apologo

[a-pò-lo-go]
In sintesi
breve racconto con intenti morali
← dal lat. apolŏgu(m), che è dal gr. apólogos ‘narrazione, favola’.
s.m.
(pl. -ghi)

LETTER Breve racconto allegorico con finalità didattiche, di cui possono essere protagonisti uomini, animali o cose inanimate: l'a. del lupo e dell'agnello

Citazioni
“E non sapete voi che il soffrire per la giunstizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual è la buona nuova che annunziate a’ poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato né missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch’erano in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo.” – Anche questi santi son curiosi, – pensava intanto don Abbondio: – in sostanza, a spremerne il sugo, gli stanno più a cuore gli amori di due giovani, che la vita d’un povero sacerdote. – E, in quant’a lui, si sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse lì; ma vedeva il cardinale, a ogni pausa, restare in atto di chi aspetti una risposta: una confessione, o un’apologia, qualcosa in somma. “Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può dare.” “E perché dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v’impone di stare in guerra con le passioni del secolo? Ma come, vi dirò piuttosto, come non pensate che, se in codesto ministero, comunque vi ci siate messo, v’è necessario il coraggio, per adempir le vostre obbligazioni, c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que’ milioni di martiri avessero naturalmente coraggio? che non facessero naturalmente nessun conto della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, tanti vecchi avvezzi a rammaricarsi che fosse già vicina a finire, tante donzelle, tante spose, tante madri? Tutti hanno avuto coraggio; perché il coraggio era necessario, ed essi confidavano. Conoscendo la vostra debolezza e i vostri doveri, avete voi pensato a prepararvi ai passi difficili a cui potevate trovarvi, a cui vi siete trovato in effetto? Ah! se per tant’anni d’ufizio pastorale, avete (e come non avreste?) amato il vostro gregge, se avete riposto in esso il vostro cuore, le vostre cure, le vostre delizie, il coraggio non doveva mancarvi al bisogno: l’amore è intrepido. Ebbene, se voi gli amavate, quelli che sono affidati alle vostre cure spirituali, quelli che voi chiamate figliuoli; quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi, ah certo! come la debolezza della carne v’ha fatto tremar per voi, così la carità v’avrà fatto tremar per loro. Vi sarete umiliato di quel primo timore, perché era un effetto della vostra miseria; avrete implorato la forza per vincerlo, per discacciarlo, perché era una tentazione: ma il timor santo e nobile per gli altri, per i vostri
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Torquato Tasso Apologia in difesa della “Gerusalemme liberata” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Edizioni di riferimento elettroniche Liz, Letteratura Italiana Zanichelli a stampa Torquato  Tasso,  Apologia  in  difesa  della  Gerusalemme  Liberata,  a  cura  di  E. Mazzali, in T.T., “Prose”, Milano-Napoli, Ricciardi, 1959
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
me, spadaccino dappoco, nè da stare a petto a monsieur Dessein, io mi sentiva ne’ precordi tutta la rotazione dei moti propri alla congiuntura – io passava con gli occhi da parte a parte monsieur Dessein – ei camminava; ed io lo considerava di profilo – poi di prospetto – avrei giurato ch’egli avesse faccia  d’ebreo  –  anzi  di  turco  –  lo  malediva  con  tutti  i  miei  Dei  –  e  lo raccomandava al demonio. – Adunque una miseria di tre o quattro louis d’or – ed era quel più ch’ei  mi  poteva  frodare,  attizzerà  così  il  nostro  cuore?  –  Bassa  passione! esclamai, voltandomi naturalmente come chi in un subito si ravvede – bassa, villana passione! la tua mano sta contro d’ogni uomo, e la mano d’ogni uomo contro di te – Dio ne guardi! disse ella coprendosi d’una mano la fronte, perch’io m’era voltato a occhio a occhio incontro alla gentildonna da me poc’anzi veduta in ragionamenti col frate – e ci seguitò inosservata – Certo, Donna gentile, diss’io, Dio ne guardi! e le offersi la mano – Ella portava de’ guanti neri aperti soltanto nel pollice, e nelle due prime dita; onde accettò senza ritrosia – ed io la guidai alla porta della rimessa. Cinquanta e più diavoli aveva monsieur Dessein chiamati addosso alla chiave, prima d’accorgersi che la non era quella della rimessa: e a noi pure pareva mill’anni di vedere aperto; sicchè standoci attenti all’ostinazione di quella chiave, io teneva la signora per mano quasi senza saperlo, quando monsieur Dessein ci lasciò con le mani così congiunte, e co’ visi rivolti alla porta della rimessa. – Torno fra cinque minuti, diss’egli. Or un colloquio di cinque minuti equivale ad uno di cinque secoli co’ visi verso la strada: in questo caso tu devi attingerlo dalle occasioni e dagli oggetti esteriori – ma cogli occhi confinati ad una parete tu lo attingi tutto quanto da te. Un solo attimo di silenzio, dopo partito monsieur Dessein, sarebbe stato micidiale alla congiuntura – non v’ha dubbio; la Signora si sarebbe rivoltata – onde avviai immediatamente la conversazione. – Ma  quali  si  fossero  allora  le  mie  tentazioni  (perch’io  scrivo  non l’apologia, ma la storia delle fralezze del mio cuore lungo il mio viaggio) si vedranno descritte qui con quella naturalezza con cui le provai. Capitolo 10 LA PORTA DELLA RIMESSA (CALAIS) Allorchè dissi al lettore che non mi giovava d’uscire della désobligeante perch’io vidi il frate alle strette con una signora smontata in quel punto all’albergo – io gli dissi il vero; ma non tutto il vero; perch’io mi sentiva più che mai allettato dalla sembianza avvenente della signora: e intanto il soOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
né dovea più a lungo soffrire in Roma nella propria casa la condotta della di lui cognata. E qui, non io certamente farò l’apologia della vita usuale di Roma e d’Italia tutta, quale si suole vedere di presso che tutte le donne maritate. Dirò bensì, che la condotta di quella signora in Roma a riguardo mio era piuttosto molto al di qua, che non al di là degli usi i più tollerati in quella città. Aggiungerò, che i torti, e le feroci e pessime maniere del marito con essa, erano cose verissime, ed a tutti notissime. Ma terminerò con tutto ciò, per amor del vero e del retto, col dire, che il marito, e il cognato, e i loro  rispettivi  preti  aveano  tutte  le  ragioni  di  non  approvare  quella  mia troppa frequenza, ancorché non eccedesse i limiti dell’onesto. Mi spiace soltanto, che quanto ai preti (i quali furono i soli motori di tutta la macchina), il loro zelo in ciò non fosse né evangelico, né puro dai secondi fini, poiché non pochi di essi coi lor tristi esempi faceano ad un tempo l’elogio della condotta mia, e la satira della loro propria. La cosa era dunque, non figlia di vera religione e virtù, ma di vendette e raggiri. Quindi, appena ritornò in Roma il cognato, egli per l’organo de’ suoi preti intimò alla signora: che era cosa oramaiindispensabile, e convenuta tra lui e il fratello, che s’interrompesse quella mia assiduità presso lei; e ch’egli non la sopporterebbe ulteriormente. Quindi codesto personaggio, impetuoso sempre ed irriflessivo, quasi che s’intendesse con questi modi di trattare la cosa più decorosamente, ne fece fare uno scandaloso schiamazzìo per la città tutta, parlandone egli stesso con molti, e inoltrandone le doglianze sino al papa. Corse allora grido, che il papa su questo riflesso mi avesse fatto o persuadere o ordinare di uscir di Roma; il che non fu vero; ma facilmente avrebbe potuto farlo, mercè la libertà italica. Io però, ricordatomi allora, come tanti anni prima essendo in Accademia, e portando, com’io narrai, la parrucca, sempre aveva antivenuto i nemici sparruccandomi da me stesso, prima ch’essi me la levasser di forza; antivenni allora l’affronto dell’esser forse fatto partire, col determinarmivi spontaneamente. A quest’effetto io fui dal ministro nostro di Sardegna, pregandolo di far partecipe il segretario di Stato, che io informato di tutto questo scandalo, troppo avendo a cuore il decoro, l’onore, e la pace di una tal donna, aveva immediatamente presa la determinazione di allontanarmene per del tempo, affine di far cessare le chiacchiere; e che verso il principio del prossimo maggio sarei partito. Piacque al ministro, e fu approvata dal segretario di Stato, dal papa e da tutti quelli che seppero  il  vero,  questa  mia  spontanea,  e  dolorosa  risoluzione.  Onde  mi
Vita di Vittorio Alfieri