mal abbia il lungo De le rote stridore, e il calpestìo De’ ferrati cavalli, e l’aura, e il vento Che il bel tenor de le bramate voci Scender non lascia a dilettargli ‘l core. Di momento in momento il fragor cresce, E la folla con esso. Ecco le vaghe A cui gli amanti per lo dì solenne Mendicarono i cocchi. Ecco le gravi Matrone che gran tempo arser di zelo Contro al bel Mondo, e dell’ignoto Corso La scelerata polvere dannàro; Ma poi che la vivace amabil prole Crebbe, e invitar sembrò con gli occhi Imene, Cessero alfine; e le tornite braccia, E del sorgente petto i rugiadosi Frutti prudentemente al guardo aprìro Dei nipoti di Giano. Affrettan quindi Le belle cittadine, ora è più lustri Note a la Fama, poi che ai tetti loro Dedussero gli Dei; e sepper meglio, E in più tragico stil da la toilette Ai loro amici declamar l’istoria
Il Giorno di Giuseppe Parini
sentito fatto e provato dalla prima infanzia al cominciare della vecchiaia, quando gli acciacchi dell’età, la condiscendenza ai più giovani, la temperanza delle opinioni senili e, diciamolo anche, l’esperienza di molte e molte disgrazie in questi ultimi anni mi ridussero a quella dimora campestre dove aveva assistito all’ultimo e ridicolo atto del gran dramma feudale. Né il mio semplice racconto rispetto alla storia ha diversa importanza di quella che avrebbe una nota apposta da ignota mano contemporanea alle rivelazioni d’un antichissimo codice. L’attività privata d’un uomo che non fu né tanto avara da trincerarsi in se stessa contro le miserie comuni, sapiente o superba da trascurarle disprezzandole, mi pare in alcun modo riflettere l’attività comune e nazionale che la assorbe; come il cader d’una goccia rappresenta la direzione della pioggia. Così l’esposizione de’ casi miei sarà quasi un esemplare di quelle innumerevoli sorti individuali che dallo sfasciarsi dei vecchi ordinamenti politici al raffazzonarsi dei presenti composero la gran sorte nazionale italiana. Mi sbaglierò forse, ma meditando dietro essi potranno alcuni giovani sbaldanzirsi dalle pericolose lusinghe, e taluni anche infervorarsi nell’opera lentamente ma durevolmente avviata, e molti poi fermare in non mutabili credenze quelle vaghe aspirazioni che fanno loro tentar cento vie prima di trovare quell’una che li conduca nella vera pratica del ministero civile. Così almeno parve a me in tutti i nove anni nei quali a sbalzi e come suggerivano l’estro e la memoria venni scrivendo queste note. Le quali incominciate con fede pertinace alla sera d’una grande sconfitta e condotte a termine traverso una lunga espiazione in questi anni di rinata operosità, contribuirono alquanto a persuadermi del maggior nerbo e delle più legittime speranze nei presenti, collo spettacolo delle debolezze e delle malvagità passate. Ed ora, prima di prendere a trascriverle, volli con queste poche righe di proemio definire e sanzionar meglio quel pensiero che a me già vecchio e non letterato cercò forse indarno insegnare la malagevole arte dello scrivere. Ma già la chiarezza delle idee, la semplicità dei sentimenti, e la verità della storia mi saranno scusa e più ancora supplemento alla mancanza di retorica: la simpatia de’ buoni lettori mi terrà vece di gloria. Al limitare della tomba, già omai solo nel mondo, abbandonato così dagli amici che dai nemici, senza timori e senza speranze che non siano eterne, libero per l’età da quelle passioni che sovente pur troppo deviarono dal retto sentiero i miei giudizi, e dalle caduche lusinghe della mia non temeraria ambizione, un solo frutto raccolsi della mia vita, la pace dell’animo. In que-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
dalle fessure delle finestre i rumori che venivano dal villaggio, ella parlava muta muta cogli occhi di Lucilio e lo ringraziava per tutto quanto egli aveva adoperato a loro vantaggio. Infatti era una voce sola che ascriveva al signor Lucilio tutto quel po’ di sicurezza e di speranza, che risollevava le anime degli abitatori del castello dalla prima abiezione. Lui era stato a consolarli con qualche buon argomento, lui a munire provvisoriamente il castello contro un colpo di mano, lui a concepire quella sublime pensata del ricorso al Vicecapitano. Lì tornava in campo io. Mi si chiese conto della lettera e di chi se n’era incaricato; e tutti giubilarono di sapere che di lì a un paio d’ore io sarei tornato al mulino per recare la risposta di Portogruaro. Ognuno mi fece mille carezze, io era portato in palma di mano. Monsignore mi perdonava la mia ignoranza in punto al Confiteor, ed il fattore si pentiva di avermi posposto ad un menarrosto. Il Conte mi volgeva gli occhi dolci e la Contessa poi non finiva mai di accarezzarmi la nuca. Giustizia tarda e meritata. Mentre la brigata si sbracciava a farmi la corte, crebbe il romore di fuori improvvisamente, e Marchetto, il cavallante, col fucile in mano e gli occhi sbarrati si precipitò nel tinello. Che è che non è? — Fu un alzarsi improvviso, un gridare, un domandare, un rovesciarsi di seggiole, e di candelieri. — C’era che quattro uomini per un condotto d’acqua rimasto asciutto erano sbucati dietro la torre; che erano saltati addosso a lui e a Germano; che costui con due coltellate nel fianco doveva essere a mal partito, e che egli avea fatto appena tempo di scappare serrandosi dietro le porte. A queste notizie lo strillare, e il rimescolarsi crebbe di tre tanti; nessuno sapeva cosa si facesse; parevano quaglie insaccate allo scuro in un canestro che danno del capo qua e là alla rinfusa senza cognizione e senza scopo. Lucilio si sfiatava a raccomandare la quiete, e il coraggio; ma era un parlare ai sordi. La sola Clara lo udiva e cercava aiutarlo col persuadere la Contessa a farsi animo e a sperare in Dio. «Dio, Dio! è proprio tempo di ricorrere a Dio!...» sclamava la signora «chiamateci il confessore!... Monsignore, lei pensi a raccomandarci l’anima.» Il canonico di Sant’Andrea, cui erano rivolte queste parole, non aveva più anima per sé — figuratevi se avea intenzione o possibilità di raccomandare quella degli altri! In quel momento s’udì lo scoppio di molte schioppettate, e insieme grida e romori e minaccie di gente che sembrava azzuffarsi nella torre. Lo scompiglio non conobbe più limiti. Le donne di cucina capitarono da un lato, le cameriere la Pisana i servi dall’altro; il Capitano entrò più morto che vivo sostenuto dalla moglie, e gridando che tutto era perduto.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
più, frammezzo a’ suoi precetti ve n’erano di tanto sublimi nella loro semplicità ch’io non arrivava a comprenderli; e sì che le parole dicevano chiaro! — Per esempio, dove stava scritto di cercare quali altri doveri sconosciuti ci incombessero da adempiere se l’adempimento di quelli che conosciamo non bastasse a farci vivere in pace con noi stessi, cosa voleva dire il buon Martino? E questo era proprio il mio caso; e dietro questa massima più che colle altre mi tornava conto di lambiccare il cervello. Basta! Per allora mi rassegnai a leggerla e a rileggerla, se non senza capirla così astrattamente, almeno senza poterne trovare un modo di applicazione alle mie circostanze. E tornai a meditare la prima, la quale ascriveva a qualche nostra mancanza o a qualche cattiva azione la piena infelicità! “Povero me!” pensai “certo che io ho molte colpe sulla coscienza, perché mi sento oggi più miseramente infelice che uomo alcuno al mondo non possa essere”. Sì, ve lo giuro, feci un esame di coscienza così sottile, così scrupoloso che non fu senza merito per essere stato il primo: colla nozione imperfettissima ch’io aveva delle leggi morali, ho paura che me ne passassi buona più d’una, ma anche mi rampognai di cose per sé innocentissime; come per esempio d’essermi sempre rifiutato a stringer amicizia coi figliuoli di Fulgenzio e di serbar poca gratitudine alla signora Contessa. Il primo peccato lo ascriveva a superbia, ed era antipatia pura e semplice; del secondo accagionava il mio cattivo animo, ma tutta la colpa l’aveva la memoria tenace della mia povera zazzera, tanto ingiustamente martorizzata. Intanto, quello che più importa, non m’illusi punto sul mio peccataccio più grosso, su quello sfrenato amore per la Pisana, il quale mi si scoprì d’un tratto alla coscienza in tutta la sua bestiale salvatichezza. Io aveva amato la Pisana fino da piccino! Ottimamente! Fin da piccino avea sognato con essolei un amore da uomo! Cose compatibili in un ragazzo che ragiona coi piedi! — Giovinetto e già ragionevole e malizioso oltre il bisogno, avea persistito in quella bizzarria fanciullesca. — Male, signor Carlino! Ecco il primo scappuccio dopo il quale vengono gli altri, come le ventidue lettere dell’alfabeto dopo la prima. La ragione doveva avvertirmi ch’io era o il cugino o il servitore della Pisana. (Servitore, dico, perché coi servi era il mio posto nel castello di Fratta). In ambidue i casi non mi stava di appiccicarmi a lei colle pretese d’un amore contro l’ordine delle cose. Veggiamo un poco: coll’amore dove si giunge o dove si intende di giungere? Al matrimonio; questa è sicura; e io la sapeva e la
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
proprio capito un’acca. Tuttavia se non aveva capito, aveva tremato. Vergognai di me che aveva ondeggiato sì a lungo; ebbi compassione di padre Pendola e dell’avvocato Ormenta (i quali, sia detto di volo, non ne abbisognavano punto), e decisi di studiare come Amilcare, e di interrogar finalmente il mio cuore su quello propriamente ch’egli voleva amare. Intravvidi per la seconda volta un mondo pieno di idee altissime, di nobili affetti, e sperai che anche senza la Pisana l’anima mia avrebbe trovato il bandolo di vivere. Questo rivolgimento delle mie opinioni s’era già compiuto quando rividi l’avvocato Ormenta; e quel giorno, poco disposto a passargli tutto buono come al solito, appiccai con lui una mezza lite. Egli era malcontento di me perché non era mai stato alla conversazione della Marchesa che si mostrava, a quanto pare, tenerissima del fatto mio. Perciò ci separammo un po’ ingrugnati, dicendo egli che la buona causa non sapea che farsi di servitori condizionati e raziocinanti. Io non gli risposi quanto mi bolliva entro, ma corsi tosto da Amilcare, e per la prima volta gli narrai le mie relazioni coll’avvocato, e tutto l’andamento delle cose dalla predica del padre Pendola fino alla contesa di quel giorno stesso. Al mio racconto egli sporse le labbra come chi non ode cose molto piacevoli, e mi buttò in volto una certa occhiata che non mi dimenticherò mai. La mi diceva: “Sei pecora o lupo!?”. In verità io ne rimasi così sconvolto, che per poco non mi pentii di essere sdrucciolato in quella lunga confessione. Ma il sospetto fu un lampo: l’anima di Amilcare non era di quelle che esperte nel male lo avvisano dovunque; egli era buono, e si ravvide subito di quella breve incertezza: la bontà non gli tornò dannosa, come spesse volte. Egli mi parlò allora della fama che aveva l’avvocato in città; e come egli fosse tenuto un vigilantissimo ministro dell’Inquisizione di Stato. «Ah cane!» io sclamai. «Cos’è stato?» mi chiese Amilcare. Io non ebbi il coraggio di confessare che il furbo m’aveva forse adoperato come strumento delle sue ribalderie; e il coraggio mi mancò affatto quando mi raccontò che la cattura di alcuni studenti avvenuta il giorno prima, e lo sfratto intimato ad alcuni altri, e le perquisizioni a moltissimi si ascrivevano comunemente a merito del signor avvocato. «Quel tuo padre Pendola deve essere qualche inquisitore travestito che lavora a doppio per tenerci al buio» continuò Amilcare. «A Venezia sono ancora al mille quattrocento e si ha paura del mille ottocento che s’avvicina,
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«Guarda» gli dissi «traditore! Guarda!...» Egli  guardò  spaventato  e  s’accorse  solamente  allora  della  lividezza mortale che copriva quelle spoglie inanimate. Accorgersene, e metter un grido più acuto più straziante del mio, e cader riverso come colpito dal fulmine fu tutto ad un punto. Quel secondo grido chiamò nella stanza la portinaia, la Doretta e quanta gente abitava la casa. Raimondo s’era riavuto ma si reggeva in piedi a stento, la Doretta si strappava i capelli, e non so ben dire se strillasse o piangesse; gli altri guardavano spaventati quel lugubre spettacolo, e si chiedevano l’un l’altro sotto voce com’era stato. Mentire toccò a me, e non mi fu grave, perché pensava così di adempiere scrupolosamente i desiderii dell’amico. Ma non potei far a meno che nell’ascrivere quella morte ad un colpo fulminante la mia voce non parlasse altrimenti. Raimondo e la Doretta mi intesero, e sopportarono dinanzi al mio sguardo inesorabile la vergogna dei rei. Io partii da quella casa, ove divisava di tornare il giorno appresso per accompagnare l’amico alla sua ultima dimora; qual fosse l’animo, quali i miei pensieri non voglio confessarlo ora. Guardava talvolta con inesprimibile avidità l’acqua torbida e profonda dei canali; ma mio padre mi aspettava ed altri martiri mi invitavano per la via di Milano alle dure espiazioni dell’esiglio. Mio padre m’attendeva infatti da un’ora e si spazientiva di non vedermi tornare. Mi scusai raccontandogli l’atrocissimo caso, ed egli mi tagliò le parole in bocca sclamando: «Matto, matto! La vita è un tesoro; bisogna impiegarlo bene sino all’ultimo soldo!» Rimasi nauseato alquanto di una tale pacatezza, e non ebbi voglia alcuna di farmi incontro ai suoi desiderii, come me ne aveano persuaso la sera prima le monche confidenze di Lucilio. Egli invece senzaché io m’incommodassi entrò subito in argomento. «Carlino»  mi  chiese  «dimmi  la  verità,  quanti  danari  all’anno  ti bisognano per vivere?» «Son nato con un buon paio di braccia;» gli risposi freddamente «mi aiuterò!...» «Matto, matto anche tu!» rispose egli «anch’io son nato colle braccia e le ho fatte lavorare a meraviglia; ma perciò non rifiutai mai un buon aiuto dell’amicizia. Pigliala come vuoi, io sono tuo padre; e ho diritto di consigliarti e al caso anche di comandarti. Non guardarmi così altero!... Non ci è bisogno!... Ti compatisco; sei giovane, hai perduto la testa. Anch’io stetti tutto ieri che non sapeva se fossi vivo o morto, anch’io ho sofferto, vedi, più di uomo al mondo vedendo rovesciarsi tutte le mie speranze per opera di
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
venne a metterlo in pratica; allora nel minuto mi si opposero parecchie difficoltà. Prima di tutto poteva io assumere una specie di tutela sopra di lei, incerto com’era di fermarmi a Venezia, anzi sicuro per le date promesse e per legge d’onore di dovermene allontanare? E cosa ne avrebbe detto la sua famiglia, e Sua Eccellenza Navagero più di tutti, il marito vecchio e geloso? Non si avrebbe trovato a mezzo loro qualche pretesto per darmi il bando? E a me si stava di farmi complice dell’ingiuria che la Pisana scagliava sopra di loro? E non bastava; c’era l’ultimo scrupolo, l’impiccio più grosso, la difficoltà capitale. Come doveva io coonestare agli occhi del mondo e alla lunga alla lunga anche alla mia coscienza quella vita intrinseca e comune con una bella giovane che amava, e dalla quale aveva tutte le ragioni per credermi amato? — Doveva io dire che aspettavamo così meno noiosamente la morte del marito? — Peggiore la rappezzatura che il buco, si dice da noi. — E tutti questi impicci  mi  saltavano  agli  occhi,  mi  affaticavano  inutilmente  la  mente, intantoché la Pisana si consolava, cantando e ballando, della racquistata libertà, e non si dava un fastidio al mondo di quello che potrebbe mormorarne la gente. Ella si fece condurre per tutta la casa dalla cantina alla soffitta, trovò di suo grado i tappeti i divani e perfino le pipe; m’assicurò che noi staremmo là dentro come due principi, e non si prendeva cura né delle apparenze né della modestia. Sapete bene che quando una donna non si sgomenta di certe coserelle, sgomentirsene non tocca a noi; più che ridicolaggine di chietineria, sarebbe un’offesa alla sua delicatezza, e non vanno lodati quei confessori che suggeriscono i peccati alle penitenti. Tutto ad un tratto mentr’io ammirava l’allegra e sfrontata spensieratezza della Pisana, non sapendo se dovessi ascriverla a sincero amore per me, a scioltezza di costumi, o a pura levità di cervello, ella si fermò colle braccia in croce nel mezzo della sala: levò gli occhi un po’ turbata nei miei dicendo: «E tuo padre?» Allora solo mi saltò in mente ch’ella non sapea nulla della sua partenza; e mi maravigliai a tre doppi della sua franchezza nel venirsi a stabilire presso di me, mentreché ci vedeva nello stesso tempo meno trascurato il pudor femminile. Quando c’è un padre di mezzo, due giovani son più sicuri dalle tentazioni, e dalle chiacchiere dei vicini. Insieme a questo pensiero me ne balenò alla mente un altro, ch’ella si spaventasse di trovarmi solo e si ritraesse dalla sua eccessiva confidenza. Poco prima mi doleva di doverla credere noncurante del proprio onore e delle convenienze sociali, allora avrei
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
può regger in piedi, e mi butta sulle spalle tutti gli incommodi del servizio. Guardate, questo è il suo schioppo che mi tocca sfregolare!... Colla bella festa di stamattina!... Farci star dieci ore ritti ritti come pali a odorar il vento che sapeva d’inverno più del bisogno!... Canchero, ci siamo inscritti per far la guerra, per distruggere la stirpe dei re e degli aristocratici, noi! non per far la corte al Direttorio e portargli la candela in processione!... Per cotal mestiere mandino a chiamare gli staffieri dell’Arciduca Governatore. È una vera ignominia... Non ho bevuto in tutt’oggi che un terzino di Canneto... E sì che per niente non si dovrebbe essere repubblicani!... Cittadino, mi onorereste d’un piccolo prestito per comperarne una pinta?... Giacomo Dalla Porta, capofila nella prima schiera della Legione Cisalpina ai vostri comandi.» Io gli sporsi, s’intende a titolo di prestito, una lira di Milano, col patto che mi conducesse senz’altre chiacchiere da alcuno di quei tre che gli aveva nominato. Buttò via lo schioppo, l’olio, gli stoppacci; fece quattro salti proprio alla meneghina con quella liretta fra il pollice e l’indice, e squadrandomi l’altra mano ben aperta sul naso, corse giù per la scala in cerca dell’oste. “Fidatevi della probita repubblicana” pensai brontolando come un vecchio. — M’era uscito di capo che, con una carta stampata, e una festa nel campo della Federazione, si può bensì avviare ma non compiere il rinnovamento dei costumi, e che d’altronde della gente cui va più a sangue il vino che far piacere al prossimo ne rimarrà sempre in tutte le repubbliche della terra. Finalmente trovai per un corritoio un altro soldatino azzimato, ben composto quasi elegante che corrispose al mio saluto con un inchino quasi cortigianesco, e mi diede del cittadino come quattro mesi prima mi avrebbe dato del conte e dell’eccellenza. Tanto era il bel garbo e la tornitezza della voce. Doveva essere qualche marchese, invasato dall’amore della libertà, che avea pensato farsi frate di cotal nuova religione ascrivendosi ai legionari cisalpini. Martiri eleganti e spensierati che abbondano in tutte le rivoluzioni, e dei quali chi dice male merita la scomunica, perché finiscono con un poco di pazienza a diventar eroi. E ne abbiamo parecchi e di fresca data nel nostro calendario;  per  esempio  il  Manara,  milanese  anche  lui  come  l’anonimo marchesino che mi fece parlare. Costui insomma, per sbrigarmi, mi condusse con molta compitezza fino alla stanza del dottor Lucilio: e là tornammo a riverirci scambievolmente che sembravamo due primi ministri dopo una conferenza.
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Bonaparte e alla costanza di Massena. La Pisana baccheggiava come una vivandiera, e in quel momento le avrei dato uno schiaffo; ma si serbava sempre così bella così bella per quante pazzie e scioccaggini commettesse, che avrei temuto di guastarla. Uscendo dal forte, Alessandro ci gridava dietro che badassimo ai bei fuochi d’artifizio; infatti le bombe di Otto descrivevano per aria le più vezzose parabole, e se non ci fosse stato il tonfo della caduta e il fragore e la rovina dello scoppio, sarebbe stato un onestissimo divertimento. Io affrettava il passo; e ve lo assicuro, non tanto per me quanto per veder la Pisana fuori di quel gran pericolo; ma ella se ne aveva a male, e borbottava della mia dappocaggine, e mi faceva montar la stizza portando a cielo Alessandro, e le sue belle maniere soldatesche, e i suoi frizzi e le sue baiate che non erano poi d’un gusto molto raffinato. Ma la Pisana aveva la passione dei tipi; e certo le sarebbe spiaciuto un lazzerone senza cenci e senza maccheroni, come un colonnello mugnaio senza pizzicotti e senza bestemmie. Io mi difendeva con dignitoso silenzio; ma ella dava a divedere d’ascrivere questa ritenutezza ad invidia. Allora la mia bile sforzò il turacciolo, e diedi una gran vociata gridando che se fossi stato donna io avrei voluto lodarmi piuttosto di Monsignore suo zio che di quel zoticone di colonnello. Lì appiccammo una lite; ché ella mi tacciava d’ingratitudine, ed io lei di soverchia indulgenza per le scurrili maniere di Alessandro. Terminammo a casa col sederci allo scuro io sopra una seggiola ed ella sopra un’altra col viso rivolto alla parete. Lucilio rientrando indi a poco ci trovò addormentati, segno evidentissimo che la tempesta aveva appena sfiorato i nostri umori biliosi; e sì che vento di parole non n’era mancato. La Pisana per farmi dispetto seguitò lunga pezza a lodare e magnificare i buoni portamenti e il valore stragrande del colonnello Alessandro, dicendo che per farsi di mugnaio esperto soldato in così breve tempo si voleva un ingegno sperticato, e che ella già aveva sempre augurato bene di quel giovine distinguendolo dagli altri fin da piccino. Io ingelosiva furiosamente di questi richiami ad un tempo, nel quale molte volte aveva dovuto soffrire la fortunata rivalità del piccolo Sandro; e vedendo compiacersi lei di cotali memorie, ognuno si figurerà i sospetti che ne induceva. Così, gelosi ambidue, stancheggiati dal digiuno, divisi dal resto del mondo, e con un futuro dinanzi che non dava nulla da sperare, noi cercavamo del nostro meglio ogni via per infastidirci scambievolmente. Ma appena poi il bell’Alessandro mostrava volersi ingalluzzire per le lusingherie della Pisana, ecco ch’ella se ne ritraeva quasi spaventata. E toccava a me farle vedu-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Le nozze furono celebrate con gran pompa; e siccome Luciano aveva buon nome fra i soldati, il conte Capodistria ne racquistò qualche popolarità. Credo anzi che nel concederla egli avesse in mente questo buon fine politico; ma Luciano aveva anche lui in mente i suoi fini, e non guardò pel sottile se ai proprii meriti o ad altre considerazioni del Presidente dovesse ascrivere quella fortuna. Io rimasi qualche tempo in Grecia visitando il paese e ammirando  del  pari  e  gli  avanzi  dell’antica  grandezza,  e  i  segni  delle  ultime devastazioni, monumenti di genere diverso ma che onoravano del pari quel poetico paese. Luciano non avrebbe voluto che partissi mai più, l’Argenide mi dimostrava una vera tenerezza figliale, il conte Capodistria accennava a voler far di me qualche cosa di grosso, un ministro delle Finanze o che so io. Ricordai allora sorridendo i sogni dorati dell’intendente Soffia, ma non beccai all’amo, e le lettere dell’Aquilina erano troppo pressanti perch’io non pensassi di tornare al più presto. Un crudele avvenimento fu che mi tolse di accondiscendere quando avrei voluto a questo mio desiderio. La salute dell’Aglaura, che anche in Grecia non si era mai raffermata, peggiorò in qualche settimana di sorte che si disperò della guarigione. La disperazione di Spiro, l’accoramento dei suoi figliuoli potevano essere intesi solamente da me, che perdeva in lei l’unica sorella, e la sola creatura che mi ricordasse la mia povera madre. Né cure né medicine né tridui valsero nulla. Ella spirò l’anima fra le mie braccia, mentre tre soldati tre eroi che avevano perigliato cento volte la vita contro le scimitarre degli Ottomani, si scioglievano in lagrime intorno al suo letto. Non era ancora assodata la terra che copriva il feretro di mia sorella, quando mi venne da Venezia un altro colpo terribile. Mio cognato scriveva che Donato era scomparso improvvisamente senza lasciar detto nulla, e senza che si sospettasse alcun motivo a quell’improvvisa partenza, sicché con ragione si temevano le peggiori disgrazie. L’Aquilina sembrava impazzita pel dolore e la mia presenza a Venezia era necessaria in quei terribili frangenti. Senza potersene far ragione egli conghietturava che Donato potesse essere involto nei torbidi che agitavano allora la Romagna, ma raccomandava di darmi fretta che forse prima del mio arrivo avrebbero saputo qualche cosa. Gli altri miei figliuoletti godevano ottima salute, e s’impazientivano di non veder più il loro papà, e di aver malata la mamma. Vi figurerete che non misi più tempo in mezzo. Accennai confusamente tanto a Luciano che agli altri ad un affare che mi chiamava tosto a Venezia, e m’imbarcai quel giorno stesso sopra un piroscafo francese che salpava per Ancona. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Miceni gli disse di scrivere rapidamente la prima lettera perché doveva servire poi di copia agli altri scrivani, ma Alfonso non sapeva scrivere presto. Gli toccava rileggere più volte prima di saper trascrivere una frase. Fra una parola e l’altra lasciava correre il suo pensiero ad altre cose e si ritrovava con la penna in mano obbligato a cancellare qualche tratto che nella distrazione gli era venuto fatto disforme dall’originale. Anche quando gli riusciva di rivolgere tutta la sua attenzione al lavoro, non procedeva con la rapidità di Miceni perché non sapeva copiare macchinalmente. Essendo attento, correva sempre col pensiero al significato di quanto copiava e ciò lo arrestava. Per un quarto d’ora non si udì che lo stridere delle penne e di tempo in tempo il rumore fatto da Miceni voltando le pagine. La porta si aprì con fracasso e sul limitare, ove rimase impalato per qualche istante, si presentò Ballina, l’impiegato che attendeva da Alfonso la lettera di Sanneo per farne altre copie. – E questa lettera? Era un bell’uomo dallo sguardo intelligente alquanto furbesco, un paio di mustacchi alla Vittorio Emanuele, la barba però non fatta. Fumava e il fumo non soffiato via, lo avrebbe volontieri riassorbito per goderne di più, riempiva i mustacchi e saliva coprendogli il volto fin sotto agli occhi. La sua giubba di lavoro doveva essere stata di color bianco, era giallognola ora, salvo che le maniche, adoperate per nettare le penne, all’avambraccio del tutto nere. Lavorava in una stanzetta che aveva l’entrata sul piccolo corridoio come quella di Miceni. Miceni alzò il capo con un sorriso amichevole. Ballina veniva veduto sempre volontieri perché buffone, il buffone della banca. Quella sera non aveva voglia e si lamentava. Aveva lavorato fino allora nel suo ufficio d’informazioni ed ora doveva lavorare dell’altro; per la sera poi non si sapeva se c’era di cena. Affettava maggiore miseria di quanta ne avesse. Fece una volta trasecolare Alfonso il quale, come Ballina stesso si esprimeva, era  spugna, col raccontargli che alla fine del mese si nutriva di Emulsione Scott regalatagli da un medico suo parente. Aveva parenti benestanti che dovevano aiutarlo perché ne diceva sempre bene. Entrò Sanneo come sempre correndo; lo seguiva Giacomo col volto da adolescente serio, un grande fascio di carte sulle braccia, al quale per eccesso di zelo teneva rivolto anche lo sguardo. Con accento ruvido Sanneo chiese a Ballina perché ancora non scrivesse.
Una vita di Italo Svevo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto secondo 9 O fu di man fedele opra furtiva, o pur il Ciel qui sua potenza adopra, che di Colei ch’è sua regina e diva sdegna che loco vil l’imagin copra: ch’incerta fama è ancor se ciò s’ascriva ad arte umana od a mirabil opra; ben è pietà che, la pietade e ’l zelo uman cedendo, autor se ’n creda il Cielo. 10 Il re ne fa con importuna inchiesta ricercar ogni chiesa, ogni magione, ed a chi gli nasconde o manifesta il furto o il reo gran pene e premi impone. Il mago di spiarne anco non resta con tutte l’arti il ver; ma non s’appone, ché ’l Cielo, opra sua fosse o fosse altrui, celolla ad onta de gl’incanti a lui. 11 Ma poi che ’l re crudel vide occultarse quel che peccato de’ fedeli ei pensa, tutto in lor d’odio infellonissi, ed arse d’ira e di rabbia immoderata immensa. Ogni rispetto oblia, vuol vendicarse, segua che pote, e sfogar l’alma accensa. — Morrà, — dicea — non andrà l’ira a vòto, ne la strage comune il ladro ignoto. 12 Pur che ’l reo non si salvi, il giusto pèra e l’innocente; ma qual giusto io dico? è colpevol ciascun, né in loro schiera uom fu giamai del nostro nome amico. S’anima v’è nel novo error sincera, basti a novella pena un fallo antico. Su su, fedeli miei, su via prendete le fiamme e ’l ferro, ardete ed uccidete. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
1165 Risposta al signor Enea Baldesco. Valor terreno è da celeste forza vinto, Baldesco, ov’ei d’opporsi tente: onde più sempre indebolir si sente lo mio, cui forse il ciel affligge e sforza. 5 Pur non è spento ancora e pur si sforza di separarmi da la ignobil gente; e, s’uom mi pone in schiera, ei si risente, e fero sdegno lui cresce e rinforza. E quella luce, che gran tempo ascosa mi fu, par che l’affetto anco mi copra, pur è grazia di lei s’ei spera ed osa. Ma se farà giammai laudabil opra, s’ascriva a chi me ‘l diede, in cui sol posa può l’alma aver ch’indarno ora s’adopra.
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
Signor, io vengo ai cenni tuoi. Regina, alta cagion vuol ch’io ti appelli. Oh! quale?... Tosto la udrai. — Da te sperar poss’io?... Ma, qual v’ha dubbio? imparzial consiglio chi più di te potria sincero darmi? Io, consigliarti?... Sì: più il parer tuo pregio che ogni altro: e se finor le cure non dividevi del mio imperio meco, né al poco amor del tuo consorte il dei ascriver tu; né al diffidar tampoco del re tu il dei: solo ai pensier di stato, gravi al tuo sesso troppo, ognor sottrarti io volli appieno. Ma, per mia sventura, giunto è il giorno, in cui veggo insorger caso ove frammista alla ragion di stato la ragion del mio sangue anco è pur tanto, che tu il mio primo consiglier sei fatta. — Ma udir da te, pria di parlar, mi giova, se più tremendo, venerabil, sacro di padre il nome, o quel di re, tu stimi. Del par son sacri; e chi nol sa?... Tal, forse, tal, che saper più ch’altri sel dovrebbe. — Ma, dimmi inoltre, anzi che il fatto io narri, e dimmi il ver: Carlo, il mio figlio,... l’ami?... o l’odi tu?... ... Signor...
Filippo di Vittorio Alfieri
Qui regna Egisto, e ad alta voce parli qui di vendetta? Incauto, a cotant’opra tal principio dai tu? Vedi; già albeggia; e s’anco eterne qui durasser l’ombre, mura di reggia son; sommesso parla: ogni parete un delator nel seno nasconder può. Deh! non perdiamo or frutto dei voti tanti, e dell’errar sì lungo, che a questi lidi al fin ci tragge a stento. O sacri liti, è ver, parea che ignota forza da voi ci respingesse: avversi, da che l’ancore sciolto abbiam di Crissa, i venti sempre, la natal mia terra parean vietarmi. A mille a mille insorti nuovi ostacoli ognor, perigli nuovi, mi fean tremar, che il dì mai non giungesse di porre in Argo il piè. Ma giunto è il giorno; in Argo sto. — S’ogni periglio ho vinto, Pilade egregio, all’amistà tua forte, a te lo ascrivo. Anzi ch’io qui venissi vendicator di sì feroce oltraggio, forse a prova non dubbia il ciel volea porre in me l’ardimento, in te la fede. Ardir? ne hai troppo. Oh! quante volte e quante tremai per te! Presto a divider teco ogni vicenda io sono, il sai; ma pensa, che nulla è fatto, a quanto imprender resta. Finor giungemmo, e nulla più. Dei molti mezzi a tant’opra, ora conviensi ad uno, al migliore, attenerci; e fermar quale scerrem pretesto, e di qual nome velo faremo al venir nostro: a tanta mole convien dar base. La giustizia eterna fia l’alta base. A me dovuto è il sangue, ond’io vengo assetato. — Il miglior mezzo? Eccolo; il brando. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Oreste di Vittorio Alfieri
Nascita, e parenti. Nella città d’Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell’anno 1749, io nacqui di nobili, agiati, ed onesti parenti. E queste tre loro qualità ho espressamente individuate, e a gran ventura mia le ascrivo per le seguenti ragioni. Il nascere della classe dei nobili, mi giovò appunto moltissimo per poter poi, senza la taccia d’invidioso e di vile, dispregiare la nobiltà per sé sola, svelarne le ridicolezze, gli abusi, ed i vizi; ma nel tempo stesso mi giovò non poco la utile e sana influenza di essa, per non contaminare poi mai in nulla la nobiltà dell’arte ch’io professava. Il nascere agiato, mi fece e libero e puro; né mi lasciò servire ad altri che al vero. L’onestà poi de’ parenti fece sì, che non ho dovuto mai arrossire dell’esser io nobile. Onde, qualunque di queste tre cose fosse mancata ai miei natali, ne sarebbe di necessità venuto assai minoramento alle diverse mie opere; e sarei quindi stato per avventura o peggior filosofo, o peggior uomo, di quello che forse non sarò stato. Il mio padre chiamavasi Antonio Alfieri, la madre, Monica Maillard di Tournon. Era questa di origine savoiarda, come i barbari di lei cognomi dimostrano; ma i suoi erano già da gran tempo stabiliti in Torino. Il mio padre era un uomo purissimo di costumi, vissuto sempre senza impiego nessuno, e non contaminato da alcuna ambizione; secondo che ho inteso dir sempre da chi l’avea conosciuto. Provveduto di beni di fortuna sufficienti  al  suo  grado,  e  di  una  giusta  moderazione  nei  desideri,  egli  visse bastantemente felice. In età di oltre cinquantacinque anni invaghitosi di mia madre, la quale, benché giovanissima, era allora già vedova del marchese di Cacherano, gentiluomo astigiano, la sposò. Una figlia femmina che avea di quasi due anni preceduto il mio nascimento, avea più che mai invogliato e insperanzito il mio buon genitore di aver prole maschia; onde fu oltremodo festeggiato il mio arrivo. Non so se egli si rallegrasse di questo come padre attempato, o come cavaliere assai tenero del nome suo e della perpetuità di sua stirpe: crederei che di questi due affetti si componesse in parte egual la di lui gioia. Fatto si è, che datomi ad allattare in un borghetto distante circa due miglia da Asti, chiamato Rovigliasco, egli quasi ogni giorno ci veniva a piedi a vedermivi, essendo uomo alla buona e di semplicissime
Vita di Vittorio Alfieri
farla parlare. In una di queste poco, certo, divertenti sedute, io mosso dal tedio, dato di piglio a cinque o sei fogli di carta che mi caddero sotto mano, cominciai così a caso, e senza aver piano nessuno, a schiccherare una scena di una non so come chiamarla, se tragedia, o commedia, se d’un sol atto, o di cinque, o di dieci; ma insomma delle parole a guisa di dialogo, e a guisa di versi, tra un Photino, una donna, ed una Cleopatra, che poi sopravveniva dopo un lunghetto parlare fra codesti due prima nominati. Ed a quella donna, dovendole pur dare un nome, né altro sovvenendomene, appiccicai quel di Lachesi, senza pur ricordarmi ch’ella delle tre Parche era l’una. E mi pare,  ora  esaminandola,  tanto  più  strana  quella  mia  subitanea  impresa, quanto  da  circa  sei  e  più  anni  io  non  aveva  mai  più  scritto  una  parola italiana, pochissimo e assai di rado e con lunghissime interruzioni ne avea letto. Eppure così in un subito, né saprei dire né come né perché, mi accinsi a stendere quelle scene in lingua italiana ed in versi. Ma, affinché il lettore possa giudicar da sé stesso della scarsezza del mio patrimonio poetico in quel tempo, trascriverò qui in fondo di pagina a guisa di nota, un bastante squarcio di codesta composizione, e fedelissimamente lo trascriverò dall’originale che tuttavia conservo, con tutti gli spropositi perfino di ortografia con cui fu scritto: e spero, che se non altro questi versi potranno far ridere chi vorrà dar loro un’occhiata, come vanno facendo ridere me nell’atto del trascriverli; e principalmente la scena fra Cleopatra e Photino. Aggiungerò una particolarità, ed è: che nessun’altra ragione in quel primo istante  ch’io  cominciai  a  imbrattar  que’  fogli  mi  indusse  a  far  parlare Cleopatra  piuttosto  che  Berenice,  o  Zenobia,  o  qualunque  altra  regina tragediabile, fuorché l’esser io avvezzo da mesi ed anni a vedere nell’anticamera  di  quella  signora  alcuni  bellissimi  arazzi,  che  rappresentavano  vari fatti di Cleopatra e d’Antonio.Guarì poi la mia signora di codesta sua indisposizione; ed io senza mai più pensare a questa mia sceneggiatura risibile, la depositai sotto un cuscino della di lei poltroncina, dove ella si stette obbliata circa un anno; e così furono frattanto, sì dalla signora che vi si sedeva abitualmente, sì da qualunque altri a caso vi si adagiasse, covate in tal guisa fra la poltroncina e il sedere di molti quelle mie tragiche primizie. Ma, trovandomi vie più sempre tediato ed arrabbiato di far quella vita serventesca, nel maggio di quello stesso anno ’74, presi subitamente la determinazione di partire per Roma, a provare se il viaggio e la lontananza mi guarirebbero di quella morbosa passione. Afferrai l’occasione d’una acerba
Vita di Vittorio Alfieri
che  poco  importavami,  o  se  alla  fin  fine  la  vincerei.  Formato  in  me  tal proponimento, per legarmivi contraendo con una qualche persona come un obbligo di vergogna, scrissi un bigliettino ad un amico mio coetaneo, che molto mi amava, con chi s’era fatta l’adolescenza, e che allora da parecchi mesi non mi vedea più, compiangendomi molto di esser naufragato in quella Cariddi, e non potendomene cavar egli, né volendomi perciò parer d’approvare. Nel bigliettino gli dava conto in due righe della mia immutabile risoluzione, e gli acchiudevo un involtone della lunga e ricca treccia de’ miei rossissimi capelli, come un pegno di questo mio subitaneo partito, ed un impedimento quasi che invincibile al mostrarmi in nessun luogo così tosone, non essendo allora tollerato un tale assetto, fuorché ne’ villani, e marinari. Finiva il biglietto col pregarlo di assistermi di sua presenza e coraggio, per rinfrancare il mio. Isolato in tal guisa in casa mia, proibiti tutti i messaggi, urlando e ruggendo, passai i primi quindici giorni di questa mia strana liberazione. Alcuni amici mi visitavano; e mi parve anco mi compatissero; forse appunto perché io non diceva parola per lamentarmi, ma il mio contegno ed il volto parlavano in vece mia. Mi andava provando di leggere qualche cosuccia, ma non intendeva neppur la gazzetta, non che alcun menomo libro; e mi accadeva di aver letto delle pagine intere cogli occhi, e talor con le labbra, senza pure saper una parola di quel ch’avessi letto.  Andava  bensì  cavalcando  nei  luoghi  solitari,  e  questo  soltanto  mi giovava un poco sì allo spirito che al corpo. In questo semifrenetico stato passai più di due mesi sino al finir di marzo del ’75; finché ad un tratto un’idea nuovamente insortami cominciò finalmente a svolgermi alquanto e la mente ed il cuore da quell’unico e spiacevole e prosciugante pensiero di un sì fatto amore. Fantasticando un tal giorno così fra me stesso, se non sarei forse in tempo ancora di darmi al poetare, me n’era venuto, a stento ed a pezzi, fatto un piccolo saggio in quattordici rime, che io, riputandole un sonetto, inviava al gentile e dotto padre Paciaudi, che trattavami di quando in quando, e mi si era sempre mostrato ben affetto, e rincrescente di vedermi così ammazzare il tempo e me stesso nell’ozio. Trascriverò qui, oltre il sonetto, anche la di lui cortese risposta. Quest’ottimo uomo mi era sempre andato  suggerendo  delle  letture  italiane,  or  questa  or  quella,  e  tra l’altre,trovata  un  giorno  su  un  muricciuolo  la  Cleopatra,  ch’egli  intitola eminentissima per essere del cardinal Delfino, ricordatosi ch’io gli avea detto parermi quello un oggetto di tragedia, e che lo avrei voluto tentare (senza
Vita di Vittorio Alfieri
con questo nuovo impulso cancellando dal cuore quella non degna fiamma, e di andare ad oncia ad oncia riacquistando il mio già sì lungamente alloppiato intelletto. Non mi trovava almeno più nella dura e risibile necessità di farmi legare su la mia seggiola, come avea praticato più volte fin allora, per impedire in tal modo me stesso dal potere fuggir di casa, e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei tanti compensi ch’io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza. Stavano i miei legami nascosti sotto ilmantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s’accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola. E così ci passava dell’ore non poche. Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi passato quell’accesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi. Ed in tante e sì diverse maniere mi aiutai da codesti fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere in quel baratro. E tra le strane maniere che in ciò adoperai, fu certo stranissima quella di una mascherata, ch’io feci nel finire di codesto carnevale, al publico ballo del teatro.  Vestito da Apollo assai bene, osai di presentarmivi con la cetra, e strimpellando alla meglio, di cantarvi alcuni versacci fatti da me, i quali anche  con  mia  confusione  trascriverò  qui  in  fondo  di  pagina.  Una  tale sfacciataggine era in tutto contraria alla mia indole naturale. Ma, sentendomi io pur troppo debole ancora a fronte di quella arrabbiata passione, poteva forse meritare un qualche compatimento la cagione che mi movea a fare simili scenate; che altro non era se non se il bisogno ch’io sentiva in me stesso di frapporre come ostacolo per me infrangibile la vergogna del ricadere in quei lacci, che con tante publicità avrei vituperati io medesimo. E in questo modo, senza avvedermene, io per non dovermi vergognar di bel nuovo, in publico mi svergognava. Né queste ridicole e insulse colascionate, avrei  osato  trascrivere,  se  non  mi  paresse  di  doverle,  come  un  autentico monumento della mia imperizia in ogni convenienza e decenza, qui tributare alla verità. Fra queste sì fatte scede io mi andava pure davvero infiammando a poco a poco del per me nuovo bellissimo ed altissimo amore di gloria. E finalmente dopo alcuni mesi di continui consulti poetici, e di logorate grammatiche  e  stancati  vocabolari,  e  di  raccozzati  spropositi,  io  pervenni  ad appiccicare alla peggio cinque membri ch’io chiamai atti, e il tutto intitolai
Vita di Vittorio Alfieri
Cleopatra tragedia. E avendo messo al pulito (senza forbirmene) il primo atto, lo mandai al benigno padre Paciaudi, perch’egli me lo spilluzzicasse, e dessemene  il  di  lui  parere  in  iscritto.  E  qui  pure  fedelmente  trascriverò alcuni versi di esso, con la risposta del Paciaudi. Nelle postille da lui apposte a que’ miei versi, alcune eran molto allegre e divertenti, e mi fecero ridere di vero cuore, benché fosse alle spalle mie: e questa tra l’altre. “Verso 184, il latrato del cor... Questa metafora è soverchiamente canina. La prego di torla”. Le postille di quel primo atto, ed i consigli che nel paterno biglietto le accompagnavano, mi fecero risolvere a tornar rifare il tutto con più ostinazione ed arrabbiata pazienza. Dal che poi ne uscì la cosidetta tragedia, quale si recitò in Torino a dì 16 giugno 1775; della quale pure trascriverò, per terza ed ultima prova della mia asinità nella età non poca di anni venzei e mezzo, i primi versi, quanti bastino per osservare i lentissimi progressi, e l’impossibilità di scrivere che tuttavia sussisteva, per mera mancanza dei più triviali studi. E nel modo stesso con cui avea tediato il buon padre Paciaudi per cavarne una censura di quella mia seconda prova, andai anche tediando molti altri, tra i quali il conte Agostino Tana mio coetaneo, e stato paggio del re neltempo ch’io stava nell’Accademia. L’educazione nostra era perciò stata a un di presso consimile, ma egli dopo uscito di paggio avea costantemente poi applicato alle lettere sì italiane che francesi, ed erasi formato il gusto, massimamente nella parte critica filosofica, e non grammaticale. L’acume, grazia e leggiadria delle di lui osservazioni su quella mia infelice Cleopatra farebbero ben bene ridere il lettore, se io avessi il coraggio di mostrargliele; ma elle mi scotterebbero troppo, e non sarebbero anche ben intese, non avendo io ricopiato che i soli primi quaranta versi di quel secondo aborto. Trascriverò bensì la di lui letterina, con la quale mi rimandò le postille, e basterà  a  farlo  conoscere.  Io  frattanto  avea  aggiunta  una  farsetta,  che  si reciterebbe immediatamente dopo la mia Cleopatra; e la intitolai I poeti. Per dare anco un saggio della mia incompetenza in prosa, ne trascrivo uno squarcio.  Né  la  farsetta  però,  né  la  tragedia,  erano  le  sciocchezze  d’uno sciocco; ma un qualche lampo e sale qua e là in tutte due traluceva. Nei Poeti aveva introdotto me stesso sotto il nome di Zeusippo, e primo io era a deridere la mia Cleopatra, la di cui ombra poi si evocava dall’inferno, perch’ella desse sentenza in compagnia d’alcune altre eroine da tragedia, su questa mia composizione paragonata ad alcune altre tragediesse di questi
Vita di Vittorio Alfieri
speranza non mai. Tra l’altre di queste rimerie (che poesie non ardirò di chiamarle) una me ne occorse di fare, da essere da me cantata ad un banchetto di liberi muratori. Era questa, o dovea essere un capitolo allusivo ai diversi utensili e gradi e officiali di quella buffonesca società. E benché io nel primo sonetto quassù trascritto avessi rubato un verso del Petrarca dai suoi capitoli; con tutto ciò, tanta era la mia disattenzione e ignoranza, che allora cominciai questo mio senza più ricordarmi, o non l’avendo forse mai bene osservata, la regola delle terzine; e così me lo proseguii sbagliando, sino alla duodecima terzina; dove essendomene nato il dubbio, aperto Dante conobbi l’errore, e lo corressi in appresso, ma lasciai le dodici terzine com’elle stavano; e così le cantai al banchetto: ma quei liberi muratori tanto intendevan di rime e di poesia, quanto dell’arte di fabbricare; e il mio capitolo passò. Per ultima prova e saggio degli infruttuosi miei sforzi, trascriverò ancora qui, o gran parte, o tutto forse quel capitolo; secondo che mi basterà la carta, e la pazienza. Verso l’agosto di quell’anno stesso ’75, credendomi far vita troppo dissipata stando in città, e non potere perciò studiare abbastanza, me n’andai nei monti che confinano tra il Piemonte e il Delfinato, e passai quasi due mesi in un borguccio, chiamato Cezannes a’ piedi del Monginevro, dove è fama che Annibale varcasse l’Alpi. Io benché riflessivo per natura, talvolta pure sconsiderato per impeto, non riflettei nel prendere quella risoluzione, che in quei monti mi tornerebbe fra i piedi la maladettissima lingua francese, che con giusta e necessaria ostinazione io m’era proposto di sfuggire sempre. Ma a questo mi indusse quell’abate, ch’io dissi mi avea accompagnato in quel viaggio ridicolo fatto l’anno innanzi a Firenze. Era quest’abate nativo di Cezannes; chiamavasi Aillaud; era pieno d’ingegno, di una lieta filosofia, e di molta coltura nella letteratura latina e francese. Egli era stato aio di due fratelli coi quali io m’era trovato assai collegato nella  prima  gioventù,  ed  allora  aveamo  fatto  amicizia  l’Aillaud  ed  io;  e continuatala dappoi. Debbo dire pel vero, che codesto abate ne miei primi anni avea fatto il possibile per inspirarmi l’amore delle lettere, dicendomi che ci avrei potuto riuscire; ma il tutto invano. E alle volte si era fatto fra noi il seguente risibile patto: ch’egli mi dovrebbe leggere per un’ora intera del romanzo, o novelliere, intitolato Les Milles et une Nuits, con che poi io mi sottomettessi a sentirmi leggere per soli dieci minuti uno squarcio delle tragedie di Racine. Ed io me ne stava tutto orecchi nel tempo di quellaprima
Vita di Vittorio Alfieri
con  i  miei;  e  paragonarli  anche  con  i  versi  epici  dello  stesso  Cesarotti nell’Ossian, e vedere se paiano della stessa officina. Ma questo fatto servirà pure a dimostrare quanto miserabil cosa siamo noi tutti uomini, e noi autori massimamente, che sempre abbiam fra le mani e tavolozza e pennello per dipingere altrui, ma non mai lo specchio per ben rimirarci noi stessi e conoscerci. Il giornalista di Pisa, dovendo poi dare o inserire nel suogiornale un giudizio critico su quel mio terzo tomo delle tragedie, stimò più breve e più facil cosa il trascrivere a dirittura quella lettera del Cesarotti, con le mie note che le servono di risposta. Io mi trattenni in Pisa sino a tutto l’agosto di quell’anno 1785; e non vi feci più nulla da quelle prose in poi, fuorché far ricopiare le dieci tragedie stampate, ed apporvi in margine molte mutazioni, che allora mi parvero soverchie; ma quando poi venni a ristamparle in Parigi, elle mi vi parvero più che insufficienti, e bisognò per lo meno quadruplicarle. Nel maggio di quell’anno godei in Pisa del divertimento del Giuoco del Ponte, spettacolo bellissimo, che riunisce un non so che di antico e d’eroico.  Vi si aggiunse anco un’altra festa bellissima d’un altro genere, la luminara di tutta la detta città, come si costuma ogni due anni per la festa di San Ranieri. Queste feste si fecero allora riunitamente, all’occasione della venuta del re e regina di Napoli in Toscana per visitarvi il gran duca  Leopoldo,  cognato  del  suddetto  re.  La  mia  vanaglorietta  in  quelle feste rimase bastantemente soddisfatta, essendomi io fatto molto osservare a cagione de’ miei be’ cavalli inglesi, che vincevano in mole, bellezza e brio quanti altri mai cavalli vi fossero capitati in codest’occasione. Ma in mezzo a quel mio fallace e pueril godimento, mi convinsi con sommo dolore ad un tempo stesso, che nella fetida e morta Italia ella era assai più facil cosa il farsi additare per via di cavalli, che non per via di tragedie. Capitolo decimosesto Secondo viaggio in Alsazia, dove mi fisso. Ideativi, e stesi i due Bruti, e l’Abele. Studi caldamente ripigliati. In questo frattempo era ripartita di Bologna la mia donna, ed avviatasi verso Parigi nel mese di aprile. Non volendo essa tornare a Roma, in nessun altro luogo ella potea più convenientemente fissarsi che in Francia, dove avea parenti, aderenze, e interessi. Trattenutasi in Parigi sino all’agosto inoltrato, ella ritornò in Alsazia in quella stessa villa dove c’eramo incontra-
Vita di Vittorio Alfieri
giuntovi un compendiuccio della di lei vita passata e presente. Io le raccontai come mi era occorsa agli occhi, e come andò il fatto. Tra noi non v’era mai né finzione, né diffidenza, né disistima, né querele. Si arrivò a Calais; di dove io molto colpito di quella vista così inaspettata, le volli scrivere per isfogo del cuore, e mandai la mia lettera al banchiere di Douvres, che glie la rimettesse in proprie mani, e me ne trasmettesse poi la risposta a Bruxelles, dove sarei stato fra pochi giorni. La mia lettera, di cui mi spiace di non aver serbato copia era certamente piena d’affetti; non già d’amore, ma di una vera e profonda commozione di vederla ancora menare una vita errante e sì poco decorosa al suo stato e nascita, e il dolore, ch’io ne sentiva tanto più, pensando di esserne io stato, ancorché innocentemente, o la cagione o il pretesto.  Che  senza  lo  scandalo  succeduto  per  causa  mia,  forse  avrebbe potuto occultare o tutto o gran parte le sue dissolutezze, e cogli anni poi emendarsene. Ritrovai poi in Brusselles circa quattro settimane dopo la di lei risposta, che fedelmente trascrivo qui in fondo di pagina per dare un’idea del di lei nuovo, ed ostinato mal inclinato carattere, che in quel grado ella è cosa assai rara, massime nel bel sesso. Ma tutto serve al grande studio della specie bizzarra degli uomini. Intanto dunque noi imbarcati per Francia, sbarcati a Calais, prima di rimprigionarci in Parigi, pensammo di fare un giro in Olanda, perché la donna mia vedesse quel raro monumento d’industria, occasione, che forse non  se  le  presenterebbe  poi  più.  Si  andò  dunque  per  la  spiaggia  fino  a Bruges e Ostenda, di là per Anversa a Rotterdam, Amsterdamo, la Haja, e la Nort-Hollanda, in circa tre settimane, e in fin di settembre fummo di ritorno in Brusselles, dove la signora avendovi le sorelle e la madre, ci si stette qualche settimana; e finalmente dentro l’ottobre, verso il fine, fummo rientrati nella cloaca massima, dove le dure nostre circostanze ci ritraevano malgrado nostro; e ci costrinsero a pensare seriamente di fissarvici la nostra permanenza. Capitolo vigesimosecondo Fuga di Parigi, donde per le Fiandre e tutta la Germania tornati in Italia ci fissiamo in Firenze. Impiegati, o perduti circa due mesi in cercare, ed ammobiliare una nuova casa, nel principio del ’92 ci tornammo ad abitare; ed era bellissima e comodissima. Si sperava ogni giorno, che verrebbe quello di un qualche Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri