arguto

[ar-gù-to]
In sintesi
di intelligenza pronta, sottile, ironica; sagace, brillante
← dal lat. argūtu(m), deriv. di arguĕre ‘arguire’.
1
Che ha prontezza e vivacità d'ingegno; perspicace, sottile, acuto, penetrante: è un conversatore assai a. || Che rivela arguzia, perspicacia: mente arguta; volto a.; espressione arguta || Faceto, brioso, spiritoso: motto, scherzo a.; risposta arguta
2
fig., raro Di suono, di voce e sim., acuto, squillante: in voce dilettevole ed arguta (Boccaccio) || Stridente
3
ant. Aguzzo, appuntito || fig. Pungente, piccante

Citazioni
proponea un maestro per insegnar grammatica a’ suoi figlioli, e poi che gliel’ebbe  laudato  per  molto  dotto,  venendo  al  salario  disse  che  oltre  ai denari volea una camera fornita per abitare e dormire, perché esso non avea letto: allor messer Annibal sùbito rispose: “E come po egli esser dotto, se non ha letto?’ Eccovi come ben si valse del vario significato di quello “non aver letto’. Ma perché questi motti ambigui hanno molto dell’acuto, per pigliar l’omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che più presto movano maraviglia che riso, eccetto  quando  sono  congiunti  con  altra  manera  di  detti.  Quella  sorte adunque  di  motti  che  più  s’usa  per  far  ridere  è  quando  noi  aspettiamo d’udir una cosa, e colui che risponde ne dice un’altra e chiamasi “fuor d’opinione’. E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l’altr’ieri, disputandosi di fare un bel “mattonato’ nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: “Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perché egli è il più bel “matto nato” ch’io vedessi mai’. Ognun rise molto, perché dividendo quella parola “mattonato’ faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d’un  camerino,  fu  for  di  opinione  di  chi  ascoltava;  così  riuscì  il  motto argutissimo e risibile. LVIX Ma dei motti ambigui sono molte sorti; però bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d’un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: “Ed io vi restarò, perché veggo esserci vuoto il loco per uno’; e così col dito mostrò quella cassa d’occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortese troppo, perché morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perché pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: “E dove appicchi tu gli occhiali?’ o: “Con che fiuti tu l’anno le rose?’
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
parola lo punse, perché sapete che santo Ermo sempre ai marinari appar dopo la tempesta e dà segno di tranquillità; e così volse dire il Gran Capitano che, essendo comparito questo gentilomo, era segno che il pericolo già era in tutto passato. Essendo ancora il signor Ottaviano Ubaldino a Fiorenza in compagnia d’alcuni cittadini di molta autorità, e ragionando di soldati, un di quei gli addimandò se conosceva Antonello da Forlì, il qual allor s’era fuggito dal stato di Fiorenza. Rispose il signor Ottaviano: “Io non lo conosco altrimenti, ma sempre l’ho sentito ricordare per un sollicito soldato’; disse allor un altro Fiorentino: “Vedete come egli è sollicito, che si parte prima che domandi licenzia’. LXXV Arguti motti son ancor quelli, quando del parlar proprio del compagno l’omo cava quello che esso non vorria; e di tal modo intendo che rispose il signor Duca nostro a quel castellano che perdé San Leo, quando questo stato fu tolto da papa Alessandro e dato al duca Valentino; e fu, che essendo il signor Duca in Venezia in quel tempo ch’io ho detto, venivano di continuo molti de’ suoi sudditi a dargli secretamente notizia come passavan le cose del stato; e fra gli altri vennevi ancor questo castellano, il quale, dopo l’aversi escusato il meglio che seppe, dando la colpa alla sua disgrazia, disse: “Signor, non dubitate, ché ancor mi basta l’animo di far di modo, che si potrà ricuperar San Leo’. Allor rispose el signor Duca: “Non ti affaticar più in questo; ché già il perderlo è stato un far di modo, che ‘l si possa ricuperare’. Son alcun’altri detti quando un omo, conosciuto per ingenioso, dice una  cosa  che  par  che  proceda  da  sciocchezza.  Come  l’altro  giorno  disse messer Camillo Palleotto d’uno: “Questo pazzo, sùbito che ha cominciato ad arricchire, s’è morto’. È simile a questo modo una certa dissimulazion salsa ed acuta, quando un omo, come ho detto, prudente, mostra non intender quello che intende. Come disse il marchese Federico de Mantua, il quale, essendo stimulato da un fastidioso, che si lamentava che alcuni suoi vicini con lacci gli pigliavano i colombi della sua colombara e tuttavia in mano ne tenea uno impiccato per un piè insieme col laccio, che così morto trovato l’aveva, gli rispose che si provederia. Il fastidioso non solamente una volta ma molte replicando questo suo danno, col mostrar sempre il colombo così impiccato, dicea pur: “E che vi par, Signor, che far si debba di
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i LXXVII Sono  ancor  arguti  quei  motti  che  hanno  in  sé  una  certa  nascosa suspizion di ridere, come, lamentandosi un marito molto e piangendo sua moglie, che da se stessa s’era ad un fico impiccata, un altro se gli accostò, tiratolo per la veste, disse: “Fratello, potrei io per grazia grandissima aver un rametto  de  quel  fico,  per  inserire  in  qualche  albero  dell’orto  mio?’  Son alcuni altri motti pazienti e detti lentamente con una certa gravità; come, portando un contadino una cassa in spalla, urtò Catone con essa, poi disse: “Guarda’. Rispose Catone: “Hai tu altro in spalla che quella cassa?’ Ridesi ancor quando un omo, avendo fatto un errore, per remediarlo dice una cosa  a  sommo  studio,  che  par  sciocca,  e  pur  tende  a  quel  fine  che  esso disegna, e con quella s’aiuta per non restar impedito. Come a questi dì, in consiglio di Fiorenza ritrovandosi doi nemici, come spesso interviene in queste republice, l’uno d’essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva vicino, per ridere, benché ‘l suo avversario, che era di casa Alamanni, non parlasse né avesse parlato, toccandolo col cubito lo risvegliò e disse: “Non odi tu ciò che il tale dice? rispondi, ché gli Signori dimandano del parer tuo’. Allora l’Altoviti, tutto sonnacchioso e senza pensar altro, si levò in piedi e disse: “Signori, io dico tutto il contrario di quello che ha detto l’Alamanni’. Rispose l’Alamanni: “Oh, io non ho detto nulla’. Sùbito disse l’Altoviti: “Di quello che tu dirai’. Disse ancor di questo modo maestro  Serafino,  medico  vostro  urbinate,  ad  un  contadino,  il  qual,  avendo avuta una gran percossa in un occhio, di sorte che in vero glielo avea cavato, deliberò pur d’andar per rimedio a maestro Serafino; ed esso, vedendolo, benché conoscesse esser impossibile il guarirlo, per cavargli denari delle mani, come quella percossa gli avea cavato l’occhio della testa, gli promise largamente di guarirlo; e così ogni dì gli addimandava denari, affermando che fra cinque o sei dì cominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel poco che aveva; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, cominciò a dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcuno, né discernea con quello occhio più che se non l’avesse aùto in capo. In ultimo, vedendo maestro Serafino che poco più potea trargli di mano, disse: “Fratello mio, bisogna aver pacienzia: tu hai perduto l’occhio, né più v’è rimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell’altro’. Udendo questo, il contadino si mise a piangere e dolersi forte e disse: “Maestro, voi m’avete assassinato e rubato i miei denari: io mi lamentarò al signor Duca’; e facea
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Che mutazioni così vaste sieno seguite nella Luna, io non ardirei di dirlo; ma non sono anco sicuro che non ve ne possano esser seguite: e perché una simil mutazione non potrebbe rappresentarci altro che qualche variazione tra le parti più chiare e le più oscure di essa Luna, io non so che ci sieno stati in Terra selinografi curiosi, che per lunghissima serie di anni ci abbiano tenuti provvisti di selinografie così esatte, che ci possano render sicuri, nissuna tal mutazione esser già mai seguita nella faccia della Luna, della figurazione della  quale  non  trovo  più  minuta  descrizione,  che  il  dire  alcuno  che  la rappresenta un volto umano, altri che l’è simile a un ceffo di leone, ed altri che l’è Caino con un fascio di pruni in spalla. Adunque il dire “Il cielo è inalterabile, perché nella Luna o in altro corpo celeste non si veggono le alterazioni che si scorgono in Terra”, non ha forza di concluder cosa alcuna. Ed a me resta non so che altro scrupolo in questo primo argomento del signor Simplicio il quale desidero che mi sia levato. Però io gli domando se la Terra avanti l’innondazione mediterranea era generabile e corruttibile, o pur cominciò allora ad esser tale. Era senza dubbio generabile e corruttibile ancora avanti; ma quella fu una mutazione tanto vasta, cheanche nella Luna si sarebbe potuta osservare. Oh, se la Terra fu, pure avanti tale alluvione, generabile e corruttibile, perché non può esser tale la Luna parimente senza una simile mutazione? perché è necessario nella Luna quello che non importava nulla nella Terra? Argutissima instanza. Ma io vo dubitando che il signor Simplicio alteri un poco l’intelligenza de i testi d’Aristotile e de gli altri Peripatetici, li quali dicano di tenere il cielo inalterabile, perché in esso non si è veduto generare né corromper mai alcuna stella, che forse è del cielo parte minore che una città della Terra, e pur innumerabili di queste si son destrutte in modo che né anco i vestigii ci son rimasti. Io certo stimava altramente, e credeva che il signor Simplicio dissimulasse questa esposizione di testo per non gravare il Maestro ed i suoi condiscepoli di una nota assai più deforme dell’altra. E qual vanità è il dire: “La parte celeste è inalterabile, perché in essa non si generano e corrompono stelle”?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Di Franceschino Malaspina. Acuta Guaiva a’ tuoni una levriera, e il capo Arguto distendea, l’occhio vibrando Dardeggiante e le orecchie erte, a le verdi Gonne de l’alta marchesana. A lei D’ambo i lati sedean donne e donzelle, Fior di beltà, fior di guerresche altiere Ghibelline prosapie. E di rincontro Ardendo in mezzo d’odorata selva Il focolar, tu dritto in piedi tutta Ergei la testa su i minor baroni, Caro a gli esuli e a’ vati, o Malaspina.
Levia Gravia di Giosue Carducci
O non è ella in fiore, facendola le persone che tu conti? Sì, per loro, ma non per noi; e ci è rimaso a dosso solamente la infamia del nome di ruffiana, e loro se ne vanno gonfiati di gradi, di favori e di entrate. E non ti credere che sieno le vertù quelle che ingrandiscano altrui in questa Roma porca e per tutto: ma la tabacchinaria si fa tener la staffa, si fa vestir di velluto, si fa empire la borsa e fassi sberrettare. E benché io sia una di quelle che hanno polso, legge la soprascritta de l’altre: e perciò governati come si dee. Tu hai buon principio, buona appariscenzia, galante maniera, una  ciarlia  viva,  arguta,  a  tempo;  il  tuo  “verbigrazia’  in  sommo,  alcune cosette dolci nei motteggi; sei piena di motti, di proverbi, prosuntuosetta, doppia, spiatrice di quel che ognun fa; sai dar la quadra, negar da ladro; la bugia è il tuo occhio dritto, ti confai con ogni generazione, sei tenace del tuo, sai imbriacare a la botte d’altri e sfamarti a l’altrui tavola, e sai digiunar senza vigilia a casa tua: e tra queste tue vertù e quel poco o assai che torrai a le mie, ci potremo stare. Ti piace di ben dire, e non travario sì che io non vegga come in me non è vertù veruna: ho bene speranza di farmi da qualcosa per grazia de le tue. Tu la puoi avere. Ma dove eravam noi? A la volpe dei mulattieri. Ah! ah! la fu pur bella. Una volpa canuta, bianca e cattiva e maliziosa e trista più che non fu quella che disse al compare lupo, mentre il pecorone piombava  giù  ne  la  secchia  cavando  lei  del  pozzo,  “Il  mondo  è  fatto  a  scale, perciò chi scende e chi sale”... La ce lo colse, vuoi tu altro? ...una volpe de le volpi, avendo voglia di mangiare una scorpacciata di pesce,  se  ne  andò  al  lago  di  Perugia  con  la  maggior  ladroncelleria  che  si imaginasse mai ladro; e stata così un pezzetto a pensare sopra un greppo, con la coda in pace, con quel suo muso aguzzo in fuora e con le orecchie tese, vede venire di pian passo una frotta di mulattieri, i quali chiacchiaravano (mentre i muli infilzati tutti a una fune rodevano una manciata di paglia postagli in quella baia che portano intorno a la bocca) de la carestia che era de le lasche e l’abondanza dei lucci, dando gran laude a non so che tinca, la quale avevano la mattina divorata col cavolo e col savore, ordinando anche di dar la stretta a una anguilla grossa tosto che scaricassero le some; e visti
Dialogo di Pietro Aretino