analogia

[a-na-lo-gì-a]
In sintesi
somiglianza, affinità
← dal lat. analogĭa(m), che è dal gr. analoghía ‘relazione’.
1
Rapporto di somiglianza, di affinità, di conformità tra due o più cose: tra l'italiano e il francese c'è stretta a.; a. di comportamento; esiste un'a. tra questi fatti || Per analogia, secondo un rapporto di somiglianza: ragionare per a.
2
LING Azione livellatrice esercitata da certe forme linguistiche su altre forme affini || Nella grammatica antica, principio di regolarità e di armonia nella formazione di ogni elemento linguistico
3
FIS Corrispondenza esistente tra due fenomeni diversi le cui grandezze sono legate da equazioni identiche
4
BIOL Somiglianza morfologica o funzionale tra due organi, differenti tra loro per struttura o sviluppo
5
DIR Somiglianza tra due casi giuridici di cui uno solo sia regolato da precise disposizioni di legge, della quale il giudice si avvale per la soluzione del caso non previsto dalla legge
6
FILOS Procedimento dello spirito che si eleva, con l'osservazione dei rapporti, alla ragione dei rapporti stessi

Citazioni
logica e il prestigio favoloso: smagata è dunque di questa immaginazione la mente dell’uomo. Ora da queste cose, chi voglia discorrer bene e da logico, segue necessarissimamente che la poesia non potendo più ingannare gli uomini, non deve più fingere né mentire, ma bisogna che sempre vada dietro alla ragione e alla verità. E notate, o lettori, sul bel principio quell’apertissima e famosa contraddizione. Imperocché i romantici i quali s’accorgevano ottimamente che tolta alla poesia già conciata com’essi l’avevano, anche la facoltà di fingere e di mentire, la poesia finalmente né più né meno sarebbe sparita, e di netto si sarebbe immedesimata e diventata tutt’uno colla metafisica, e risoluta in un complesso di meditazioni, non che abbiano soggettata pienamente la poesia alla ragione e alla verità, sono andati in cerca fra la gentaglia presente di ciascheduna classe, e specialmente fra il popolaccio, di quelle più strane e pazze e ridicole e vili e superstiziose opinioni e novelle che si potevano trovare, e di queste hanno fatto materia di poesia; e quello ch’è più mirabile, intantoché maledicevano l’uso delle favole greche, hanno inzeppate ne’ versi loro quante favole turche arabe persiane indiane scandinave celtiche hanno voluto, quasi che l’intuizione logica che col prestigio favoloso della Grecia non può stare, con quello dell’oriente e del settentrione potesse stare. Ma di questa incredibile contraddizione d’aver fatto tesoro delle favole orientali e settentrionali dopo scartate le favole greche come ripugnanti ai costumi e alle credenze e al sapere dell’età nostra, parlerò più avanti a suo luogo. Ora tornando al Cavaliere, seguita egli dicendo immediatamente che la facoltà immaginativa è sostanzialissima nell’uomo, di maniera che non può svanire né scemare, ma per l’opposto arde oggi come sempre d’essere invasa rapita innamorata atterrita E PERFIN SEDOTTA (qui sta il punto); né avverrà mai che non soggiaccia alle ILLUSIONI  delle forme armoniche, alle estasi della sublime contemplazione, all’efficacia dei quadri ideali, purché non sieno più arbitrari DEL TUTTO, E DEL TUTTO nudi di analogia con quel vero che ne circonda, o con quello ch’è in noi. Ed ecco come anch’egli concede che la poesia debba ingannare, la qual cosa poi asserisce e conferma risolutamente in cento altri luoghi delle sue osservazioni. A me pare di scorgere molto chiaramente che il Cavaliere medesimo arrivato a questo passo vide che il suo ragionamento si piegava, e la punta si disviava, e s’io non erro, quelle parole perfino e del tutto sono la saldatura ch’egli ci volle fare, come tutto giorno si fa, dopo che quello, torcendosegli fra le mani, se gli fu rotto. Ma questa saldatura è veramente di parole, perché dalle cose precedenti seguita che la
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
nostri primi padri che se questi risuscitassero, si può credere che a stento ci ravviserebbero per figli loro. Laonde non è maraviglia se noi così pratici e dotti e così cambiati come siamo, ai quali è manifesto quello che agli antichi era occulto, e noto un mondo di cagioni che agli antichi era ignoto, e certo quello che agli antichi era incredibile, e vecchio quello che agli antichi era nuovo, non guardiamo più la natura ordinariamente con quegli occhi, e nei diversi casi della vita nostra appena proviamo una piccolissima parte di quegli effetti che le medesime cagioni partorivano ne’ primi padri. Ma il cielo e il mare e la terra e tutta la faccia del mondo e lo spettacolo della natura e le sue stupende bellezze furono da principio conformate alle proprietà di spettatori naturali: ora la condizione naturale degli uomini è quella d’ignoranza; ma la condizione degli scienziati che contemplando le stelle, sanno il perché delle loro apparenze, e non si maravigliano del lampo né del tuono, e contemplando il mare e la terra, sanno che cosa racchiuda la terra e che cosa il mare, e perché le onde s’innoltrino e si ritirino, e come soffino i venti e corrano i fiumi e quelle piante crescano e quel monte sia vestito e quell’altro nudo, e che conoscono a parte a parte gli affetti e le qualità umane, e le forze e gli ordigni più coperti e le attenenze e i rispetti e le corrispondenze del gran composto universale, e secondo il gergo della nuova disciplina le armonie della natura e le analogie e le simpatie, è una condizione artificiata: e in fatti la natura non si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi, e con mille ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca a marcia forza i suoi segreti: ma la natura così violentata e scoperta non concede più quei diletti che prima offeriva spontaneamente. E quello che dico degli scienziati dico proporzionatamente più o meno di tutti gl’inciviliti, e però di noi, massime di quella parte di noi che non è plebe, e tra la plebe di quella parte ch’è cittadina, e di qualunque è più discosto dalla condizione primitiva e naturale degli uomini. Non contendo già dell’utile, né mi viene pure in mente di gareggiare con quei filosofi che piangono l’uomo dirozzato e ripulito e i pomi e il latte cambiati in carni, e le foglie d’alberi e le pelli di bestie rivolte in panni, e le spelonche e i tuguri in palazzi, e gli eremi e le selve in città: non è del poeta ma del filosofo il guardare all’utile e al vero: il poeta ha cura del dilettoso, e del dilettoso alla immaginazione, e questo raccoglie così dal vero come dal falso, anzi per lo più mente e si studia di fare inganno, e l’ingannatore non cerca il vero ma la sembianza del vero. Le bellezze dunque della natura conformate da principio alle qualità ed ordi-
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
lavoro ed allo studio. Mi misi di tutta schiena sopra Cicerone, sopra Virgilio, sopra Orazio: ne traduceva de’ gran brani, li commentava a mio modo, e scriveva di mio capo sopra temi analoghi. Insomma posso dire che pe’ miei studi classici quel secondo peccato della Pisana mi fu piucchealtro giovevole. Il Piovano si diceva contentissimo di me; si congratulava col Conte e col Cancelliere del mio amore per lo studio, e insomma tutti godevano, tutti meno io, di quei rapidi progressi. E non crediate mica che la fosse faccenda di ore e di giorni; la fu addirittura di mesi e di anni. Solamente vi si frapponevano i soliti respiri, le solite tregue. Ora la stagione rotta, ora le strade disfatte, ora il soverchio caldo e la brevità delle sere, ora le gite dei Frumier ad Udine, sospendevano la frequenza dei Conti di Fratta a Portogruaro. Allora risorgeva l’amore della Pisana per me, col solito corredo delle lusingherie per Sandro e per Donato: da ultimo ella sembrava accorgersi del mio malumore anche durante la sua fase di furore per Lucilio, e la mi compativa e la mi dava in elemosina qualche occhiata e perfino anche qualche bacio. Io pigliava quello che mi davano come un vero accattone; il dolore mi aveva uguagliato al pavimento, come dice quel salmo; e mi avrei lasciato pestare, premere e sputacchiare senza risentirmene. Ciò non toglie che non diventassi ogni giorno più un latinista di vaglia; e sudava e impallidiva tanto sui libri, che Martino alle volte mi diceva che gli avrebbe quasi piaciuto di più il vedermi girare lo spiedo come agli anni addietro. Non importa. Io aveva scoperto da per me quel gran aiuto a vivere che si ha nel lavoro, e checché ne pensasse Martino, credo che sarei stato più misero di gran lunga se avessi svagato i miei dolori nella dissipazione o accresciutili coll’ozio. Almeno ne guadagnai che di poco oltrepassati i quindici anni io potei sostenere al Seminario di Portogruaro un esame di grammatica, di latino, di composizione, di prosodia, di rettorica e di storia antica; dal quale me la cavai con una gloria immortale. Figuratevi che in tre anni scarsi io aveva imparato quello che gli altri in sei!... Dopo un sì pieno trionfo fu deciso in famiglia che mi avrebbero mandato a Padova a prendervi i gradi di dottore; ma intanto ebbi un posto fisso come vice-officiale in cancelleria col soldo annuo di sessanta ducati, che equivalevano a quattordici soldi il giorno. Poco, pochissimo certo; ma io fui molto contento d’intascare alcune monete dicendo: «Queste qui son proprio mie, perchè me le son guadagnate io!». La nuova dignità a cui era salito fece anche sì che avessi un posto alla tavola dei padroni, e che potessi entrare nella sala di casa Frumier stando seduto vicino al Cancelliere a guardarlo giocare il tresette. Questa
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Emilio rise di cuore. Disse che Amalia non poteva figurarsi di quale pasta fosse fatta Angiolina. Erano trascorsi otto giorni dacché l’aveva lasciata, ed egli doveva assolutamente ritenere d’essere stato già del tutto dimenticato. – Ti prego, non deridermi – pregò quantunque s’accorgesse ch’ella fosse ben lontana dal ridere di lui. – Ella è fatta proprio così. – E qui capitò una biografia di Angiolina. Parlò della sua leggerezza, della sua vanità, di tutto ciò che costituiva la propria sventura, ed Amalia stette a sentirlo silenziosa e senza tradire la minima meraviglia. Emilio pensò ch’ella studiasse il suo amore per scoprirvi delle analogie col proprio. Aveva passato in tal modo un quarto d’ora delizioso. Pareva che tutto quanto li aveva divisi fosse sparito o anzi venisse ad unirli, tant’è vero ch’egli aveva parlato d’Angiolina non per il bisogno di sollevarsi dal peso d’amore e di desiderio che fino a quell’ora lo aveva fatto ciarlare tanto, ma unicamente per far piacere alla sorella. Per Amalia provava una grande tenerezza; gli pareva che, ascoltandolo, ella gli avesse dato formalmente il suo perdono. Fu questa tenerezza che lo condusse a dir delle parole che fecero terminare in tutt’altro modo quella serata. Aveva finito di raccontare e, senza alcuna esitazione, chiese: – E tu? Non aveva esitato e non aveva neppure riflettuto. Dopo aver resistito per tanti giorni al desiderio di chiedere alla sorella delle confidenze, in quell’ora d’abbandono vi cedette. Avendo provato un tale sollievo di fare lui delle confidenze, gli pareva troppo naturale d’indurre anche Amalia a confidarsi nello stesso modo. Ma Amalia non l’intendeva così. Lo guardò con gli occhi sbarrati da un grande terrore: – Io? Non ti capisco! – Se anche veramente non avesse capito, avrebbe potuto indovinare tutto dall’imbarazzo in cui egli fu gettato al vederla tanto sconvolta. – Tu sei pazzo, mi pare. – Aveva capito, ma evidentemente non sapeva ancora spiegarsi come Emilio fosse riuscito a indovinare il segreto tanto gelosamente custodito. – Chiedevo se tu... – balbettò Emilio egualmente sconvolto. Cercava una bugia, ma intanto Amalia s’era trovata la spiegazione più ovvia e la disse a tanto di lettere: – Il signor Balli ti ha parlato di me. – Ella gridava. Il suo dolore aveva trovato la parola. La sua faccia era colorita da sangue sferzato da un violento disdegno, e le sue labbra si arcuavano. Ella ridiveniva forte per un istante. In questo ella somigliava perfettamente ad Emilio. Si capiva ch’ella riviveva potendo convertire il suo dolore in un’ira. Non era più abbandonata
Senilita di Italo Svevo
idee si analizzano senza tumulto di passione da un curioso investigatore de’ principî; ma talvolta il risultato pericolosamente si presenterebbe nell’estrema sua semplicità all’esame del pubblico. L’uomo curioso di meditare, che leggerà queste mie ricerche, non mi vorrà rimproverare ogni ommissione, e qualche applicazione negligentata non farà presso di lui pregiudizio alla teoria. Talvolta l’uomo, anche senza avvedersene, risveglia in sé medesimo delle sensazioni inquietissime unicamente per sentirle rapidamente cessare. Forse  l’uso  di  quella  polve  caustica  che  sogliamo  fiutare;  forse  l’uso  che alcuni fanno masticando un’erba disgustosa e sozzamente preparata; forse l’abituazione  di  riempirsi  la  bocca  col  fumo  d’un  vegetabile  stimolante, l’uso della senape nelle vivande e simili; sono stati introdotti per questo principio. Molti uomini protraggono il passeggio o il ballo sino alla stanchezza per sentirla rapidamente cessare adagiandosi. Questa classe di piaceri procuratisi da noi colla volontaria creazione di un previo dolore non sono tanto circoscritti, quanto sembrerebbe al primo aspetto. Se dunque tutti i piaceri morali e una gran parte dei piaceri fisici consistono nella rapida cessazion di dolore, la probabilità, l’analogia ci portano a credere che generalmente tutte le sensazioni piacevoli consistono in una rapida cessazion di dolore. Quello che più d’ogni altra cosa mi persuade, si è riflettere che molte volte l’uomo ha dei dolori; ma avendo essi la lor sede in qualche parte dell’organizzazione meno esattamente sensibile, soffre bensì, ma non sempre sa render conto a sé stesso del principio che lo fa soffrire, e dalla cessazione rapida di quel dolore innominato ne nascono de’ piaceri, dei quali la sorgente esattamente non si conosce. In prova di ciò si rifletta ai diversi nostri modi di sentire. La parti del nostro corpo più abituate al tatto, quando sieno offese da qualche corpo estrinseco, danno una sensazione decisa, per cui ci accorgiamo precisamente dell’azione che si fa sopra di noi. Le parti per lo contrario meno abituate al tatto, quando vengono esposte all’azione d’un corpo estraneo, ci producono una sensazione più muta ed incerta; e sebben distinguiamo se sia dolorosa o piacevole, non però finitamente conosciamo qual precisa azione si faccia sopra di noi. Per esempio: se alla parte interna delle dita un corpo mi cagionerà dolore, io distinguerò esattamente se sia per troppo freddo o troppo caldo, se tagliente, se pungente; distinguerò se il dolore che soffro venga da pressione, da division di parti, da lacerazione ecc. Ma se la medesima azione si farà sopra un piede, ovvero sopra un braccio, parti meno esercitate al tatto, l’uomo
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri